Il pluralismo religioso

Scritto da: Ilaria Valenzi

Aggiornato al: 20/10/2016

Il punto della situazione


I principi costituzionali in tema di libertà religiosa attendono ancora di essere pienamente attuati. La legislazione in materia soffre di un pesante vulnus strutturale, costituito dalla persistente vigenza della normativa sui “culti ammessi”, che trova applicazione nei confronti delle confessioni religiose diverse dalla cattolica e prive di Intesa con lo Stato ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost. Le realtà di fede coinvolte sono sempre più numerose, anche grazie al binomio pluralismo religioso – immigrazione. D’altra parte, il buon clima ecumenico e l’importante lavoro di redazione di una nuova bozza di legge in materia fanno sperare in un intervento di riforma nel prossimo futuro.

Nel frattempo lo strumento dell’Intesa continua a mantenere la sua rilevanza, specie in assenza di una disciplina completa in tema di diritti individuali e collettivi connessi al credo religioso. Vecchi e nuovi problemi si presentano per lo Stato, tra confessioni religiose che faticano a rappresentarsi unitariamente ed associazioni non confessionali che chiedono riconoscimento ai fini delle trattative.

Proseguono le politiche del Governo in tema di rapporti con l’islam. Accanto alla Consulta delle comunità, presso il Ministero dell’Interno è stato istituito il “Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano”, avente il compito di fornire pareri e formulare proposte sulle politiche di integrazione connesse alla religione islamica. Il Consiglio ha prodotto un primo rapporto sul tema del Ruolo pubblico, riconoscimento e formazione degli imam”. Tra gli altri aspetti, il rapporto indica come asse strategico la formazione di imam quali cittadini attivi, adeguatamente istruiti sui principi repubblicani e dotati di coscienza civica e rispettosi della legalità. Fondamentale la conoscenza e l’utilizzo della lingua italiana.

Sono state messe in atto dal Governo alcune misure di contrasto alla radicalizzazione ed alla diffusione della propaganda jihadista. L’attenzione si è concentrata sulle carceri, con l’approvazione di un piano sperimentale Stato – Ucoii per l’accesso di imam in alcuni luoghi di detenzione.

Gli attacchi terroristici avvenuti nel corso degli ultimi mesi sono la causa dell’intensificarsi di casi si islamofobia. Torna ad affacciarsi la questione del velo, strumentalizzata anche a livello politico.

Non mancano episodi di antisemitismo. Su altri fronti, le pratiche rituali continuano a creare difficoltà e a causare situazioni di rischio, aumentate dalla poca chiarezza di regolamentazione in materia.

I luoghi di culto infine rappresentano terreno di scontro politico. Alcune Regioni hanno emanato provvedimenti legislativi in materia di edilizia ed urbanistica, fortemente restrittivi del diritto di libertà religiosa. Immediata è stata la reazione del Governo, che ha condotto ad una prima pronuncia di incostituzionalità da parte della Consulta.

Per una legge sulla libertà religiosa: percorsi istituzionali e dialogo ecumenico


L’analisi in concreto dei livelli di attuazione del diritto di libertà religiosa e di coscienza in Italia nel periodo dal giugno 2015 al giugno 2016 non può prescindere dal dato essenziale, in più occasioni già rilevato(1), della permanenza di un originario vulnus di disciplina, che ha caratterizzato la storia repubblicana delle relazioni Stato – confessioni religiose e che, ad oggi, fa ritenere il percorso verso il pieno riconoscimento di pari diritti e dignità delle comunità di fede ancora incompiuto.

I rapporti tra ordinamento italiano e realtà confessionali continuano infatti ad essere regolati mediante strumenti legislativi eterogenei, cui corrispondono livelli differenziati di riconoscimento di diritti. In un’ideale piramide delle fonti, interessa in particolare analizzare ciò che sta accadendo alla base, per l’importanza dei soggetti ivi collocati nel racconto del paese che cambia. Un tessuto sociale, dunque, in continua trasformazione, composto da esperienze di fede tradizionalmente lontane, che accendono una luce sullo stato del pluralismo religioso e culturale in Italia. Le nuove presenze si sommano così a quelle minoranze religiose che costituiscono una parte storicamente rilevante del fenomeno religioso italiano e che da sempre rivestono un ruolo importante nella società civile. Del pari, come queste ultime stanno attraversando una fase di trasformazione interna, grazie all’incontro con realtà di origine straniera(2), anche le comunità di prima immigrazione cambiano, grazie al confronto con le seconde generazioni di immigrati.

Al livello più basso del sistema delle relazioni Stato – comunità religiose si trova ancora il “coacervo anonimo degli indistinti”(3), insieme di realtà di fede diverse dalla cattolica, reso uniforme dalla sottoposizione generalizzata alle disposizioni della cosiddetta “legislazione sui culti ammessi”, emanata sotto il ventennio fascista. Depurata di alcune tra le disposizioni più odiose, grazie ai ripetuti interventi della Corte costituzionale, l’impianto legislativo del 1929 – 30 continua a porsi come unica alternativa per la regolamentazione delle relazioni con le realtà confessionali, nelle ipotesi di mancata attivazione dello strumento legislativo di matrice convenzionale di cui all’art. 8, terzo comma, Cost., o di fallimento delle trattative.

Ne consegue che l’esercizio dei diritti connessi alla libertà religiosa è soggetto a logiche restrittive e a procedure farraginose, che ne ostacolano l’esplicazione per un numero sempre maggiore di fedeli. Ciò è tanto vero se si considera il costante trend in aumento del numero di individui appartenenti ad alcune tra le realtà confessionali più interessanti, come la galassia delle chiese evangeliche libere di matrice pentecostale, le chiese ortodosse diverse da quelle rappresentate dalla Sacra Arcidiocesi e l’Islam, tutte caratterizzate da una fortissima componente di membri di origine straniera(4).

Accade, pertanto, troppo spesso che alla fragilità della condizione di straniero si sommi la difficoltà di professare liberamente la propria religione, in particolare nelle situazioni di bisogno connesse alla restrizione, più o meno forzata, della libertà personale. Ne è esempio il difficile esercizio dell’assistenza spirituale negli ospedali e nelle carceri. Su di un altro fronte, l’esposizione di simboli e l’esercizio di pratiche rituali incontrano difficoltà connesse alla mancanza di una regolamentazione in materia e sono rimesse per lo più al grado di sensibilità dei soggetti coinvolti, quando non all’intervento della magistratura.

D’altra parte, il fenomeno non riguarda esclusivamente la libertà dei singoli, ma colpisce intere comunità di fede, come nel caso delle aperture dei luoghi di culto, sempre più soggette ad interventi legislativi regionali e locali in materia di edilizia ed urbanistica, che invadono la sfera delle relazioni tra Stato e confessioni religiose ed impediscono la libertà di riunione a fini di culto.

Una base confessionale sempre più ampia e sempre meno anonima obbliga pertanto ad una ridefinizione globale del sistema dei rapporti tra ordinamento statale e realtà religiose. Sul punto, il tema del definitivo superamento della legislazione sui culti ammessi è parte del dibattito politico ed istituzionale ormai da diversi anni, mentre numerosi sono stati i tentativi di approvazione di un testo di legge che si inserisse pienamente nell’orizzonte dei principi costituzionali, facendone applicazione(5).

Possono, peraltro, considerarsi superate quelle conflittualità politico - confessionali che avevano comportato una frenata verso l’approvazione di una nuova legge in materia, ponendo un vero e proprio veto alla prosecuzione dei lavori parlamentari. All’interno della nuova stagione di dialogo ecumenico, inaugurata con il pontificato di Francesco, sono sorte infatti concrete speranze di realizzazione di un progetto legislativo che si ponga l’obiettivo di riconoscere piena dignità all’appartenenza religiosa di tutti gli individui.

Se infatti il giugno 2015 si era chiuso con la storica visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino (qui il video dell’incontro http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e12e0e06-05e9-4b19-a472-02a465071c8a.html)(6), il 5 marzo 2016 una delegazione della Tavola valdese è stata ricevuta in Vaticano dal papa(7). In occasione della restituzione della visita, il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini ha evidenziato l’importanza di dare maggior concretezza ad un dialogo ecumenico in forte crescita, anche attraverso “una nuova missione cristiana in un mondo sempre più plurale e secolarizzato; e penso anche all’ecumenismo ‘nella diaconia’, che forse come mai in questi giorni avvicina cattolici e protestanti nel comune impegno per un mondo capace di dialogo e giustizia, come l’accoglienza dei profughi e la tutela dei diritti dei migranti”(8).

Sulla scorta della rinvigorita stagione dell’ecumenismo si attende pertanto la definitiva affermazione di una stagione della libertà religiosa. Su tale strada si rinnovano forti segnali positivi provenienti dal lavoro che un gruppo di studiosi, coadiuvati dalla presenza degli esponenti delle comunità di fede, sta portando a termine e che condurrà nei prossimi mesi alla presentazione di una bozza di legge in materia di diritto di libertà religiosa e di coscienza(9).

Si auspica, pertanto, che le insostenibili criticità di un sistema legislativo anacronistico e lacunoso siano al più presto superate, colmando in tal modo il ritardo politico che ha finora impedito di scorgere nella libertà religiosa una risorsa culturale nella società post – secolare(10).

Il percorso accidentato delle Intese con le confessioni non cattoliche


A distanza di un anno dalla sua sottoscrizione, il 28 giugno 2016 l’intesa tra Stato e Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è diventata legge (il testo è consultabile qui

http://www.olir.it/ricerca/getdocumentopdf.php?lang=ita&Form_object_id=6556).

Le trattative, avviate nel 2001, a seguito dell’ottenimento della personalità giuridica da parte dell’Istituto, erano già terminate nel 2011, ma il procedimento è rimasto inattivo sino al 2014, a causa della mancanza di copertura finanziaria. L’Istituto conta circa 70.000 aderenti ed è la seconda realtà buddista in ordine di tempo ad ottenere un’intesa con lo Stato(11).

Quella appena descritta è, allo stato dell’arte, l’ultima intesa ad essere stata definita dopo la conclusione dell’interessante stagione del 2012, che comportò l’approvazione di ben cinque intese con realtà confessionali importanti quali, tra le altre, la Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale e l’Unione Induista Italiana(12).

Sono, peraltro, ancora in corso le trattative con confessioni altrettanto significative, anche per l’importanza numerica dei fedeli coinvolti, come la Consulta evangelica, ombrello giuridico sotto il quale si riuniscono circa 150 chiese evangeliche di matrice pentecostale, e la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. L’intesa con quest’ultima realtà è soggetta da molti anni ad un iter particolarmente tormentato in fase di approvazione parlamentare; l’ultimo intervento risale alle 16° Legislatura (qui l’ultimo il disegno di legge presentato in Senato )

Quel che è certo è che, in mancanza di una legge organica in materia di libertà religiosa e di coscienza, lo strumento dell’intesa si rivela fondamentale, non soltanto per la regolamentazione di quelle specificità confessionali, che ha costituito la ragione primaria della sua introduzione, ma anche per garantire il godimento di diritti individuali e collettivi che, senza intesa, sono privi di specifica copertura legislativa.

Un discorso a parte merita la questione dei rapporti tra Governo e Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Lo stop definitivo alla possibilità che L’UAAR ottenga un’intesa ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost., proviene infatti da una recente pronuncia della Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul conflitto di attribuzioni sollevato dal Presidente del consiglio dei ministri nei confronti della Corte di Cassazione. La vicenda nasce nel 2003, quando il Governo italiano decideva di non avviare le trattative ai fini della conclusione dell’intesa con l’UAAR, ritenendo che la professione di ateismo non fosse assimilabile ad una confessione religiosa e, come tale, non potesse godere del regime di cui all’art. 8, terzo comma, Cost. A seguito di alterne pronunce in sede amministrativa, su impulso dello stesso Governo, nel 2013 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite affermava il contrario principio per cui al Governo non è riconosciuta un’assoluta discrezionalità nella determinazione dell’attitudine di un culto a stipulare un’intesa con lo Stato, a meno di violare il principio di eguale libertà delle confessioni, costituzionalmente riconosciuto. Nel marzo 2016 la Consulta ha affermato che l’individuazione dei soggetti con cui avviare le trattative è scelta che attiene alla discrezionalità politica del Governo, il quale può esserne chiamato a rispondere esclusivamente davanti al Parlamento. Vale pertanto, ai soli fini della procedura di stipulazione dell’intesa, e senza nulla escludere in riferimento al sistema complesso di norme che regolamenta la vita delle realtà confessionali, l’atto di diniego espresso dal Governo, fondato sulla negazione all’UAAR della qualifica di confessione religiosa (qui il testo della sentenza http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do)(13).

I rapporti con l’Islam


Componente essenziale del pluralismo religioso in Italia è senza dubbio l’Islam che, seppur non predominante nel quadro eterogeneo delle realtà di fede, ne rappresenta certamente una parte rilevante. Con più di 1.600.000 fedeli di origine straniera(14), circa 140.000 tra italiani convertiti e immigrati naturalizzati(15), l’islam si attesta come seconda confessione religiosa per diffusione in Italia, alle spalle del cristianesimo.

Cifre cospicue, cui non corrisponde un sistema adeguato di riconoscimento dei diritti. L’unico ente ad essere riconosciuto dallo Stato per le funzioni di culto risulta, infatti, essere ancora il Centro islamico culturale d’Italia, che dal 1995 gestisce la Grande Moschea di Roma e che svolge un ruolo rappresentativo che va oltre gli scopi statutari. Più di recente, il CCII sta svolgendo un a funzione aggregativa di alcune comunità islamiche, con la finalità di giungere ad un patto confederale, funzionale all’individuazione di una rappresentanza islamica unitaria. Ciò ha condotto nel 2012 alla creazione della Confederazione islamica italiana, cui fanno parte esclusivamente le moschee di tradizione malikita e, pertanto, di prevalente origine marocchina. La Confederazione islamica italiana ha preso negli ultimi anni una posizione di netta distanza dai centri culturali legati all’Ucoii, considerati portatori di un’idea di islam più radicale; è stata diffusa la notizia che il 12 maggio 2016 la Confederazione ha formalizzato la richiesta al Governo di avvio di trattative per la stipulazione dell’intesa ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost(16).

Tentativi in tale direzione sono stati già stati effettuati, con scarso successo, proprio dall’Ucoii, l’organizzazione più diffusa e più rappresentativa dell’islam italiano, che riunisce in sé comunità di provenienza territoriale variegata, con una presenza capillare su tutto il territorio ed un’importante capacità attrattiva delle realtà immigrate. Stesso percorso è stato intrapreso anche dalla Coreis, realtà afferente all’islam italiano, ma inutilmente(17). In entrambi i casi il tentativo si è rivelato fallimentare, principalmente per la difficoltà ravvisata dalle istituzioni di intravedere nella struttura delle organizzazioni richiedenti un centro unitario di imputazione di diritti e doveri, cui far riferimento in ogni grado di interlocuzione.

Una “galassia islamica”, dunque, che fatica a coordinarsi e che paga le conseguenze della sua frammentazione con il posizionamento al livello più basso della gerarchia dei rapporti Stato – confessioni.

Al contempo, il Governo ha reiterato la strategia dei tavoli istituzionali(18), con il fine di mettere in atto una politica di confronto diretto con le Comunità e proporre politiche di gestione delle relazioni condivise. La nuova Consulta per l’islam è stata istituita dal Ministro Alfano nel febbraio 2015; recentemente alcuni dei suoi componenti hanno espresso critiche per la scelta del Ministro di optare per una significativa presenza numerica di imam legati alla realtà dell’Ucoii. Accanto alla Consulta, il 19 gennaio 2016 si è insediato il “Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano”, organismo consultivo composto da esperti provenienti in gran parte dalle Università italiane, avente il compito di fornire pareri e formulare proposte sulle politiche di integrazione connesse alla religione islamica(19).

Quel che importa sottolineare è che le politiche messe in atto dal Governo per implementare il dialogo con l’islam e prevenire fenomeni di radicalizzazione, costituiscono un valido correttivo alla mancanza di strumenti legislativi, in grado di regolare le complessità della situazione attuale. Tuttavia, gli stessi non possono sostituirsi alla sempre più pressante necessità di rivedere l’intero impianto dei rapporti Stato – confessioni religiose, mediante l’emanazione di una legge dotata di efficacia e coerenza nella regolamentazione del fenomeno.

Nell’ambiguità del sistema, infatti, persistono atteggiamenti polemici e strumentali, quando non islamofobici, anche da parte di partiti politici, in ciò aiutati dall’onda di paura creata nella popolazione dagli attacchi terroristici di matrice islamica radicale, verificatisi a più riprese in Europa nel corso del 2015 e nella prima metà del 2016. L’associazione “Carta di Roma”(20) offre una panoramica degli episodi di razzismo ed islamofobia verificatisi attraverso i media; qui il link al report europeo 2015 sull’islamofobia

Non mancano anche buone notizie: meritano un cenno quelle manifestazioni di dialogo interreligioso che hanno visto coinvolte numerose comunità islamiche presenti in Italia e che hanno raggiunto il punto più alto nella giornata di preghiera del 31 luglio 2016, promossa dai cattolici italiani e da circa 23.000 musulmani, i quali si sono ritrovati per lanciare un segnale di unità contro gli attacchi di matrice terroristica, a seguito dell’assalto di Rouen dello scorso 26 luglio 2016.

Politiche contro la radicalizzazione: i ministri di culto


Sulla scia degli atroci attacchi terroristici avvenuti in Europa nel corso del 2015 e del 2016, il Governo italiano ha intensificato le strategie anti radicalizzazione sul territorio, accompagnando gli interventi di pubblica sicurezza a politiche di integrazione. L’attenzione si è concentrata sulle moschee, quali centri nevralgici di aggregazione delle comunità, al fine di scongiurare il rischio di diffusione di messaggi di odio e di propaganda jihadista. Dal gennaio 2015 al giugno 2016, il Ministero dell’Interno ha emesso 102 decreti di espulsione di soggetti evidenziati per radicalizzazione o sostegno ideologico al jihad. Di questi, 8 sono imam. Qui il video del question time del Ministro Alfano sul tema, tenutosi in Senato il data 28 luglio 2016

Sul fronte delle politiche di integrazione, il Consiglio per i rapporti con l’islam italiano ha concentrato i suoi primi sforzi sulla questione del “Ruolo pubblico, riconoscimento e formazione degli imam(qui il testo)

Il Consiglio indica come asse strategico delle relazioni con l’islam italiano la valorizzazione e la formazione di guide spirituali, che possano considerarsi integrate grazie alla comprovata conoscenza dei principi costituzionali repubblicani e che si pongano l’obiettivo di promuovere la convivenza pacifica ed il rispetto della legalità. Ciò anche al fine di superare il fenomeno dell’importazione di imam dai paesi islamici e di scongiurare il fenomeno della auto proclamazione di individui privi di qualsiasi formazione. Il rapporto offre strumenti di riflessione particolarmente interessanti anche su quest’ultimo aspetto, chiarendone i presupposti e le linee di indirizzo. Nelle raccomandazioni, il Consiglio richiama l’attenzione sull’opportunità che il Ministero dell’Interno organizzi corsi periodici di formazione per i ministri di culto afferenti alle confessioni religiose prive di Intesa, su temi di ordine costituzionale, al fine della promozione di percorsi di integrazione, dialogo interreligioso, inclusione sociale. Appare inoltre fondamentale che gli imam divengano “cittadini attivi”, come tali in grado di favorire l’educazione alla cittadinanza nelle proprie comunità, a partire dagli strumenti pedagogici della propria religione. Funzione propulsiva della costruzione del nuovo modello è la conoscenza e formazione della lingua italiana, da utilizzarsi inoltre per le prediche.

Il testo, redatto nell’aprile 2016, è stato presentato pubblicamente dal Ministro Alfano nel successivo mese di luglio. Dovrà ora attendersi per conoscere l’uso che le istituzioni intenderanno farne, anche attraverso l’eventuale recepimento con decreto ministeriale.


Guide spirituali ed accesso nei luoghi protetti


Tra le maggiori problematiche poste dalla inadeguatezza del sistema legislativo in tema di libertà religiosa c’è la regolamentazione dell’accesso dei ministri di culto e delle guide spirituali nei luoghi protetti, primi tra tutti nelle carceri. Il tema è tornato fortemente all’attenzione dell’opinione pubblica, dal momento che i fenomeni di radicalizzazione e propaganda jihadista trovano in carcere terreno fertile. Dopo l’allarme in tal senso lanciato dal procuratore nazionale antimafia in data 11 aprile 2016(21), diverse organizzazioni attive sul tema dei diritti dei detenuti sono intervenute per ridimensionare il problema(22).

Nell’affrontare la questione della radicalizzazione, in data 5 novembre 2015 Ucoii e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno firmato un protocollo di intesa per favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto, in via sperimentale e per sei mesi, in otto. Nel protocollo, tra le altre misure preventive, è previsto che i momenti collettivi di preghiera siano guidati dagli Imam in sale preghiera adeguate e che l’Ucoii di impegni per favorire l’apprendimento dell’italiano per i detenuti di lingua araba.

Inoltre, si segnala che nell’ambito delle iniziative sorte in occasione degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, aventi l’obiettivo di ragionare sulla riforma dell’ordinamento penitenziario (per una lettura dei risultati dei lavori, si legga il documento finale , in data 15 febbraio 2016 l’associazione Antigone ha promosso un convegno dal titolo “Diritti religiosi in carcere. Una risposta alla radicalizzazione”, cui hanno preso parte diversi rappresentanti delle comunità di fede e che è stata l’occasione per riaffermare la necessità di garantire l’esercizio del diritto di libertà religiosa nelle carceri, mediante il superamento degli ostacoli regolamentari attualmente presenti e per sottolineare come il pieno esercizio dei diritti connessi alla libertà religiosa costituisca valido strumento per la lotta alla radicalizzazione.


Pratiche rituali ed episodi di intolleranza a sfondo religioso


Dal 1° gennaio 2016 è fatto divieto alle donne che indossano niqab o burqa di accedere agli edifici di competenza della Regione Lombardia. Nel dicembre 2015 infatti la Giunta regionale ha approvato alcune modifiche al relativo regolamento, con una normativa che di fatto recepisce quanto già previsto dalla legge nazionale sul divieto di copertura integrale del volto. Un intervento, pertanto, di natura esclusivamente politica, che si aggiunge ad un generalizzato atteggiamento difensivo ed escludente messo in atto da alcune importanti realtà regionali. Peraltro, in occasione dell’ultima tornata elettorale, per la prima volta una donna islamica che indossa il velo siede nel Consiglio comunale di Milano(23). Sempre sulla “questione velo”, nel maggio 2016 la Corte d’Appello di Milano ha dichiarato sussistente una discriminazione nei confronti di una giovane donna musulmana che era stata esclusa dalla selezione per la prestazione di hostess di convegni a causa della sua decisione di non togliere il velo(24).

L’Osservatorio della Fondazione CDEC lancia segnali di allarme in ordine all’intensificarsi nel corso dell’ultimo anno di episodi di antisemitismo(25). Si segnala tra gli altri, per la gravità dell’atto, l’aggressione avvenuta a Milano in data 12 novembre 2015 ai danni di un giovane della comunità ebraica, ferito con numerose coltellate. La ricostruzione della dinamica dell’agguato ha fatto propendere per la casualità della scelta dell’obiettivo, in funzione della riconoscibilità del giovane dalla barba e dall’uso della kippah.

Su di un altro fronte, tornano casi di circoncisione rituale svolta senza assistenza sanitaria. Il 30 maggio 2016 un bambino ghanese di un mese ha perso la vita a Torino a causa del rituale mal eseguito, cui seguiva forte infezione e febbre alta. Il caso ha riportato l’attenzione sulla necessità di regolamentare l’esercizio delle pratiche rituali nelle strutture sanitarie pubbliche, a costi accessibili(26).

Nuovamente si torna a parlare di kirpan e del diritto (o del divieto) degli aderenti alla confessione Sikh di indossarlo. Nel 2015 la Questura di Cremona, con la collaborazione della Direzione centrale per gli affari generali della Polizia ha avviato un progetto pilota per la produzione di un modello di pugnale rituale privo delle caratteristiche tipiche delle armi da taglio, ma del tutto simile a quello tradizionale, costituito di una lega che non può provocare ferite né essere affilata. Nel maggio 2015 la senatrice Comaroli della Lega Nord ha presentato un Disegno di legge in materia di porto di kirpan (qui il testo) che risulta assegnato in data 13 aprile 2016 ma il cui esame non è ancora iniziato. Il testo fa propri i risultati della sperimentazione, nell’intento di salvaguardare tradizione religiosa e sicurezza pubblica. Dura la reazione da parte di alcuni esponenti della comunità sikh, che ricordano come la giurisprudenza abbia da tempo affermato la non classificabilità del kirpan come arma bianca.

La questione dei luoghi di culto


2015 e 2016 costituiscono annate particolarmente interessanti per il tema dell’edilizia di culto. Nel corso degli ultimi anni il legislatore ragionale ha mostrato un inusitato interesse per il tema, intervenendo in più casi in riforma della legislazione del governo del territorio, nella parte relativa alla disciplina urbanistica dei servizi religiosi. Il primo provvedimento risale al febbraio 2015, quando la Lombardia ha approvato la legge nota come “antimoschee”. In effetti l’intento politico di tipo demagogico – securitario e la tipologia di interventi manifestano l’obiettivo primario della Giunta Maroni, consistente nella chiusura o nella sottoposizione a controllo dei centri culturali e sale di preghiera islamici, con effetti rischiosi – probabilmente non valutati dagli estensori - anche per altre confessioni religiose. Intanto l’Expo 2015 si è svolto senza la predisposizione di un luogo di culto per i visitatori musulmani, mentre le operazioni di bando per le nuove moschee di Milano sono ferme per necessità di integrazione del testo(27).

Il Governo ha impugnato la legge lombarda dinanzi alla Corte costituzionale e particolarmente significativo è stato il pressing di alcune realtà confessionali (evangelici ed islamici per primi) per l’ottenimento dell’azione governativa. Il 23 febbraio 2016 la Consulta ne ha dichiarato la parziale incostituzionalità, depotenziandone gli effetti discriminatori e lesivi del diritto di libertà religiosa, ma lasciando aperte importanti questioni. Qui il testo della pronuncia

Nel frattempo anche la Regione Veneto è intervenuta in materia, con intenti e modalità del tutto simili al precedente lombardo e con alcuni correttivi apportati a seguito della sentenza della Consulta. L’effetto è stato, se possibile, per alcuni versi peggiore, perché ha allargato la base applicativa della legge a tutte le confessioni religiose, a prescindere dal grado di riconoscimento che esse abbiano da parte dello Stato. Qui il testo della legge approvato lo scorso aprile 2016:

Anche la legge regionale veneta è stata impugnata davanti alla Corte costituzionale, di cui si attende la pronuncia.

In ultimo, la Regione Liguria sta esaminando una proposta di legge in identica materia. Presso la Commissione ambiente e territorio sono in corso di svolgimento le audizioni con le rappresentanze religiose coinvolte, tutte contrarie al testo presentato.

Il caso dei luoghi di culto è paradigmatico per diversi aspetti. In esso si evidenziano tutte le lacune della normativa sulla libertà religiosa, che consentono scappatoie al legislatore regionale che intenda intervenire, con provvedimenti demagogici, in una materia in cui non ha competenza. Il tema della libertà religiosa e dei luoghi di culto è stato così ridotto ad una questione di edilizia ed urbanistica e di ordine pubblico. Su quest’ultimo aspetto, manca una coscienza giuridica che recepisca in termine di riconoscimento dei diritti quel pluralismo religioso che è ormai realtà nel paese.

Note

(1) - Per ulteriori approfondimenti si rinvia alle precedenti edizioni del Rapporto.

(2) - Sul punto, P. Naso, A. Passarelli, T. Pispisa (a cura di), Fratelli e sorelle di Jerry Masslo. L’immigrazione evangelica in Italia, Claudiana, Torino, 2014

(3) - G. Peyrot, Significato e portata delle intese, in Le intese tra stato e confessioni religiose, a cura di C. Mirabelli, Milano, Giuffré, 1978, p. 49

(4) - Sul punto, P. Naso, F. Pittau, L’appartenenza religiosa degli immigrati, in Idos – Confronti, Dossier statistico immigrazione 2015, p- 184 ss. In particolare si rimanda alla stima dell’appartenenza religiosa degli immigrati residenti in relazione alle confessioni religiose citate.

(5) - Per una lettura ragionata si veda R. Mazzola, Brevi considerazioni in merito alle politiche in materia di libertà religiosa e di coscienza in Italia, in Quad. dir. pol. eccl., Vol. 21, N. 2, 2013, 342 ss.

(6) - “Francesco nel tempio valdese fa la storia”. Intervista a Eugenio Bernardini, moderatore della tavola, di Paolo Rodari, Repubblica, 22 giugno 2015

(7) - “Il Papa riceve valdesi e metodisti. Prima volta nella storia”, di Domenico Agasso Jr, La Stampa, 5 marzo 2016

(8) - Ibidem

(9) - “Laicità come testimonianza. Progetto di legge sulla libertà di coscienza e di religione: il giurista Roberto Zaccaria interviene all’Assemblea della Fcei”, di Federica Tourn, su Riforma, 6 dicembre 2015

(10) - P. Naso, La libertà religiosa come risorsa sociale, in Quad. dir. pol. Eccl. 1, 2016, p. 25.

(11) - In data 31 dicembre 2012 il Parlamento ha infatti approvato l’Intesa con l’Unione Buddhista Italiana.

(12) - Cui si aggiungono la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la Chiesa Apostolica in Italia e la già ricordata Unione Buddhista Italiana

(13) - In senso critico, S. Lariccia, Un passo indietro sul fronte dei diritti di libertà e di eguaglianza in materia religiosa [?], in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, 20, 2016

(14) - Fonte Centro Studi e Ricerche IDOS.

(15) - M. Bombardieri, Moschee d’Italia, Bologna, 2011.

(16) - Su La Stampa, 1 maggio 2015

(17) - C. Cardia, G. Dalla Torre (a cura di), Comunità islamiche in Italia: identità e forme giuridiche, Torino, 2015

(18) - Il primo esperimento risale al 2005, con l’istituzione della Consulta per l’islam da parte del Ministro dell’interno Pisanu)

(19) - Per informazioni su componenti e lavori, www.interno.gov.it

(20) - Sulla natura ed attività dell’Associazione: www.cartadiroma.org

(21) - Franco Roberti: “reclutamento in carcere, 500 minori a rischio Jihad”, di Gianluca Di Feo, su Repubblica, 11 aprile 2016

(22) - Qui le dichiarazioni provenienti da Antigone Onlus http://agensir.it/italia/2016/04/21/radicalizzazione-nelle-carceri-italiane-fenomeno-limitato-ma-attenzione-ai-giovanissimi-islamici/

(23) - Tra gli altri, Repubblica ed. Milano, 20 giugno 2016.

(24) - Sul punto, www.asgi.it

(25) - http://www.osservatorioantisemitismo.it/

(26) - Ha affermato su La Stampa Mustafa Qaddurah, medico e consigliere del Centro islamico culturale di Roma, che il Sistema Sanitario Nazionale non riconosce la pratica ove eseguita per motivi culturali e non medici.

(27) - http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/13/news/milano_moschea-143961307/?refresh_ce