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Rom e Sinti

Il punto della situazione


Il 2019 dei diritti di rom e sinti in Italia ha ancora una volta confermato la difficoltà di costruire una cornice nazionale all’interno della quale si possano muovere le politiche pubbliche locali. Storicamente l’architettura legislativa che riguarda la minoranza romanì residente in Italia è essenzialmente legata a fonti regionali e secondarie(1). Ciò ha prodotto un quadro frammentato e poco coerente: così a livello locale si sono susseguite Leggi regionali(2) mirate alla “salvaguardia” della minoranza, spesso stipulate in intesa tra enti locali ed enti del terzo settore, che hanno sovente fatto da viatico a mere politiche ghettizzanti e repressive, il più delle volte in contrasto con il quadro normativo internazionale.(3) Possiamo individuare, comunque, un filo conduttore che ha attraversato tutti i livelli legislativi, che è quello che si sviluppa sul binario che si divide tra il riconoscimento e la promozione di diritti fondamentali generici (quali il diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione) e peculiari, quali il diritto all’identità culturale, al nomadismo e alla stanzialità. Proprio questi diritti “peculiari” sono stati, e continuano ad essere, oggetto di lunghi e aspri dibattiti, in ogni caso sovrastati dal continuo ricorso, da parte di Stato, Regioni ed Enti locali, a politiche emergenziali e repressive.

Riportando questa analisi al 2019, due eventi ci aiutano a dimostrare la continuità col passato: ad aprile l’Amministrazione Comunale di Giugliano di Napoli ha emesso un’ordinanza di sfratto per motivi di salubrità e salute pubblicaA dispetto delle indicazioni nazionali ed europee, che impongono l’accompagnamento da parte dei Servizi Sociali comunali nell’aiutare le famiglie ad ottenere soluzioni abitative stabili, il 10 maggio le Forze dell’Ordine hanno eseguito lo sgombero senza alcuna soluzione alternativa, tanto che il 20 maggio la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ordinato al Governo italiano di fornire una sistemazione adeguata alle famiglie sfrattate. Il tribunale ha riconosciuto il diritto all'unità familiare e la necessità di fornire un alloggio adeguato(4). Proprio sull’argomento sgomberi il 4 luglio, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (ECSR) ha invitato l'Italia a fermare gli sgomberi di massa in risposta a una denuncia presentata da Amnesty International. Il Comitato ha esortato l'Italia ad adottare “misure immediate per eliminare il rischio di danni gravi e irreparabili alle persone che sono state sfrattate”. Eppure il 15 luglio il Ministero dell’Interno ha emanato la Direttiva N. 16012/10 avente ad oggetto gli “insediamenti di comunità Rom, Sinti e Caminanti” sul territorio nazionale. Innanzitutto la Direttiva chiede alle autorità locali una “ricognizione degli insediamenti” e l’acquisizione di elementi di interesse quali la tipologia degli stanziamenti stessi e le loro condizioni e “l’adozione di specifici provvedimenti contingibili ed urgenti resi necessari da particolari condizioni di emergenza e degrado”. Ciò mentre Unione Europea, Ministero del Lavoro e Dipartimento Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri commissionarono, nel 2016, un'indagine approfondita del quadro nazionale degli insediamenti spontanei e istituzionali. Tanto approfondita che oggi siamo in grado di estrapolare dati e grafici, provincia per provincia, non solo della tipologia di insediamento, ma anche del livello di precarietà o stabilità degli insediamenti stessi (fig.1) o la proprietà dei terreni su cui sono stanziati (fig.2).


C10. Grafico 1 • Insediamenti di Rom, Sinti e Caminanti in Italia per stabilità, anno 2014 (valore %)


C10. Grafico 2 • Insediamenti di Rom, Sinti e Caminanti in Italia per proprietà dell’area in cui si trova l'insediamento (valori %)


Insomma, nel quadro generale delle politiche pubbliche attive del 2019, hanno prevalso improvvisazione e speculazione politica a scapito di una pianificazione progettuale possibile. Per l’ennesima volta, per i rom che ancora vivono in insediamenti di fortuna o istituzionali(5), lo Stato ha continuato con un approccio esplicitamente securitario ed emergenziale nonostante le direttive europee chiedano da tempo un cambio di rotta radicale.

La Strategia Nazionale e i progetti in essere


Proprio per le indicazioni europee, le politiche pubbliche italiane dovrebbero, dal 2012, trovare le proprie premesse nella Strategia nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti(6). Per l’attuazione della stessa si è sviluppato un percorso che ha visto nell’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, il punto nevralgico e attuativo, ma il suo ruolo, in questi anni, è stato solo quello di promotore di un confronto tra enti impegnati nella difesa dei diritti sul piano locale e nazionale e di filtro per una parte dei finanziamenti dedicati all’Italia. Attualmente, in questo quadro, sono attivi solo quattro progetti di respiro nazionale. Per tre dei quattro progetti i fondi derivano dal PON inclusione 2014-2020(7) e vedono l’UNAR come beneficiario del finanziamento ma non come realizzatore, in quanto la realizzazione dei progetti vede coinvolte terze parti presenti sul territorio nazionale e attive a diversi livelli nel contrasto alla marginalizzazione sociale e nella difesa dei diritti della minoranza romanì.

L’unico progetto non finanziato dal PON inclusione è il progetto “TO.BE.ROMA. Toward a Better Cooperation and Dialogue Between Stakeholders Inside The National Roma Platform”finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Rights, Equality and Citizenship 2014-2020. Il progetto si sta sviluppando su due linee principali: la prima è il rafforzamento della partecipazione ai processi decisionali delle associazioni che si occupano di diritti di rom e sinti, che passa per il consolidamento del dialogo e della cooperazione tra gli stakeholders appartenenti alla Piattaforma nazionale RSC, formata da associazioni di settore, coordinata proprio dall’UNAR; la seconda è il contrasto delle discriminazioni, e lo sviluppo di maggiori conoscenze e competenze rispetto all’antiziganismo e all’hate speech, tra giovani e donne rom attraverso incontri di formazione specifica sul tema(8).

Un’attività più strutturata e concretamente finalizzata al rafforzamento della cooperazione tra società civile ed enti locali è quella avviata nell’ambito del progetto “Interventi pilota per la creazione di tavoli e network di stakeholder coinvolti a diverso titolo con le comunità RSC, al fine di favorire la partecipazione dei rom alla vita sociale, politica, economica e civica”. In questo caso l’estensione territoriale è notevole, prevedendo il coinvolgimento di 8 comuni (Milano, Genova, Roma, Napoli, Catania, Messina, Cagliari, Bari) con l’apertura di altrettanti tavoli di lavoro costituiti, oltre a rappresentanti istituzionali, da stakeholders appartenenti ad associazioni e gruppi informali, ma anche imprese sociali, forze dell’ordine, mondo della scuola, del lavoro e delle istituzioni. Il progetto non fa riferimento ad una specifica linea di intervento individuata dalla strategia, ma tenta di costruire un approccio complesso e partecipato alla definizione delle politiche sociali di inclusione rivolte alle comunità romanì, a partire delle analisi dei bisogni locali. I tavoli di lavoro stanno avendo quindi un approccio locale, elaborando, a partire dalla conoscenza del contesto specifico, dei Piani di Azione Locali (PAL) dotati di uno specifico modello di governance, di azioni positive e di un piano di finanziamento, mantenendosi però all’interno del network nazionale e condividendo un approccio alla co-progettazione basato sulla progettazione di sistema, rispetto al quale si prevede una formazione dei referenti territoriali. Per garantire questa impostazione integrata e multidisciplinare, la realizzazione del progetto è stata affidata dall’UNAR a un’Associazione Temporanea di Imprese (ATI), composta da partner che coprono vari territori e livelli d’intervento. L’approccio metodologico interdisciplinare utilizzato si basa su una pillar strategy che dovrebbe tenere insieme ricerca e azione, pianificazione partecipata, capacità territoriale e comunicazione strategica. È prevista infatti anche l’attivazione di campagne di comunicazione strategica, una interna e una esterna. Il progetto è stato avviato a febbraio 2019, la mappatura dei bisogni e delle caratteristiche territoriali sono state realizzate e presentate, insieme alle linee guida elaborate per la realizzazione dei PAL nel mese di luglio.

Un progetto che invece fa riferimento ad una specifica linea di intervento proposta dalla strategia, quella della salute, è il “Progetto salute. Promozione di strategie e strumenti per l’equità nell’accesso all’assistenza sanitaria di Rom, Sinti e Camminanti”. Il soggetto attuatore delegato dall’UNAR è in questo caso l’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP). Per la realizzazione del progetto si prevede il coinvolgimento delle aziende sanitarie presenti nelle 14 città interessate dal PON Città Metropolitane 2014-2020 La finalità del progetto è quella di favorire l’acquisizione da parte delle aziende sanitarie territoriali di conoscenze e competenze a sostegno dell’implementazione del “Piano d’azione salute per e con le comunità Rom, Sinti e Camminanti”, in un ottica di equità nell’accesso alle opportunità di prevenzione e di cura offerte dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Il Piano, elaborato dal tavolo salute composto per la realizzazione della Strategia Nazionale, individua la suddivisione del campo di azione in tre macroaree: Formazione del personale sanitario; Conoscenza e accesso ai servizi per RSC; Servizi di prevenzione, diagnosi e cura. Il progetto, oltre a prevedere l’elaborazione di piani aziendali per l’implementazione del “Piano d’Azione Salute” attraverso metodologie partecipative e una fase di analisi dei contesti locali (focalizzata principalmente sulle condizioni abitative e sui bisogni sanitari) contempla la realizzazione di attività legate principalmente alle prime due macroaree. La durata prevista del progetto era dal luglio 2019 al dicembre 2020 ma è stato effettivamente avviato nel dicembre 2019 con la realizzazione di un modulo formativo a cura dell’INMP sul tema “Equità in salute: strategie e strumenti per l’accesso all’assistenza sanitaria da parte delle comunità rom, sinti e caminanti”.

Infine, un altro progetto attivato in ambito nazionale con i fondi del PON inclusione è “Un percorso culturale tra memoria e attualità. Promozione e diffusione della cultura di Rom, Sinti e Caminanti” , la cui realizzazione è stata affidata dall’UNAR al FORMAZ PA - Centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle P.A.. Il progetto si muove su tre linee di intervento principali: memoria; rimozione dei pregiudizi; cultura, mediazione e territorio. Rispetto alla prima linea di intervento il progetto prevedeva due viaggi tematici a Auschwiz-Birkenau finalizzati ad approfondire la storia del “Porrajmos/Samudaripen, nell’occasione di due ricorrenze fondamentali per la comunità RSC: il 2 agosto (Data della “soluzione finale” del campo degli “zingari” di Birkenau) e il 27 gennaio (Giorno della Memoria), con la pubblicazione finale di un prodotto editoriale. (9)

La linea dedicata al contrasto dei pregiudizi, denominata “Pregiudizi di ieri e di oggi”, prevede la realizzazione di un percorso formativo di due giorni rivolto agli operatori dei media sul tema dell’antiziganismo. Per la terza linea si sono previsti invece interventi di animazione sociale e diffusione della cultura romanì, agendo quindi sulla sensibilizzazione dei territori attraverso l’organizzazione di 5 eventi.

In sintesi, a 8 anni dall’elaborazione della Strategia, il quadro dei progetti di promozione dei diritti appare troppo debole e insufficiente, soprattutto rispetto al condizionamento, necessario, delle azioni degli enti locali.


L’approccio delle Regioni, il caso della Calabria e del Piemonte


Come più volte sottolineato anche nei report precedenti, in Italia la legislazione regionale ha rappresentato, sin dagli anni ottanta, la cifra essenziale delle politiche pubbliche italiane. Il 2019, da questo punto di vista, ha visto un rinnovamento di questa impostazione, vedendo l’approvazione della prima legge dedicata alle comunità romani nella Regione Calabria e di un Disegno di Legge presentato al Consiglio regionale piemontese. 

E’ particolarmente degno di nota il caso dell’approvazione della Legge n. 436/2019 da parte del Consiglio regionale calabro, rubricata “Integrazione e promozione della minoranza romanì” e recante modifiche alla precedente Legge regionale del 19 aprile 1995, n. 19.

Il testo è stato approvato il 19 novembre 2019 e introduce importanti elementi originali per quel territorio, non più a scopi meramente emergenziali, ma di promozione della cultura e lingua della comunità romanì stanziata sul territorio calabro. La Legge, oltre ad evidenti riconoscimenti storico-culturali finora sostanzialmente negati, istituisce presso la Giunta regionale di Calabria l’Ufficio regionale dell’OTP (Osservatorio territoriale partecipativo) e del Garante regionale per i diritti delle comunità romanès calabresi. Tali strumenti sono volti alla tutela della minoranza romanì favorendo e supportando gli scambi reciproci, la partecipazione attiva e l’elaborazione e il monitoraggio di politiche differenziate di promozione della comunità romanì, sempre in coerenza con il paradigma “riconoscimento-partecipazione-responsabilizzazione”. La Regione Calabria già nel 2015 aveva discusso una proposta di legge per la promozione della lingua romanì, promossa da attivisti per i diritti, giustificando tale necessità con il nuovo indirizzo politico basato sull’integrazione e inclusione e che contestualmente si allontana dalle politiche poco differenziate e di stampo assistenzialista che fino a quel momento avevano dominato la scena nazionale.

Di tutt’altro segno il Disegno di Legge al Consiglio Regionale del Piemonte. Innanzitutto perché, contrariamente alla Calabria, il Piemonte ha una lunga tradizione di legislazione sul tema. Un primo approccio all’argomento è del 1993, con l’emanazione di una specifica Legge contenente “Interventi a favore della popolazione zingara”, n. 26 del 10 giugno(10). Diverse sono state le applicazioni, spesso ambivalenti, che si sono susseguite nel corso degli anni. Fino all’8 novembre 2019, quando è stato, appunto, approvato il disegno di legge rubricato “Norme in materia di regolamentazione del nomadismo e di contrasto all’abusivismo”. La proposta è dell’Assessore alla Sicurezza Fabrizio Ricca (Lega) e si prefigge la chiusura dei campi “stanziali e formali” e un conseguente divieto di transito sul territorio nazionale per un periodo superiore ai tre mesi. Allo sgombero forzato, però, non è previsto segua alcun percorso alternativo di inclusione né nuove soluzioni abitative. Il disegno di legge presenta inoltre numerose misure discriminatorie nei confronti della comunità rom, sommata all’evidente violazione di diritti umani: le nuove “aree di transito” sarebbero accessibili solo a chi dichiari le proprie generalità e sia in possesso di una speciale smart-card. Inoltre, al fine di poter accedere ad un alloggio permanente, sarà obbligatoria l’applicazione di microchip agli animali domestici e la presentazione ai pubblici uffici di documenti di immatricolazione e assicurazione dei veicoli di proprietà, requisiti però non richiesti per il medesimo fine ai “non rom”. Le aree di transito esposte nel disegno di legge saranno infine monitorate mediante impianti di sorveglianza e verranno allontanati dalle stesse coloro che rifiuteranno una proposta di inserimento lavorativo o qualora venga registrata una frequenza scolastica irregolare dei bambini(11)La proposta di legge della Giunta piemontese appare dunque di dubbia legittimità costituzionale e internazionale. Da molte parti viene infatti evidenziata la violazione dell’articolo 120 comma 1 della Costituzione italiana, che vieta alle Regioni di adottare provvedimenti che ostacolino la libera circolazione ed il soggiorno delle persone, nonché il loro lavoro. Si fa inoltre riferimento a controlli, sanzioni e modalità di sorveglianza contrari a quanto disposto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, il cui principio di non discriminazione è pilastro fondamentale, anche e soprattutto, in tema di protezione delle minoranze(12).

Il Disegno di Legge è divenuto dunque rapidamente oggetto di contestazioni poiché, oltre a non soddisfare le esigenze della popolazione rom stanziata sul territorio piemontese, ne alimenta l’esclusione e la ghettizzazione.


Roma Capitale tra diritto alla casa e Piano di Inclusione


Il 2 aprile del 2019 nel quartiere di Torre Maura un gruppo di residenti, appoggiati da esponenti delle organizzazioni di estrema destra Casa Pound e Forza Nuova, hanno dato vita a una protesta violenta contro il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura pubblica nel quartiere di Torre Maura, nella periferia est della Capitale. La sindaca Virginia Raggi, all’indomani dell’accaduto, ha dichiarato “Sono intervenuta questa notte per evitare che la situazione degenerasse, c’era un clima molto pesante, d’odio. La procura ha anche aperto un fascicolo proprio per odio razziale.”(13) Gli alti livelli di tensione hanno in effetti spinto il Comune a fare un passo indietro rispetto all’avviamento del centro e le famiglie sono state trasferite in un altro “centro di raccolta”(14).

Forse ancor più grave è ciò che è accaduto nelle settimane successive nei vicini quartieri di Casal Bruciato e Torre Gaia. Anche qui la questione abitativa è stata la causa scatenante delle proteste di alcuni residenti, ma in questi casi le proteste si sono scagliate contro famiglie legittimamente assegnatarie di alloggi di edilizia popolare. Le organizzazioni neo fasciste hanno cercato di strumentalizzare la situazione, sostenendo l’arbitrarietà dei criteri utilizzati per l’affidamento delle case di edilizia popolare, che favorirebbero sempre cittadini stranieri. Il Campidoglio, in risposta, ha dichiarato in una nota che “Le assegnazioni delle case di Edilizia Residenziale Pubblica vengono effettuate esclusivamente e scrupolosamente in base alla disponibilità degli immobili e all’ordine delle graduatorie, escludendo qualsiasi discriminazione, possa essere essa di etnia, credo o religione. Le graduatorie rispettano i dettami della normativa regionale vigente e sono stilate in base ai criteri stabiliti nel bando comunale, che è stato emanato nel 2012"(15). Nei giorni successivi anche in zona Torre Gaia(16) e di nuovo a Casal Bruciato, dove addirittura un presidio attendeva il trasferimento della famiglia assegnataria, che è riuscita a raggiungere la casa, tra spintoni e minacce, solo scortata da agenti di polizia. A seguito di questo episodio il 10 maggio 2019, Simone Sapienza, segretario di Radicali Roma, Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio e Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto, insieme all'avvocato Francesco Mingiardi, hanno depositato in Procura un esposto per denunciare i fatti e gli episodi di violenza che si sono verificati contro i legittimi assegnatari. Il reato ipotizzato è quello di minacce (articolo 612 del c.p.), con l'aggravante dell'odio razziale. In più, ci sono la propaganda e l'istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa e l'ipotizzata natura sediziosa di queste manifestazioni.

Tutti questi eventi hanno rimesso Roma al centro del dibattito nazionale sulle politiche e le strategie di superamento dei campi monoetnici. In particolare, a finire sotto i riflettori, è stato il “Piano di indirizzo di Roma Capitale per l’inclusione delle Popolazioni Rom, Sinti e Camminanti (“PIRSC” adottato nel 2017 con Deliberazione n.105). Per la sua applicazione, fino ad ora, sono stati aperti 3 bandi di gara. A luglio del 2017 quello per l’affidamento del “Progetto d’inclusione sociale in favore delle persone rom, sinti e caminanti per il superamento dei campi rom La Barbuta e Monachina”. L’appalto, finanziato con fondi del PON-Metropolitano, è stato affidato alla Croce Rossa e prevede la chiusura definitiva dei due insediamenti entro il dicembre 2020. Il progetto, nei contenuti in linea con il Piano e la Strategia, ha come obiettivo la realizzazione di percorsi di autonomia per il superamento della residenzialità dei campi. Nel bando si sottolineava che i “percorsi dovranno prevedere la programmazione e attuazione, secondo tempistiche definite, di misure sistematiche volte al raggiungimento della progressiva inclusione sociale, economica ed abitativa”. Un primo bilancio sull’efficacia delle azioni previste è stato fatto, proprio nei giorni in cui chiudiamo il report, dall’Associazione 21 luglio, che ne critica aspramente l’efficacia. In particolare, secondo il report, la poca efficacia del progetto rispetto a una tendenza spontanea e graduale ad uscire dai campi in maniera autonoma, supportata dalla velocizzazione dello scorrimento delle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare (apertura di tre graduatorie in un anno e mezzo) fattore che fa meglio comprendere la gravità degli eventi di Casal Bruciato e Torre Gaia.

Tornando invece a Torre Maura, il 17 febbraio 2019 viene aggiudicato alla Cooperativa Sociale Mediahospes (Determinazione n.570)(17) l’appalto per la gestione di un “centro di raccolta”, individuato in Via Codirossoni, che doveva accogliere famiglie rom in condizioni di fragilità sociale. Risulta significativo che, anche se l’assegnazione della nuova struttura non ha interessato direttamente beneficiari del Piano, la nascita di un “centro di raccolta rom” si pone fortemente in contraddizione rispetto alle azioni annunciate dal Piano, presentato come discontinuità all’approccio emergenziale che avrebbe permesso “il graduale superamento delle residenzialità dei campi, dei centri di raccolta e dei villaggi della solidarietà presenti nel territorio capitolino”.

Infine, all’indomani dei gravi eventi di violenza che hanno segnato il 2019 e messo in luce le criticità e i limiti di pianificazione degli interventi capitolini, viene resa pubblica, precisamente l’8 maggio, la “Procedura aperta per l’affidamento del Progetto di inclusione sociale per le persone rom, sinti e camminanti e superamento del villaggio attrezzato di Castel Romano”(18). L’intervento su Castel Romano assume un carattere di urgenza, giustificato dalla constatazione delle gravi condizioni igienico-sanitario del “villaggio attrezzato” più grande d’Europa e dalla necessità di liberare un territorio appartenente a una riserva naturale, concesso in via emergenziale nel 2005 e mantenuto a suon di deroghe per accogliere le famiglie sgomberate da un’altra zona. Il bando prevede lo smantellamento del campo entro il giugno 2022, sgombero che deve passare per l’avviamento di percorsi individualizzati di inclusione sociale, per cui si prevede l’estensione degli stessi strumenti utilizzati con le famiglie firmatarie del Patto residenti alla Barbuta e a Monachina. Ad oggi non è ancora conclusa la procedura di assegnazione, dimostrando le difficoltà di attuazione del Piano del 2017, presentato come azione di rottura delle politiche precedenti, ma ad oggi rimasto sulla carta, soprattutto in termini di pianificazione e coordinamento delle azioni pubbliche.

Conclusioni


In sintesi, analizzando la situazione dei diritti di rom e dei sinti in Italia nel 2019, emerge ancora una volta la mancanza di un quadro nazionale coerente con le direttive della Strategia Nazionale di Inclusione, varata nel 2012. Sul piano istituzionale si registra una sostanziale continuità con l’approccio storico: sgomberi generalizzati e senza prospettiva, ghetti istituzionali, strumentalizzazioni nelle propagande elettorali e soprattutto la sostanziale inefficacia della progettualità a medio e lungo termine. Tutto questo mentre si continua ad assistere ad un susseguirsi di gravi fatti di cronaca, anche di estrema violenza, contro appartenenti alle comunità rom e sinte italiane. In questo quadro, rimangono sostanzialmente inattuate azioni sollecitate da più parti, a cominciare dell’interruzione della spirale degli sgomberi forzati. I cosiddetti campi-nomadi si possono superare solo con interventi sistemici e integrati alle risorse territoriali, rompendo lo schema delle “politiche dedicate” e costruendo di un quadro nazionale coerente dove le amministrazioni locali siano costrette a muoversi.


Note

(1) - Su questo è utile ricordare che la Carta costituzionale che, con la riforma del Titolo V ex L.Cost. 3/2001, opera una ripartizione delle competenze, affidando alle Regioni la legislazione in ordine ai diritti civili e sociali ed allo Stato, ex art. 117, comma 2, lett. m) Cost., “la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

(2) - In Italia esiste un corpus abbastanza nutrito di leggi regionali sui rom, variamente denominati che sono state varate soprattutto nella seconda metà degli anni '80 e che oggi cominciano a essere abrogate e talvolta sostituite con nuove norme: Lazio (1985), Sardegna 988), Emilia-Romagna (1988), Friuli Venezia Giulia (1988), Lombardia (1989), Veneto (1989), Umbria (1990), Piemonte (1993) Toscana (2000), Provincia autonoma di Trento (2009) – E recentemente la deliberazione n. 436/2019 del Consiglio della Regione Calabria.

(3) - Non trascurabili sono invece le premesse internazionali, quali motore di riconoscimento dei diritti fondamentali della comunità rom: la legislazione nazionale rinvia infatti a tal fine alla legge di ratifica della Convenzione europea per i diritti umani (la legge n. 848 del 1955), alla legge di ratifica della Carta sociale per i diritti umani (la legge 9 febbraio 1999, n. 30) e al Testo unico per la condizione dello straniero n. 286 del 1998.

(4) - Il caso è stato portato davanti al tribunale dall'Associazione 21 luglio e dall’European Roma Right Center

(5) - Ricordiamo che la stragrande maggioranza di rom e sinti in Italia vivano in casa e non in situazioni di disagio abitativo.

(6) - Elaborata a seguito della Comunicazione della Commissione Europea n.173 del 2011. Per scaricare il testo integrale http://www.unar.it/cosa-facciamo/strategie-nazionali/strategia-rsc/

(7) - Asse 3: Sistemi e modelli di intervento sociale, Priorità d’investimento: 911. Obiettivo specifico 9.5 “Riduzione della marginalità estrema e interventi di inclusione a favore delle persone senza dimora e delle popolazioni rom, sinti e caminanti (RSC)- Azione 9.5.4. “Interventi di presa in carico globale, interventi di mediazione sociale e educativa familiare nonché di promozione della partecipazione e della risoluzione di conflitti”.

(8) - http://www.unar.it/cosa-facciamo/azioni-positive-e-progetti/progetto-to-be-roma/

(9) - Rispetto al viaggio previsto per il 2 agosto ci sono evidenze della sua realizzazione e dei “risultati” raggiunti consultabili sul sito dell’UNAR. Nella pagina dedicata all’evento si legge che il viaggio ha visto la partecipazione di un “ gruppo, composto da 27 giovani, studenti, ricercatori, insegnanti, artisti e attivisti rom e sinti, caratterizzato da un’ampia diversità regionale, di genere, di gruppi interni alla comunità, del livello di istruzione e delle condizioni sociali degli stessi, ha risposto con una partecipazione globale e attiva. Nel corso della visita la delegazione ha avuto modo di incontrare rappresentanti del Central Council of Roma and Sinti, della Commissione Europea, del Consiglio d’Europa, di diverse organizzazioni non governative di altri Paesi europei. La visita ha prodotto una riflessione per la futura valorizzazione del percorso nell’ambito delle attività della Strategia Nazionale Rom Sinti e Caminanti (2012-2020) con l’idea della creazione di un board di giovani esperti di Porrajmos, motivati come agenti a tutela di diverse fasce e gruppi minoritari discriminati; è emersa la necessità di strutturare nuovi percorsi formativi – prevedendo un lavoro “oltre Auschwitz”, sulle “altre” deportazioni e altri campi. In particolare si è auspicata la diffusione della tematica in ambito scolastico, in ogni ordine e grado e con il coinvolgimento dei Dirigenti, con l’obiettivo ultimo di un inserimento del tema nei curricula scolastici”. http://www.unar.it/cosa-facciamo/strategie-nazionali/memoria-e-cultura/

(10) - Disegno di Legge presentato il 13 agosto 1990 dalla Giunta Regionale Piemonte in tema di Lavoro e Movimenti migratori, pubblicato in data sul Bollettino Ufficiale n. 24, divenuto Legge Regionale n. 26/1993 ed entrato in vigore in data 1 luglio 1993 - http://www.integrazionemigranti.gov.it/

(11) - https://www.asgi.it/notizie/piemonte-legge-rom-discriminatoria/ - Comunicato Stampa Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, 27 novembre 2019

(12) - Norme in materia di non discriminazione sono previste dalla Carta delle Nazioni Unite (artt.1-55), dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art.2), dai due Patti internazionali relativi, rispettivamente, ai diritti civili e politici ed ai diritti economici, sociali e culturali (art.2) e dalle altre Convenzioni internazionali in materia di diritti umani.

(13) - https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/torre_maura-223206812/

(14) - https://www.terrelibere.org/torre-maura-gioco-oca-sgomberi/ https://www.internazionale.it/bloc-notes/2019/04/04/rom-torre-maura-roma

(15) - http://www.today.it/cronaca/proteste-contro-rom-casal-bruciato-roma.html

(16) - https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/09/19/news/roma_famiglia_rom_rinuncia_a_casa_popolare_insultati_dai_residenti_-236404477/ https://www.ilpost.it/2019/05/08/casal-bruciato-rom-proteste/

(17) - Roma Capitale, Ufficio Speciale Rom, Sinti e Caminanti, Determinazione Dirigenziale n.QE/570/2019 del 27 febbraio 2019.

(18) - Ufficio Speciale Rom, Sinti e Caminanti di Roma Capitale, Determinazione dirigenziale n. 1426 dell’8 maggio 2019.

Amilcare “Taro” Debar

Amilcare “Taro” Debar

(Frossasco 1927 - Cuneo 2010)
LA STORIA DI AMILCARE DEBAR, IL SINTI CHE DECISE DI IMPUGNARE LE ARMI PER LA RESISTENZA, PER L’ANTIFASCISMO E PER IL SUO POPOLO

Ci sono molti motivi per i quali un uomo può impugnare un fucile. Amilcare ne aveva diversi. Innanzitutto perché combattere il fascismo, negli anni della Seconda guerra mondiale, era un imperativo morale per tutti coloro che volevano lottare per un mondo più giusto. E negli inverni del 1943 e del 1944 la scelta, per lui e per molti altri piemontesi, era chiara: o con i repubblichini o con i partigiani, sulle montagne. Ma per Amilcare la questione era più complessa. Lui era un sinti, uno “zingaro”. La sua gente i nazifascisti la stavano mandando nei lager, stessa sorte di ebrei, omosessuali, oppositori politici.

Amilcare, nome di battaglia “Corsaro”, ne aveva diversi di motivi per imbracciare un fucile.

Eppure il secondo da noi menzionato, per lui, non era certo scontato. Nato nel 1927 nel torinese, crebbe senza i genitori in un orfanotrofio.

Questo tagliò, in un certo senso, i legami con la sua eredità culturale sinti, ma non la voglia di lottare per la libertà, che lo portò a salire sui monti con la 48esima Brigata Garibaldi a soli 17 anni. Era un ragazzino e, come molti altri coetanei, svolse un ruolo essenziale come staffetta. Ma era un guerrigliero, Taro, e ben presto passò al ruolo di combattente vero e proprio, facendosi valere nei violenti scontri che coinvolsero il Piemonte nell’inverno a cavallo tra il 1944 e il 1945, tra le Langhe, dove conobbe anche Sandro Pertini. Infine partecipò alla liberazione di Torino, nell’aprile del 1945. Arrivò la vittoria, o almeno una delle vittorie. Perché nel frattempo, come detto, vi era stato il “Porrajmos”, l’Olocausto degli zingari. Oltre mezzo milione di rom, sinti e appartenenti ad altre popolazioni nomadi erano morti nei campi di sterminio nazisti. L’emergere di questo orrore fece nascere in Taro la necessità di ricollegarsi alle proprie origini, alla propria famiglia, al proprio popolo. Terminato il conflitto si arruolò in un primo momento nelle forze di polizia, e proprio durante questo periodo riscoprì in parte le proprie origini, quando durante un controllo si trovò per le mani, per puro caso, alcuni documenti riguardanti la sua famiglia e i suoi genitori. Decise una volta per tutte di abbandonare il suo ruolo per proseguire con tutte le sue forza la lotta per i diritti di rom e sinti.

“Non importa chi siamo, né da dove veniamo, né in che modo viviamo. Siamo tutti uomini.”

Queste poche parole erano le linee guida del suo pensiero, che lo portarono ad attivarsi per tutto il resto della sua vita per questa causa. Andò a vivere in un campo nomadi dove riscoprì le tradizioni e la vita del suo popolo, si batté a livello istituzionale - e non solo - per il riconoscimento dei diritti di rom e sinti, tra tutti il diritto all’istruzione. Incontrò due presidenti della Repubblica - Saragat e Pertini - e arrivò fino all’Unione Europea e alle Nazioni Unite.

Era cresciuto lottando e morì lottando, Amilcare, nel novembre del 2010. “Siamo tutti uomini”, disse, e per tutti gli uomini visse lottando, sempre schierato con fierezza dalla parte degli ultimi e  degli oppressi.