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LGBTQI+

Il punto della situazione


La sigla LGBTQI+ racchiude una vastità di esperienze che un report dei diritti può mostrarne solo in parte, cioè quella che in qualche modo può rientrare in un discorso legislativo, che sia di tutela o meno. Quanto più la legislazione riguardante una popolazione minoritaria è limitata, infatti, tanto più le esperienze e le tutele saranno non rappresentate e marginali, o addirittura proprio al di fuori dei confini del diritto. Cioè tutte le vite al margine.

Non è riduttivo affermare che al momento l’apparato legislativo è inadeguato. Le leggi non sono aggiornate (come la 164/1982 per le persone trans) o tutelano in maniera parziale (come la legge 76/2016 sulle unioni civili). Inoltre tutte le iniziative legislative ad oggi per essere approvate sono dovute sempre arrivare ad un compromesso con lo stralcio di qualche articolo, come la stepchild adoption all’interno della legge per le Unioni Civili o la gestazione per altri (GPA) nella legge regionale contro l’omobitransfobia in Emilia Romagna.

Se da una parte è giusto considerare la popolazione LGBTQI+ come un soggetto unitario, sia sul piano culturale sia su quello legale, è anche e forse più corretto tenere in considerazione le differenze sostanziali tra tutte le diverse componenti. La stessa istanza, come può essere ad esempio la genitorialità, assume valenze diverse a seconda della lettera. Un esempio: un uomo gay single, una coppia gay, una coppia lesbica, una coppia in cui una delle due persone è bisex o trans, una persona trans, si rapporteranno in maniera diversa con gli aspetti legali, culturali e sanitari dell’essere genitore.

Allo stesso modo e a costo di di risultare pedanti è essenziale parlare di omolesbobitransfobia e non solo di omofobia, come fanno invece i principali mezzi di comunicazione.

Le discriminazioni che un uomo cis gay subisce sono diverse rispetto a quelle di un uomo gay trans o di una donna bisex. Dobbiamo considerare la misoginia come elemento strutturale delle discriminazioni e della violenza, così come la bifobia, molto presente anche in ambienti LGBTQI+. La violenza omobilesbotransfobica dev’essere considerata come violenza di genere. È un tipo di violenza che colpisce persone considerate devianti rispetto alle cosiddette norme di genere. Che sia quindi verso uomini effeminati, o donne lesbiche mascoline o persone trans, la violenza contro la popolazione LGBTQI+ è una violenza contro una presunta infrazione delle norme di genere tutto ciò che non è eterosessuale e/o cisgenere. Da questa prospettiva qualsiasi provvedimento prima legislativo e poi amministrativo suona come una concessione che lo Stato e la società fanno alla popolazione LGBTQI+.

Non tutte le sigle presentano le stesse problematiche e non tutte le problematiche sono gestibili attraverso soluzioni legali. Oltretutto non ci sono praticamente dati e rilevazioni sistematiche in nessun campo, a parte le unioni civili che in quanto atto amministrativo viene per forza registrato e permette quindi di avere dei dati certi.

L’approccio legislativo è principalmente di tre tipi: regolamentazione dei rapporti di coppie tra persone dello stesso sesso, quindi su un piano amministrativo; criminalizzazione dei comportamenti omobilesbotransfobici, dal punto di vista penale; e istituzione di osservatori regionali.

Uno sguardo dall’Europa


Nella classifica ILGA (International Lesbian and Gay Association) dei 49 stati europei in base a numerosi criteri riguardanti tutele e legislazioni per le persone LGBTQI+ l’Italia viene messa al 35° posto.

Ai primi posti troviamo Malta, Belgio e Lussemburgo. In fondo alla classifica, dopo l’Italia, troviamo paesi che negli ultimi anni hanno messo in atto una repressione omolesbobitransfobica piuttosto evidente come Polonia, Russia e Turchia, oltre a microstati come il Principato di Monaco e San Marino. Interessante anche notare l’assenza del Vaticano.

La forte ondata conservatrice contro i diritti civili che sta avvenendo in Europa ha colpito duramente anche l’Italia, che si è sempre discostata molto sui temi dei diritti dagli altri stati dell’UE dell’area mediterranea, complice la presenza forte e continuativa del Vaticano nella vita politica italiana e dell’estrema destra.

Insieme negli ultimi anni hanno dato vita alla cosiddetta galassia no-gender, composta da varie associazioni di stampo cattolico e di destra che stanno portando avanti attivamente azioni di contrasto in primo luogo alla popolazione LGBTQI+ e non solo.

Oltre a un’attiva contrapposizione alla popolazione LGBTQI+, questi gruppi sono contro l’aborto, il divorzio, il sex work, la GPA. Questo a partire dalle opposizioni politiche nei luoghi istituzionali fino ad arrivare ai gruppi di genitori all’interno della scuola pubblica. LA conseguenza è stata quindi una maggiore difficoltà nella diffusione di programmi di prevenzione e sensibilizzazione contro il bullismo, il bullismo omofobico e la varianza di genere nei minori.


Le famiglie LGBTQI+: Le Unioni Civili


Gli ultimi dati relativi alle unioni civili sono relativi al 2018. Riportano 2.371 unioni civili, che insieme alle 8.506 del biennio precedente fa raggiungere la quota complessiva di quasi 11.000 unioni civili.

A guidare le unioni civili sono state Roma per le città e la Lombardia per le regioni. A seguire in ordine Milano, Torino, Firenze, Napoli, Bologna, Venezia, Genova, Bari e Reggio Calabria, e Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte, Basilicata e Molise.

Emerge chiaramente se non proprio una spaccatura ma almeno una distanza considerevole tra Nord e Sud e tra capoluoghi di provincia e città più piccole.

I dati Istat ci restituiscono un quadro di unioni civili effettuate prevalentemente da maschi.

L’età media si aggira intorno ai 45 anni per le donne e 49 per gli uomini, quindi persone che presumibilmente hanno dovuto aspettare per poter regolamentare la propria unione.

Con un aumento progressivo delle unioni civili è lecito aspettarsi anche le situazioni collaterali: figli, separazioni, indennizzi.

Nel 2019 giunge la prima sentenza per un assegno di mantenimento conseguente alla separazione di un’unione civile.

Nel 2020 sempre nell’ambito di una coppia lesbica ma non unita civilmente perché una delle due persone è deceduta prima dell’entrata in vigore delle unioni civili la Corte di Cassazione ha imposto all’INPS il pagamento della pensione di reversibilità.


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Quando parliamo di famiglie LGBTQI+ dobbiamo considerare le molte forme che le famiglie possono avere. Ci sono famiglie con figli e figlie nati e nate da precedenti relazioni eterosessuali, famiglie senza figli, single con figli o figlie adottati/e, famiglie allargate, famiglie eterosessuali con figli LGBTQI+, coppie omosessuali che hanno avuto figli tramite GPA o adozione. Alcune, anzi quasi tutte queste forme di famiglie si possono rintracciare nelle relazioni eterosessuali le quali però hanno maggiori tutele.

Attualmente il grande buco legislativo riguarda proprio i minori. Non essendoci una legislazione univoca, le singole vicende vengono gestite singolarmente. Ci sono casi di mancata trascrizione degli atti e anche impossibilità di adottare, tramite stepchild adoption, i figli del/la partner. In mancanza di una legislazione unitaria a livello nazionale ogni singolo caso è una causa a sé stante, la gestione è quindi dei vari tribunali dei minori e dalle singole amministrazioni comunali.

Essendo la trascrizione un atto amministrativo, i Comuni possono rifiutarsi di trascrivere gli atti di nascita di figli di coppie omogenitoriali e, quando fatte, queste trascrizioni possono comunque essere impugnate dalla procura per essere contestate.

Nel Gennaio di quest’anno però la Corte di Trento ha decretato legittimo l’atto di nascita di un bambino con due madri dopo che il comune di residenza si era rifiutato di trascriverlo.

La mancata approvazione della stepchild adoption crea un vuoto prima di tutto di tutele e poi di possibilità. La madre non partoriente non ha alcun diritto né alcuna potestà sui figli i quali non hanno autonomia fino al raggiungimento della maggiore età. Basti pensare a situazioni come emergenze mediche dove se non si hanno accertati legami di parentela non si ha alcun diritto di visita o di prendere decisioni riguardanti la salute.

L’eliminazione della stepchild adoption comporta anche la mancata instaurazione di vincoli parentali con gli altri componenti della famiglia. Non ci sono nonni e nonne (dai quali poter anche ereditare), non si ci sono fratelli e sorelle.

Regolamentare e quindi anche tutelare una coppia di uomini e una coppia di donne sono due cose molto differenti, dato che all’interno di una coppia lesbica una delle due è capace di portare avanti una gravidanza. In Italia però la legge 40 in materia di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) non è prevista per le coppie dello stesso sesso e quindi per le coppie lesbiche. Serve un’interpretazione della legge 40 per poter aver accesso alla PMA.


Leggi regionali e nazionali


Il contrasto alle discriminazioni passa anche dal piano penale, o meglio dal tentativo di limitare le discriminazioni attraverso provvedimenti principalmente sanzionatori, cioè con una condanna pecuniaria o reclusiva che dovrebbe dissuadere dal compiere o istigare atti di violenza.

Alcune regioni - Toscana, Umbria ed Emilia Romagna - hanno una legislazione in merito. In Puglia c’è un DDL non ancora approvato.

La Toscana è stata una delle prime a emanare nel 2004 una legge regionale. La legge 63/2004 è molto specifica e dettagliata. Parla di tutele sul lavoro, di formazione sul lavoro e nella sanità. Sulla sua eventuale attuazione non sono disponibili dati.

L’Umbria ha una legge regionale che rischia di essere abolita dalla nuova presidente della regione Daniela Tesei, eletta a fine 2019 con una coalizione di destra.

La Regione Emilia Romagna ha ugualmente una sua legge, come sempre osteggiata dalla destra, entrata in vigore nel luglio 2019.

Anche questa, come quella toscana, promuove la formazione, la responsabilità sociale delle imprese, la tutela delle famiglie compreso il sostegno ai comuni che decidono di trascrivere le nascite di figli di coppie omogenitoriali, l’istituzione di un osservatorio regionale sulle discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, la decisione di farsi parte civile in “casi di violenza commessa contro una persona a motivo dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere, di particolare impatto e rilevanza sociale nella vita della comunità regionale,[...] devolvendo l'eventuale risarcimento a sostegno delle azioni di prevenzione contro tali tipi di violenza o discriminazione e l’istituzione di un Fondo di solidarietà per la tutela giurisdizionale delle vittime di discriminazioni, destinato a sostenere le spese per l’assistenza legale.

Per ottenere l’approvazione di questa legge, sotto pressione dell’area della destra, si è dovuto arrivare all’aggiunta del comma 2-bis dell’articolo 13 della legge regionale 27 del 2014 in materia di Pari Opportunità.

Questo comma si contrappone esplicitamente alla Gestazione Per Altri (GPA), nella quale «la Regione non concede contributi ad associazioni, anche se regolarmente iscritte nei registri previsti dalla normativa vigente, che nello svolgimento delle proprie attività realizzano, organizzano o pubblicizzano la surrogazione di maternità.»

La destra è quindi riuscita, attraverso una contrattazione, a porre un piccolo limite istituzionale alla GPA, pratica criticata anche da Arcilesbica nazionale.

Sul piano nazionale invece non è stata ancora approvata nessuna legge, e al momento sono depositati due DDL distinti.

Nel 2018 è stata presentata un DDL da parte del deputato del PD Alessandro Zan per una revisione dell’articolo 604-bis e 604-ter del codice penale che tratta di “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”.

La proposta di legge è volta quindi ad ampliare lo spettro dei comportamenti discriminatori a quelli contro le discriminazioni «per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» aggiungendo «oppure fondati sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere».

Le sanzioni sono quindi reclusione fino a un anno e sei mesi o multa fino a 6.000 euro.

Nonostante si sia scelta una formula abbastanza ampia da non fare nessun tipo di omissione, ad esempio sulla bifobia o sulla lesbofobia, i giornali continuano a parlare di legge contro l’omofobia o, nei casi migliori, legge contro l’omotransfobia.

Nel 2019 è stato invece scritto e presentato un altro DDL S.1776 da parte della parlamentare 5S Alessandra Maiorino e sottoscritto da vari parlamentari dello stesso gruppo politico.

Come il DDl Zan, il DDL Maiorino è un allargamento dell’articolo 604-bis e 604-ter. Nonostante la dicitura del tipo di violenza sia limitato a omofobia e transfobia, il disegno di legge ha però diverse implementazioni importanti. Anzitutto, istituisce con l’articolo 5 la Giornata nazionale contro le discriminazioni determinate dall'orientamento omosessuale, bisessuale o dall'identità di genere, durante la quale “le amministrazioni pubbliche sono invitate a organizzare cerimonie commemorative o celebrative e a favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione e di riflessione sulle tematiche” ma senza che ne derivino “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.”

L’articolo 6 prevede l’istituzione di centri antiviolenza con un incremento di “4 milioni di euro annui” per il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità e l’articolo 7 invece un rapporto statistico a cura dell’ISTAT su “rilevazione statistica sulle discriminazioni e sulla violenza in ragione dell'orientamento sessuale, dell'identità di genere o del ruolo di genere della vittima che ne misuri le caratteristiche fondamentali e individui i soggetti più a rischio con cadenza almeno triennale.”

Al momento è in lavorazione una proposta di legge unificata dei due DDL.

Com’è possibile notare, alcune predisposizioni legislative regionale offrono più tutele, almeno sulla carta, soprattutto per quanto riguarda il lavoro e la formazione. L’accesso al lavoro è infatti una della grandi discriminanti della popolazione, soprattutto per le persone trans e in particolare per le donne trans.


L’omobilesbotransfobia


Usando solamente i casi di cronaca sui giornali, Arcigay ha riportato 187 casi di omobilesbotransfobia nel periodo compreso tra maggio 2018 e maggio 2019: 68 in più rispetto all’anno precedente. Ovviamente e purtroppo sono solo una parte degli episodi di discriminazione che accadono nel nostro paese.

Violenze e discriminazioni omolesbobistransfobiche hanno forme diverse e molteplici. Si va dall’incremento di quel tipo di violenza agita collettivamente, sia da gruppi - le cosiddette baby-gang - che da gruppi di destra ed estrema destra. Anche in famiglia, uno spazio sociale che dovrebbe essere sicuro, spesso si agisce violenza, in genere dopo il coming out.

Possiamo anche considerare la volontà di non trascrivere determinati atti amministrativi, come quello di nascita, come omolesbofobia di carattere istituzionale.

Si discrimina anche nei luoghi di lavoro. Per le persone trans l’accesso al lavoro è problematico perché ci sono due tipi di ostacoli, l’aspetto e la condizione anagrafica non ancora rettificata.

In ascesa anche l’hate speech sui social. Il report di Vox, che ha come corpus i contenuti di 215.377 tweet, ha riscontrato come 11.741 di questi contenevano commenti omofobici, evidenzia che l’incidenza maggiore sia proprio nelle grandi città Milano, Venezia, Bologna e Napoli.

Interessante notare come su 17 keywords, solo 2 siano insulti a persone lesbiche e i restanti verso uomini gay.

Questo evidenzia quanto nell’omobitransfobia sia da sempre l’omofobia maschile a spiccare.


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Per quanto riguarda la bifobia, invece, assistiamo alla “cancellazione” della bisessualità. Se non esistono le persone bisessuali di conseguenza non esiste nemmeno la bifobia, non fosse che la cancellazione della bifobia è bifobia stessa.

I dati riportati nel documento della commissione Europea Social “Eurobarometer of acceptance of LGBTQI+ people in the UE” mostrano l’Italia come un paese estremamente consapevole delle discriminazioni e contemporaneamente piuttosto discriminante.

Interessante come i temi trans e intersex siano quelli che registrano la maggiore avversione (sul cambio del nome più veloce o sull’introduzione di un terzo genere sui documenti) e la più alta percentuale di discriminazione.


Anche la sezione della scuola rivela una grande avversione verso l’introduzione di temi LGBTQI+ nella didattica, nella programmazione e nei libri di testo.

Del resto l’ondata no gender ha fatto proprio della scuola e della difesa dei bambini dalla teoria gender uno dei suoi cavalli di battaglia.

Le reazioni nei confronti delle effusioni in pubblico di coppie dello stesso sesso sono peggiori nei casi di coppie di uomini.

Salute LGBTQI+


Sulla salute della popolazione LGBTQI+ non esistono degli studi sistematici. Si può ipotizzare però che la situazione non sia molto diversa da quella esposta dalla ricerca “On the margins” pubblicata da Harvard Medicine. Passate da decenni le complicazioni derivanti dall’infezione da HIV, la popolazione LGTBQI non è esente da rischi. Quella più giovane ha un rischio più elevato di bullismo, suicidio e abuso di sostanze. Nell’età adulta invece il rischio è legato alla maggiore incidenza di alcune patologie: le donne lesbiche incontrano un rischio maggiore di obesità e di cancro al seno e gli uomini gay di cancro ai testicoli, al colon, alla prostata e all’ano.

La passata epidemia di HIV/AIDS ha portato in particolar modo la comunità maschile gay ad una maggiore prevenzione e a seguire le terapie di profilassi PrEP, profilassi pre-esposizione, cioè prima di rapporti a rischio, e PeP, profilassi post esposizione.

Attorno all’HIV/AIDS, e nonostante sia passato tanto nella popolazione quanto nell’informazione la trasformazione da “morbo gay e dei tossici” ad una diffusione assolutamente trasversale, c’è ancora molta disinformazione e stigma. Proprio a causa della distanza che aveva voluto mettere con il virus, la popolazione eterosessuale ne ha sottovalutato i rischi e ne è stata ugualmente colpita.

Oltre all’HIV/AIDS ci sono tutta un’altra serie malattie trasmissibile sessualmente (MTS) e infezioni trasmissibili sessualmente (ITS) come epatiti, sifilide, clamidia, gonorrea, herpes, candidosi, uretriti, piattole, gardrenella, tricomonas e vaginite, che si possono contrarre senza un’accurata prevenzione.

Mancano dei dati a lungo termine soprattutto sulla salute delle persone trans. Negli ultimi anni ci sono state varie situazioni complicate legate alla reperibilità degli ormoni per le persone trans, anche a causa dei rapporto tra industria farmaceutica e AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).

Il progynova, come tanti farmaci usati nelle TOS (terapie ormoniali sostitutive) dalle persone trans, è un farmaco progettato per persone cis, nello specifico per le donne cis in menopausa. La Bayer che produce il farmaco ha presentato una richiesta di aumento del prezzo che l’AIFA ha accettato spostandolo da Fascia A, cioè a carico del Servizio Sanitario Nazionale, a fascia C con un aumento del prezzo del 300%.

Nonostante il prezzo finale si aggiri intorni ai 10 euro, quindi non estremamente proibitivo, è comunque un altro tassello della mancanza di tutela verso le persone trans, il cui percorso è piuttosto costoso (solo il laser per la rimozione della barba costa in media sui 2.000 euro e non è mutuabile). Considerando che per le persone trans l’accesso al lavoro è molto più difficile rispetto al resto della popolazione, ogni carico economico rappresenta un forte aggravio di una condizione già difficile.

Sempre la Bayer aveva fermato la produzione dei farmaci a base di testosterone Sustanon e Testoviron, farmaci pensati per uomini cis con ipogonadismo. L’Aifa ha quindi permesso l’importazione dall’estero di questi farmaci.

Qualche anno fa sempre l’Aifa ha limitato la vendita di farmaci a base di testosterone perché considerata sostanza dopante e perché vietata l’assunzione per le donne. Non fosse che gli uomini trans fino al momento del cambio documento hanno un codice fiscale femminile.

Particolarmente delicata e invisibilizzata è la questione delle mutilazioni genitali delle persone intersex. Intersex è un termine generico che indica una varietà di condizioni e variazioni biologiche del sesso, cioè quelli che nel passato ed erroneamente venivano chiamati ermafroditi. Alcune stime dicono che la percentuale di persone intersex rappresenta l’1,7% delle nascite.

La condizione intersex racchiude molte tipologie di variazioni, che comprendono quelle cromosomiche, cioè dei cromosomi sessuali XX e XY, variazioni sulla ricezione degli ormoni sessuali e la morfologia dei genitali.

Proprio i genitali non conformi a uno dei due sessi, cioè una vagina o un pene riconoscibili come tali, portano alle sopracitate mutilazioni genitali. Sono operazioni che portano a modificare i genitali in modo tale da renderli conformi, in genere avvicinandoli il più possibile al sesso più “simile” e continuando con delle terapia ormonali anche in fase prepuberale.

Questo nonostante morfologie diverse non portino necessariamente a delle disfunzioni o a delle patologie.

Ovviamente parlando di neonati e neonate sono operazioni non consensuali, effettuate pochi giorni dopo la nascita. Queste operazioni di fatto decidono il sesso e quindi il genere di una persona non conoscendone l’identità di genere che avrà in futuro.

Per un report più comprensivo di tutti i diritti è necessario prendere in considerazione anche le soggettività più fragili e più marginalizzate.


Sex Work


Date le diverse forme di cui si compone il sex work e dato che è un tipo di lavoro del tutto sommerso è difficile avere dei dati certi.

Per sex work si intende solo il tipo di lavoro sessuale che si fa per propria scelta e non le vittime di tratta.

In più, una parte consistente del sex work si sta spostando dalla strada al chiuso (o indoor), sia in situazioni collettive come case d’appuntamenti e centri massaggi che, sempre di più, in privato, grazie all’intermediazione del web (anche con prestazioni in cam, ecc.) per cui è ancora più difficile conoscere i numeri del fenomeno.

Il sex work LGBTQI+ è un incrocio di varie discriminazioni e di esclusione sociale, rispetto al sex work in sé, spesso fonte di sostentamento obbligatoria, e rispetto alla stessa comunità LGBTQI+.

Sulla prostituzione maschile non si hanno numeri certi, è un mondo ancora più sommerso del resto. Spesso sono minori migranti, non è nemmeno obbligatorio che siano per forza omosessuali. La grande discriminazione omobilesbotransfobica che colpisce chi vuole avere rapporti sessuali porta ad approfittare di rapporti a pagamento.

Uno degli stigma legati alle donne trans è quello del sex work, in passato quasi un obbligo dato la quasi completa inaccessibilità al mondo del lavoro.

Il MIT - Movimento Italiano Trans segnala che sul totale di tutte le donne che fanno sex work, una percentuale che si aggira intorno al 30-35% sono donne trans, prevalentemente provenienti dal Sud America. Per loro si segnala un livello di insicurezza allarmante e sono a rischio su vari livelli. Prima di tutto, anche a causa della richiesta da parte dei clienti di avere rapporti non protetti, esiste un rischio di salute legato all’infezione di HIV e ad altre malattie sessualmente trasmissibili, inoltre c’è un forte rischio per l’incolumità fisica a causa dalle aggressioni subite sia da clienti sia dalle forze dell’ordine.

Per questo, e per la condizione di irregolarità dei documenti, è praticamente impossibile sia affidarsi alla sanità pubblica sia denunciare questi tipi di violenze.


Carcere


Il carcere è uno dei dispositivi di segregazione di genere, per questo chi ha un’identità che per qualsiasi motivo non rientra nei due generi binari, maschile e femminile, si aggiunge un ulteriore livello di discriminazione. Così come “fuori” l’esperienza trans è molto eterogenea, anche dentro il carcere è difficile trovare un’omogeneità che porta a un discorso che vale per tutte le detenute trans.

Quindi le persone trans, e in particolare le donne trans, nella detenzione partono già da una posizione di svantaggio.

A parte gli istituti penitenziari dotati di una sezione specifica, le donne trans che non hanno ottenuto una rettifica anagrafica rischiano di essere messe nelle sezioni maschili con ovvie conseguenze di molestie, violenze e discriminazioni.

La popolazione carceraria trans si aggira intorno alle 70/80 donne in tutta Italia. Sul territorio italiano le carceri con una sezione solo per le donne trans sono poche: Milano S. Vittore (celle chiuse), Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Belluno, Roma Rebibbia e Reggio Emilia.

Per questioni di sicurezza nei loro confronti, vivono in un regime di ulteriore isolamento rispetto alle altre persone detenute. Sempre per ragioni di sicurezza, le donne trans sono spesso nella stessa sezione di sex offenders, collaboratori di giustizia ed ex appartenenti alle forze dell’ordine, tutte categorie a rischio violenza da parte degli altri detenuti. Solamente il carcere di Sollicciano ha una sezione in uno spazio adiacente a quella femminile in modo da permette la condivisione degli spazi collettivi con le donne recluse.

I reati per i quali sono detenute sono spesso legati alle sostanze stupefacenti e a forme alternative di sostentamento, quindi spaccio, rapine (ai clienti), oltre a truffe telematiche, aggressione e minacce.

La qualità di vita e il rispetto dei diritti fondamentali dipendono molto dalla lungimiranza e dalla premura prima di tutto della direzione, e poi dall’amministrazione, dalla formazione delle forze di polizia penitenziaria, degli operatori sanitari e sociali che eventualmente portano avanti dei progetti di rieducazione.

A questo livello discrezionale, o quasi, si aggiunge che non tutte le ASL riconoscono le terapie ormonali sostitutive, le quali non rientrano nei livelli essenziali di assistenza sanitaria (L.E.A.). Per cui soprattutto per le donne trans migranti, in particolare quelle sudamericane, non è garantita la TOS, e questo può portare all’assunzione di farmaci e ormoni sottobanco senza controlli medici e quindi con ovvi rischi legati alla salute. Inoltre l’isolamento in cui vivono le persone trans è quindi un isolamento ulteriore che le priva anche della possibilità di avere dei rapporti affettivi all’interno del carcere.


Migranti


Anche la situazione delle persone migranti LGBTQI+ non è delle migliori. Spesso vengono da paesi dove l’omosessualità è reato, anche punibile con la morte: sono 70 gli Stati al mondo in cui l’omosessualità è illegale e in 6 di questi è prevista la pena di morte.

In una nota dell’UNHCR si legge che “le domande presentate da persone LGBT spesso rivelano esposizione a violenza fisica e sessuale, prolungati periodi di detenzione, abusi medici, minacce di esecuzioni e omicidi d’onore. Si tratta di danni e maltrattamenti talmente gravi da raggiungere generalmente il livello di persecuzione, nel significato enunciato nella Convenzione [di Ginevra] del 1951. Gravi forme di violenza da parte di famiglia e comunità, stupro e altre forme di aggressione sessuale, in particolare se in contesti di detenzione, possono rientrare nella definizione di tortura.»

Subito dopo si sottolineano le differenze di genere: «Le donne lesbiche spesso subiscono danni come risultato della combinazione tra orientamento sessuale e genere, poiché all’interno della società le donne hanno generalmente meno potere rispetto agli uomini. Le lesbiche probabilmente si sentono ancora più obbligate rispetto agli uomini gay a conformarsi esteriormente alle aspettative della famiglia e della società, ad esempio sposando qualcuno di sesso opposto. In società in cui le donne sono considerate in primo luogo come mogli (di uomini) e madri, le lesbiche potrebbero essere isolate e diventare invisibili. Esse sono generalmente più a rischio di danno da parte di attori non statuali rispetto agli uomini gay, anche come risultato di violenza per ritorsione da parte degli ex partner. Esse spesso hanno anche un accesso più limitato ai sistemi di protezione informali, quali associazioni di sostegno nel paese d’origine.»

Spesso queste persone non sono informate sui propri diritti e sulla possibilità di richiedere protezione come rifugiato/a secondo l’articolo 8 del decreto legislativo 251/2007 che offre protezione a un “particolare gruppo sociale”.

Anche qui non si conoscono i numeri esatti se non quelli delle persone che fanno richiesta d’asilo con una richiesta di protezione per persecuzione che è il tipo di protezione che si può richiedere in quanto persona LGBTQI+.

Un altro problema sottovalutato è l’omolesbobitransfobia che la persona richiedente asilo ritrova nella comunità del suo paese d’origine, in genere le prime persone con cui si viene in contatto quando si arriva in un paese straniero.

L’omolesbobitransfobia è anche presente negli operatori dei centri che senza un’adeguata formazioni possono sottovalutare i rischi di fare outing.

Le uniche rilevazioni sono fatte dagli sportelli migranti della rete Arcigay e da altre piccole realtà indipendenti. Questi centri però non sono messi in rete, né c’è un coordinamento nazionale tale da riuscire a sistematizzare le informazioni. Le rilevazioni non sono capillari, le ricerche sporadiche e non qualitative. Per esempio lo sportello migranti Arcigay di Napoli copre e serve tutto il Sud.

Un grande ostacolo è dato dal fatto che le identità LGBTQI+ sono concetti nati e formalizzati nella nostra cultura occidentale e che sono soggette anche all’interno della nostra cultura e nel tempo a sostanziali mutamenti. Per questo in alcuni casi mancano proprio le categorie linguistiche che le persone richiedenti asilo possano usare per indicare sia le pratiche che le identità (anche pratiche e identità sono concetti derivanti dal pensiero occidentale).

Queste persone quindi sono doppiamente discriminate sia come migranti sia come persone LGBTQI+.


(Un ringraziamento a Giulia Bodo, Alessia Crocini, Daniela Falanga, Carmen Ferrara, Elisa Manici, Porpora Marcasciano, Knet, Caterina Peroni, Paola Pizzo)

Marcella Di Folco

Marcella Di Folco

(Roma 1943 - Bentivoglio 2010)
IL DIRITTO AD AUTODETERMINARSI, ANCHE NEL GENERE: STORIA DI MARCELLA DI FOLCO, UNA DELLE PRIME E PIÙ FAMOSE DONNE TRANS ITALIANE

“Io dovevo solo consegnare una lettera. Lui stava girando uno dei suoi primi film. All’improvviso mi guarda e mi dice ”. A pronunciare quelle parole fu Federico Fellini. L’ignaro portalettere era invece Marcella Di Folco. Ma per dieci anni nei titoli di coda del regista appariva un nome diverso: Marcello Di Falco. E se per il cognome era semplicemente una questione “artistica”, la storia dietro quel nome racconta l’impegno incessante di una persona per un diritto essenziale, quello all’autodeterminazione del proprio genere. Marcella nacque nel 1943 a Roma, tra tutte le difficoltà della capitale nel secondo dopoguerra. Specie per chi, come lei, proveniva da una famiglia strettamente legata al Ventennio e caduta in disgrazia alla fine del conflitto.

Ma la vera sfida, come detto, arrivò anni dopo, quando divenne una delle protagoniste della battaglia per i diritti delle persone trans. Non era una battaglia scontata, alla fine degli anni Sessanta, tanto che Marcella impiegò oltre dieci anni per veder riconosciuto a lei - e a chiunque - il diritto alla modifica dei caratteri sessuali, tramite una legge del 1982. Ma Marcella era stata sempre un passo avanti a tutti e, anticipando il provvedimento, si era già recata nel 1980 a Casablanca per l’operazione, a conclusione di un decennio di riflessioni e cure ormonali.

“Devi essere tu a volerlo, non farti obbligare. Dal fidanzato come dall’anagrafe”, disse.

Nel frattempo proseguiva una carriera importante con il già citato Fellini, Rossellini, Risi e Monicelli, oltre a lavorare al Piper, storico locale romano. Negli anni Ottanta la carriera cinematografica lascia progressivamente spazio all’attivismo per i diritti di genere, mentre Marcella si trasferisce a Bologna. Diventa la presidente del MIT (Movimento Identità Transessuale), modificando radicalmente l’associazione e riuscendo a far aprire un consultorio di genere: sarà il primo al mondo gestito interamente da persone transgender. Il suo attivismo continua anche negli anni ‘90, quando diventa consigliera comunale a Bologna, anche in questo caso prima donna trans a ricoprire un incarico simile.

“Non sei Maschio. Non sei Femmina. Non sei quello che devi essere, quindi, non sei niente. In un mondo che ti annulla, trovare le parole per dirsi, per raccontarsi, a volte anche solo per dimostrare che esisti, è difficile”.

Queste parole riescono a riassumere ciò che fu Marcella. Le sue battaglie per i diritti, la sua determinazione, la sua forza, le sue vittorie. Fino al 2010, fino a quando un tumore se la portò via il 7 settembre di quell’anno. La sua memoria è viva in chi porta avanti le lotte per le persone trans e per la libertà di genere.