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LGBTQIA+

Nel 2024, in base al Rainbow Report di Ilga Europe, l'Italia rimane stabile alla 35esima posizione sui 49 paesi monitorati in tema di (non) diritti delle persone LGBTQIA+, con una percentuale del riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+ del 24,41%, ben sotto alla media europea.

Tale posizione evidenzia un ritardo strutturale su più fronti: i punti più evidenti sono la mancanza di una legge di contrasto al fenomeno dell’omolesbobitransofobia e in generale che attenzione i c.d. all’hate crime e all’hate speech, e la condizione delle persone intersex, fino al mancato divieto delle “terapie di conversione”, ancora legali nel nostro ordinamento nonostante le condanne unanimi della comunità scientifica e internazionale. Bassa la percentuale anche sul tema della gender equality e non discriminazione, la tutela della famiglia e il riconoscimento dei diritti delle persone richiedenti asilo e rifugiate.

Omolesbobitransfobia, Hate Speech e Hate Crimes: nessuna legge a tutela delle persone LGBTQIA+


In Italia non esiste ancora una normativa specifica che riconosca e sanzioni in maniera specifica i comportamenti discriminatori e le violenze motivati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere. Attualmente, episodi di omofobia, lesbofobia, bifobia o transfobia vengono perseguiti attraverso le fattispecie presenti nel codice penale ma senza la contestazione esatta del bias alla base degli atti di violenza e/o discriminazioni. Degli sforzi per adottare una modifica legislativa si è parlato nei precedenti rapporti, così come del fallimento dei tentativi dal 2013 in poi.

La lacuna normativa produce conseguenze rilevanti, in quanto le vittime di odio omolesbobitransfobico non trovano un adeguato riconoscimento giuridico delle violenze subite e il sistema legale non dispone di strumenti specifici di prevenzione e repressione, ponendo diverse questioni di compatibilità con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

L'hate speech nei confronti della comunità LGBTQIA+, nel panorama italiano, per cui nel 2024 il Consiglio Europeo ha mostrato preoccupazione, è ampiamente diffuso e in crescita, come rilevato dal rapporto annuale dell’ILGA del 2025 dall'ultimo report condotto da VOX Osservatorio Italiano sui Diritti, dove "l'odio online si espande e si polarizza". 

Se nella rilevazione del 2022, l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’odio legato ai diritti della persona, con una prevalenza di contenuti a carattere misogino, omotransfobico e abilista e i tweet contenenti hate speech rivolto alla comunità LGBTQIA+ costituivano l’8,78% del totale dei messaggi negativi monitorati, nel 2024, invece, la percentuale è scesa al 3%, evidenziando una riduzione significativa del fenomeno. I momenti di maggiore concentrazione di discorsi d’odio si sono registrati in occasione delle giornate del Pride e, in particolare, a seguito di episodi di aggressione omofoba, che hanno generato picchi di attività ostile sui social.

Secondo i dati disponibili, il 62,41% dei contenuti riferiti alle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ presenta una connotazione negativa. All'interno di questa percentuale, gli stereotipi costituiscono il 27,62%, rappresentando una quota significativa della narrazione distorsiva. In particolare, tra gli stereotipi più diffusi emergono quelli caratterizzati da un'evidente insofferenza nei confronti del mondo LGBTQIA+, spesso rappresentato attraverso linguaggi spregiativi e denigratori.

Il report rileva anche la distribuzione dell'odio nelle diverse regioni e città italiane, Roma svetta come città più omolesbobitransfobica con il 23,65%, seguita da Milano con il 18,65%, chiude il podio Torino con il 5,78%.

Il Report di Arcigay, che copro l'arco temporale da maggio 2024 a maggio 2025, registrata 110 episodi di omolesbobitransfobia, evidenziando l'urgenza di politiche concrete quali la formazione delle forze dell'ordine e il potenziamento delle tutele legali.

Tra gli eventi registrati bisogna segnalare che gli atti di violenza includono aggressioni fisiche, insulti, ricatti, minacce, vandalismo, discriminazioni istituzionali e casi di stalking, spesso perpetrati da gruppi o in contesti familiari. Infatti, il Report evidenzia una allarmante crescita delle aggressioni perpetrate da gruppi, si è documentato 28 episodi di cui 22 classificati come aggressioni fisiche con un elevato livello di violenza.

Si sono registrati 2 suicidi di persone omosessuali che hanno espressamente lasciato un messaggio dove spiegavano che alla base del loro gesto vi era il proprio orientamento sessuale nonché 2 suicidi di persone trans* a causa del clima di odio per il loro percorso di affermazione di genere.

L'assenza di una legge contro l'omolesbobitransfobia ha portato all'archiviazione di una denuncia sporta nel 2023 da un insegnate di Treviso nei confronti di un suo alunno che gli aveva rivolto offese omofobe.



C11. Grafico 1 • Indagine: Ha fatto bene il Parlamento a respingere il "DDL Zan"? 



Sul piano nazionale, l'Italia è tra i nove paesi dell'UE (insieme a Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che non hanno firmato la dichiarazione che promuove politiche europee a favore delle comunità LGBTQIA+, scatenando diffuse proteste sia da parte dei partiti di opposizione che dei/delle cittadin* italian*.

L’ostilità e la discriminazione compromettono in misura sempre più rilevante il benessere psicologico e la stabilità emotiva delle persone LGBTQIA+. Secondo i dati della Gay Help Line il 30,3% degli/delle utenti ha dichiarato un incremento dei sintomi ansiosi, un accresciuto senso di disperazione e l’adozione di strategie di evitamento per fronteggiare lo stress e lo stigma sociale.

Secondo quanto riportato nel Report, il 40,8% delle persone che si sono rivolte al servizio ha dichiarato di aver subito forme di violenza motivate dal proprio orientamento sessuale, dall’identità o dall’espressione di genere. In particolare, emerge come tali condotte lesive si siano verificate prevalentemente all’interno del contesto familiare, con una percentuale pari al 48,7%. Nonostante la gravità del fenomeno, soltanto un soggetto su otto ha proceduto a formalizzare una denuncia, evidenziando la diffusione del fenomeno dell’under-reporting, aggravato anche dal fatto che dichiarandosi vittime, le persone sarebbero costrette a rivelare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere alle forze dell’ordine e a tutti gli altri operatori del diritto coinvolti nella presa in carico del caso.


C11. Grafico 2 • Indagine: Quanto sono discriminate le persone LGB?



Libertà di espressione, ricerca accademica e educazione scolastica


Infine, si sta riscontrando un attacco alla libertà e all’indipendenza della ricerca scientifica pubblica e dell’insegnamento, come previsto dall’art. 33 della Costituzione. Un tentativo di ingerenza si è verificato nel 2024 nei confronti dell’Università degli Studi di Roma Tre, colpita da pesanti critiche e campagne denigratorie da parte di associazioni anti-abortiste e cattoliche per una ricerca sull’infanzia gender creative. Tali attacchi sono stati non solo sostenuti, ma anche amplificati da alcuni esponenti politici. L’Università ha risposto con fermezza.

Un episodio della stessa natura ha riguardato il professor Federico Zappino, docente e ricercatore dell’Università di Sassari, oggetto di un attacco mediatico e politico per il proprio corso universitario sulle identità di genere. La Rete GIFTS – Studi di Genere, Intersex, Femministi, Transfemministe e sulla Sessualità – ha sottolineato come "Il lavoro di ricerca è e deve essere privo di pressioni politico-istituzionali, libero, indipendente e basato su evidenze scientifiche, non su credenze ideologiche volte a cancellare esistenze ed esperienze. La realtà dei fatti non può piegarsi alla visione politica parziale di nessuna parte politica."

Questi episodi non si collocano solo sul piano del conflitto politico, ma si intrecciano direttamente con il fenomeno dell’hate speech. Le campagne di delegittimazione contro la ricerca e l’insegnamento sui temi LGBTQIA+ si traducono infatti in una narrazione ostile che alimenta pregiudizi, diffonde paura e riduce lo spazio di espressione democratica. L’hate speech non si manifesta soltanto attraverso insulti diretti, ma anche attraverso forme più sottili di violenza simbolica quali l'insinuazione sulla legittimità della ricerca, pressioni per ridurre la libertà accademica, discorsi pubblici che etichettano le questioni di genere come “ideologiche” o “pericolose”.

Il paradosso è che, di fronte a queste dinamiche, il Ministero dell’Università e della Ricerca ha deciso di avviare verifiche sull’operato degli studiosi invece di proteggerli da tali attacchi. Così facendo, il rischio è quello di rafforzare la legittimazione dell’hate speech, spostando il peso della colpa dalle campagne denigratorie agli stessi ricercatori. Ne deriva un clima di intimidazione che non solo mina la libertà accademica, ma contribuisce a normalizzare il linguaggio d’odio nello spazio pubblico.

Il deputato Rossano Sasso ha presentato, in data 11 settembre 2024, una mozione presso la Commissione "Cultura, scienza e istruzione" della Camera dei deputati, presentata dal deputato Rossano Sasso, con l’obiettivo di introdurre linee guida che impediscano che "l'insegnamento scolastico venga utilizzato per propagandare tra i giovani, in modo unilaterale e acritico, modelli comportamentali ispirati alla cosiddetta «ideologia gender»". La mozione è stata approvata con il sostegno dei deputati di Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, nonostante l’evidente contrasto con i valori fondanti dell’Unione europea e il rischio che disposizioni di tal sorta costituiscano una potenziale minaccia ai diritti delle cittadine e dei cittadini, in particolare delle persone LGBTQIA+, compresi i minori. Alla luce dei principi sanciti all'interno della normativa europea, alcuni europarlamentari italiani, nel settembre del 2024 hanno presentato una interrogazione alla Commissione Europea.

Nello stesso senso, si registrano i DDL ad oggi in esame, e precisamente i DDL Valditara, Amorese e Sasso, che prevedono vere e proprie limitazioni ai percorsi di educazione sessuale e affettiva e alle carriere alias, profondamente contestati dalle associazioni a tutela delle persone transgender.



C11. Grafico 3 • In che modo vengono percepite le persone LGBTQIA+ in Italia



Normativa europea e nazionale: peggioramento del segno dei provvedimenti adottati 


Nessuna legge è stata adottata dal governo a tutela e riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+. Si registrano invece, dichiarazioni delle posizioni di governo numerosi provvedimenti di segno opposto

Nel 2024 il governo italiano, in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia (IDAHOBIT) del 17 maggio 2024, di non sottoscrivere né la "Dichiarazione sul continuo progresso dei diritti umani delle persone LGBTQIA in Europa", insieme ad Ungheria e Romania, né la dichiarazione ministeriale congiunta in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia e l'intersessualità, sottoscritta da 32 Stati membri del Consiglio d'Europa.

Sul punto, la ministra della Famiglia, Eugenia Roccella, ha attaccato pubblicamente la dichiarazione europea a favore dei diritti LGBT+, sostenendo che il riconoscimento dell’identità di genere rappresenterebbe un “vincolo ideologico” contrario alla “verità biologica”.

In senso contrario ad un maggior riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+, si richiama invece l’approvazione della Legge 169/2024 “Perseguibilità del reato di gestazione per altri” sulla quale si tornerà più avanti in tema di diritti alla genitorialità.

L’unica nota di segno positivo, in assenza di una normativa nazionale che contrasti le discriminazioni e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull'identità di genere, la Regione Puglia ha approvato un provvedimento virtuoso e, in particolare, la legge regionale n. 24/2024 contro le discriminazioni legate all'orientamento sessuale, identità di genere e variazioni delle caratteristiche del sesso. La legge regionale n. 24 del 2024 rappresenta certamente un modello all’avanguardia in Italia in tema di diritti LGBTQIA+, riconoscendo l'importanza di un approccio integrato che unisca tutela giuridica, educazione, comunicazione, formazione e partecipazione sociale.

In merito alle lacune normative evidenziate dalla Corte costituzionale in tema di diritto alla genitorialità e famiglie omogenitoriali di cui si parlerà nell’apposito paragrafo, si sottolinea come sia stato presentato nel 2024, dal senatore Peppe De Cristofaro di Alleanza Verdi e Sinistra, il Disegno di legge n. 1051 che rappresenta un tentativo strutturale di colmare il vuoto dei diritti in cui molte famiglie si trovano.

Il disegno di legge nasce dalla collaborazione con associazioni LGBTI+ impegnate nell’affermazione dei diritti familiari, quali Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford – avvocatura per i diritti LGBTI+.

Il Disegno di legge rappresenta una proposta organica e ambiziosa per riformare profondamente la normativa italiana in materia di diritti delle famiglie omogenitoriali, del riconoscimento dei figli, della PMA e dell’adozione tra persone dello stesso sesso. Sebbene l’iter parlamentare sia ancora in fase iniziale, il Disegno di legge, assegnato alla 2ª Commissione permanente del Senato (Giustizia) in data 9 aprile 2024, costituisce un punto di riferimento per il dibattito pubblico e politico sui diritti civili. Ad oggi, l’esame dello stesso non risulta ancora iniziato, nonostante siano già stati chiesti i pareri a diverse Commissioni.


Diritto alla genitorialità


In tema di diritto alla genitorialità delle persone LGBTQIA+ si riportano le recenti pronunce della Corte costituzionale, tra cui la sentenza n. 33 del 21 marzo 2025, che ha aperto l'adozione internazionale anche alle persone singole fino a quel momento escluse dalla legge n.184/1983 dichiarando l’illegittimità dell’art. 29-bis, comma 1, della legge che prevedeva che potessero accedere all'adozione internazionale solo i coniugi uniti in matrimonio o i conviventi che avessero successivamente contratto matrimonio.

La Corte costituzionale, in un interessante disamina tra legittimità costituzionale e interpretazione della CEDU, afferma che: "Se scopo dell’adozione internazionale è quello di accogliere in Italia minori stranieri abbandonati, residenti all’estero, assicurando loro un ambiente stabile e armonioso, l’insuperabile divieto per le persone singole di accedere a tale adozione non risponde a una esigenza sociale pressante e configura – nell’attuale contesto giuridico-sociale – una interferenza non necessaria in una società democratica."

In tal modo, la Corte ha dichiarato illegittima la normativa poiché comprimeva in modo sproporzionato l'interesse dell'aspirante genitore a rendersi disponibile rispetto all'istituto dell'adozione, il quale è ispirato a un principio di solidarietà sociale a tutela del minore.

Nonostante tale pronuncia debba essere accolta favorevolmente, appare evidente come produca un importante paradosso nel momento in cui le persone single, a prescindere dal loro orientamento sessuale e/o identità di genere, possono accedere all'adozione internazionale mentre alle coppie omosessuali unite civilmente permane la preclusione a tale diritto. Pertanto, se da un lato lo Stato legittima l’unione, tuttavia, dall’altro limita fortemente la possibilità di costruire una famiglia attorno a questa unione pienamente riconosciuta attorno dal punto di vista giuridico, lasciando (volutamente) in sospeso il tema dell'adozione.

A tutela dei diritti delle famiglie omogenitoriali, la Corte di cassazione con sentenza n. 9216 del 8 aprile 2025, si è pronunciata riguardo alla dicitura ministeriale "padre" e "madre" prevista al rilascio della carta d'identità del minore valida per l'espatrio, nell’ottica di rispettare la composizione effettiva della famiglia della minore e a garantirne una rappresentazione conforme ai diritti riconosciuti.

Una modifica apparentemente formale, ma dal forte valore simbolico e pratico, poiché riconosce la pluralità delle configurazioni familiari e ne legittima l’esistenza agli occhi dello Stato.

In questo contesto, la Cassazione ha confermato una precedente decisione di merito che aveva disapplicato il decreto ministeriale del 31 gennaio 2019, il quale prevedeva che nella carta d’identità elettronica comparissero le diciture “padre” e “madre”. Al contrario, è stato ordinato che nel documento d’identità della minore comparisse la dizione neutra “genitore”.

Ancora più determinante è stata la sentenza n. 68 della Corte Costituzionale del 22 maggio 2025, che ha sancito il riconoscimento automatico della genitorialità per entrambe le madri di una coppia lesbica nel caso di figl* nat* da procreazione medicalmente assistita all’estero. Questa pronuncia supera la necessità dell’adozione del/la figli* del partner e riafferma il diritto del/la minore a una piena tutela giuridica, anche nel contesto di una famiglia omogenitoriale.

La Corte ha dichiarato incostituzionale l’art. 8 della legge n. 40 del 2004 "nella parte in cui non prevede che pure il nato in Italia da donna che ha fatto ricorso all’estero, in osservanza delle norme ivi vigenti, a tecniche di procreazione medicalmente assistita ha lo stato di figlio riconosciuto anche della donna che, del pari, ha espresso il preventivo consenso al ricorso alle tecniche medesime e alla correlata assunzione di responsabilità genitoriale." La sentenza invita nuovamente il legislatore a intervenire in modo più organico per colmare le lacune normative che, ancora oggi, lasciano senza tutele molte famiglie e, soprattutto, molt* minori. Si sottolinea tuttavia come tale pronuncia non estenda la stessa possibilità, e dunque lo stesso diritto, ad una coppia di due padri.

In tema di diritti riproduttivi, si richiama l’approvazione della Legge n. 169/2024, recante «Norme in materia di contrasto alla surrogazione di maternità», che ha modificato l’art. 12, c. 6 L. n. 40/2004. La novità consiste nell’espresso richiamo alla punibilità della GPA (Gestazione per Altri) anche dei fatti commessi all’estero: se un* cittadin* italian* ricorre alla surrogazione di maternità fuori dal territorio nazionale, è comunque soggett* alla legge penale italiana. La ratio della riforma risiede nell’esigenza di attrarre alla giurisdizione nazionale condotte riconducibili al delitto di surrogazione di maternità, indipendentemente dal luogo di commissione e dal fatto che lo Stato estero non le consideri illecite. L’obiettivo perseguito è dunque quello di impedire che cittadin* italian* possano aggirare la normativa interna ricorrendo alla maternità surrogata in Paesi che la consentono.

Sul provvedimento, la giurisprudenza ha messo in luce una tensione evidente tra il divieto assoluto e la necessità di tutelare i/le minori nat* attraverso la gestazione per altri. La Corte costituzionale ha più volte riaffermato la legittimità del divieto, ma ha anche richiamato il legislatore a individuare soluzioni che garantiscano ai/alle bambin* nat* da tali pratiche una piena protezione giuridica.

Nel quadro normativo attuale, lo Stato ribadisce un divieto rigido e lo estende oltre i confini nazionali, anche se la realtà sociale e familiare mostra come molte coppie, eterosessuali e omosessuali, continuino a ricorrere alla gestazione per altri all’estero, costringendo i tribunali a trovare soluzioni di compromesso per proteggere i/le minor*. In questo scenario, a rimanere esposti a una condizione di incertezza sono soprattutto i/le minori, che rischiano di subire le conseguenze delle scelte legislative e dei conflitti politici.

Appare evidente, anche nel 2024, la necessità di stimolare il dibattito pubblico e politico, in maniera responsabile, non faziosa ne propagandistica sul tema della genitorialità delle famiglie LGBTQIA+ e, in generale, del concetto complesso di famiglia che tenga in considerazione i tempi della società moderna.


Matrimonio egualitario e Referendum del 2025


Nel maggio 2025, il comitato Uguali! (che fa capo a Volt Italia, sezione italiana del movimento politico paneuropeo Volt) aveva proposto un referendum "come correttivo della Legge Cirinnà (76/2016) per andare ad eliminare tutte quelle limitazioni che separano le coppie unite rispetto a quello sposate" proponendo l’abrogazione parziale della Legge 20 maggio 2016, n. 76

Il Referendum mirava ad estendere le garanzie riconosciute dall'unione civile ricomprendendo anche la tutela di diritti dei partner dell’unione anche in caso di cambio di sesso di un* dei due. Orbene, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 66 del 2024, ha già previsto un'importante garanzia, stabilendo che, in caso di rettificazione anagrafica del sesso, gli effetti dello scioglimento dell’unione civile restino sospesi per 180 giorni. Questo intervallo temporale serve a consentire alle parti di contrarre matrimonio e conservare così, senza interruzioni, tutti i diritti derivanti dal loro legame.

È doveroso rappresentare che il testo referendario presentava diverse criticità in quanto la semplice abrogazioni di parti normativa non avrebbe avuto come effetto un chiaro riconoscimento dei diritti delle famiglie LGBTQIA+, né avrebbe sanato le attuali lacune normative sui diversi temi ancora aperti. In ogni caso, la raccolta firme si è conclusa in data 4 agosto 2025 con 361.5050 firme raccolte non raggiungendo il quorum.



Persone trans in Italia: diritti riconosciuti e discriminazioni persistenti


Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano sui diritti delle persone trans* ha assunto una crescente centralità, sebbene il quadro normativo resti ancora frammentario e in parte ancorato a schemi superati. La disciplina di riferimento è la legge n. 164 del 1982, progressivamente reinterpretata dai giudici per adattarla a una società in continua evoluzione.

Un passaggio fondamentale si è avuto con la sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2024, che ha dichiarato incostituzionale l’obbligo di un provvedimento giudiziario per l’accesso agli interventi di affermazione di genere.

La suddetta sentenza rappresenta un passo rilevante nel riconoscimento dei diritti delle persone transgender e di chi si identifica con un genere non binario, affrontando questioni complesse legate alla rettificazione dell’attribuzione di sesso e ai trattamenti medico-chirurgici di adeguamento dei caratteri sessuali. La sua rilevanza deriva dal fatto che ribadisce l’obbligo dello Stato di garantire percorsi di tutela della dignità, della salute e dell’identità di genere senza appesantire inutilmente i procedimenti giudiziari. Le conseguenze della decisione sono significative: l’autorizzazione giudiziale per gli interventi chirurgici non è più un requisito obbligatorio quando le modificazioni già avvenute sono sufficienti, mentre la legge 164/1982 rimane ferma nella sua formulazione binaria, riservando al legislatore eventuali interventi in materia di riconoscimento di generi non binari. Complessivamente, la Sentenza n. 143/2024 segna un avanzamento nella protezione dei diritti delle persone transgender e non binarie, assicurando percorsi più snelli e rispettosi della loro identità e della loro salute.

Questo intervento segna un importante passo verso la modernizzazione della disciplina italiana, che resta comunque lontana dai modelli di autodeterminazione adottati in altri Paesi europei come la Spagna,.

Sul piano sociale, il quadro è complesso. Le persone trans in Italia continuano a vivere situazioni di forte marginalità e discriminazione. Secondo i dati forniti dalla Gay Help Line del 2025, circa il 65% riferisce di aver subito episodi di violenza o esclusione sociale, in famiglia, nei luoghi di lavoro o nelle istituzioni educative. Ancora più significativo è il dato relativo alle denunce: solo una minoranza delle vittime sceglie di rivolgersi alle autorità, segno di una profonda sfiducia verso le istituzioni e della percezione di una tutela insufficiente.

Il contesto internazionale, la Revisione Periodica Universale (UPR) 2025 delle Nazioni Unite ha rappresentato un momento cruciale per l'Italia, che ha ricevuto un numero record di 19 raccomandazioni specifiche riguardanti i diritti delle persone LGBTQIA+, con particolare attenzione alle persone trans e non binarie.

Le raccomandazioni emerse durante l'UPR 2025 coprono una vasta gamma di temi, tra cui il riconoscimento legale delle famiglie omogenitoriali, l'introduzione di una legge contro le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, il divieto delle cosiddette "terapie di conversione", la protezione dei diritti delle persone intersex e l'inclusione dell'educazione sessuale nelle scuole. Questi temi riflettono le principali preoccupazioni espresse dalla comunità internazionale riguardo alla situazione dei diritti delle persone LGBTQIA+ in Italia.

Tuttavia, nonostante il numero significativo di raccomandazioni ricevute, l'Italia ha risposto in modo contrastante. Secondo quanto riportato, il governo italiano ha respinto 12 delle 19 raccomandazioni, pari al 73%, indicando una resistenza a intraprendere azioni legislative o politiche in linea con le richieste internazionali. Tra le raccomandazioni respinte vi sono quelle relative al matrimonio egualitario, all'adozione per coppie dello stesso sesso, al riconoscimento della genitorialità omogenitoriale, al divieto delle terapie di conversione e all'introduzione dell'educazione sessuale obbligatoria nelle scuole.

In merito alle cosiddette "terapie di conversione", la Commissione europea ha deciso di registrare l'iniziativa dei cittadini europei intitolata "Vietare le pratiche di conversione nell'Unione Europea".

In data 17.11.2025, l'iniziativa è stata ritenuta valida, pertanto la Commissione pubblicherà un avviso nel registro e la trasmetterà alle istituzioni europee competenti e ai parlamenti nazionali e incontrerà gli organizzatori per una spiegazione dettagliata della loro iniziativa. Infine, la Commissione europea pubblicherà una comunicazione in cui illustra la sua decisione e le relative motivazioni.

Nonostante la giurisprudenza e le pressioni internazionali indicano la necessità di superare il modello giudiziario e medicalizzato della legge del 1982, l'iniziativa legislativa rimane totalmente assente e le persone trans* continuano a essere le più esposte alle conseguenze di un sistema giuridico e sociale che riconosce formalmente alcuni dei loro diritti, ma fatica ancora a garantirne un’effettiva realizzazione.



Disparità di salute: il diritto alla salute mancato e la medicalizzazione delle persone LGBTQIA+


Dalle poche informazioni in possesso emerge che una visione eteroncisnormativa compromette l'accesso al diritto alla sanità per le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ sotto molteplici aspetti.

Il primo è che i/le professionist* sanitar* non hanno una formazione adeguata a un’interazione con pazienti LGBTQIA+, purtroppo spesso adoperano un linguaggio inopportuno e la loro conoscenza in tema di salute delle persone trans* è lasciata a una sensibilità personale.

Il Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’ISS, nell’ambito di una progettualità in collaborazione con l’UNAR (PON Inclusione 2014-2020), ha di recente concluso uno studio che ha fornito una panoramica dello stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia, informazione precedentemente non disponibile

Nel precedente Rapporto sullo Stato dei diritti in Italia, lo studio era ancora in fase di pubblicazione e si poteva accedere solo a parziali dati, nonostante ciò, già emergeva che "la mancanza di conoscenza sulla salute transgender da parte del medico e l'utilizzo di una terminologia inappropriata sono le criticità più frequentemente riscontrate dagli/lle utenti nell'interazione con il medico."

I dati evidenziano che il 47% delle persone che hanno partecipato allo studio, si sono sentite discriminate in ragione della propria identità e/o espressione di genere nell'accesso e nell'utilizzo sei servizi sanitari.

Anche la ridotta adesione ai programmi di prevenzione non è riconducibile all’identità di genere in quanto tale, bensì agli effetti del minority stress, generato dallo stigma socio-culturale che grava sulle persone trans* e gender diverse. In tale prospettiva, l’assenza di pratiche sanitarie fondate sul rispetto dell’autodeterminazione individuale rappresenta un fattore di ulteriore disincentivo all’accesso ai servizi di cura.

Un ulteriore elemento che incide negativamente sull’adesione ai programmi di prevenzione riguarda l’impianto burocratico su cui si fondano i sistemi di screening. Le cosiddette lettere di richiamo, infatti, vengono inviate sulla base del sesso anagrafico registrato e non della reale condizione anatomica della persona. Ne consegue che i soggetti che hanno effettuato la rettifica anagrafica non ricevono inviti per screening relativi ad organi che possiedono effettivamente: emblematico è il caso del Pap test, previsto soltanto per chi risulta anagraficamente di sesso femminile, o dello screening per il tumore alla prostata, riservato a chi risulta registrato come maschio, con la conseguenza di escludere automaticamente persone che, pur avendo tali organi, non corrispondono al sesso indicato nei registri.

In Italia, una ricerca condotta di recente dal Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’ISS in collaborazione con la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e la Fondazione The Bridge per valutare l’interesse dei medici di medicina generale nei confronti della tematica transgender e i loro livelli di conoscenza al riguardo, ha evidenziato che più del 90% dei/delle professionist* intervistat* ha dichiarato di non aver mai ricevuto una formazione adeguata sulla salute trans*. Tale elemento è esplicativo di un altro dato secondo, cui il 90% delle persone intervistate non si sia rivolto al proprio medic* di base per avere informazioni sul percorso di affermazione di genere: la maggior parte delle persone riferisce imbarazzo, timore di giudizio o pregiudizi sulla scarsa preparazione del/la medic*.

Nonostante queste criticità, quasi tutte le persone intervistate riconoscono l’importanza di un* medic* di medicina generale format* e integrat* in una rete multiprofessionale, soprattutto nel follow-up del percorso di affermazione di genere. In questo senso, il report evidenzia la necessità di una formazione mirata dei/delle medic* di medicina generale, affinché siano in grado di garantire equità di accesso e qualità di cura anche alle persone transgender.

Dall'altra parte, i/le medic* di medicina generale hanno l'importanza di avere a disposizione linee guida nazionali sulla presa in carico dal punto di vista sanitario di questa fascia di popolazione.

Infatti, attualmente, non esistono Linee Guida Nazionali in tema di incongruenza/disforia di genere mentre esistono raccomandazioni internazionali pubblicate dall’Associazione Mondiale dei Professionisti per la salute Transgender, a cui si aggiungono le linee guida dell’Endocrine Society e un position statement nazionale inter-societario, alle quali il personale sanitario fa ad oggi riferimento in Italia per la presa in carico delle persone transgender.

In materia di salute delle persone transgender, la terapia ormonale finalizzata all’affermazione di genere è stata inclusa, con determine AIFA n. 21756/2019, n. 104272/2020 e n. 104273/2020, tra i trattamenti farmacologici erogabili a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale, subordinatamente alla certificazione di incongruenza di genere rilasciata da un’équipe multidisciplinare specializzata. Nonostante questo riconoscimento formale, secondo quanto riportato dal Report redatto dalla Gay Help Line, l’accesso effettivo alla prestazione risulta spesso ostacolato dalle lunghe liste di attesa che caratterizzano molti ambulatori pubblici dedicati, con tempi che variano mediamente dai sei mesi a un anno, costringendo numeros* pazienti a ricorrere a soluzioni alternative o onerose.

In materia di accesso alla salute per le persone trans* è stato presentato, ad agosto 2025, il disegno di legge intitolato “Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere”, il quale si propone di regolamentare in maniera organica la prescrizione e la somministrazione dei trattamenti farmacologici destinati alle persone con disforia di genere, con particolare attenzione ai minori. L’iniziativa legislativa nasce a seguito delle verifiche ministeriali all'Ospedale Careggi di Firenze dove, secondo la relazione del Ministero della Salute, erano stati somministrati bloccanti della pubertà senza un adeguato percorso psicologico e psichiatrico preliminare.

L’ispezione al Careggi, effettuata nel gennaio 2024 su disposizione del ministero della Salute, a sua volta avviata a seguito di un'interrogazione parlamentare presentata dal capogruppo di Forza Italia al Senato, si inseriva in un contesto europeo caratterizzato da un ampio dibattito scientifico e politico sull’opportunità di prescrivere ai preadolescenti i cosiddetti “bloccanti della pubertà”.

Tra gli elementi centralo del disegno di legge risiede la previsione di un registro nazionale, istituito presso l’AIFA, nel quale dovranno confluire tutte le prescrizioni e le dispensazioni dei farmaci relativi alla disforia di genere garantendo la tracciabilità dei percorsi terapeutici.

Sotto il profilo politico e sociale, il provvedimento si colloca in un contesto fortemente polarizzato: se da un lato, esso è stato accolto favorevolmente da alcune associazioni di famiglie, che lo hanno interpretato come un passo verso una regolamentazione prudente e allineata agli standard europei; dall’altro, è stato duramente criticato da esponenti del movimento LGBTQIA+ che vi hanno ravvisato il rischio di una “schedatura ideologica” delle persone trans e un ulteriore ostacolo all’accesso tempestivo ai trattamenti.

In definitiva, il disegno di legge riflette l’intento del legislatore di introdurre maggiore rigore e trasparenza nella gestione dei percorsi di affermazione di genere, con l’obiettivo dichiarato di tutelare in particolare i minori. Resta tuttavia aperto il nodo della conciliazione tra la necessità di garantire sicurezza e uniformità delle pratiche cliniche e il diritto delle persone trans* a un accesso tempestivo e non discriminatorio alle cure.



L'accesso al lavoro: diritti negati alle persone LGBTQIA+


Nonostante le tutele introdotte dal D. lgs. n. 216/2003, che ha recepito il principio di non discriminazione per orientamento sessuale, il rischio di subire discriminazioni omolesbobitransfobiche nei luoghi di lavoro permane elevato.

Infatti, secondo l’indagine ISTAT-UNAR 2023 sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone trans e non binarie, quasi una su due ha subito, durante la ricerca di lavoro, almeno un evento discriminatorio legato alla propria identità di genere.

La quota delle discriminazioni riscontrate in ambito lavorativo si attesta al 28,9% nei confronti di soggetti che dichiarino la propria appartenenza alla comunità LGBTQIA+; con riferimento alle persone transgender e non binarie, la percentuale delle discriminazioni rilevate in ambito lavorativo si attesta all’8,9%. Tale dato, tuttavia, non appare pienamente rappresentativo dell’effettiva incidenza del fenomeno, in quanto le principali criticità discriminatorie si manifestano nella fase di accesso al rapporto di lavoro. In particolare, la mancata rettifica dei dati anagrafici espone tali lavorator* a pratiche discriminatorie da parte di datori di lavoro e recruiter.

In particolare, una persona su tre riferisce di aver subito micro-aggressioni, molestie o comportamenti vessatori idonei a integrare un ambiente di lavoro ostile, talora riconducibili a fenomeni di mobbing o straining, che vengono frequentemente minimizzati come mere espressioni di goliardia anche a seguito di segnalazioni ai superiori gerarchici, con conseguente inadempimento degli obblighi datoriali di tutela della dignità e dell’integrità psico-fisica del lavoratore ai sensi dell’art. 2087 c.c.

Per tale motivo, molte persone LGBTQIA+ decidono di utilizzare il passing, per cui almeno 3 persone su 4 dichiarano di preferire rinunciare a esprimere la propria identità di genere nella ricerca lavoro.

Nonostante il principio di uguaglianza e di dignità sancito dalla Costituzione italiana, le norme vigenti non forniscono strumenti adeguati alla tutela effettiva delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, persistono significative lacune normative.

Secondo l'indagine condotta dall'Istat, negli ultimi decenni si è diffusa la politica del diversity management, ossia l'insieme delle politiche adottate da una azienda che mira alla valorizzazione e inclusione delle diversità, inteso nel modo più ampio possibile, all'interno dell'ambiente di lavoro.

A livello italiano, il fenomeno è relativamente recente che si sviluppa con la Carta per le Pari Opportunità e l'Uguaglianza sul Lavoro e con la successiva Bussola per le PMI, ossia una guida pratica all'attuazione della suddetta Carta per le piccole e medie imprese.

Il diversity management ha trovato applicazione soprattutto nelle aziende multinazionali e concentrandosi principalmente nella differenza di genere. Invero, si sottolinea come, in base ai risultati dell’indagine, l’adozione da parte delle imprese di misure non obbligatorie per le diversità LGBTQIA+ risulta essere un fenomeno ancora poco diffuso in Italia.

L'Istat evidenzia che, secondo i dati dell’indagine, l’adozione da parte delle imprese italiane di misure volontarie volte a tutelare e valorizzare le diversità LGBTQIA+ rimane ancora limitata.

Nello specifico le misure maggiormente implementate sono quelle destinate alle persone transgender, come la possibilità di accedere ai servizi igienici in modo coerente con la propria identità di genere oppure alla tutela della privacy in merito al percorso di transizione.

Lo strumento maggiormente usato dalle imprese è l'adesione e diffusione di documenti interni volti alla non discriminazione e inclusione di/delle lavorator* LGBTQIA+, mente alcune imprese hanno adottato strutture organizzative per la gestione e la valorizzazione delle diversità con anche una figura professionale ad hoc.



Persone LGBTQIA+ migranti e detenute


Nel 2024, nel solco della generale limitazione del diritto di asilo in ottemperanza alla normativa nazionale ed europea, l’Italia ha ampliato la lista dei c.d. Paesi di origine sicura per i richiedenti protezione internazionale. Per le persone migranti richiedenti asilo provenienti dai paesi ivi inseriti, sarà particolarmente difficile ottenere lo status di rifugiati, oltre al fatto che potrebbe essere applicata loro una c.d. procedura accelerata che renderebbe complessa l’emersione di fattori di vulnerabilità derivati da discriminazioni legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere, con il rischio di omettere di riferire sul grave rischio che correrebbero in caso di rimpatrio e per i quali non si potrebbe escludere il ricorso al trattenimento amministrativo. Tra i paesi della lista si richiamano l’Algeria, la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, il Bangladesh, lo Sri Lanka, la Nigeria, il Senegal e in Gambia, contesti di provenienza in cui l’omosessualità e criminalizzata a vario titolo. La legge che inserisce la lista dei paesi di origine sicura è stata oggetto di pronuncia, nel dicembre 2024, da parte della Corte di Cassazione e, ancor prima, della CGUE nell’ottobre 2024.

Numerose, dunque sono le difficoltà che ancora oggi incontrano le persone migranti ed LGBTQIA+, a rischio di subire le conseguenze dal doppio stigma della migrazione e della discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Si segnala inoltre la condizione delle persone LGBTQIA+ detenute in carcere, secondo quanto emerge dal 21esimo rapporto di Antigone e dal lavoro svolto dalla Garante delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Valentina Calderone. Spesso a rischio di invisibilizzazione, e, anche in questo caso, a rischio di subire le conseguenze del doppio, o triplo, stigma legato alla condizione di persona privata della libertà personale, persona LGBTQIA+ e, in alcuni casi, migrante.





Raccomandazioni


Le seguenti raccomandazioni, che si confermano invariate rispetto al precedente Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia, sono state elaborate tenendo in considerazione il clima di discriminazione strutturale dell’attuale sistema eteronormato e patriarcale dell’Italia, a discapito del riconoscimento delle libere soggettività e non privo di un humus culturale dai tratti omolesbobitransfobici:


  • Affrontare il tema della discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nel contesto sociale e culturale che caratterizza il panorama italiano;


  • Adottare una legge di contrasto al fenomeno dell’omolesbobitransfobia, garantendo tempestiva tutela e protezione alle vittime di violenza, destinando risorse alla formazione delle forze dell’ordine e degli operatori del diritto in ottica di identificazione delle vittime e di discriminazione per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere;


  • Considerare i luoghi di formazione spazi primari di contrasto alle disuguaglianze e alla violenza di matrice omoesbobitransfobica, implementando protocolli virtuosi di carriere alias;


  • Elaborare strumenti di linguaggio orale e scritto inclusivi e aperti al pieno riconoscimento delle persone LGBTQIA+ e delle libere soggettività;


  • Abrogare immediatamente la Legge 169/2024 “Perseguibilità del reato di gestazione per altri”, modificare la Legge 76 del 2016 stimolando un dibattito sul pieno riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali o di libere soggettività; intervenire sulla disciplina della filiazione e dell’adozione nell’ottica di tutela dei figl* di tutte le coppie omogenitoriali; modificare la legge 164 del 1982, in base alle recenti pronunce della Corte di Cassazione;


  • Garantire la piena parità delle persone LGBTQIA+ all’accesso del mondo del lavoro attraverso l’eliminazione di ogni forma di discriminazione, anche strutturale, ed elaborando piani di monitoraggio e di piena inclusività, potenziando inoltre la figura del diversity manager negli spazi di lavoro;


  • Implementare l’accesso al diritto alla salute delle persone LGBTQIA+ attraverso la coltivazione di approcci de-patologizzanti, non stigmatizzanti, destinando risorse alla formazione del personale medico-sanitario;


  • superare il doppio stigma delle persone migranti ed LGBTQIA+ attraverso approcci ed interventi in chiave intersezionale, disapplicando il concetto di “paesi di origine sicura”;


  • Adottare misure appropriate per garantire la sicurezza e la dignità delle persone LGBTQIA+ detenute e/o in altro modo private della libertà personale.




Marcella Di Folco

Marcella Di Folco

(Roma 1943 - Bentivoglio 2010)
IL DIRITTO AD AUTODETERMINARSI, ANCHE NEL GENERE: STORIA DI MARCELLA DI FOLCO, UNA DELLE PRIME E PIÙ FAMOSE DONNE TRANS ITALIANE

“Io dovevo solo consegnare una lettera. Lui stava girando uno dei suoi primi film. All’improvviso mi guarda e mi dice ”. A pronunciare quelle parole fu Federico Fellini. L’ignaro portalettere era invece Marcella Di Folco. Ma per dieci anni nei titoli di coda del regista appariva un nome diverso: Marcello Di Falco. E se per il cognome era semplicemente una questione “artistica”, la storia dietro quel nome racconta l’impegno incessante di una persona per un diritto essenziale, quello all’autodeterminazione del proprio genere. Marcella nacque nel 1943 a Roma, tra tutte le difficoltà della capitale nel secondo dopoguerra. Specie per chi, come lei, proveniva da una famiglia strettamente legata al Ventennio e caduta in disgrazia alla fine del conflitto.

Ma la vera sfida, come detto, arrivò anni dopo, quando divenne una delle protagoniste della battaglia per i diritti delle persone trans. Non era una battaglia scontata, alla fine degli anni Sessanta, tanto che Marcella impiegò oltre dieci anni per veder riconosciuto a lei - e a chiunque - il diritto alla modifica dei caratteri sessuali, tramite una legge del 1982. Ma Marcella era stata sempre un passo avanti a tutti e, anticipando il provvedimento, si era già recata nel 1980 a Casablanca per l’operazione, a conclusione di un decennio di riflessioni e cure ormonali.

“Devi essere tu a volerlo, non farti obbligare. Dal fidanzato come dall’anagrafe”, disse.

Nel frattempo proseguiva una carriera importante con il già citato Fellini, Rossellini, Risi e Monicelli, oltre a lavorare al Piper, storico locale romano. Negli anni Ottanta la carriera cinematografica lascia progressivamente spazio all’attivismo per i diritti di genere, mentre Marcella si trasferisce a Bologna. Diventa la presidente del MIT (Movimento Identità Transessuale), modificando radicalmente l’associazione e riuscendo a far aprire un consultorio di genere: sarà il primo al mondo gestito interamente da persone transgender. Il suo attivismo continua anche negli anni ‘90, quando diventa consigliera comunale a Bologna, anche in questo caso prima donna trans a ricoprire un incarico simile.

“Non sei Maschio. Non sei Femmina. Non sei quello che devi essere, quindi, non sei niente. In un mondo che ti annulla, trovare le parole per dirsi, per raccontarsi, a volte anche solo per dimostrare che esisti, è difficile”.

Queste parole riescono a riassumere ciò che fu Marcella. Le sue battaglie per i diritti, la sua determinazione, la sua forza, le sue vittorie. Fino al 2010, fino a quando un tumore se la portò via il 7 settembre di quell’anno. La sua memoria è viva in chi porta avanti le lotte per le persone trans e per la libertà di genere.