loaderloading...
Rom e Sinti

Le politiche abitative nel 2024 e 2025


Uno sguardo sulla condizione delle comunità rom e sinte in Italia nel biennio 2024-2025 rivela innanzitutto la continuità con un processo trasformativo negli approcci delle politiche abitative, iniziato nel decennio scorso, che sta portando a un significativo calo degli insediamenti formali e all'emergere di nuove strategie di inclusione. Questo fenomeno, ormai strutturale, segna un potenziale punto di svolta rispetto all’ultimo trentennio del ‘900 e al primo decennio del nuovo secolo. Grazie alla pressione delle normative europee sui diritti umani, alla spinta delle associazioni della società civile e all’impegno di alcune amministrazioni locali, si e’ affermata una tendenza che sta contribuendo ad erodere gradualmente la logica segregante delle leggi regionali degli anni ‘80 e ‘90 e i Piani Nomadi dei primi anni duemila, sostituendola con approcci maggiormente orientati all’inclusione, alla permanenza abitativa stabile e alla partecipazione sociale.

Alla base di questo quadro complesso c’è una trasformazione normativa, politica e amministrativa che, pur con differenze marcate tra territori e livelli istituzionali, si è progressivamente consolidata. Questa trasformazione fa in modo che la condizione delle comunità rom e sinte in Italia è oggi caratterizzata da quello che viene ormai da più parti definito il processo “irreversibile” di superamento del “sistema dei campi”, ossia di quell’insieme di pratiche, stereotipi e strutture abitative che sono storicamente sorti dall’erronea associazione di rom e sinti al nomadismo. Una associazione, sociale e politica, che ha finito per legittimare l’istituzionalizzazione di soluzioni abitative precarie, segregate (e segreganti) e isolate, creando un modello di intervento che ha cementato disuguaglianze e marginalità socio-territoriali per oltre quattro decenni, ma che è oggi sempre più superato a favore di politiche attive di inclusione.

Come emerge anche dall’ultimo rapporto annuale dell’Associazione 21 Luglio, intitolato esplicitamente “Bagliori di speranza”, alla fine del 2024 erano poco più di 13 mila le persone rom e sinte che vivevano all’interno dei 102 insediamenti formali all’aperto (tra baraccopoli e macroaree), mentre circa 2 mila persone vivevano in insediamenti informali localizzati in aree periferiche, isolate o difficili da raggiungere, presenti in 75 comuni e 13 regioni italiane. La concentrazione più elevata di baraccopoli formali si registrava nei grandi centri urbani, con Roma e Napoli in testa, segno evidente di disparità territoriali e di una distribuzione non omogenea delle risorse e delle politiche di inclusione.

Nel corso del 2025, si è osservata una riduzione del 53% degli insediamenti formali rispetto al 2016 e un calo del 17% rispetto all’anno precedente, indicatori che tradizionalmente vengono interpretati come segnali di progresso verso una diversa gestione delle politiche abitative.

È indiscutibile che su questo quadro abbia svolto un ruolo decisivo l’implementazione della Strategia Nazionale di Inclusione per le comunità Rom, Sinti e Caminanti, varata nel 2012 e che ha profondamente influenzato l’ultimo decennio di politiche pubbliche. L’impostazione di questa strategia, fondata su quattro assi di intervento—casa, lavoro, salute e scuola—nonché sulla centralità della questione dello status giuridico, ha condizionato nel corso degli anni testi legislativi, dibattiti accademici e confronti politici a livello nazionale e locale. E’ vero che molti di questi discorsi e documenti sono rimasti, di fatto, solo su carta, a causa della mancanza di una volontà politica coerente e di strumenti amministrativi adeguati, non producendo progressi significativi e sistemici nell’insieme del quadro nazionale. In questo senso, l’Italia fatica ancora a distaccarsi in modo generalizzato, netto e deciso dalle politiche abitative segregative degli ultimi quarant’anni, mantenendo a livello europeo l’infelice primato di paese che dedica una parte sproporzionata delle proprie risorse, sia economiche che umane, alla gestione di strutture abitative discriminatorie e marginalizzanti.

Molto più rilevante, nella pratica quotidiana, si è dimostrata l’attività di alcune amministrazioni comunali e regionali che, nell’intento di superare i limiti dell’azione statale, hanno scelto di investire risorse e attivare politiche territoriali che favoriscono concretamente il superamento del sistema dei campi e l’inclusione abitativa. Questi approcci spesso nascono da percorsi di co-programmazione con il Terzo Settore, le associazioni di tutela dei diritti umani e i mediatori culturali rom e sinti, dando vita a progetti personalizzati, pianificazioni partecipate e interventi sul campo che, pur con differenze locali, rappresentano esempi di buone pratiche che vanno assolutamente rinforzate e consolidate.


Un percorso ancora lungo e la pervasività dell’antiziganismo


Tuttavia, una valutazione più approfondita delle dinamiche in atto rivela una realtà più complessa e sfaccettata, in cui progressi significativi convivono con persistenti criticità, nonché con una rinnovata tensione tra pratiche di inclusione e logiche di esclusione socio-culturale.

Nonostante i dati confortanti riguardanti la diminuzione numerica degli insediamenti, infatti, permangono elementi critici che meritano un’analisi approfondita. Essi riguardano, da un lato, le condizioni materiali di vita delle persone rom e sinte e, dall’altro, questioni socio-culturali legate allo stigma e all’antiziganismo, fenomeni ancora profondamente radicati nella società italiana.


C10. Grafico 1 • Popolazione Romani nel 2012 e gradimento/non ostilità verso essa nel 2019 (UE27, valori %)


In primo luogo, la semplice riduzione numerica degli insediamenti non si traduce automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita delle comunità coinvolte. In molti casi, le famiglie si ritrovano trasferite in soluzioni abitative temporanee o in sistemi di housing sociale che non garantiscono stabilità né percorsi di autonomia a lungo termine. Persistono problemi gravissimi come la mancanza di servizi essenziali—acqua potabile, elettricità, riscaldamento—l’uso di materiali di risulta per costruzioni insicure, condizioni igieniche precarie, problemi di accumulo di rifiuti e barriere burocratiche nella regolarizzazione documentaria. In questo contesto, l’accesso a un alloggio dignitoso e stabile rimane un obiettivo cruciale della Strategia nazionale per l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione di rom e sinti 2021-2030, la cui piena attuazione appare più che mai necessaria per tradurre gli impegni politici in realtà tangibili.

In secondo luogo, come dimostrato da tanti fatti di cronaca, la questione dell’antiziganismo rappresenta una barriera socio-culturale complessa e persistente, che continua a manifestarsi in forme molteplici e insidiose, ostacolando il pieno raggiungimento degli obiettivi di inclusione sociale. Questo fenomeno non si limita a episodi isolati di discriminazione, ma permea narrazioni mediatiche, discorsi politici e atteggiamenti collettivi, alimentando stereotipi e paure che si traducono in ostilità verso le comunità e le politiche di integrazione a loro rivolte.


C10. Grafico 2 • Eurobarometro speciale 493: Discriminazione nell'Unione Europea (UE28)


Tutto ciò, ad esempio, è emerso in maniera evidente dopo l’incidente di Milano dell’agosto del 2025, quando quattro minorenni (tra gli 11 e i 13 anni) a bordo di un’auto rubata hanno investito e ucciso una donna. L’appartenenza alla comunità rom dei quattro ragazzi ha immediatamente prodotto, tanto nei media quanto negli ambienti politici, toni e argomentazioni fortemente discriminatori. Nonostante l’irrilevanza giuridica dell’origine etnica rispetto all’atto in se, la copertura giornalistica ha sistematicamente evidenziato che i minori coinvolti fossero di origine rom, spesso posizionando questa informazione in apertura di articoli e servizi. Questo tipo di narrazione non è neutra: essa tende a connotare il fatto di cronaca attraverso una lente etnica, contribuendo a costruire un’immagine monolitica e negativamente stereotipata delle comunità rom.

La scelta di etichettare i bambini come rom non è casuale, ma contribuisce a definire l’identità degli autori dell’evento prima ancora che il lettore acquisisca informazioni sull’accaduto. Un linguaggio di questo tipo naturalizza l’idea di pericolosità associata all’appartenenza etnica, riproponendo di fatto una sorta di responsabilità penale collettiva ed etnica: se un bambino rom guida un’auto e investe una persona, implicitamente si suggerisce che “tutti i bambini rom guidano auto e investono le persone”. Questa forma di narrazione semplificatoria e stigmatizzante ostacola seriamente qualsiasi processo di comprensione critica e di inclusione sociale.

A seguito dell’episodio di Milano, non sono mancati commenti discriminatori da parte di alcuni esponenti politici, che hanno ulteriormente polarizzato il dibattito pubblico. Tra i primi a commentare quanto avvenuto è stato il vicepremier e leader di un’importante forza politica, con dichiarazioni che riprendono temi ricorrenti di “tolleranza zero” e di contrapposizione netta tra presunte categorie etniche. In queste dichiarazioni, la vittima viene contrapposta alla comunità rom, trasformando una tragedia individuale in uno scontro etnico generalizzato.

Il caso di Milano non è un episodio isolato. Pochi giorni prima, infatti, un altro fatto di cronaca aveva già portato la comunità rom sulle prime pagine per la morte, in un incidente stradale a Tivoli, di un diciottenne coinvolto in un veicolo rubato. Anche in questo caso, la narrazione pubblica si è concentrata non tanto sulle circostanze dell’incidente quanto sull’etnia del ragazzo, rafforzando ancora una volta dinamiche di etnicizzazione del crimine.

Entrambi questi casi evidenziano come, nella narrazione mediatica dominante, la vittima non venga identificata attraverso il proprio nome o la propria storia personale, ma piuttosto tramite due elementi di contesto fortemente stigmatizzanti: il fatto che il veicolo fosse rubato e l’appartenenza etnica degli interessati. Questo meccanismo di etnicizzazione non solo impedisce un’analisi attenta e approfondita delle cause strutturali del disagio—come povertà, marginalità, barriere alla partecipazione sociale e carenza di servizi—, ma scarica simbolicamente la responsabilità dell’accaduto sulla minoranza, configurando quest’ultima come un capro espiatorio funzionale a interpretazioni semplicistiche della realtà sociale.

In sintesi, sebbene il biennio 2024-2025 abbia segnato passi importanti nella direzione del superamento delle politiche segregative e nel ripensamento delle soluzioni abitative per le comunità Rom e Sinti, resta evidente che il percorso verso una reale e piena inclusione richiede sforzi coordinati e continuativi. Ciò include, non solo la piena attuazione di strategie abitative inclusive, ma, anche un cambiamento profondo nelle narrazioni pubbliche e nei discorsi politici, capaci di contrastare efficacemente l’antiziganismo e di promuovere un riconoscimento pieno dei diritti, delle identità e delle diversità culturali. Soltanto attraverso un approccio integrato—che unisca politiche pubbliche, partecipazione comunitaria e trasformazione culturale—si potrà davvero consolidare un modello sociale basato sulla dignità, sull’uguaglianza e sulla reciprocità di diritti e opportunità.


Punti critici e prospettive future


Se da un lato il biennio 2024-2025 ha rappresentato un periodo di avanzamento significativo nel superamento delle politiche segregative nei confronti delle comunità rom e sinte, contribuendo a maturare un dibattito più consapevole sulla gestione degli interventi abitativi, dall’altro lato si impone con sempre maggiore evidenza l’urgenza di un ripensamento complessivo, integrato e strutturato delle strategie attuate. Le politiche messe in campo, pur segnando in alcuni contesti un cambio di passo, non riescono ancora a rispondere pienamente alla complessità dei bisogni e delle aspettative delle persone rom e sinte presenti sul territorio nazionale.

In particolare, emergono con chiarezza alcune criticità ricorrenti, che ostacolano la possibilità di un’inclusione reale, sostenibile e duratura:

  • Persistenti disparità territoriali nell’attuazione delle politiche pubbliche: le differenze tra regioni e tra amministrazioni comunali restano marcate e, in alcuni casi, si sono persino acuite. Mentre alcune realtà locali hanno avviato percorsi virtuosi, capaci di valorizzare il protagonismo delle comunità rom e sinte e di costruire soluzioni abitative inclusive, altre faticano ad abbandonare logiche emergenziali o procedono in modo frammentario, senza una visione di lungo periodo. Questa disomogeneità si traduce in disuguaglianze sostanziali nell’accesso ai diritti fondamentali, incidendo negativamente sulla qualità della vita e sulle prospettive future di molte famiglie.
  • Debolezza delle reti di supporto socio-istituzionale: l’uscita dai “campi nomadi”, per essere efficace, non può limitarsi allo smantellamento fisico degli insediamenti, ma deve essere accompagnata da un insieme articolato di misure di sostegno. Ciò include l’accesso garantito a servizi sociali, sanitari ed educativi, nonché l’attivazione di politiche del lavoro efficaci e inclusive. In assenza di un sistema di accompagnamento multidimensionale, personalizzato e culturalmente competente, il rischio concreto è che si producano nuove forme di marginalità e di esclusione, anziché favorire reali percorsi di autonomia.
  • Antiziganismo culturale e simbolico ancora radicato: la diffusione di stereotipi e pregiudizi nei confronti delle comunità rom e sinte continua a influenzare negativamente sia l’immaginario collettivo sia le scelte politiche e istituzionali. L’antiziganismo, spesso sottile ma pervasivo, si manifesta nei media, nel linguaggio politico e nelle prassi amministrative, contribuendo a delegittimare le politiche inclusive e alimentando paure e resistenze nella società civile. Superare questa barriera richiede un impegno deciso in ambito educativo, comunicativo e culturale, capace di contrastare la discriminazione e di promuovere una narrazione più equa e rispettosa.
  • Assenza di sistemi di monitoraggio indipendenti e partecipativi: una delle principali carenze riguarda la disponibilità e la qualità dei dati relativi alle condizioni di vita delle comunità rom e sinte. Per garantire trasparenza, efficacia e responsabilità nelle politiche pubbliche, è essenziale adottare metodologie di raccolta e analisi dei dati che siano partecipative, inclusive e sensibili alle specificità culturali. Il coinvolgimento diretto delle comunità interessate non solo assicura una maggiore attendibilità delle informazioni, ma rafforza anche il senso di fiducia e di corresponsabilità nei confronti delle scelte istituzionali.


In conclusione, per passare da interventi episodici e settoriali a politiche strutturali realmente inclusive, è indispensabile adottare un approccio sistemico, basato sulla cooperazione tra livelli istituzionali, sulla centralità dei diritti umani e sul riconoscimento del ruolo attivo delle comunità rom e sinte nella costruzione di percorsi di cambiamento. Solo così sarà possibile consolidare i progressi raggiunti e affrontare in modo credibile e duraturo le sfide ancora aperte.


Amilcare “Taro” Debar

Amilcare “Taro” Debar

(Frossasco 1927 - Cuneo 2010)
LA STORIA DI AMILCARE DEBAR, IL SINTI CHE DECISE DI IMPUGNARE LE ARMI PER LA RESISTENZA, PER L’ANTIFASCISMO E PER IL SUO POPOLO

Ci sono molti motivi per i quali un uomo può impugnare un fucile. Amilcare ne aveva diversi. Innanzitutto perché combattere il fascismo, negli anni della Seconda guerra mondiale, era un imperativo morale per tutti coloro che volevano lottare per un mondo più giusto. E negli inverni del 1943 e del 1944 la scelta, per lui e per molti altri piemontesi, era chiara: o con i repubblichini o con i partigiani, sulle montagne. Ma per Amilcare la questione era più complessa. Lui era un sinti, uno “zingaro”. La sua gente i nazifascisti la stavano mandando nei lager, stessa sorte di ebrei, omosessuali, oppositori politici.

Amilcare, nome di battaglia “Corsaro”, ne aveva diversi di motivi per imbracciare un fucile.

Eppure il secondo da noi menzionato, per lui, non era certo scontato. Nato nel 1927 nel torinese, crebbe senza i genitori in un orfanotrofio.

Questo tagliò, in un certo senso, i legami con la sua eredità culturale sinti, ma non la voglia di lottare per la libertà, che lo portò a salire sui monti con la 48esima Brigata Garibaldi a soli 17 anni. Era un ragazzino e, come molti altri coetanei, svolse un ruolo essenziale come staffetta. Ma era un guerrigliero, Taro, e ben presto passò al ruolo di combattente vero e proprio, facendosi valere nei violenti scontri che coinvolsero il Piemonte nell’inverno a cavallo tra il 1944 e il 1945, tra le Langhe, dove conobbe anche Sandro Pertini. Infine partecipò alla liberazione di Torino, nell’aprile del 1945. Arrivò la vittoria, o almeno una delle vittorie. Perché nel frattempo, come detto, vi era stato il “Porrajmos”, l’Olocausto degli zingari. Oltre mezzo milione di rom, sinti e appartenenti ad altre popolazioni nomadi erano morti nei campi di sterminio nazisti. L’emergere di questo orrore fece nascere in Taro la necessità di ricollegarsi alle proprie origini, alla propria famiglia, al proprio popolo. Terminato il conflitto si arruolò in un primo momento nelle forze di polizia, e proprio durante questo periodo riscoprì in parte le proprie origini, quando durante un controllo si trovò per le mani, per puro caso, alcuni documenti riguardanti la sua famiglia e i suoi genitori. Decise una volta per tutte di abbandonare il suo ruolo per proseguire con tutte le sue forza la lotta per i diritti di rom e sinti.

“Non importa chi siamo, né da dove veniamo, né in che modo viviamo. Siamo tutti uomini.”

Queste poche parole erano le linee guida del suo pensiero, che lo portarono ad attivarsi per tutto il resto della sua vita per questa causa. Andò a vivere in un campo nomadi dove riscoprì le tradizioni e la vita del suo popolo, si batté a livello istituzionale - e non solo - per il riconoscimento dei diritti di rom e sinti, tra tutti il diritto all’istruzione. Incontrò due presidenti della Repubblica - Saragat e Pertini - e arrivò fino all’Unione Europea e alle Nazioni Unite.

Era cresciuto lottando e morì lottando, Amilcare, nel novembre del 2010. “Siamo tutti uomini”, disse, e per tutti gli uomini visse lottando, sempre schierato con fierezza dalla parte degli ultimi e  degli oppressi.