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Ambiente

Il punto della situazione


Sotto il profilo delle politiche ambientali, quello appena trascorso può essere definito – almeno in apparenza – come un anno dai due volti. L'attenzione istituzionale alle tematiche del clima e dell'ambiente, piuttosto bassa nei primi otto mesi del 2019, è salita a partire da settembre con l'insediarsi del nuovo governo, formato da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico a seguito del cambio di maggioranza causato dall'uscita della Lega.

Nella prima parte dell'anno, infatti, l'unica nuova misura tesa alla protezione dell'ambiente è stata una parziale sospensione di alcune attività condotte dalle compagnie petrolifere a terra e a mare. A partire dall'autunno, invece, sono stati messi in cantiere il Decreto Clima (approvato il 10 dicembre) e una serie di provvedimenti per riavviare l'iter delle bonifiche dei siti inquinati o scoraggiare l'utilizzo della plastica(1). Inoltre, è stata data un'accelerata all'approvazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), in ottemperanza agli obblighi europei. Tuttavia, a ben guardare, si è trattato anche in questi casi di deboli palliativi a fronte di un contesto climatico e ambientale che – anche in Italia – si fa sempre più emergenziale.

Il 2019 ha infatti chiuso il decennio più caldo da quando misuriamo la temperatura(2) nel nostro Paese, attestandosi al quarto posto fra gli anni più caldi mai registrati. Peggio di così, dicono i dati del CNR, è andata soltanto nel 2018, nel 2015 e nel 2014. Anche in conseguenza di questo aumento di temperature – che si specchia nella situazione globale fotografata dalla World Meteorological Organization – l'Italia è stata colpita da 1.665 eventi meteorologici estremi, in aumento rispetto ai 1.042 del 2018 e ai 610 del 2017.


C4. Grafico 1 • Eventi meteorologici estremi in Italia


Il settore più colpito dalle sferzate del meteo è l'agricoltura. Secondo l'Agenzia Europea per l'Ambiente (EEA), l'Italia è il Paese del vecchio continente che potrebbe subire la più grande perdita aggregata di valore dei terreni agricoli, fra il -34% e il -60% entro fine secolo rispetto alla media del periodo 1961-1990. Si tratta di una cifra che va dai 58 ai 120 miliardi di euro, solo per restare al calcolo economico. Ma il crollo nella produttività di riso e grano causato dall'erosione del suolo configura soprattutto maggiori rischi per il diritto al cibo, la sicurezza e la sovranità alimentare. Eppure, di fronte a queste sfide, il sistema politico fatica a rispondere: il Decreto Emergenze approvato a maggio 2019 versa quasi 400 milioni a sostegno dell'agricoltura, una piccola boccata d'ossigeno per un settore che però avrebbe bisogno di un piano di adattamento al cambiamento climatico e soprattutto di una radicale riforma in senso ecologico. Invece, con il pretesto dell'emergenza è stata introdotta una deroga a ogni disposizione vigente per le misure fitosanitarie, aprendo all'utilizzo di sostanze chimiche e trattamenti impattanti in potenziale violazione – secondo una vasta schiera di critici – delle norme su ambiente, paesaggio, proprietà privata e libertà personali.

Fermare il degrado ambientale è prioritario per garantire il rispetto dei diritti fondamentali, ma l'Italia è ancora lontana dall'obiettivo. Per trovare conferma di quanto appena scritto basta gettare uno sguardo alle condizioni croniche di un Paese in costante emergenza sui fronti del dissesto idrogeologico, dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua e dell'impoverimento dei terreni agricoli. Un Paese, il nostro, che non riesce a risolvere il ricatto diabolico fra diritto alla salute e diritto al lavoro (la situazione dell'ex Ilva, che l'anno scorso ha provocato anche una condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ne è l'esempio più fulgido), che lascia vivere 5 milioni di cittadini in 58 zone altamente inquinate e in attesa di bonifica, che vede crescere il consumo di suolo (2 metri al secondo secondo l'ultimo rapporto ISPRA) anche se la popolazione diminuisce.

Nonostante queste condizioni di base fortemente critiche, è importante cogliere i segnali positivi che lo scorso anno sono emersi, a partire dal progressivo aumento dell'attenzione pubblica sui temi ambientali, dovuto principalmente al consolidamento del movimento giovanile per il clima Fridays For Future. Le grandi manifestazioni che hanno attraversato il Paese e tutto il pianeta durante il 2019 hanno permesso alla questione ecologica di fare un balzo nell'agenda mediatica, che si è riverberato – anche se solo parzialmente – in quella politica. La speranza è che il nuovo anno porti maggiore concretezza e ambizione istituzionale nel rispondere alla crisi in atto.


L'ambiente nei programmi di governo

Per un più puntuale confronto fra le promesse dei governi succedutisi nell'arco del 2019 e i fatti che ad esse sono conseguiti, è opportuno partire dai programmi. Ben sapendo che la breve durata dell'esecutivo Conte I (461 giorni) e il recente passaggio al Conte II (in carica dal 5 settembre 2019) sono condizioni di base che consentono una valutazione soltanto parziale, vale comunque la pena di azzardare la comparazione.

Scorrendo il “contratto di governo” Movimento 5 Stelle – Lega del maggio 2018, i propositi più significativi che si possono estrapolare dal capitolo sull'ambiente sono i seguenti:

  • decarbonizzare e defossilizzare produzione e finanza;
  • mappare tutte le strutture a rischio amianto e in generale snellire i procedimenti di bonifica;
  • fermare il consumo di suolo;
  • accelerare la transizione alla produzione energetica rinnovabile e spingere sul risparmio e l’efficienza energetica in tutti i settori;
  • riconvertire l'ILVA tramite la progressiva chiusura delle fonti inquinanti e relativa bonifica.

A questi si aggiungono passaggi sull'applicazione della volontà popolare in tema di acqua pubblica a seguito del referendum del 2011, sulla riduzione dei veicoli inquinanti e l'incentivazione di quelli a basse emissioni, la ridiscussione integrale della linea ad alta velocità Torino-Lione (TAV) e il potenziamento delle ferrovie esistenti.


Nel programma di governo Movimento 5 Stelle – Partito Democratico(3), la promozione di un approccio sostenibile pervade diversi dei 29 punti che lo compongono. In particolare le due forze si propongono di:

  • realizzare un Green New Deal;
  • inserire la protezione dell'ambiente e della biodiversità fra i principi del sistema costituzionale;
  • mettere la protezione ambientale al centro di tutti i piani di investimento pubblici;
  • intervenire sul consumo di suolo;
  • favorire l'economia circolare;
  • dare priorità agli interventi contro il dissesto idrogeologico, le bonifiche, la mobilità sostenibile e la riconversione delle imprese;
  • introdurre una normativa che impedisca nuove concessioni per l'estrazione di idrocarburi.


Dalle (tante) promesse ai (pochi) fatti


Per quanto riguarda l'attuazione degli impegni previsti dal “contratto di governo” siglato dalla coalizione M5S-Lega, non è eccessivo affermare che solo una minima parte è stata tradotta in pratica, e anche in questi casi molto spesso i risultati sono da considerare insufficienti.

Sul fronte della transizione energetica, con la conversione in legge del Decreto Semplificazioni nel febbraio 2019, è scattata una sospensione dei permessi di ricerca idrocarburi vigenti e futuri, e un aumento di 25 volte dei canoni concessori  (che rimangono comunque risibili) che le compagnie petrolifere versano allo Stato in base alla vastità dell'area su cui operano. Le attività estrattive però, possono proseguire liberamente, perché le concessioni ad estrarre petrolio e gas (e le relative proroghe) non sono interessate dalla moratoria. Inoltre, entro 18 mesi (13 agosto 2020) un Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico dovrà approvare il Piano per la transizione energetica delle aree idonee (PiTESAI), una mappa dei luoghi dove saranno consentite le attività di ricerca ed estrazione di petrolio e gas. Il piano rappresenta un tentativo di tornare a fare una pianificazione territoriale per tali attività, salvaguardando le zone a maggior valore ambientale ed economico-sociale. In pratica quel che avrebbe dovuto avvenire con il Piano delle aree soppresso nella culla da un emendamento alla legge di stabilità 2016, per tentare di sterilizzare un quesito chiave del “referendum trivelle” che poi si tenne comunque (su un altro quesito e senza raggiungere il quorum) nell'aprile 2016. Altrettanto importante sarebbe cancellare i sussidi ambientalmente dannosi, che secondo le ultime stime ammontano a circa 19 miliardi di euro, gran parte dei quali finiscono in tasca al settore oil&gas. Anche su questo punto, però, dopo annunci incoraggianti, il governo (questa volta il Conte II) ha fatto un passo indietro.

Nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2019, infatti, si menziona solo una riduzione di questi aiuti, con il timore che sarà un taglio piuttosto leggero. Il Ministero dell'Economia nel documento dichiara a questo proposito di voler recuperare un gettito pari allo 0,1% del PIL. Un rapido calcolo (il PIL italiano vale circa 1900 miliardi di euro) porta a pensare che saranno meno di due i miliardi recuperati tramite questa misura, cioè il 10% del valore complessivo dei sussidi ambientalmente dannosi. Inizialmente attesa nell'ambito della legge di bilancio, tuttavia, è stata soppiantata dall'istituzione di una commissione “per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi”. L'organo lavorerà in seno al Ministero dell'Ambiente con il compito di elaborare (entro il 31 ottobre 2020) il nuovo sistema di esenzioni, che entreranno in vigore dal 2021 per diversi settori: trasporto merci, navale e aereo, agricoltura e usi civili. Nella manovra, dunque, è rimasta soltanto la sospensione per il triennio 2020-2022 di una parte delle esenzioni dal pagamento delle royalties dovute dalle compagnie petrolifere per l'estrazione di idrocarburi.

In pratica, alcuni progetti oil&gas non potranno più evitare questi versamenti allo Stato. Anche qui però, si tratta di un compromesso al ribasso: inizialmente la legge doveva abolire tutte le esenzioni garantite fino a quel momento, invece la sospensiva parziale salva molti progetti, compresi alcuni portati avanti dai colossi ENI ed Edison. Un segnale decisamente troppo debole, secondo il Coordinamento Nazionale No Triv(4), per accelerare la transizione ecologica del Paese.


C4. Grafico 2 • Stima dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli (milioni di €)


In linea con questo approccio di compromesso senza ambizioni, è stato anche l'iter che ha portato all'approvazione del Decreto Clima (che stanzia 255 milioni di incentivi per la sostituzione delle auto inquinanti e poco altro) e soprattutto del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). Presentato il 31 dicembre 2018 e inviato definitivamente a Bruxelles nei primi giorni del 2020, il piano (nato in attuazione del regolamento UE 2018/1999) ricalca piuttosto fedelmente la Strategia Energetica Nazionale varata dal governo Gentiloni e promossa nel 2017 dall'allora Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. I minimi aggiornamenti dei target vanno giusto a colmare il gap che si sarebbe creato con l'approvazione dei nuovi obiettivi europei per il 2030, anch'essi distanti purtroppo dallo sforzo necessario per adempiere all'Accordo di Parigi. Inoltre, proprio come la SEN, anche il PNIEC basa la transizione energetica su un utilizzo massiccio del gas naturale, con il quale si pensa di compensare il phase out del carbone confermato al 2025. La sfida però è decarbonizzare l'economia entro la metà del secolo, come suggerito dall'IPCC, il panel internazionale di scienziati che si occupa di clima al più alto livello della goverance internazionale. Ciò richiederebbe azioni ben più ambiziose rispetto alla decisione di affidarsi ancora al gas, anch'esso di origine fossile, trasportabile solo con infrastrutture dai costi multimiliardari e dal ruolo geopolitico non indifferente. Non è affatto detto, viste queste premesse, che i mega-gasdotti come TAP – una volta costruiti – verranno dismessi entro un paio di decenni per soddisfare gli obiettivi climatici. Senza contare che simili infrastrutture sono spesso connesse a violazioni dei diritti umani e degrado ambientale: non è un segreto che in Azerbaijan, dove viene estratto il metano che percorrerà il TAP, il regime reprime duramente il dissenso politico(5). E anche sugli impatti ambientali non si può andare leggeri. Lo testimonia il rinvio a giudizio di 19 persone lo scorso 8 gennaio: si tratta di dirigenti di TAP e delle aziende che hanno eseguito i lavori in Puglia, dove dovrebbe sbucare il gasdotto dopo il suo percorso attraverso l'Adriatico. La Procura di Lecce contesta l'espianto di ulivi, lo scarico di reflui industriali nell'ambiente e l'autorizzazione di compatibilità ambientale rilasciata dal Ministero.

Tornando al Piano clima-energia, la proposta italiana ha spinto le organizzazioni ambientaliste e i movimenti sociali ad inviare osservazioni critiche al Ministero dell'Ambiente: fra le più interessanti, quelle firmate da quattro avvocati per conto di 86 associazioni e comitati(6). Nel documento si critica il Piano perché “non considera la responsabilità dello Stato nell’adempimento dei propri doveri di protezione e di miglioramento ambientale anche futuro, per la tutela del diritto umano al clima sicuro, dei diritti fondamentali alla informazione ambientale e del diritto alla scienza”. Dubbi (seppur di altra natura) sono stati espressi perfino da Bruxelles, tanto che il 18 giugno la Commissione Europea ha raccomandato di alzare gli obiettivi per le rinnovabili termiche e dettagliare come intende raggiungere il 30% di energie pulite nei consumi finali, e ha chiesto chiarimenti sul ruolo del gas e sulla sua compatibilità con il percorso di decarbonizzazione. Così, nella seconda parte dell'anno il nuovo governo M5S-PD ha rimesso mano al documento, approvandolo in conferenza unificata il 19 dicembre e inviandolo alla Commissione l'8 gennaio. Il testo definitivo, pubblicato il 21 gennaio, non ha fugato però le perplessità iniziali. La delusione delle organizzazioni ambientaliste per un piano “a tutto gas” ha preso di mira anche la mancanza di strumenti di policy per raggiungere obiettivi considerati comunque insufficienti, seppur lievemente rivisti al rialzo. Il percorso del PNIEC rientra, da settembre 2019, in una più ampia cornice retorica, quella del Green New Deal. Lanciato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 21 settembre dal palco di Atreju (la kermesse del partito di estrema destra Fratelli d'Italia(7)), il programma di investimenti verdi è stato per mesi un oggetto misterioso. Nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2019(8), si accennava solo al fatto che sarà collegato tramite un DDL alla manovra di bilancio 2020-2022. Proprio con la manovra, intanto, è stato creato un fondo per investimenti pubblici da 4,2 miliardi di euro, spalmati lungo il periodo 2020-2023. Nel complesso, sempre stando alla nota di aggiornamento del DEF 2019, il green deal italiano dovrebbe creare due di questi fondi, assegnati a Stato ed Enti locali, “per un totale di 50 miliardi su un orizzonte pluriennale”(9). In realtà, secondo l'analisi di Stefano Lenzi per il WWF, dalla legge di bilancio è uscito un programma di investimenti che non mobilita nemmeno 30 miliardi in 15 anni, il tutto senza toccare i sussidi ai combustibili fossili.

Nel 2020, inoltre, si spera che venga approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC)(10), rimasto in bozza dal 2017. Fra le norme già in agenda ci sono invece il collegato ambientale, il DDL Cantiere Ambiente sul dissesto, la Legge Salvamare (approvata a ottobre alla Camera) e il recepimento delle direttive UE sull’economia circolare. Rimangono poi le leggi su cui si cerca un accordo in Parlamento, come quella sull’acqua e quella sul consumo del suolo e rigenerazione urbana. 

In merito alla prima, durante il governo Conte I, nonostante gli impegni pubblici ad approvare la legge di iniziativa popolare del 2007, l'azione politica ha preso direzioni opposte. Con l'approvazione del Decreto Crescita nel giugno 2019(11), infatti, la maggioranza ha dato un'altra spallata agli esiti del referendum del 2011 sull'acqua pubblica. In particolare, all'art. 24 si dispone la trasformazione dell'Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia (EIPLI) in società per azioni. Questa trasformazione, già prevista dai governi Prodi, Monti e Gentiloni, seppur riservata nel Decreto Crescita a soggetti pubblici (Ministero dell'Economia e regioni del distretto idrografico dell'Appennino meridionale), preoccupa il Forum italiano dei movimenti per l'acqua bene comune. Secondo gli attivisti che promossero il referendum, l'uso di strumenti legati a logiche di mercato (la Spa) e l'esclusione dei Comuni dal processo decisionale può facilitare la soppressione in futuro del divieto di cedere quote ai privati(12). 

Sul fronte invece del consumo di suolo, sebbene la volontà di arrivare ad un azzeramento fosse ben sottolineata dal “contratto di governo”, non si è fatto praticamente nulla e le leggi messe in cantiere alla Camera e al Senato nel marzo 2018 sull'input del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio(13)-(14) procedono a rilento. Commentando il rapporto 2019 dell'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS), il suo presidente Enrico Giovannini ha dichiarato: “Per due legislature questo Paese non è stato in grado di definire una legge sul consumo di suolo, tant’è vero che ne abbiamo consumato più di tutti gli altri Paesi europei”. Intanto, l'ultimo rapporto dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), conferma che il fenomeno è in costante aumento, nonostante il calo della popolazione in Italia. La maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano causa una crescita dell'intensità del fenomeno “isola di calore”, che determina un microclima più caldo nelle aree urbane. In estate, infatti, si registrano anche due gradi di differenza tra città e zone rurali, con potenziali impatti sulla salute delle fasce di popolazione più esposte, come bambini e anziani.

Altro capitolo chiave della politica ambientale italiana, affrontato soltanto nell'ultima parte del 2019, è quello delle bonifiche. L'Italia si trascina un annoso problema legato ad uno sviluppo industriale incurante delle ricadute ecologiche, che ha prodotto contaminazione su vasta scala ed effetti nocivi sulla salute dei cittadini. Ad oggi sono 41 i Siti di Interesse Nazionale (SIN) che necessitano di interventi di bonifica, insieme ad altre zone che punteggiano la penisola. L'impatto di queste terre avvelenate da amianto, diossine, idrocarburi, metalli pesanti, pesticidi, PFAS e altre sostanze tossiche colpisce 5 milioni di persone. Nei SIN, come si legge nell'ultimo Rapporto Sentieri, ci si ammala e si muore più che nel resto d'Italia, con gravi ripercussioni sui diritti alla salute, all'acqua e al cibo (proprio acqua e cibo sono infatti potenziali vettori di sostanze nocive). Rispondere a questa gravissima minaccia significa stanziare fondi – e molti – per far ripartire il piano nazionale per le bonifiche, nonché costruire una politica industriale capace di ridurre l'inquinamento a monte e gestire accuratamente le scorie a valle. Per maneggiare un tema così delicato e urgente, il Ministero ha riformato la propria struttura dallo scorso dicembre(15) creando una direzione generale apposita che dovrà snellire gli iter burocratici delle bonifiche. Intanto nel 2019 sono partite operazioni nella Valle del Sacco e nel SIN della Caffaro di Brescia, fabbrica chimica che per mezzo secolo ha sparso arsenico, mercurio e altre sostanze contaminanti nell'ambiente. Tuttavia, come si evince dall'intervento di Fabio Pascarella – responsabile ISPRA dell'area per la caratterizzazione e la protezione dei suoli per i siti contaminati – durante l'audizione in Commissione Ecomafie del 7 maggio 2019(16), solo il 15% delle aree a terra e a mare ha visto concludere il procedimento di bonifica.


C4. Grafico 3 • Stato di avanzamento degli interventi di caratterizzazione e messa in sicurezza/bonifica del suolo e delle acque sotterranee nei Siti di Interesse Nazionale (SIN)


In alcuni territori le fonti inquinanti non sono ancora state chiuse: è il caso dell'Ex Ilva di Taranto, la cui crisi ha dominato le cronache durante tutto il 2019. L'anno si è aperto con la sentenza di condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo(17) nei confronti dell'Italia, per la violazione degli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un ricorso effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Secondo la Corte, l’Italia ha omesso di proteggere i cittadini di Taranto dalle conseguenze dell’inquinamento causato dalle attività del colossale impianto siderurgico, autorizzandone il prosieguo nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità. Nei mesi successivi, si è riacceso lo scontro politico con l'abolizione, tramite il Decreto Crescita, dello “scudo penale” introdotto nel 2015 dal governo Renzi, con il quale si escludeva la responsabilità penale “in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale” da parte del commissario o dei futuri “affittuari o acquirenti” dell'Ex Ilva. La protezione per i manager di ArcelorMittal, la multinazionale indiana che è subentrata alla gestione commissariale, è stata poi ripristinata con il Decreto Salva Impresa dell'agosto scorso, per essere nuovamente abolita con un voto del Senato a fine ottobre. L'anno si è chiuso con il Tribunale di Taranto che ha prima respinto la richiesta di proroga per la messa a norma dell'altoforno 2 dell'acciaieria, poi firmato l'ordine di spegnimento. Tutto vanificato dal Tribunale del riesame, che ha accolto il ricorso dei commissari dell'ex Ilva il 7 gennaio.

Sul fronte amianto, altra piaga italiana mai lenita, il 21 agosto scorso sono stati stanziati 870 mila euro per 140 interventi di rimozione in 100 città con un decreto del Ministero dell'Ambiente: ancora troppo poco per far fronte a un'emergenza ormai pluridecennale, con quasi 400 mila strutture contenenti la fibra killer(18).


Conclusioni


Purtroppo, dall'analisi condotta fin qui bisogna prendere atto che non è all'orizzonte quel cambio di passo urgente e indifferibile nel cammino verso la transizione ecologica. I miglioramenti che si attendono nel 2020 dal nostro Paese sul fronte delle politiche climatiche ed energetiche si muovono nella cornice dello European Green Deal presentato a dicembre dalla Commissione UE e dettagliato a gennaio, che per quanto sia il piano di transizione più avanzato tra quelli predisposti dai Paesi grandi inquinatori, è comunque un largamente insufficiente a tirare la volata internazionale verso l'azzeramento delle emissioni entro il 2050. Non solo mette a disposizione risorse troppo scarse(19) e prevede obiettivi di taglio delle emissioni troppo conservativi(20), ma – ed è il vero vulnus – fallisce nel disegnare un quadro affidabile a lungo termine per la transizione. È evidente – per fare un solo esempio – lo strabismo fra le promesse di riconversione del settore energetico e i 117 miliardi di euro che diversi paesi europei stanno pensando di investire in nuove infrastrutture per il gas, nonostante la capacità installata sia già quasi due volte superiore al consumo(21). L'aver subordinato il piano climatico alle priorità di un'agenda economico-commerciale aggressiva e insostenibile rischia di decretarne il fallimento. E la volontà dell'Italia di non andare oltre le proposte di Bruxelles rischia di condannare i cittadini a subire le conseguenze più dolorose del cambiamento climatico e dell'inquinamento.

Questi effetti “ambientali”, sempre più evidenti a ogni latitudine, possono anche essere letti come la manifestazione di una crisi del sistema socioecologico estrattivo che organizza la vita sul pianeta. Un sistema che produce contaminazione e diseguaglianza, violazioni dei diritti e povertà. La transizione, per essere efficace, dovrebbe essere progettata tenendo conto di tutte queste sfaccettature, e però il pensiero politico è privo di uno sguardo generale sulle cause della crisi. Per questo affronta i suoi effetti singolarmente e con misure tampone: lo stop una tantum ai veicoli inquinanti per ridurre lo smog, le moratorie (vere o presunte) sulle trivellazioni, le tasse sulla plastica, i magri incentivi per la mobilità sostenibile o l'ora di educazione ambientale obbligatoria nelle scuole – solo per citare alcuni dei provvedimenti varati da governo ed enti locali durante il 2019 – sono poco più che una pezzuola tiepida sulla fronte di un malato terminale. Gli unici brandelli di legislazione che conservano un carattere più generale almeno nel nome, come il Decreto Clima e il PNIEC, si contraddistinguono per la carenza di contenuti il primo e per l'incapacità di superare il modello energetico fossile il secondo.

Di fronte a questa difficoltà oggettive a superare l'ostacolo dei gruppi di interesse e quello dei vincoli di spesa, la speranza di una torsione democratica è da riporre nel lavoro dei movimenti sociali, studenteschi e delle organizzazioni della società civile. Il compito è costruire consenso intorno a un vero green deal fatto di politiche in grado di restringere l'offerta di beni e servizi inquinanti, espandendo invece l'intervento pubblico nell'economia e nel welfare, per evitare che il peso della transizione ricada sulle classi popolari. Questa missione è in mano all'attivismo dei giovani e dei meno giovani, ma è fondamentale che i movimenti trovino presto basi condivise per proporre un'agenda radicale eppure concreta, capace di resistere alle torsioni regressive e convincere cittadini e lavoratori che quella per la giustizia climatica è la battaglia di tutti.


Aggiornamento Covid-19


Il Covid come spia di una crisi ecologica

Raccontare l'Italia del 2019 dopo lo spartiacque della pandemia sembra quasi un esercizio di stile. Il Covid ha sconvolto il sistema di riferimento che ha guidato l'attività istituzionale e il pensiero ad essa sotteso non solo a livello nazionale, ma su scala globale. Tuttavia, possiamo osservare attraverso la lente della pandemia il modo in cui le società umane si siano sviluppate nella natura, specialmente con l'affermarsi della società industriale, fino a raggiungere quello che a tutti gli effetti sembra un punto di frattura epocale fra il ciclo di accumulazione materiale e la capacità di rigenerazione degli ecosistemi. 

Con una simile prospettiva di analisi, questa introduzione prova a disegnare per linee generali lo stato delle politiche ambientali e individuare le principali direzioni seguite dalle istituzioni italiane e internazionali nel settore, per poi metterle in rapporto al contesto in cui viviamo. Un contesto la cui drammaticità ci appare adesso incredibilimente concreta, mentre fino a un anno fa – nonostante la nascita di grandi movimenti per la giustizia climatica – era ancora poco percepita dall'opinione pubblica e dai decisori politici. 

Oggi è difficile negare il superamento dei limiti entro cui può darsi una sopravvivenza dell'essere umano che abbia come riferimento il sistema dei diritti. Da questa evidenza è possibile trarre gli insegnamenti necessari a imprimere una svolta nel sistema di sviluppo, guardando ai diritti umani e sociali non come a una variabile dipendente dello sviluppo economico, ma i pilastri portanti per la rifondazione del sistema socioecologico. Possiamo farlo solo se accettiamo di considerare la pandemia come sintomo di una crisi sistemica già in corso, con le sue cause profonde. L'emergenza climatica, sociale ed economica che il virus ha portato in primissimo piano non è altro che il punto di arrivo di un pensiero che finora ha organizzato le società e la natura secondo il criterio dell'utile. Rifiutando la complessità delle relazioni ecosistemiche in favore di analisi costi-benefici legate al consenso elettorale (da un lato) e all'accumulazione economica (dall'altro), le istituzioni politiche, scientifiche e le corporazioni hanno perseguito una “semplificazione” dell'ambiente che da principio analitico si è tradotta in fatto concreto e forse irreversibile. 

L'aumento della rapidità di circolazione dei patogeni e la maggiore facilità con cui si verifica il salto di specie è una conseguenza della distruzione di ecosistemi biodiversi, guidata dall'espansione urbana e dell'agricoltura industriale. Ma questa erosione di spazi non colonizzati alle frontiere dello sviluppo, guidata da enormi conglomerati finanziari, produttivi e commerciali, oggi ha raggiunto un punto critico. Per evitare un collasso ecologico, economico e democratico di proporzioni globali occorre rinegoziare un patto di convivenza con il pianeta. Un patto che ci costringerà a rivedere molte delle priorità in base alle quali viviamo in occidente e in diversi dei cosidetti “paesi in via di sviluppo”. Si tratta di un sfida mai affrontata finora e che, va detto, non è al momento nell'agenda politica nazionale e internazionale. Questo è l'aspetto più preoccupante della crisi: l'incapacità pressoché totale delle istituzioni e del sistema economico di cambiare prospettiva. I piani di rilancio post-Covid sono il frutto dello stesso pensiero che ha prodotto la frattura, nel tentativo di tornare sui binari dai quali lo status quo è stato sbalzato per un quadrimestre. Da un lato, quindi, si elargiscono sostegni alle imprese senza vincoli di riconversione ecologica, dall'altro si concedono contributi insufficienti e a tempo per le fasce sociali più colpite dagli effetti economici della pandemia. Più in generale, gli sforzi messi in campo dai governi, sebbene abbiano pochi precedenti nella storia, sono insufficienti e mal diretti.

Riconoscere il fallimento di questo modello di sviluppo è il primo passo per ragionare sulla sua riforma partendo dalle fondamenta. Con questa breve analisi delle recenti politiche ambientali nel nostro paese, si tenterà di offrire uno spaccato di quel che è stato fatto, di come lo si è fatto, di come si sarebbe potuto fare e di come si potrebbe fare in futuro. Non c'è pretesa di verità nelle parole scritte fin qui e in quelle che seguiranno, ma anzi la proposta di assumere una prospettiva più cauta e dialogica, che metta in dubbio le premesse su cui si fonda la nostra convivenza e provi a reimmaginarle a partire da concetti di giustizia climatica e senso del limite.


Note

(1) - La Plastic Tax, è stata approvata con la legge di bilancio: doveva entrare in vigore nel luglio 2020 e prevedere una tassa di 45 centesimi al chilo per i materiali con singolo uso (MACSI). La pagherà chi li compra, li produce o li importa. Con il Decreto Rilancio (DL 19 maggio 2020, n. 34) i pagamenti sono slittati al 1 gennaio 2021. Stesso destino ha subito la Sugar Tax, imposta che dovrebbe gravare sulle bevande zuccherate.

(2) - La misurazione a livello globale viene fatta dal 1880, in Italia dal 1961 a opera del CNR. Fonte: http://www.isac.cnr.it/

(3) - Fonte: Il Post, https://adobe.ly/39Px6f8

(4) - Fonte: Coordinamento Nazionale No Triv, https://bit.ly/36RsAuF

(5) - Fonte: Amnesty, https://bit.ly/35ztjPB

(6) - Fonte: Ministero dell'Ambiente, https://bit.ly/39RA9Dy

(7) - Fonte: ANSA, https://bit.ly/39SGVJh

(8) - Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze, https://bit.ly/303Bgf3

(9) - Ibid.

(10) - Fonte: Ministero dell'Ambiente, https://bit.ly/3a8HU86

(11) - Fonte: Gazzetta Ufficiale, https://bit.ly/2Tbqt0X

(12) - Fonte: Forum italiano dei movimenti per l'acqua bene comune, https://bit.ly/2Nc6oDV

(13) - Fonte: Camera dei Deputati, https://bit.ly/306pqAC

(14) - Fonte: Senato, https://bit.ly/2R8sWq2

(15) - Fonte: Gazzetta Ufficiale, https://bit.ly/2FBHhGf

(16) - Fonte: Camera dei Deputati, https://bit.ly/309eceF

(17) - Fonte: ECHR, https://bit.ly/2QD2oyr

(18) - Fonte: Legambiente, https://bit.ly/35Kb8qt

(19) - Fonte: ETUC, https://bit.ly/2NIEqQv

(20) - Fonte: Friends of the Earth Europe, https://bit.ly/2RiHjYX

(21) - Fonte: Global Energy Monitor, 2020 https://bit.ly/2OribyE

Tina Merlin

Tina Merlin

(Trichiana 1926 - Belluno 1991)
TINA MERLIN FU L’UNICA AD AVER PREVISTO LA TRAGEDIA DEL VAJONT: VENNE PERFINO DENUNCIATA NEL 1960, TRE ANNI PRIMA DEL DISASTRO. STORIA DI UNA DONNA CHE NON SI È MAI PIEGATA

Il 9 ottobre 1963 è una data che gli abitanti della valle del Vajont non dimenticheranno mai. Precisamente alle 22:39 di quella sera una colossale frana - stimata in circa 260 milioni di metri cubi di roccia - si stacca dal Monte Toc e si rovescia nel bacino idrico sottostante: la diga del Vajont, che conta 115 milioni di metri cubi d’acqua. Si alza un’onda alta secondo alcune stime dai 150 ai 200 metri di altezza, che, dividendosi in due parti, investe i paesi di Longarone, Erto e Casso. I I danni sono inestimabili. I morti sono calcolati in 1900 persone, tra i quali 487 bambini. 

Il “disastro del Vajont”, più che prevedibile, era praticamente certo. Da anni gli abitanti del luogo denunciavano la pericolosità dell’opera, da anni Tina Merlin cercava inutilmente di dare loro voce sul panorama nazionale.

Classe 1926, Tina aveva deciso di seguire le orme del fratello Antonio, comandante partigiano ucciso in combattimento, e aderire alla Resistenza. Staffetta durante il conflitto, dopo la guerra era diventata giornalista e scrittrice. Iniziò in questo ruolo una profonda e duratura collaborazione con l’Unità, di cui fu per tre decenni corrispondente da diverse zone del nord-est. Fu proprio ricoprendo tale ruolo che Tina Merlin conobbe la vicenda della diga del Vajont, sulla quale più volte prese posizione, denunciando la bomba a orologeria che si sarebbe innescata mettendo in funzione l’invaso. Non solo i suoi avvertimenti caddero nel vuoto, ma nel 1959 venne denunciata dal conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, l’azienda elettrica privata che controllava la diga. Accusata di "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", la giornalista fu processata e poi assolta nel 1960.

In seguito al disastro Tina realizzò un saggio dal titolo “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”, nel quale ripercorreva la lunga serie di eventi che portarono a quel maledetto 9 ottobre. Nel libro si denunciano apertamente le pratiche adottate dalla SADE per imporre alla valle e ai suoi cittadini l’impianto, la complicità delle istituzioni, le falsificazioni dei dati idrogeologici, i tentativi di insabbiamento e di mistificazione dei fatti ai danni dell’opinione pubblica. Anche per questo, incredibilmente, nonostante la portata della tragedia, per vent’anni non ci furono editori disposti a pubblicare il saggio, che andrà in stampa solo nel 1983. 

Intanto nel novembre 1967 per il disastro saranno rinviate a giudizio undici persone: membri del Ministero dei Lavori Pubblici, dirigenti della SADE e dell’ENEL. Alla fine ci saranno solo due piccole condanne. Molti anni dopo la tragedia, in sede civile, ENEL, Montedison (che aveva assorbito la SADE) e lo Stato saranno condannati al pagamento dei danni ai comuni vittime del disastro.

Quest’ultima fase giudiziaria Tina Merlin non poté seguirla; era morta, a 65 anni, nel 1991.