Rom Sinti Caminanti

Scritto da: Ulderico Daniele

Aggiornato al: 19/10/2016

Il punto della situazione


Anche nell’arco del biennio fra il 2014 ed il 2015 non si segnalano interventi legislativi che abbiano significativamente modificato la situazione dei gruppi rom e sinti presenti nel nostro paese.

Il tema del riconoscimento dello status di minoranza linguistico-culturale ha animato un interessante dibattito fra gruppi ed organizzazioni rom e pro-rom, ma non ha avuto alcun eco a livello parlamentare. In generale, il tema rom è progressivamente scomparso dal dibattito politico nazionale e, soprattutto dall’agenda politica del governo. Sono state ancora le vicende di cronaca o le indagini della Magistratura a portare il tema all’ordine del giorno, stimolando però un dibattito principalmente incentrato sull’immagine simbolica e politica della “ruspa”. In assenza di iniziative politiche nazionali, sono ancora i contesti locali gli scenari concreti in cui si costruiscono le possibilità effettive di tutela dei diritti dei rom e dei sinti, a partire dalla questione centrale del diritto all’abitare. Nonostante riguardi soltanto una percentuale non maggioritaria dei rom che vivono in Italia, il problema dei “campi-nomadi” rappresenta ancora un tema ben presente nelle agende degli amministratori locali, e le strategie per affrontare queste situazioni possono essere considerate come la spia essenziale dell’atteggiamento verso i gruppi rom. Il tema della de-segregazione abitativa non rimanda soltanto alla necessità di garantire condizioni di vita degne, ma costituisce una vera e propria cartina di tornasole rispetto alle modalità con cui vengono pensati, o meno, modelli e percorsi di inclusione sociale.

Rom, il nemico pubblico passato di moda


Il dato di partenza nel considerare lo stato dei diritti dei rom nel nostro paese è la complessiva perdita di centralità e di visibilità della cosiddetta “questione rom” rispetto all’agenda politica del nostro paese.

Dopo gli anni dell’ “Emergenza Nomadi”, in cui l’attenzione alle presenze di rom e sinti si è materializzata in iniziative discriminatorie ed esclusivamente finalizzate al controllo, come i famigerati censimenti, e nonostante l’immaginario delle “ruspe arrembanti” che rinnova la mitologia risolutiva dello sgombero, “zingari” e “nomadi” sembrano infatti sostituiti nel palinsesto del dibattito politico e mediatico da un’altra figura ugualmente pericolosa, quella del “profugo” la cui rappresentazione è polarizzata fra le drammatiche immagine degli sbarchi e la sempre presente - e pan-europea - retorica dell’invasione.

La questione rom ha così relativamente perso centralità, ritornando a far discutere politici ed amministratori soltanto in relazioni a vicende locali o in occasioni eccezionali, come nel caso dell’inchiesta “Mafia capitale” che ha scoperchiato la vasta rete di tangenti nella gestione degli appalti del Comune di Roma. Tuttavia, anche in questo caso, la scoperta di un circuito di tangenti attorno ai finanziamenti per la costruzione e la gestione dei campi nomadi cui partecipavano politici locali, funzionari dell’amministrazione, esponenti del terzo settore e imprenditori locali assieme a figure della criminalità organizzata romana, ha stimolato un dibattito politico che si è concentrato, e si è anche esaurito, attorno al dilemma “ruspa si\ruspa no”.

Al di là di queste rare, e peraltro non certo utili, apparizioni nel dibattito politico e nei media, la situazione dei rom e dei sinti è quindi progressivamente scomparsa dall’agenda politica, finendo in una sorta di oblio e di disinteresse, almeno per quel che riguarda il livello politico nazionale.

Quello che negli anni scorsi si è accreditato come l’attore principale delle politiche per i rom, l’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali, ha soltanto da pochi mesi un nuovo direttore, ma, anche a causa del ridimensionamento dell’organico che ha accompagnato la sostituzione del precedente direttore Marco De Giorgi, i margini di intervento dell’ufficio rimangono in sostanza limitati. Lo strumento principale di intervento, ovvero la Strategia Nazionale di Inclusione per i rom e sinti, che l’Ufficio ha emanato nel 2012, rimane poi uno strumento di indirizzo delle politiche che però non impegna gli organi di governo né vincola le amministrazioni locali a perseguire gli obiettivi dichiarati. Di conseguenza, dopo una fase iniziale di attenzione verso il tema, il numero delle amministrazioni regionali e comunali che hanno avviato le procedure di governance previste dalla SNI non è aumentato. Inoltre, non si registrano avanzamenti significativi per quanto riguarda il lavoro dei tavoli tematici aperti a livello nazionale con il coinvolgimento di diversi Ministeri. In questa situazione di oggettiva difficoltà e di limitazione degli strumenti d’intervento, che dovrebbe stimolare ripensamenti e riprogettazioni degli strumenti e delle strategie di policy messe fino ad oggi in campo, l’UNAR è invece riuscito a guadagnare competenze e possibilità di indirizzo per quel che riguarda l’utilizzo di una quota significativa dei fondi europei destinati agli interventi sociali; su questo terreno il confronto con le amministrazioni locali e con i ministeri è ancora totalmente aperto.

Se a livello nazionale si registra una situazione di stallo che non lascia certo presagire cambiamenti positivi, è sempre nei contesti locali, ovvero capacità di rispondere alle cicliche e in alcun casi consolidate emergenze, che si costruiscono, o meno, le condizioni per il rispetto dei diritti dei rom e dei sinti. Il tema centrale risulta ancora essere quello dell’abitare, non tanto perché la realtà dei campi-nomadi riguardi la totalità della popolazione rom, ma perché il tema della concentrazione e della separazione costruisce ancora il paradigma di riferimento degli interventi destinati a questa fascia della popolazione.

I casi che descriveremo rapidamente riguardano tre città che negli ultimi mesi hanno sviluppato atteggiamenti assai diversi di fronte ai rom e ai campi nomadi; partiremo da Roma, che esemplifica in maniera chiara la stagione del disinteresse, con tutte le conseguenze sulle persone; proseguiremo poi con la vicenda di Giugliano comune nei pressi di Napoli, dove, così come in altre città italiane, la logica dei campi-nomadi ritorna come unico modello di intervento; infine guarderemo all’esperienza milanese per mettere in evidenza luci ed ombre di una politica locale che ha esplicitamente perseguito il superamento dei campi-nomadi.


Roma: oltre il superamento, l’abbandono


La questione rom a Roma sembrerebbe a prima vista contraddistinta da una serie di elementi che dovrebbero aver già favorito l’avvio di interventi innovativi, in grado di incidere concretamente sulle vite delle diverse migliaia di rom che ancora abitano nei campi-nomadi della Capitale.

La prima novità riguarda il livello istituzionale e consiste nell’insediamento della giunta monocolore del Movimento Cinque Stelle guidata dal sindaco Virginia Raggi. Al di là di qualsiasi valutazione politica, il risultato delle elezioni è stato raccontato dagli stessi protagonisti come il momento di apertura di una stagione di novità e di radicale cambiamento che avrebbe dovuto riguardare anche le politiche per i rom, finalmente centrate, stando ai programmi elettorali, sull’obiettivo del superamento dei campi-nomadi. In questa direzione, la giunta Raggi è indirettamente sostenuta da almeno altri due fattori: in seguito alla sentenza del Tribunale Civile di Roma, che nel maggio 2015 ha giudicato discriminatoria la costruzione del campo-nomadi de La Barbuta, il Comune è obbligato ad avviare una serie di interventi che, in sostanza, portino al superamento di qualsiasi forma di concentrazione abitativa basata sull’appartenenza etnica dei residenti in questo insediamento. Inoltre, nel marzo 2016, a poche settimane dalle elezioni, sono state formalmente avviate le attività del Tavolo Regionale per l’implementazione della Strategia Nazionale, con la nomina di quattro facilitatori per le quattro aree di intervento previste dalla Strategia.

Accanto a questi elementi di mutamento del contesto istituzionale vanno poi considerate le significative conseguenze delle inchieste “Mafia Capitale” e “modello 21” della Magistratura romana.

Fra le persone e le organizzazioni coinvolte ritroviamo infatti l’intera filiera lungo cui venivano gestiti e distribuiti i finanziamenti destinati ai campi nomadi. Sul versante delle istituzioni, figurano fra gli indagati gli ultimi due responsabili dell’Ufficio Rom e Sinti della città, diversi funzionari dello stesso ufficio ed alcuni Vigili Urbani da anni attivi negli interventi all’interno dei campi-nomadi. Oltre ai dipendenti pubblici, le inchieste hanno coinvolto anche funzionari di alto livello e decisori politici, ed in particolare una serie di figure che, dalle amministrazioni veltroniane fino alla giunta Marino, passando ovviamente per gli anni di amministrazione Alemanno, hanno ricoperto ruoli apicali all’interno del Dipartimento per le politiche sociali.

Di seguito, ritroviamo nel registro degli indagati una serie di imprenditori che ricevevano finanziamenti per le costose attività di manutenzione ordinaria e straordinaria dei campi-nomadi della città. Accanto a questi, si trovano però anche i referenti di cooperative e associazioni che gestivano invece alcuni dei progetti sociali realizzati negli insediamenti. Segmenti e figure storiche del terzo settore romano, con una lunga tradizione di impegno nella difesa dei diritti e nelle attività sociali per i rom, finiscono oggi nel ruolo di “indagati”, trascinando con se significativi patrimoni di esperienza e di impegno e coinvolgendo direttamente anche quei pochi soggetti del terzo settore che ad oggi non sono stati nemmeno lambiti dalle indagini della magistratura.

Infine, a chiudere il cerchio, l’inchiesta ha coinvolto anche alcuni fra i cosiddetti leader e rappresentanti rom, ovvero persone residenti nei campi-nomadi che da anni, senza alcuna forma di accreditamento formale, esercitano il ruolo di interfaccia verso i residenti per conto delle associazioni e delle istituzioni. Per comprendere la gravità dell’accaduto, basta pensare che alcuni dei referenti delle associazioni e dei cosiddetti leader rom coinvolti nelle inchieste erano stati recentemente accreditati come interlocutori dell’amministrazione nei tavoli tematici per l’implementazione della SNI.

Insomma, a conti fatti, si può tranquillamente dire che l’intera filiera della governance romana dei campi-nomadi è stata spazzata via dai due tronconi di indagine, togliendo di mezzo una quota consistente dei protagonisti, politici, funzionari comunali, referenti dell’associazionismo e leader rom. Questo vero e proprio repulisti sembra allora aver creato le condizioni ideali per quel cambiamento radicale che da anni associazioni, esponenti politici ma anche interlocutori delle istituzioni europee chiedono.

Eppure, a guardare un poco più da vicino la situazione dei rom a Roma, si deve riconoscere che lo scenario non è caratterizzato soltanto dalla scomparsa di quelle strutture istituzionali o di quei gruppi di interesse che fino all’altro ieri avevano gestito questo sistema.

Eppure, se si prova, per un attimo, a rovesciare il punto d’osservazione e si distoglie lo sguardo dai palazzi delle istituzioni e dei tribunali per immettere in questi ragionamenti anche i rom e le loro vite quotidiane, si deve innanzitutto partire dalla constatazione che, per quando il “sistema campi-nomadi” sia vituperato ed indagato, i campi-nomadi sono ancora lì, con dentro migliaia di persone che li abitano. Persone e vite che non sono state cancellate dalle sentenze e dalle indagini, ma che sono state direttamente invece colpite dalle conseguenze degli scandali più o meno recenti, così come dai tagli draconiani della spesa pubblica che ormai da diversi anni riducono i margini di intervento per le politiche sociali. Proprio mentre i responsabili degli uffici e delle organizzazioni del terzo settore venivano via via coinvolti nelle inchieste della magistratura, le diverse amministrazioni capitoline procedevano infatti alla progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici per gli interventi nei campi nomadi tagliando fino ad azzerare i fondi e i servizi destinati all’inserimento scolastico dei minori, all’inserimento lavorativo, alla guardiania e alla cosiddetta gestione degli insediamenti.

Se si osserva la situazione dei rom romani a partire dai contesti delle loro vite quotidiane, si deve allora riconoscere che non solo i campi-nomadi sono ancora lì, ma che questi spazi di separazione e marginalizzazione sono stati in questi ultimi 3 anni progressivamente abbandonati, fino a diventare in alcuni casi una vera e propria terradi nessuno, dove regna una forma di “autogestione” non proprio democratica e di certo non particolarmente funzionale all’inserimento sociale.

Ad esempio in alcuni insediamenti una serie di spazi e di strutture un tempo gestite dagli operatori sociali o dai Vigli Urbani, come le sbarre di accesso agli insediamenti, le chiavi dei locali in cui sono collocati i contatori o i container dove venivano realizzate attività sociali o didattiche, sono, diciamo così, finite in mano ad alcuni dei residenti che per pochi euro pagati sull’unghia e senza ricevuta dagli altri residenti svolgono “informalmente” le stesse attività di gestione, ovvero permettono (sigh) l’accesso o riallacciano i contatori o “assegnano” gli spazi abitabili disponibili, senza ovviamente, alcun mandato ne controllo istituzionale.

Un’altra conseguenza in realtà facilmente visibile della progressiva scomparsa di qualsiasi presidio istituzionale o del terzo settore all’interno degli insediamenti è poi l’immagine dei pulmini che dovrebbero trasportare bambini e ragazzi rom nelle scuole, e che invece, a parità di costo, viaggiano sempre più vuoti e desolati. Si nota forse meno, ma dovrebbe colpire allo stesso modo, la crescita esponenziale del numero degli assistenti sociali, sia quelli municipali, sia quelli incardinati nel sistema penale, che, in assenza di qualsiasi interlocutore, non mettono più piede all’interno degli insediamenti, troncando progetti e percorsi di inserimento sociale o lavorativo, ed incrementando, se ce ne fosse bisogno, il numero di misure carcerarie. In assenza di altri referenti o responsabili, gli ultimi interlocutori gagè a lasciare i campi-nomadi sono le forze dell’ordine che, come avvenuto nella scorsa primavera nell’insediamento di via Candoni, intervengono quando quel clima quotidiano di intimidazione e violenza che si respira all’interno dei campi-nomadi sfocia in aggressioni, risse e, per l’appunto, sparatorie.

Insomma, se lo si guarda dalla prospettiva di chi dentro i campi-nomadi ci vive, c’è poco da gioire del tanto desiderato abbattimento del “sistema campi-nomadi”, perché ad oggi questo cambiamento non ha significato in alcun modo un mutamento delle politiche per i rom, ne tanto meno un incremento delle possibilità di inserimento sociale. La chiusura di servizi e interventi dentro i campi-nomadi non è infatti avvenuta per via di un complessivo ripensamento delle politiche degli interventi, in linea con quello che la Commissione Europea ci chiede e che la ricerca scientifica da anni predica. Non sono questi i soggetti e le istanze che hanno prodotto cambiamenti, ma, come spesso avviene nel nostro paese, sono le forze della magistratura e le leve dei tagli di bilancio che hanno ridefinito lo scenario.

In questo scenario, le iniziative messe in campo dall’amministrazione Raggi risultano finora minime e, a dispetto anche degli obblighi che discendono dalla sentenza sul campo-nomadi de La Barbuta, non forniscono indicazioni tranquillizzanti in merito agli obiettivi e alle strategie pentastellati. A livello istituzionale, la Giunta ha fin qui evitato di esporsi sul tema, ma, come rivelato da alcune ONG, ad oggi sono state avviate procedure amministrative che, in sostanza, riconfermano il modello dei campi-nomadi come perno degli interventi per i rom. In particolare, il Comune nel luglio del 2016 ha finanziato la creazione di un nuovo “villaggio attrezzato” che dovrebbe sostituire quello collocato all’interno del camping River, nella periferia nord di Roma, mentre si fanno sempre più insistenti le anticipazioni su di un nuovo bando pubblico per le attività di gestione degli insediamenti autorizzati.

Si può allora affermare che l’impatto della nuova amministrazione pentastellata non ha ancora preso forma in alcun modo lasciando ad oggi immutato il quadro delle speranze (residue) e dei timori (consolidati) per la situazione dei rom a Roma.Giugliano e l’eterno presente dei campi-nomadi

Se a Roma lo scenario dei campi-nomadi mantiene la sua centralità in ragione di un arretramento delle politiche, i casi di Napoli e di Milano che ci apprestiamo a descrivere mettono invece in evidenza due orientamenti opposti perseguiti dalle amministrazioni locali in risposta alla perdurante “emergenza dei campi-nomadi”.

A Napoli, mentre l’amministrazione del rieletto sindaco De Magistris non ha preso una posizione chiara nei confronti delle vicende più scottanti, a partire dal destino del famigerato campo-nomadi di Scampia su cui diversi attori e realtà locali e nazionali si sono mobilitati, è la vicenda del campo di Masseria del Pozzo, nel comune di Giugliano, ad aver concentrato le attenzioni.

L’insediamento è stato inaugurato nel 2013 dal Commissario Prefettizio che allora sostituiva l’amministrazione comunale ed operava di concerto con il Ministero dell’interno. Vi andavano accolte sempre su base temporanea circa 350 persone che nel 2011 erano state sgomberate assieme a molte altre famiglie rom da un grande insediamento; si trattava di famiglie titolari di permesso di soggiorno di lunga durata e residenti in quell’area da circa 25 anni.

Dopo due anni di tentativi di insediamento e sgomberi, la Commissione Prefettizia, di concerto con il Ministero dell’Interno, decide di collocare le 75 famiglie rom nell’area denominata Masseria del Pozzo, un rettangolo di terreno non asfaltato e attrezzato soltanto con una decina di bagni comuni. Il costo di questa iniziativa pensata per "per promuovere la piena inclusione e integrazione della popolazione Rom", citando testualmente quello che si legge nella delibera, è di circa 400.000 euro, ma fin da subito appare evidente l’assurdità della situazione: l’area in questione non solo è, come tutti gli altri campi-nomadi, lontana e separata dall’abitato, ma si trova proprio nell’epicentro di quella che è divenuta tristemente famosa come la Terra dei Fuochi, ovvero in una delle sette aree vaste individuate come ad alto rischio ambientale nel piano regionale delle bonifiche.

Dopo diverse iniziative di sensibilizzazione che hanno coinvolto, fra gli altri, La Commissione Diritti Umani del Senato, nel 2014, molti dei residenti di masseria del Pozzo, supportati da alcune organizzazioni che tutelano i diritti di rom e sinti in Europa e in Italia, presentano una esposto alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Napoli Nord, in merito alla grave situazione ambientale in cui l’insediamento creato dall’amministrazione comunale versa, al fine di accertare le responsabilità penali. Le indagini sono tutt’oggi in corso. Nel dicembre 2014, alcuni residenti di Masseria del Pozzo, sostenuti da una coalizione di NGO, presentano una azione civile contro la discriminazione al Tribunale di Napoli Nord, puntando l’attenzione, come nella vicenda del campo-nomadi La Barbuta di Roma, sul carattere discriminatorio degli insediamenti mono-etnici pensati e realizzati dal Comune di Giugliano.

L’8 aprile 2016, proprio in occasione della Giornata Internazionale dei Rom, si è svolta presso il Tribunale di Napoli la prima udienza di questo procedimento, ma alcune settimane prima, la Giunta regionale guidata dal neo eletto De Luca aveva votato una delibera che finanziava la costruzione di un nuovo insediamento monoetnico per circa trecento persone. La delibera regionale costituisce la base del protocollo che nel febbraio 2016 viene sottoscritto da Ministero dell’Interno, Regione Campania e Comune di Giugliano. L’impegno riguarda appunto lo spostamento dei rom in un nuovo campo-nomadi, appositamente costruito per loro, e questa volta dotato dei migliori standard costruttivi, tanto da essere ribattezzato “eco-villaggio” o, ancora più fantasiosamente, “fattoria sociale”. Lo stanziamento previsto per quest’intervento che una volta di più non rispetta né le indicazioni europee né gli orientamenti della SNI è di 1.300.000 euro.

Evidentemente, l’accelerazione di queste iniziative da parte del Comune e della Regione è causata dalla necessità di prevenire o di rispondere alle iniziative della magistratura napoletana che, in conseguenza dei due diversi procedimenti, aveva avviato l’iter per sequestrare l’area di masseria del Pozzo. Così, nel giugno di quest’anno, Regione, Comune e Ministero, che nel frattempo non erano riusciti ad avviare nessun passo concreto per la costruzione di questo campo-nomadi, si vedono costretti ad intervenire in maniera ancora emergenziale. Di nuovo, i circa 400 rom vengono costretti a lasciare l’area di Masseria del Pozzo e vengono trasferiti senza che vi sia stata alcuna consultazione né notifica in anticipo, configurando quindi quello che per il diritto internazionale è uno sgombero forzato. Secondo le organizzazioni di tutela dei diritti umani le famiglie rom si sono sentire dire che il trasferimento era l'unica alternativa esistente e sono state poste di fronte al dilemma se accettare il trasferimento in un luogo sconosciuto o rimanere del tutto senza tetto. Se la procedura messa in atto rappresenta di per se una violazione dei diritti dei rom, l’esito del trasferimento risulta ancora più drammatico. I rapporti e le denunce pubblicate da OsservAzione, Amnesty Internation, ERRC e Associazione 21 Luglio raccontano che i rom sono stai collocati sul terreno di un’ex fabbrica di fuochi d’artificio, un’area di circa 1000 metri quadrati, situato all'estremità della zona industriale del comune campano, un area chiusa circondata su tre lati da vegetazione incolta e sul quarto da un muro con una cancellata. Si tratta di un sito attrezzato soltanto con due bagni chimici, senza alcuna struttura abitativa, così che le nuove case nel nuovo insediamento sono state le vecchie roulotte di masseria del Pozzo, almeno per chi ne possedeva una, o le nuove baracche che rapidamente sono state costruite. Inoltre, le stesse fonti segnalano che all'arrivo, le famiglie rom hanno trovato rifiuti, materiale arrugginito e residui della lavorazione dei fuochi d’artificio, la cui fabbrica era stata distrutta da un’esplosione nel 2015. Le dotazioni essenziali di acqua ed energia elettrica sono state approntate soltanto alcuni giorni dopo il trasferimento ed in misura comunque insufficiente rispetto al numero dei residenti.

Se lo scenario romano ha messo in luce le difficoltà di pensare e avviare piani di intervento che portino effettivamente al superamento dei campi-nomadi, la vicenda di Giugliano mette in evidenza come la “questione campi-nomadi” non possa in alcun modo dirsi politicamente e culturalmente superata. La formulazione di interventi emergenziali ed esclusivi, ovvero gli elementi che la SNI aveva individuato come punti critici da superare nell’ottica della tutela dei diritti e dell’inserimento sociale dei rom, ritornano in questa vicenda come le caratteristiche di base del pensiero e dell’agire delle istituzioni, e dimostrano come “il modello campo-nomadi” sia in realtà vivo e vegeto nella mente di amministratori e decisori politici italiani.


Milano e le difficoltà del superamento


La vicenda milanese risulta particolarmente interessante perché gli anni successivi a quelli dell’ “Emergenza Nomadi” sono stati contraddistinti da un forte investimento da parte della amministrazione locale che ha messo in campo un sistema articolato e complesso di interventi che tiene insieme il tema della sicurezza con l’avvio di politiche espressamente finalizzate all’inserimento abitativo. Rispetto a questo tema, la vicenda milanese di questi ultimi anni appare particolarmente significativa perché la giunta Pisapia ha messo in campo un programma di azioni ed una gamma di strumenti in cui gli sgomberi e le chiusure degli insediamenti sono pensati come passo complementare all’inserimento abitativo. Il caso milanese rappresenta quindi un terreno su cui valutare l’efficacia ed il funzionamento di quello che si è progressivamente costruito come un modello di interventi sociali con il quale si sta effettivamente cercando di superare il sistema dei campi-nomadi. Da un punto di vista storico, il punto di avvio di questo nuovo modello di interventi va individuato nelle “linee guida” che il Comune di Milano ha emanato già nel 2012 ipotizzando un piano organico di azioni destinate ai rom che risultano coerenti con gli obiettivi della SNI; di seguito, il Comune ha stipulato accordi anche con la Prefettura al fine di poter disporre dei finanziamenti stanziati negli anni dell’ “Emergenza nomadi” ma ancora non utilizzati. L’effettiva implementazione delle linee guida si è poi realizzata anche grazie ad un altro dato che contraddistingue le politiche cittadine nei confronti dei rom, ovvero la progressiva centralizzazione delle responsabilità e delle scelte nelle mani dell’Assessore Mauro Granelli, responsabile per la sicurezza, la coesione sociale, la polizia locale, la protezione civile ed il volontariato. All’assessore e alla sua struttura sono infatti da attribuirsi una serie articolata di scelte, alcune delle quali molto contestate da diverse organizzazioni, che puntano a tenere insieme le questioni della sicurezza urbana con quelle dell’inserimento sociale dei rom.

Da un lato, lo stesso assessorato, in un comunicato del gennaio 2016, ha comunicato il dato di 1280 “allontanamenti”, ovvero sgomberi di aree di insediamento non autorizzato, per il periodo fra il 2013 ed il 2015, a cui vanno aggiunte le chiusure di due degli insediamenti autorizzati, quello di via Novara e di via Martirano. Le denunce delle organizzazioni del terzo settore parlano di più di 2500 persone. Accanto a queste misure, l’assessorato si è poi impegnato nella lotta all’accattonaggio realizzata anche con misure repressive.

D’altro canto, però, lo stesso Assessorato è responsabile dell’apertura e dell’ampliamento di una serie di strutture d’accoglienza finalizzate innanzitutto a garantire l’accoglienza ai rom sgomberati e, di seguito, a favorire il loro inserimento abitativo. Il primo livello di accoglienza è garantito dai Centri di Emergenza Sociale, gestiti dal terzo settore, dove le persone sgomberate possono trovare un riparo in grandi spazi collettivi e dove dispongono di servizi e cucine da utilizzare in comune. L’accoglienza in queste strutture, in cui vige un regolamento abbastanza rigido soprattutto per quel che riguarda la frequenza scolastica dei minori e l’impegno attivo nei percorsi di autonomia costruiti con gli operatori, può durare un massimo di 6 mesi. Il secondo livello di intervento consiste principalmente, ma non solo, nel passaggio ai cosiddetti Centri di Autonomia Abitativa (CAA). Si tratta di strutture con i servizi ancora in comune, ma in cui gli ospiti possono usufruire di camere private per i singoli nuclei familiari. Anche in queste strutture gli operatori svolgono un intenso lavoro sociale orientato a costruire percorsi di autonomia degli accolti, i quali devono contribuire alle spese pagando un canone di 30 euro mensili e devono rispettare il regolamento della struttura. Accanto ai CAA il Comune ha cercato di mettere in campo un’altra serie di percorsi per le persone che devono uscire dai CES: innanzitutto si sono sostenuti dei percorsi di inserimento abitativo in case messe a disposizione da organismi del terzo settore, fondazioni e privati. Sono stati poi rifinanziati interventi ben noti e realizzati, con risultati non certo esaltanti, dalle precedenti amministrazioni della città e da altre amministrazioni locali, ovvero il rimpatrio assistito e l’inserimento dei rom negli elenchi per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica. Accanto a queste strade ben note, il Comune ha progettato di realizzare anche interventi relativamente più innovativi, anche se da tempo presentati e ragionati nella letteratura, come la realizzazione di progetti di autocostruzione, anche nella formula di micro-villaggi per un numero limitato di famiglie.

Ad uno sguardo esterno, il piano di interventi messo in campo dal Comune di Milano risulta sicuramente interessante perché concretizza una serie di principi e di orientamenti che sono stati individuati come elementi essenziali per l’efficacia delle policy. La presa in carico attraverso percorsi non emergenziali ma proiettati sul medio periodo, contraddistinti da una gradualità di interventi, sia in termini di accoglienza che per l’inserimento sociale, il tentativo di articolare un ventaglio articolato di proposte all’uscita dai campi e dai centri di accoglienza, così come la costruzione di una regia pubblica forte che opera in partenariato con soggetti del terzo settore, sono alcuni di questi criteri. D’altra parte, l’effettiva implementazione di questi interventi si è scontrata con una serie di difficoltà ed ha prodotto delle nuove criticità che è necessario prendere in considerazione. Il primo dato riguarda sicuramente il numero delle persone effettivamente coinvolte in questi percorsi. Dall’aprile 2013 al settembre 2015, il Comune dichiara infatti di aver accolto poco meno di 1200 persone all’interno dei CES; se da un lato, questa cifra risulta pari a poco meno della metà del totale delle persone oggetto di misure repressive nello stesso periodo, ancora più significativa è la cifra delle persone che, sempre secondo l’amministrazione, sono usciti da questo primo livello d’accoglienza potendo proseguire nel loro percorso; solo 471 sono infatti i rom che hanno accettato o sono stati ammessi al secondo livello di accoglienza, i CAA, o che hanno potuto usufruire delle altre misure per l’autonomia abitativa. Come lo stesso assessorato dichiara, la quota restante dei rom ha trovato autonomamente soluzioni abitative o è tornata a praticare soluzioni illegali. Accanto al tema centrale dell’abitare il Comune sottolinea poi l’impegno sul tema della scolarizzazione sull’inserimento lavorativo dei rom che transitano all’interno di questi progetti d’accoglienza. Mentre sul versante della scolarizzazione per i minori, le rilevazioni indicano un aumento consistente del tasso di frequenza, che è da addebitarsi anche all’intensità e alla qualità del lavoro sociale messa in campo, per quanto riguarda il lavoro i risultati non possono che essere più complessi e di difficile lettura; il Comune dichiara infatti di aver avviato tirocini lavorativi e borse lavoro per 83 rom accolti nei centri che si sono poi tramutati in 50 contratti di lavoro di tipologia e durata variabile.

Lo scenario fin qui delineato mostra come l’avvio e l’implementazione di piani e misure concrete per il superamento dei campi-nomadi a Milano abbia prodotto sicuramente un cambiamento concreto della situazione per diverse decine di rom, ma abbia al contempo generato nuove questioni e, conseguentemente, nuovi dibattiti nello scenario locale. A cavallo fra 2015 e 2016, l’avvio degli interventi per la chiusura del campo di via Idro, un insediamento autorizzato nel 1989 dove risiedevano 24 nuclei familiari per un totale di meno di cento persone, ha ulteriormente infiammato il dibattito cittadino. Da un lato, il Comune ha rivendicato l’irrinunciabilità della prospettiva complessiva e la correttezza delle modalità di intervento messe in campo; dall’altro lato, alcune delle organizzazioni del terzo settore si sono opposte alla chiusura dell’insediamento appellandosi ad una serie diversa di ragioni. In alcuni casi veniva riproposto il tema della qualità della vita e delle condizioni di vita all’interno dei centri del Comune, che avrebbero sicuramente rappresentato un passo indietro rispetto agli stessi container e alle roulotte di via Idro dove da anni i rom abitavano, reclamando quindi il diritto alla casa e alla domesticità. Proseguendo su questa strada, altre organizzazioni e alcuni degli stessi residenti rivendicavano il diritto a risiedere nei campi-nomadi perché questi rappresentano la forma culturale dell’abitare di rom e sinti. Si è così proposto un conflitto dai tratti anche paradossali, in cui alcune delle organizzazioni rom si sono opposte alla chiusura dei campi-nomadi facendo leva sulla rivendicazione di una differenza culturale centrata ancora sul nomadismo, mentre l’amministrazione comunale rivendicava i percorsi di inclusione abitativa e l’approccio universalista che contraddistingue anche la SN. Queste differenziazioni nelle scelte politiche e negli orientamenti si proietta anche all’interno delle organizzazioni rom e pro-rom riguarda certo le misure e le prospettive locali di inserimento, ma si ritrova anche a livello nazionale.

Le tante vie del protagonismo rom


Le vicende locali fin qui descritte segnalano come sia ancora decisamente diversificato il quadro degli orientamenti politici che le amministrazioni locali mettono in campo sul tema del diritto all’abitare dei rom. Ai casi riportati si potrebbero aggiungere molte altre vicende locali, ad esempio quelle di Cosenza, Bari o Lecce, dove comunque il campo-nomadi costituisce il perno dell’immaginario e dello strumentario dei policy makers di fronte ai gruppi rom.

Questo dato non può che essere assunto come un segnale quantomeno di inefficacia della SN che, in sostanza, non ha assunto, se non in rari casi, quel ruolo di guida o di stimolo per le amministrazioni locali che invece si ipotizzava. A quasi cinque anni dalla sua emanazione, non si può che registrare la debolezza strutturaledella SN, che, come detto, non riesce a funzionare come strumento di policy perchè ha alcun potere di vincolo e nemmeno di incentivo,

In maniera complementare, si può affermare che lo scenario attuale segnala anche l’inefficacia delle pressioni che arrivano dagli organismi europei su questo tema. L’ipotesi della procedura di infrazione, con tutti i costi economici e politici che ne conseguono, si fa in questa direzione sempre più concreta e può essere immaginata come una delle ultime leve, assieme al tema dei finanziamenti europei, per stimolare un radicale mutamento delle policies.

Un ultimo e significativo elemento da considerare nel valutare la condizione dei diritti di rom e sinti in Italia riguarda il tema della partecipazione politica e del protagonismo di rom e sinti. In occasione del dibattito sul riconoscimento della minoranza linguistico-culturale sono emersi in maniera chiara ed esplicita le diversità di orientamenti culturali e politici fra almeno due poli principali all’interno dell’associazionismo rom. Senza entrare nel merito del dibattito e delle diverse posizioni (che si possono trovare esplicitate sul sito www.osservazione.org), è importante sottolineare che l’assenza di unanimismo ed il confronto fra strategie ed obiettivi diversi deve essere assunto come un passaggio positivo perchè denota lo sviluppo di gruppi e élite rom che si fanno portatori dibisogni ed obiettivi diversi, a prescindere dalla questione dell’appartenenza. Inoltre, la presenza nei dibattiti e nelle associazioni di diversi giovani rom, molti dei quali con alti livelli di formazione, costituisce un ulteriore elemento positivo, che può essere letto assieme alla presenza di diversi candidati rom nelle liste di tutti gli schieramenti politici che si sono presentati nelle ultime elezioni amministrative.

Questa serie di elementi lascia pensare che nel nostro paese stia lentamente crescendo una forma di protagonismo che non può essere letto nei termini di una singola ed univoca rappresentanza rom. In direzione diversa, ed approfittando delle decisive differenze fra i vari contesti locali, il protagonismo dei rom sembra materializzarsi con la progressiva emersione e la conquista di visibilità da parte di gruppi e persone che partendo dal loro radicamento nei contesti locali, dalla loro diretta partecipazione nelle vicende di quartieri e paesi, riaffermano e al contempo rielaborano le loro appartenenze guadagnandosi via via nuovi spazi di cittadinanza nella società italiana. La proliferazione di queste spinte locali e singolari, nate e cresciute ben lontano dai palcoscenici nazionali e comunitari, spesso in rapporto conflittuale non solo con le istituzioni, ma anche con i modelli dominanti che prescrivono l’ empowerment e l’advocacy dei gruppi minoritari, costituisce forse l’elemento più interessante nel pensare il futuro dei diritti dei rom nel nostro paese.