Dati sensibili, riservatezza e oblio

Scritto da: Federica Resta

Aggiornato al: 19/10/2016

Il punto della situazione


Tra il 2015 e il 2016 il diritto alla protezione dei dati personali, nelle sue varie espressioni (dalla riservatezza in senso stretto all’autodeterminazione informativa) ha assunto un rilievo determinante nel dibattito pubblico. In primo luogo l’offensiva del terrorismo jihadista- espressa dalle stragi di Charlie Hebdo, del Bataclan, di Bruxelles, di Nizza e Monaco – ha favorito in molti Stati europei (e per certi versi nella stessa Ue) politiche securitarie, inclini a sacrificare la privacy dei cittadini per rafforzare gli strumenti investigativi e coercitivi degli organi inquirenti. E tutto questo è avvenuto parallelamente al processo di riforma che, negli Usa, successivamente al Datagate, ha interessato la disciplina del rapporto tra privacy e intelligence e, più in generale, tra libertà e sicurezza. Alcune di queste riforme sono state anche indotte da pronunce della Corte di giustizia che, in particolare nel caso Schrems, ha dichiarato invalido l’accordo per il trasferimento di dati personali di cittadini europei negli Usa, proprio in ragione delle scarse garanzie accordate lì rispetto ai poteri di controllo degli organi inquirenti. E si deve molto alla giurisprudenza interna e sovranazionale se le spinte più marcatamente illiberali sono state sinora, nella gran parte, contenute e il diritto alla riservatezza gode ancora di importanti garanzie. Le pronunce sovranazionali (della Cedu in particolare) sono state determinanti anche in altri settori: si pensi a quello dei controlli datoriali sul lavoro, nel cui ambito la riservatezza è stata sancita da noi, in tutta la sua autonomia, già nel 1970. I principi affermati dalla Cedu rappresentano dei parametri importanti anche per riequilibrare il rapporto tra autodeterminazione del lavoratore ed esigenze datoriali, sensibilmente mutato in più Paesi da recenti riforme (da noi, si pensi al Jobs Act). Tra il 2015 e il 2016 si è poi ulteriormente consolidata la prassi sul diritto all’oblio, con pronunce che hanno fornito indicazioni importanti sul rapporto tra biografia individuale e storia collettiva. Ma il dato più rilevante attiene indubbiamente all’approvazione del nuovo quadro giuridico europeo sulla protezione dati, composto da un regolamento e da una direttiva (relativa, quest’ultima, al settore penale e di prevenzione), che rappresenterà per i prossimi anni la cornice normativa di riferimento, in materia, per i Paesi della Ue.

Terrorismo, privacy e prevenzione


Nel 2015- segnato al suo inizio e alla fine con l’attentato a Charlie Hebdo e con la strage del Bataclan- e nei primi mesi del 2016 – ove all’eccidio di Bruxelles sono seguiti gli attentati di Nizza e Monaco- l’emergenza del terrorismo ha costretto i Governi europei a ripensare il bilanciamento tra sicurezza e libertà su cui si basavano i rispettivi ordinamenti. Ciò è avvenuto proprio in una fase in cui – forse anche grazie alle rivelazioni di Snowden- la privacy iniziava ad essere percepita quale presidio ineliminabile di libertà, non sacrificabile oltre il suo nucleo essenziale neppure per esigenze di tutela di interessi collettivi. Hanno avuto modo di chiarirlo - soprattutto rispetto alle garanzie da accordare alle libertà individuali incise dall’attività di intelligence e prevenzione dei reati- le giurisdizioni interne e sovranazionali. In primo luogo la Cedu, che con le sentenze Zacharov c. Russia (dicembre 2015) e Zsabo e Vissy c. Ungheria del gennaio 2016, ha imposto all’attività di prevenzione il rispetto di alcune essenziali garanzie a tutela della privacy, per impedire che funzioni volte a garantire la democrazia la violino. Importante anche la sentenza del 29 agosto 2015 del Tribunale costituzionale portoghese, che ha dichiarato illegittima la disciplina delle intercettazioni preventive come riformata poco dopo l’attentato a Charlie Hebdo, per l’assenza di un vaglio giurisdizionale analogo a quello del procedimento penale, sull’ammissibilità delle captazioni. Su un nuovo aspetto delle intercettazioni si è pronunciata la nostra Cassazione, che dapprima a maggio 2015 (sent. 27100 della VI Sezione) ha dichiarato illegittime le intercettazioni ambientali realizzate mediante i trojan, in assenza delle limitazioni previste dal codice, a tutela di quella sfera ineliminabile di riservatezza che l’art. 15 Cost. accorda a chiunque, qualunque sia la sua posizione processuale. La particolare tecnica utilizzata renderebbe infatti ubiquitario un mezzo di ricerca della prova, quale appunto le intercettazioni, che per quanto invasivo è stato comunque concepito come limitato a determinati luoghi, tempi e contesti. Molti dei software utilizzati per tali captazioni sarebbero poi in grado di occultare ogni traccia della loro attività, rendendo così pressoché impossibile il contraddittorio sulla prova e, soprattutto, l’eventuale contestazione da parte della difesa della legittimità delle acquisizioni effettuate.

Meno netta la pronuncia, sullo stesso tema, delle Sezioni Unite della stessa Cassazione del 28 aprile 2016, che dichiara ammissibili tali captazioni, purché nell’ambito di procedimenti per criminalità organizzata o terrorismo qualora esse avvengano nel domicilio dell’indagato. Il Senato – con il ddl AS 2067-A- sta ora tentando di definirne la disciplina, coniugando esigenze di accertamento dei reati con la garanzia dell’ineliminabile sfera di riservatezza da garantirsi anche agli imputati, di qualsiasi reato. In questo senso, il testo ammette l’uso di tali software al solo fine di realizzare intercettazioni ambientali altrimenti non eseguibili, per la sola fascia temporale in cui debba ragionevolmente supporsi si stia svolgendo l’attività illecita e sotto la stretta sorveglianza della polizia giudiziaria.


Libertà e sicurezza tra Vecchio e Nuovo Continente


La giurisprudenza europea ha contribuito a riequilibrare il bilanciamento tra libertà e sicurezza non solo nel contesto interno ma anche nell’ambito dei rapporti internazionali. Significativa, in tal senso, la sentenza Schrems della Corte di giustizia che, nell’ottobre 2015 ha dichiarato invalido l’accordo Europa-Usa (c.d. Safe Harbour) sul trasferimento dei dati personali oltreoceano, per la carenza di garanzie accordate ai cittadini europei, in particolare rispetto all’acquisizione di tali dati da parte degli organi inquirenti. Tale sentenza ha determinato infatti non soltanto la rinegoziazione dell’accordo tra Europa e Usa per il trasferimento dei dati personali, prevedendo significative garanzie per i cittadini europei (Privacy Shield, siglato a luglio 2016), ma ha anche promosso nello stesso ordinamento federale una serie di riforme importanti nel campo del rapporto tra intelligence e garanzie individuali. Particolarmente rilevante, in tal senso, il Judicial Redress Act di febbraio 2016, che legittima i cittadini europei i cui dati siano stati acquisiti da agenzie federali ad ottenere tutela giurisdizionale rispetto a possibili violazioni, superando così almeno in parte quel double standard cittadini-e-non che caratterizza gran parte della disciplina americana di contrasto del terrorismo. Ed è significativo che tale doppio regime sia caduto proprio rispetto a un diritto, quale quello alla protezione dati, sancito in Europa quale fondamentale - e pertanto da riconoscere alla persona in quanto tale, a prescindere dalla cittadinanza- e attratto negli Usa in quel IV Emendamento nato per proteggere la libertà dei “nuovi cittadini” dalle ingerenze del Governo inglese.

Se non di vera e propria universalizzazione del diritto alla protezione dati, si tratta di una convergenza importante tra ordinamenti – quali quelli europeo e americano - così diversi tra loro e che proprio su questo terreno hanno inteso rivendicare la propria democraticità, come dimostra la posizione assunta dall’Europa rispetto alle rivelazioni di Snowden. E tuttavia, proprio nel momento in cui negli Usa si avvia un processo riformatore importante- teso a sancire garanzie effettive rispetto alle ingerenze governative nella privacy delle persone- l’Europa oggi vittima dell’offensiva terroristica rischia di rinnegare quei principi su cui ha sinora impostato il rapporto tra libertà e sicurezza e cui si sta ispirando l’ordinamento americano. Se questa tendenza è emersa rispetto a scelte di singoli Governi (si pensi, in Francia, alla costituzionalizzazione dell’emergenza quale presupposto per la deroga a libertà fondamentali o alla sospensione di alcune garanzie sancite dalla Cedu), le politiche adottate dall’Ue hanno invece nel complesso mostrato maggiore ragionevolezza. La stessa direttiva sul passenger name record 2016/681, pur promuovendo uno strumento investigativo di dubbia utilità (codice di prenotazione dei voli aerei) attraverso una raccolta massiva di dati personali (criticata infatti dal Garante europeo per la protezione dei dati), non tocca certamente gli eccessi propri di altri ordinamenti. Le ulteriori misure previste dalla comunicazione della Commissione dell’aprile 2016 sull’attuazione dell’Agenda europea sulla sicurezza per combattere il terrorismo, Com (2016) 230 sono per la maggior parte ragionevoli, in particolare sotto il profilo della protezione dati che, benché inevitabilmente compressa da alcune misure investigative, è comunque assistita da sufficienti garanzie.

Ma soprattutto l’approvazione, ad aprile 2016, del nuovo quadro giuridico europeo in materia di privacy (un regolamento di valenza più generale, n. 2016/679 e una direttiva, n. 2016/680 sul trattamento dei dati in ambito giudiziario e di polizia), determinando un’ancor più netta omogeneizzazione dei livelli di tutela di tale diritto in ambito europeo, ne ha sancito la centralità rafforzandone le garanzie anche rispetto a politiche securitarie. In questo campo rileva soprattutto la direttiva, che impone agli Stati membri di assicurare – persino in un settore, quale quello penale, tradizionalmente riservato al monopolio statuale – alcune garanzie essenziali e uniformi ai cittadini i cui dati siano trattati per fini di accertamento e prevenzione dei reati. Importante in tal senso, ad esempio, la differenziazione tra i dati “fondati su fatti” e quelli “fondati su valutazioni personali”, una tutela rafforzata a “particolari categorie di dati” (i tradizionali dati sensibili ma anche i dati genetici, biometrici e quelli relativi all’orientamento sessuale), nonché il divieto di profilazione suscettibile di determinare discriminazioni fondate su tali categorie di informazioni (si pensi al racial profiling). Importante anche il “paniere” di diritti riconosciuti all’interessato nonché le garanzie rispetto al trasferimento di dati all’estero. L’aspetto di maggiore debolezza della direttiva consiste nell’esclusione, dal suo campo di applicazione, del settore della sicurezza nazionale (bisognoso più di ogni altro di garanzie a tutela della privacy dei cittadini). Se tale risultato deriva dall’assenza di competenze dell’Unione in questa materia, tuttavia esso indebolisce inevitabilmente l’efficacia e la valenza innovativa della direttiva, cui si sottrae il settore in cui è più probabile si verifichino abusi, proprio in ragione della prevalenza degli interessi generali su quelli individuali in conflitto e della tradizionale segretezza che circonda tali attività. Pur con tali limiti, la previsione– con il regolamento e, più specificamente, la direttiva – di alcuni parametri essenziali cui gli Stati europei debbano conformare la propria disciplina (anche in materia di sicurezza) ogniqualvolta incida sul diritto alla riservatezza dei cittadini, rappresenta una garanzia di assoluto rilievo rispetto agli eccessi delle politiche securitarie, a ogni forma di sorveglianza di massa (già censurata dalla Corte di giustizia con la sentenza Digital Rights dell’8.4.2014) o ad ogni altra ingerenza sproporzionata nella sfera individuale.


Libertà nel lavoro e controlli datoriali


Quello del lavoro è il settore nel quale da noi, già negli anni’70, al diritto alla riservatezza è stato per la prima volta riconosciuto uno specifico statuto di garanzie in favore del lavoratore, in quanto parte debole del rapporto contrattuale e pertanto soggetta a un potere dispositivo, quale quello datoriale, a volte anche pervasivo. In questo stesso settore, l’equilibrio tra libertà del lavoratore e interessi datoriali sinora consolidato si sta progressivamente modificando, anche per effetto delle innovazioni apportate dalla tecnologia soprattutto nelle modalità di esecuzione dei controlli sul lavoro. Significativa in tal senso la riforma della disciplina dei controlli a distanza dei lavoratori approvata con il d. lgs. 151/15, attuativo del Jobs Act, che in particolare ha escluso la necessità della procedura concertativa o dell’autorizzazione ministeriale per i controlli funzionali alla verifica dell’orario di lavoro o comunque svolti su strumenti “di lavoro”. La riforma ha inoltre espressamente consentito il trattamento dei dati così acquisiti “per ogni fine connesso al rapporto di lavoro”, così ampliando notevolmente l’ambito di utilizzo di tali informazioni, con il rischio di legittimare anche possibili usi strumentali del controllo a distanza, deviandone il fine da quello naturalmente sotteso a tali forme di monitoraggio. Tali rischi erano stati sottolineati dal Garante per la protezione dei dati personali, in sede di audizione sullo schema di decreto legislativo, dinanzi alle Commissioni lavoro di Camera e Senato nel luglio 2015, sebbene il Governo non abbia poi ritenuto di accogliere i suggerimenti del Garante modificando il testo come proposto. Un importante correttivo potrebbe tuttavia derivare da un’interpretazione adeguatrice del testo, che tenga conto anche dei principi sanciti in materia dal diritto dell’Unione europea e dalla Cedu, come applicata dalla Corte di Strasburgo. Particolarmente rilevanti in tal senso sono i principi affermati dai giudici di Strasburgo nella sentenza, dell’11 gennaio 2016 sul licenziamento di un ingegnere romeno per inadempimento contrattuale, provato anche dall’utilizzo per fini personali, in orario di lavoro, della mail aziendale. La Corte ha, nella fattispecie, ribadito che i controlli sui lavoratori sono legittimi solo se strettamente proporzionati il fine di verifica del corretto adempimento contrattuale, limitati nel tempo e nell’ambito, previsti dalle regole aziendali, non generalizzati e giustificati da condizioni (quali ad esempio lo scarso rendimento) tali da renderne ragionevole l’esecuzione.

Un’interpretazione della nostra disciplina conforme a questi principi può dunque scongiurare il rischio di un’irragionevole ed eccessiva compressione del diritto all’autodeterminazione del lavoratore in nome delle ragioni d’impresa, ben oltre quel nucleo essenziale di ciascun diritto fondamentale, che secondo l’art. 52 della Carta di Nizza va sempre salvaguardato anche in sede di bilanciamento con altri diritti o libertà.

Riservatezza del lavoratore e soggetti vulnerabili


Più complesso si presenta il bilanciamento rispetto al tema- discusso più volte, soprattutto nel 2016, anche in Parlamento – delle videocamere negli asili, nei luoghi di cura o in contesti particolari, a tutela di soggetti incapaci o in condizioni di fragilità. Qui il tema della videosorveglianza non si esaurisce nel tradizionale conflitto tra mercato e diritti, esigenze datoriali e riservatezza del lavoratore, per inscriversi invece nel rapporto tra quest’ultima e la tutela dei soggetti incapaci ospitati nella struttura scolastica o di cura considerata. In questo caso l’esigenza di salvaguardia di soggetti, quali in particolare i minori, cui l’ordinamento assicura una tutela rafforzata in ragione della loro fragilità, legittima certamente una limitazione del diritto alla riservatezza del lavoratore maggiore rispetto a quanto sia consentito per la promozione degli interessi patrimoniali del datore di lavoro. E tuttavia neppure in tal caso – come ha affermato la Commissione europea nel 2009 - sarebbero legittimi controlli massivi, privi di alcuna selettività, capaci di fatto di privare i lavoratori tutti della legittima aspettativa di riservatezza che va invece loro garantita. Andrebbero dunque ipotizzate soluzioni tali da ridurre il più possibile l’incidenza del controllo sull’attività lavorativa, pur garantendo agli ospiti delle strutture considerate la necessaria tutela e favorendo (soprattutto nel caso degli asili) la ricostruzione probatoria di eventuali illeciti ivi compiuti, altrimenti resa estremamente difficile dalla minore età delle persone offese e dunque dalla loro ridotta attendibilità in sede di testimonianza. Le proposte di legge presentate (soprattutto alla Camera, ove si è avviata un’indagine conoscitiva in materia) prevedono invece generalmente controlli massivi senza neppure particolari garanzie in sede di accesso alle immagini raccolte. Su questo punto invece si potrebbe tentare di tracciare un equo contemperamento tra riservatezza del lavoratore e tutela dei soggetti coinvolti, prevedendo ad esempio l’accesso alle immagini solo da parte del p.m. (o della p.g. a ciò delegata) nel caso di procedimento penale vertente sugli stessi fatti. In tal modo il carattere generalizzato del controllo (ineliminabile corrispettivo di una forma di azione preventiva, idonea a precostituire eventuali elementi probatori utili a descrivere la dinamica dei fatti) è quantomeno bilanciato dai presupposti stringenti per l’accesso alle immagini raccolte, possibile soltanto agli organi inquirenti a procedimento penale iniziato. Tale soluzione consentirebbe anche di agevolare la ricostruzione dei fatti nella loro dinamica, fornendo gli elementi probatori utili all’accertamento delle relative responsabilità con certezza maggiore di quella assicurata, in particolare, dall’incidente probatorio su bambini in età prescolare, che costituisce uno dei mezzi di prova tipici in procedimenti per abusi su minori.



Informazione, libertà di espressione, dignità


Biografia individuale e memoria collettiva: il diritto all’oblio


Nell’arco di tempo considerato, importanti, numerose e non sempre uniformi sono state le decisioni - giurisdizionali e del Garante – in materia di diritto all’oblio, a seguito della sentenza della Corte di giustizia del 13 maggio 2014 nel caso Costeja/Google Spain. Particolarmente rilevante risulta l’applicazione dei principi sanciti dalla Corte (e segnatamente del bilanciamento tra protezione dati e rilevanza pubblica della notizia; tra biografia individuale e memoria collettiva) in alcuni casi relativi alla deindicizzazione di articoli di cronaca giudiziaria.

In linea generale, le richieste deindicizzazione di articoli relativi a controversie giudiziarie non sono state accolte dal Garante quando inerenti procedimenti ancora in corso, vicende di rilevanza nazionale (provv.ti 8 gennaio 2015, n. 1, doc. web n. 3730791, 16 aprile 2015, n. 224, doc. web n. 4006473 e 4 giugno 2015, n. 335 doc. web n. 4172122), strettamente connesse all’attività professionale dei richiedenti (provv. 16 aprile 2015, n. 223, doc. web n. 4006413), delitti particolarmente efferati (provv. 16 aprile 2015, n. 225, doc. web n. 4006601), in ragione della persistenza dell’interesse generale all’agevole accessibilità mediante motore di ricerca. Significativa, in tal senso,una decisione del giugno 2016 (doc web 4988654), con cui il Garante ha respinto l’istanza di deindicizzazione relativa ad alcuni articoli, pur assai risalenti, inerenti il (peraltro noto) coinvolgimento del richiedente in fatti di cronaca e procedimenti penali per reati associativi di matrice terroristica. In questo caso infatti il Garante ha ritenuto che l’efferatezza dei delitti commessi, unitamente all’esigenza di ricostruzione storica del periodo in cui quelle organizzazioni eversive sono state attive (gli anni di piombo), non facciano venir meno l’attualità della notizia. Ciò, nonostante già dal 2009 il richiedente avesse terminato di scontare la pena inflittagli, prevalendo appunto le esigenze di salvaguardia dell’interesse pubblico della notizia e dunque della sua agevole accessibilità (cfr., in senso analogo, i criteri adottati nelle linee guida del Gruppo Art 29: parere WP 26 novembre 2014, n. 225, doc. web n. 3876849).

Di contro, è stata prescritta a Google la rimozione di un articolo del 1999 inerente la visita effettuata dal richiedente, allora parlamentare, a un detenuto in regime di 41-bis o.p., cui sarebbe seguita un’indagine giudiziaria volta a verificare la correttezza del ricorso alla prerogativa parlamentare, legittimo per le sole visite in carcere volte ad accertare le “condizioni generali della detenzione”. L’accoglimento della richiesta è stato motivato in ragione del rilevante lasso di tempo trascorso dalla vicenda e del mancato incardina mento di un procedimento penale nei confronti del richiedente (provv. 5 febbraio 2015, n. 64, doc. web n. 3793836).

Per quanto concerne, invece, le decisioni giurisdizionali, va ricordata in particolare la sentenza 13161/2016 del 30 giugno 2016, con cui la Cassazione ha ritenuto doverosa la deindicizzazione, a soli due anni e mezzo dalla pubblicazione fatti e nonostante la pendenza del relativo procedimento penale, di un articolo di stampa inerente un omicidio avvenuto nel locale appartenente al richiedente. Non del tutto in linea con la valutazione in concreto richiesta dalla sentenza Costeja, la Cassazione ha definito in linea generale adeguato all’accoglimento delle istanze di deindicizzazione un tempo di due anni e mezzo dalla pubblicazione, ritenendo eccessivamente pregiudizievole per gli interessati l’indiscriminata accessibilità della notizia consentita dai motori di ricerca, oltre quel periodo.


La tutela della dignità tra social network e blog

Tra il 2015 e il 2016 ha assunto un’importanza centrale il tema del rapporto tra protezione dati e libertà di espressione, nelle sue reciproche implicazioni anche con il diritto di (e all’)informazione.

Per quanto concerne la libertà di espressione in rete e in particolare sui social network, è in primo luogo importante l’accordo concluso il 31 maggio 2016 tra Commissione Ue e i gestori dei principali social network per il contrasto dell’hate speech. Con la sigla del protocollo che contiene una sorta di codice di condotta, Twitter, Facebook, Microsoft e Youtube si sono impegnati ad ostacolare l’incitamento all’odio in rete rimuovendo o rendendo comunque inaccessibili i contenuti in questione entro 24 ore dalla notifica. Ai fini della definizione della categoria dell’hate speech, l’accordo si rifà alla decisione quadro per il contrasto del razzismo e della xenofobia e in particolare alla condotta, lì descritta, di pubblico incitamento alla violenza o all’odio contro persone o gruppi in riferimento a razza, colore, religione, discendenza nazionale o etnica. Rilevando come i social media siano strumenti elettivi per la radicalizzazione e la discriminazione, le società e la Commissione si sono impegnate nel promuovere “contro-narrazioni indipendenti e nel supportare programmi educativi per incoraggiare il pensiero critico”.

La rimozione dei contenuti illeciti (perché lesivi della dignità di un minore) è, sotto un diverso profilo, prevista quale tutela remediale in forma specifica dalla proposta di legge sul cyber bullismo (AC 3139), attualmente all’esame della Camera dei deputati in seconda lettura. In questo caso, come anche per l’hate speech, la tutela della dignità si realizza proteggendo i dati personali della vittima e, soprattutto, rimuovendo dalla rete i dati falsi o comunque illecitamente trattati. Non a caso, la proposta di legge sul cyber bullismo attribuisce al Garante per la protezione dei dati personali il potere di disporre la rimozione dei contenuti illeciti, a prescindere dalla rilevanza penale della condotta.

Importante anche il provvedimento emesso l’11 febbraio 2016 nei confronti di Facebook (Doc web 4833448), con cui il Garante ha accordato a un utente di Facebook la tutela dei propri dati personali anche rispetto a un falso profilo creato da terzi utilizzando indebitamente informazioni dell’interessato. La pronuncia si contraddistingue anche per aver radicato la competenza del Garante italiano rispetto alla condotta di un soggetto, quale Facebook, la cui sede principale è all’estero, in base ai principi sanciti dalla Corte di giustizia con la citata sentenza Costeja e con quella resa nel caso Weltimmo nel 2015.

Per quanto concerne il rapporto tra informazione e riservatezza, particolarmente rilevante è la decisione del 27 gennaio 2016 (doc web 4747581) con cui il Garante ha ritenuto applicabile ai blog d’informazione la disciplina speciale dettata per i giornalisti professionisti, escludendo l’illiceità della pubblicazione – benché in assenza del consenso dell’interessato- di notizie e commenti purché nel rispetto degli altrui diritti, libertà e dignità. Si è così espressamente estesa anche ai blog d’informazione il sotto-sistema speciale applicabile al giornalismo “tradizionale”, con le sue tutele rafforzate ma anche con i suoi oneri specifici. Tra questi un rilievo determinante ha l’obbligo di lealtà e correttezza che si articola, tra l’altro, nel divieto di ricorso ad artifici o raggiri, come già precisato nel provvedimento dell’11 settembre 2014 (doc web 3405138), relativo a una sostituzione di persona realizzata nel corso della trasmissione “La zanzara”, al fine di carpire all’interlocutore dichiarazioni confidenziali. Tale specifico metodo utilizzato dalla trasmissione in esame è stato oggetto di un ulteriore provvedimento del 2.12.15 (doc web 4634594), con cui ne è stata sancita l’illiceità per violazione, appunto, dell’obbligo di lealtà e correttezza cui il giornalista deve attenersi anche nella fase di acquisizione delle notizie.


Cronaca giudiziaria, giurisprudenza in rete e tutela delle parti processuali

Diversi sono stati, nel periodo considerato, i provvedimenti del Garante relativi ad articoli di cronaca giudiziaria (e non solo) caratterizzati da un eccesso di dettagli inerenti la vita sessuale o comunque privata di soggetti (spesso anche vittime) coinvolti a vario titolo in inchieste giudiziarie, in violazione del principio di essenzialità dell’informazione. In un caso, poi, si è addirittura violato il divieto (penalmente sanzionato) di pubblicazione dei dati identificativi delle vittime di reati contro la libertà sessuale, volto a evitare i danni ulteriori suscettibili di derivare alla persona offesa dalla conoscenza, da parte di terzi, degli abusi subiti (doc web. 4172412 del 18 giugno 2015).

Mira poi a garantire una tutela rafforzata alle parti processuali la revisione del regime di pubblicità delle sentenze attualmente all’esame delle Camere (schema di decreto legislativo di riforma del codice dell’amministrazione digitale), che tenendo conto degli effetti, del tutto peculiare, della pubblicazione in rete, prevede – come aveva anche suggerito il Garante – l’oscuramento, al momento della pubblicazione, dei nomi presenti nelle pronunce giurisdizionali. Si tratta di un’innovazione del tutto condivisibile in quanto volta a coniugare, nel modo migliore, l’esigenza di massima conoscenza del patrimonio giuridico giurisprudenziale, trasparenza della giustizia e riservatezza di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nei processi.

Sul rapporto tra riservatezza dei soggetti coinvolti nei procedimenti giudiziari e diritto di informazione, importanti sono i principi affermati nelle direttive di talune Procure (Torino, Roma, Firenze) e in analoghe linee-guida del Csm del 29 luglio 2016, volte - nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa – ad evitare la trascrizione di conversazioni intercettate relative ad aspetti irrilevanti ai fini delle indagini o terzi estranei. Contenendo in tal modo l’introduzione, nel fascicolo giudiziario, di dati personali non strettamente funzionali in termini investigativi, si potrebbe quindi contribuire a ridurre sensibilmente il rischio di una loro indebita divulgazione sulla stampa..