Habeas corpus e garanzie

Scritto da: Federica Resta

Aggiornato al: 19/10/2016

Il punto della situazione


Nel precedente Rapporto segnalavamo come, rispetto alla disciplina della limitazione della libertà, nelle sue varie forme, si stesse avviando nel nostro Paese una fase di riforme lenta e timida, ma pur sempre degna di nota. Su impulso della Corte europea dei diritti umani- che da ultimo nel 2013 ha condannato l’Italia per il sovraffollamento penitenziario - si sono infatti adottati alcuni provvedimenti in funzione deflattiva tanto delle presenze in carcere quanto, più in generale, di tutta l’area del penalmente rilevante e, quindi, dell’incidenza di misure limitative della libertà. Con la legge 67 del 2014, in particolare, si è delegato il Governo a provvedere a un’ampia deflazione penale, da attuarsi sia sul piano sostanziale - con la previsione generale della non punibilità per particolare tenuità del fatto, di un’incisiva depenalizzazione e di un’ancora inattuata decarcerizzazione – sia su quello processuale, segnatamente con la messa alla prova dell’imputato, capace di estinguere il reato se proficuamente sostenuta.. Un effetto sicuramente positivo si è invece avuto con la modifica della disciplina della custodia cautelare in carcere, che ne ha accentuato la residualità in favore di misure meno gravose e ha espunto alcune presunzioni di pericolosità tali da imporre il ricorso al carcere.

Si tratta di miglioramenti, pur lievi, conseguenti alle modifiche legislative degli anni 2013-2015, ma che necessitano di misure complementari e di un complessivo ripensamento non solo del sistema penitenziario ma anche, più in generale, di quello penale, come sottolineato anche nell’ambito degli Stati generali dell’esecuzione penale convocati dal Ministro della giustizia a fine 2015. Molte delle proposte discusse in quella sede sono all’esame del Parlamento, all’interno di un disegno di legge-delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario, tesa a valorizzare la funzione di reinserimento sociale della pena (anche mediante il lavoro, l’affettività, l’attività riparatoria), ampliando il ricorso a misure alternative e benefici penitenziari, riducendo anche le presunzioni di pericolosità a ciò ostative. Il provvedimento delega anche il Governo alla riforma della disciplina degli autori di reato infermi di mente, in favore di misure di cura o controllo modulate sulle necessità terapeutiche, rivisitando altresì, per i semi-imputabili, il regime del doppio binario (applicazione congiunta di pena e misura di sicurezza), nell’ottica del minor sacrificio possibile della libertà personale.

Per quanto invece riguarda la tutela della dignità nella privazione della libertà, rispetto alle più gravi forme di abusi e violenze quali, in particolare, la tortura, il nostro Paese resta inadempiente agli obblighi assunti in sede internazionale e sanciti in Costituzione, ritardando ulteriormente l’approvazione del relativo disegno di legge, in un testo peraltro persino peggiorato rispetto a quello originario.

Quanto, infine, alle misure limitative della libertà per i soli stranieri, a fronte della denuncia, da parte della Commissione diritti umani del Senato, delle condizioni drammatiche che caratterizzano i centri per l’identificazione e l’espulsione e della rinuncia del Governo a depenalizzare il reato di immigrazione irregolare, la Corte di giustizia dichiara illegittima la detenzione di cittadini stranieri per il solo transito irregolare all’interno degli Stati membri.


Depenalizzazione, decarcerizzazione, deflazione penale


Tra il 2015 e la prima metà del 2016 sono state attuate molte delle riforme emanate a seguito della condanna della Cedu per le condizioni di violazione della dignità nelle quali si trovano i detenuti nelle nostre carceri. Alcuni risultati importanti si sono raggiunti proprio sotto questo profilo, con la riduzione del tasso di sovraffollamento penitenziario, negli ultimi due anni dal 131 al 105%. Si consideri in particolare che, se alla fine del 2010- l'anno in cui venivano notificati i ricorsi Torreggiani al Governo italiano- il numero dei soggetti in esecuzione penale esterna era di 21.494 ed erano 67.971 i ristretti in carcere, al 31 dicembre 2015 la popolazione carceraria è scesa a 52.164 detenuti, a fronte di 39.274 soggetti in regime di esecuzione penale esterna, dunque con una crescita di quasi 18.000 unità in termini assoluti. Meno rilevante il decremento della popolazione detenuta rispetto al 31.12.2014, quando il tasso di presenze registrato era di 53.623, a fronte di 31.962 soggetti in regime di misure alternative, pur con un crescendo costante rispetto agli anni precedenti se si considera il dato dei 29.747 beneficiari di misure alternative dell’anno precedente e dei 22.511 del dicembre 2012. Anche la qualità del percorso trattamentale sembra lievemente migliorare, come dimostra il fatto che le convenzioni stipulate nel corso del 2015 abbiano reso disponibili 12.687 posti di lavoro per lo svolgimento di attività di carattere riparativo. A fine del 2015 i detenuti ammessi al lavoro esterno erano 1.413 mentre la sanzione della messa alla prova era in corso in favore di 6.557 condannati in luogo dei 505 destinatari della misura al 1ogennaio dello stesso anno.

Alcuni importanti effetti deflattivi sull’area del carcere e sul sistema penale in generale derivano dall’attuazione delle deleghe contenute nella legge 67 del 2014. Sotto il profilo della riduzione dell’area del penalmente rilevante, va ricordato anzitutto il d.lgs. 6/2016 che ha provveduto a trasformare in illeciti amministrativi diversi reati puniti con la sola sanzione pecuniaria (c.d. depenalizzazione cieca) ovvero individuati ad hoc dalla legge delega (depenalizzazione nominativa. Il d.lgs. 7/2016 ha invece abrogato alcuni reati a tutela della fede pubblica, dell’onore e del patrimonio, contestualmente introducendo illeciti corrispondenti puniti con sanzioni pecuniarie civili. Quest’ultimo decreto valorizza – sul modello dei punitive damages – la funzione compensativa assolta dagli istituti della responsabilità civile, rispetto a delitti a tutela di interessi privati e procedibili a querela, così ricollocandone il disvalore sul piano delle relazioni private.

Se questi decreti hanno un effettivo deflattivo più sul sistema penale in generale che sul carcere in senso stretto (trattandosi di reati puniti con pene generalmente diverse), un impatto sul sistema penitenziario deriva invece – oltre che dall’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato – anche in certa misura dall’istituto, previsto dal d.lgs. 28/2015, della non punibilità per particolare tenuità del fatto. Tale causa di non punibilità è dichiarabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento, rispetto ad alcuni reati puniti con sanzioni non superiori nel massimo a cinque anni di reclusione, quando risulti la particolare tenuità dell'offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l'esercizio dell'azione civile per il risarcimento del danno. Un importante effetto deflattivo sulle presenze in carcere deriverebbe dall’attuazione della delega, contenuta nella l. 67/2014 e tuttavia non ancora esercitata nonostante la scadenza del termine, per l’introduzione di pene detentive non carcerarie da eseguire presso il domicilio quali pene principali (che dunque irroghi lo stesse giudice di cognizione in sentenza e non il magistrato di sorveglianza).

Sta portando a una riduzione del tasso di detenuti in attesa di giudizio (8.523 al 31.12.15 contro gli 11.108 del 31.12.13) la l. 47/2015, che in particolare limita l’ambito della custodia cautelare “obbligatoria” secondo le indicazioni della Consulta; accentua la residualità del ricorso alla custodia cautelare, ammettendola solo ove le altre misure, pur cumulativamente applicate, non possano soddisfare le esigenze cautelari, prevedendo requisiti più stringenti per la valutazione (e la motivazione) delle esigenze cautelari; accentua, infine, il principio di gradualità delle misure, segnatamente consentendo al giudice, in caso di aggravamento delle esigenze cautelari, anche l’applicazione congiunta di altra misura coercitiva o interdittiva, così da minimizzare il ricorso al carcere.


Garanzie nella privazione della libertà e reinserimento sociale del condannato


In ordine alle garanzie da accordarsi nella privazione della libertà, deve anzitutto registrarsi con favore l’effettiva costituzione, dalla fine del 2015, del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale; organo di assoluto rilievo al fine di assicurare l’effettività dei diritti di detenuti, internati e soggetti trattenuti nei c.i.e. , anche prevenendo possibili abusi.

Positiva sembra anche l’applicazione del modello detentivo della sorveglianza dinamica o custodia “aperta”, fondato sulla permanenza all’esterno della cella per almeno otto ore al giorno dei detenuti in regime di media sicurezza e, in alcune realtà, anche di coloro che si trovano in regime di alta sicurezza. Quanto alla presenza in carcere di bambini al seguito della madre detenuta, benché nel corso del 2015 il relativo numero si sia ridotto significativamente (passando da 34 a 19) anche grazie all’istituzione di alcuni nuovi istituti a custodia attenuata (in particolare: quello di Torino), è auspicabile che almeno per le madri (o padri, in assenza dell’altro genitore) di bambini di età inferiore ai dieci anni la detenzione in carcere (a titolo di pena o di custodia cautelare) vada del tutto esclusa e sostituita con la detenzione domiciliare ovvero, in assenza di dimora o in presenza di esigenze di sicurezza particolari, con l’assegnazione a un icam o, preferibilmente, a una casa-famiglia protetta.

Alcune novità importanti in ordine alle garanzie nell’esecuzione della pena, volte a valorizzarne la componente rieducativa, sono previste dal disegno di legge sulla riforma del processo penale (AS 2067), attualmente in seconda lettura. Esso, in particolare, contiene una delega in materia penitenziaria, volta alla revisione della disciplina dell’accesso alle misure alternative, innalzando a 4 anni il limite di pena che impone la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena, rafforzando le garanzie del contraddittorio nel procedimento di sorveglianza (con la presenza dell’interessato e la pubblicità dell’udienza); prevedendo come necessaria l’osservazione scientifica della personalità da condurre in libertà, stabilendone tempi, modalità e soggetti chiamati a intervenire; integrando le previsioni sugli interventi degli uffici dell’esecuzione penale esterna; eliminando automatismi e preclusioni ostativi – sia per i recidivi che per gli autori di determinate categorie di reati- all’individualizzazione del trattamento rieducativo e alla differenziazione dei percorsi penitenziari in base alla tipologia dei reati commessi e alle caratteristiche personali del condannato; rivedendo la disciplina di preclusione dei benefìci penitenziari per i condannati all’ergastolo, salvo per i casi di eccezionale gravità e pericolosità specificatamente individuati (tra i quali i delitti di mafia e terrorismo); configurando attività di giustizia riparativa quali momenti qualificanti del percorso rieducativo sia in carcere sia nell’esecuzione di misure alternative; ampliando le opportunità di lavoro retribuito, sia all’interno che all’esterno del carcere, nonché di attività di volontariato e reinserimento sociale dei condannati; riconoscendo, infine, il diritto all’affettività delle persone detenute e internate, disciplinandone le modalità di esercizio.

In ordine all’esecuzione della pena a carico di minorenni, la delega prevede: l’ampliamento dei criteri per l’accesso alle misure alternative alla detenzione, con particolare riferimento ai requisiti per l’ammissione dei minori all’affidamento in prova ai servizi sociali e alla semilibertà; l’eliminazione di ogni automatismo e preclusione per la revoca o la concessione dei benefìci penitenziari, in contrasto con la funzione rieducativa della pena e con il principio dell’individualizzazione del trattamento; la valorizzazione dell’istruzione e della formazione professionale quali elementi qualificanti del trattamento dei detenuti minorenni, nonché dei contatti con il mondo esterno quale criterio guida nell’attività trattamentale in funzione del reinserimento sociale.

Anche in questo caso la delega reca principi importanti, volti ad accentuare la funzione di reinserimento sociale della pena in particolare promuovendo misure, quali le alternative alla detenzione, che diversamente dal carcere favoriscono il graduale riavvicinamento del condannato alla società, rompendo quella separatezza che caratterizza invece la realtà inframuraria. Importante anche il potenziamento della risocializzazione attraverso il lavoro, il volontariato, l’istruzione, la formazione professionale, l’attività riparatoria, il diritto all’affettività in carcere, l’attenzione alle specifiche esigenze dei detenuti stranieri e minori di età.

Positiva è anche l’eliminazione di molte presunzioni di pericolosità tali da impedire o limitare l’accesso del condannato a misure alternative, incompatibili con il principio di individualizzazione del trattamento, funzionale alla finalità rieducativa e di reinserimento sociale della pena. Parimenti positiva è la valorizzazione dell’attività di giustizia riparativa quale componente qualificante del percorso rieducativo, in quanto idonea a favorire il superamento della frattura tra reo e vittima (o comunque tra reo e società, almeno per i c.d. reati “senza vittima”) ingenerata dal reato e tale da promuovere, nel condannato, la riacquisizione di parametri di comportamento conformi all’ordinamento. Rispetto a questa delega non può però non rilevarsi l’eccessiva ampiezza dei criteri direttivi, suscettibile di legittimare anche un’attuazione della legge solo in parte innovativa. Va del resto segnalata la contraddittorietà interna allo stesso disegno di legge, che se da un lato, sotto il profilo penitenziario ed esecutivo rafforza il principio di minimizzazione del sacrificio della libertà, dall’altro, sotto il profilo del diritto penale sostanziale, amplia notevolmente i presupposti per la limitazione della libertà. Si prevedono infatti ulteriori inasprimenti di pena per delitti già caratterizzati da notevole rigore sul piano sanzionatorio (segnatamente reati contro la pubblica amministrazione) e una riforma della disciplina della prescrizione del reato che ne estende i termini in misura rilevantissima. Si tratta di una contraddizione propria della politica penale attuale nel suo complesso, dal momento che a fronte della presa di coscienza della necessità di un’ampia riforma in senso deflattivo non solo del sistema penitenziario ma anche, più in generale, del sistema penale, permane una tendenza all’uso strumentale del diritto penale, espressa dall’introduzione di ulteriori fattispecie incriminatrici o da inasprimenti sanzionatori, spesso sproporzionati rispetto alle reali esigenze di contrasto. Quest’incoerenza interna all’ordinamento, la coesistenza (spesso nell’ambito della stessa legge) di tendenze repressive e, al contrario, di modifiche ispirate al principio del favor libertatis, ostacola inevitabilmente l’avvio di una riforma organica e complessiva dei sistemi penale e penitenziario tale da rendere la limitazione della libertà l’extrema ratio cui ricorrere in assenza di idonee alternative meno gravose.

Il divieto di tortura


Sotto un diverso profilo, già nel precedente Rapporto segnalavamo l’urgenza dell’introduzione nel nostro ordinamento del delitto di tortura, in adempimento non solo degli impegni assunti in sede internazionale ma anche dell’unico obbligo di tutela penale sancito in Costituzione, a tutela della dignità delle persone sottoposte a misure limitative della libertà. Oggi non si può che stigmatizzare lo stallo che caratterizza ancora l’esame del disegno di legge che introduce il reato di tortura, peraltro in un testo decisamente peggiore di quello originario.

E questo, nonostante il 23 febbraio 2016 la Corte Europea dei diritti umani abbia condannato l’Italia per violazione del divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti, per aver consentito che durante il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar egli venisse sottoposto a simili trattamenti e per non aver accertato le responsabilità per tali reati. L’accertamento giudiziale è stato infatti impedito dall’opposizione del segreto di Stato, nei relativi procedimenti penali, da parte dei vari Governi succedutisi, ostativo alla definitiva attribuzione di responsabilità per la rendition di Abu Omar.

A fronte di sentenze come queste (e già della precedente Cestaro, resa dalla stessa Cedu a proposito degli abusi subiti da alcuni manifestanti al G8 di Genova del 2001), che dimostrano come la tortura sia oggi, nel nostro Paese, tutt’altro che un ricordo, il Parlamento fatica ancora ad approvare una legge in materia. Al momento in cui scriviamo, l’Assemblea del Senato ha ancora in calendario l’esame, in terza lettura, del disegno di legge che introduce tale delitto, pur configurato, diversamente dalla maggior parte delle convenzioni internazionali, come reato comune (dunque realizzabile da chiunque e solo aggravato ove l’autore sia un soggetto pubblico). Rispetto al testo votato in prima lettura si registra un significativo peggioramento, dovuto alla molteplicità dei requisiti richiesti per l’integrazione della fattispecie. Ad esempio a tal fine le violenze o minacce inferte devono essere, oltre che più di una e gravi, anche “reiterate”. Oltre a rendere più difficile la prova del reato, ciò significa che la dignità può dirsi violata solo se lo sia ripetutamente. Oltre al trattamento inumano o degradante, si dovrà provare che l’autore abbia agito “con crudeltà”, il che è alquanto complesso vista la difficoltà di dimostrazione del movente psicologico. Perché il reato sussista, esso dovrebbe produrre, se non “acute sofferenze fisiche” un “verificabile trauma psichico”: anche in questo caso l’onerosità della prova rischia di vanificare l’applicazione della norma. Tra le possibili relazioni di soggezione che devono caratterizzare il rapporto tra vittima e autore scompare l’affidamento all’altrui “autorità”, escludendosi così quelle situazioni (proprio le più problematiche) in cui la vittima non è stata ancora sottoposta a un provvedimento formale di custodia o, peggio, nei suoi confronti sia stato adottato un atto illecito. Si rischia così di privare di tutela proprio le vittime soggette a un potere tanto più pericoloso quanto più informale o addirittura abusivo.

Il disagio psichico, tra cura e difesa sociale


In ordine al rapporto tra devianza e disagio mentale, nel precedente Rapporto si evidenziava, tra l’altro, l’esigenza di accelerare l’effettiva sostituzione degli ospedali psichiatrici giudiziari con strutture a carattere essenzialmente terapeutico destinate ad accogliere gli autori di reato affetti da disagio psichico (c.d. rems), nonché di una complessiva rivisitazione della disciplina delle misure di sicurezza personali, che andrebbero concepite come misure terapeutiche e di miglioramento (sul modello tedesco e spagnolo). Sotto il primo profilo, nonostante la flessione, in prossimità dello scadere del termine per la chiusura degli opg, delle presenze degli internati (689 il 31.3.15 a fronte degli 88 del 31.1.14), a causa della mancata attivazione delle rems da parte di alcune Regioni o alla ridotta capienza di altre, non è stato possibile trasferire tutti gli internati, 194 dei quali risultavano ancora ristretti negli opg alla data dell’8.11.15. La mancanza di posti disponibili ostacola peraltro l’esecuzione di provvedimenti applicativi di misure di sicurezza detentive nei confronti di soggetti provenienti dalla libertà o da altri luoghi di detenzione, affetti da incapacità totale o parziale. Per tentare di superare questi ostacoli è stato disposto il commissariamento delle regioni inadempienti, sebbene ovviamente al di là della creazione di ulteriori posti disponibili per l’applicazione di misure di sicurezza detentive sia necessario ripensarne struttura e funzioni.

In tal senso si muove il già citato disegno di legge per la riforma del processo penale (AS 2067) che reca, in particolare, una delega per la rivisitazione - nella prospettiva del minor sacrificio possibile della libertà perso-nale- del regime del «doppio binario» (ovvero dell’applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza personali ai soggetti imputabili), limitandolo ai soli delitti di criminalità organizzata, disciplinando comunque la durata massima delle misure di sicurezza personali, l’accertamento periodico della persistenza della pericolosità sociale, la cui sopravvenuta carenza determini la revoca delle misure stesse. La delega dispone anche la revisione del modello definitorio dell’infermità, attraverso clausole idonee a valorizzare l’incidenza dei disturbi della personalità.

Con riguardo ai soggetti non imputabili al momento del fatto, la delega prevede – sul modello tedesco e spagnolo - l’applicazione di misure terapeutiche e di controllo, determinate nel massimo e da applicare tenendo conto della necessità della cura, in base a un accertamento periodico della persi-stenza della pericolosità sociale e della necessità della cura, il venir meno delle quali determina la revoca delle misure. Relativamente ai soggetti che abbiano capacità di intendere e volere diminuita, si prevede l’abolizione del doppio binario e l’introduzione di un sistema sanzionatorio finalizzato al superamento delle condizioni che hanno determinato la diminuzione di capacità, anche con il ricorso a trattamenti terapeutici o riabilitativi e l’accesso a misure alternative, pur salvaguardando le esigenze di prevenzione. Si dispone anche la limitazione della sospensione del procedimento per incapacità dell’imputato ai soli casi di incapacità reversibile, prevedendo, nei casi di incapacità irreversibile, l’adozione una pronuncia di non doversi procedere, per evitare sospensioni sine die e il fenomeno dei c.d. “eterni giudicabili”.

Infine si dispone di destinare alle rems prioritariamente i soggetti per i quali sia stato accertato in via definitiva lo stato di infermità al momento della commissione del fatto, nonché i soggetti per i quali l’infermità di mente sia sopravvenuta durante l’esecuzione della pena, gli imputati sottoposti a misure di sicurezza provvisorie e tutti coloro dei quali vadano accertate le condizioni psichiche, qualora gi istituti penitenziari alle quali siano destinati non siano idonei a garantire i trattamenti terapeutico-riabilitativi conformemente alle specifiche esigenze di trattamento individuali e di tutela del diritto alla salute.

Si tratta, nel complesso, di principi importanti, in quanto volti a valorizzare, nelle misure di sicurezza, la componente di cura che dovrebbe essere prevalente rispetto a quella socialdifensiva, nei confronti di soggetti affetti da disagio psichico benché autori di reati. La delega è tuttavia connotata da una certa vaghezza, con criteri direttivi eccessivamente ampi e dunque tali da conferire una notevole discrezionalità al Governo, nell’esercizio del potere legislativo delegatogli, con il rischio di determinare, in fase attuativa, un depotenziamento della spinta innovativa di questa riforma.La libertà dei migranti


Un’importante innovazione in ordine alle condizioni di libertà dei migranti nel nostro Paese sarebbe potuta derivare dalla depenalizzazione del reato di immigrazione irregolare, prevista dalla l. 67/2014, ma non attuata dal Governo con il d.lgs. 6/2015. Tale scelta – contrastata dalle Camere in sede di parere sullo schema di decreto – è stata rivendicata dal Governo con l’esigenza di “preparare l’opinione pubblica” (!), nonostante persino il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo si sia espresso in favore della depenalizzazione di un reato che oltre che inutile appare anche, addirittura, dannoso alle indagini sul traffico di essere umani. Si ritiene infatti, in primo luogo, che questo reato sia caratterizzato da una notevole ineffettività: data l’incapienza dei condannati, infatti, la sanzione pecuniaria prevista è esclusivamente simbolica e l’unica minimamente applicata (pur con tutte le difficoltà, anche qui) resta la misura amministrativa dell’espulsione. Inoltre, come sottolinea il Procuratore, il reato appare addirittura disfunzionale rispetto alle indagini, in quanto la qualità di indagato del soggetto ne ostacola la collaborazione con l’autorità giudiziaria (spesso per timore di ritorsioni), in quanto proprio in ragione di tale status è sottratto all’obbligo (altrimenti gravante sul testimone) di dire la verità, in omaggio al principio nemo tenetur se detegere. Come sottolineava il parere delle Commissioni, infatti, “la trasformazione del reato in illecito amministrativo non inciderebbe sulla funzione preventiva di deterrente della sanzione, ma avrebbe il pregio di consentire alla magistratura di interrogare i soggetti entrati in Italia clandestinamente senza considerarli indagati, ma come vittime del reato di traffico di esseri umani". Sembra dunque che, finché le scelte legislative saranno fondate non su dati di realtà ma sulla loro percezione, non ci libereremo mai dell’uso simbolico del reato e della pena e, soprattutto, del diritto penale del nemico.

In favore dell’applicazione della sola misura dell’allontanamento in caso di mero ingresso irregolare nel territorio nazionale si è, del resto, espressa la Corte di giustizia Ue con sentenza del 7.6.2016, ribadendo che il trattenimento del migrante, anche fino al termine massimo previsto dalla direttiva rimpatri (18 mesi), è ammesso solo in caso di inottemperanza al (o rischio di violazione del) provvedimento espulsivo, dovendo negli altri casi procedersi al rimpatrio.

Ha invece legittimato un’ulteriore ipotesi di trattenimento il d.lgs. 142/2015, di attuazione della direttiva 2013/33/Ue in materia di procedure per il riconoscimento dello status di protezione internazionale, secondo cui- durante il periodo in cui il richiedente è autorizzato a restare sul territorio nazionale per la decisione del ricorso avverso il diniego dello status di protezione - il trattenimento può essere prorogato, anche fino a dodici mesi complessivamente. Sul punto, la sentenza Arslan dea Corte di giustizia, del 3 maggio 2013, ha precisato che il trattenimento per i richiedenti protezione è ammissibile purché non automatico ma disposto in base a una verifica caso per caso.