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Ambiente

Introduzione


Non è semplice raccontare l’ecologia in Italia nell’anno della pandemia. Non lo è perché da un lato la crisi legata al Covid ha prodotto un enorme dibattito nei movimenti sociali e per la giustizia climatica, riportandoli a un fervore che mancava da anni. Dall’altro, però, è evidente che le loro istanze non hanno scalfito in profondità il decision making. Mentre la società civile ha descritto da subito la pandemia come spia di una crisi ecologica e sociale di scala planetaria, le istituzioni l’hanno relegata esclusivamente al campo sanitario. Di conseguenza, le politiche di contrasto e ricostruzione hanno privilegiato il ritorno al contesto pre-crisi invece di innescare un cambio di sistema. Il movimento ecologista ha perso un’occasione? Il governo non lo ha certo ascoltato, chiudendosi in sé stesso e provando a rilanciare l’economia insieme ai grandi gruppi industriali. Ci troviamo dunque nella situazione in cui le forze che guidano l’evoluzione restano ancorate a schemi e procedure obsoleti, mentre quelle del cambiamento faticano a guadagnare la ribalta.


C4. Grafico 1 • Eventi meteorologici estremi in Italia 



Eppure una spallata è stata data: l’interconnessione fra crisi ecologica, diritti e pandemia ormai si fa spazio anche nei think tank delle principali istituzioni internazionali. Lo spiega chiaramente il rapporto “Diritti umani, ambiente e Covid-19”, pubblicato da due agenzie dell’ONU, il Programma ambientale e l’Alto commissariato per i diritti umani: “I danni provocati dall’umanità alla natura stanno avendo un impatto importante sulla salute, sui mezzi di sussistenza e sui diritti. La pandemia è un potente esempio dell'interconnessione di ecosistemi sani e diritti umani alla vita, alla salute, al cibo, all'acqua, a uno standard di vita adeguato e a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile”.

Ripensare i legami fra attività antropiche ed ecosistemi è urgente in un momento in cui nuovi patogeni emergono e circolano con rapidità crescente. Già oggi il 70% delle malattie infettive è rappresentato da zoonosi come il Covid-19, frutto del combinato disposto di deforestazione, conversione di terreni all'agricoltura, commercio di animali selvatici, espansione di insediamenti e infrastrutture, intensificazione dell’allevamento e cambiamento climatico. Queste attività aumentano il rischio che gli agenti patogeni compiano il salto di specie dagli animali all'uomo, mentre l’intensità degli spostamenti intercontinentali di merci e persone tipici dell’era della globalizzazione ne accelera la diffusione.

Questo circuito turbinoso ha registrato una brusca frenata - per quanto riguarda il nostro paese - durante il confinamento imposto a tutti i cittadini fra il 10 marzo e il 18 maggio 2020. Di quei 69 giorni di vita in slow motion, oltre alla sensazione di smarrimento e oppressione, alle notizie catastrofiche e martellanti, sono circolate storie di un mondo naturale che riprendeva possesso degli spazi lasciati liberi dall’uomo, mentre i livelli di smog crollavano anche nella tossica pianura padana e nei canali di Venezia tornava a intravedersi il fondale.


C4. Grafico 3 • Riduzione temporanea delle emissioni globali giornaliere di CO₂ durante il confinamento forzato per COVID-19


I racconti e le immagini di un pianeta più salubre, unite all’impressionante ondata di solidarietà organizzata dalle reti della società civile, hanno prodotto in molti di noi la speranza che la crisi aprisse nuove possibilità di convivenza. Ecologia e solidarietà si parlavano, trovandosi concordi sul futuro in uno spazio da cui, improvvisamente, era sparita l’economia.

I dogmi dell’austerità, del debito, del bilancio in pareggio e dell’aumento costante della produttività avevano sbattuto il naso contro la sacralità della vita. Per evitare una strage, le istituzioni avevano deciso di metterli temporaneamente nel congelatore e promettere politiche espansive. Tuttavia, l’obiettivo non era tanto ripensare le relazioni socioeconomiche alla radice, quanto piuttosto prendere tempo per ripristinare lo status quo.

In questo capitolo racconteremo i passaggi chiave del tentativo affannoso, tuttora in corso, di riaccendere il motore dello sviluppo, cercando di sfruttare l’inerzia residua dopo l’urto della pandemia.


Emergenza


Il virus che destabilizza la società mondiale arriva in Europa e in Italia senza fare troppa eco in un momento di forte dibattito sulle politiche ambientali. Nel gennaio 2020, infatti, la Commissione Europea retta da Ursula Von der Leyen lancia il suo Green deal, un piano di investimenti da mille miliardi di euro in dieci anni per fronteggiare la crisi ecologica e traghettare l’UE verso la neutralità climatica entro la metà del secolo. Siamo nel quinquennale dell’accordo di Parigi - che ancora attende di entrare in vigore - e l’Europa vuole mostrare di essere alla guida della transizione globale.

Il trilione che la presidente dell’esecutivo UE promette nel patto verde per il Vecchio Continente, però, è accolto con tiepido entusiasmo dal mondo ecologista. Il programma infatti è finanziato in gran parte con risorse già esistenti e pochissimo denaro “fresco”. I nuovi impegni di bilancio si fermano ad appena 7,5 miliardi di euro in sette anni per sostenere la “giusta transizione”, ovvero il ricollocamento di lavoratori di industrie obsolete e inquinanti. Tutta l’enfasi è posta invece sulla scommessa che il piano mobiliterà capitali del settore privato grazie alle garanzie pubbliche.

Sulla carta, il progetto di Green deal è straordinariamente olistico: da una strategia alimentare sostenibile (Farm to Fork) a una strategia per la biodiversità, fino a un nuovo piano d'azione per l'economia circolare. Tuttavia, la sua capacità di trasformare la vita degli europei deve fare i conti da un lato con l'impegno della Commissione a mantenere intatto il patto di stabilità e crescita, dall’altro con la pressione contraria dei gruppi di interesse. Come vedremo, ad esempio nel caso della definizione della nuova Politica agricola comune (PAC), alla fine i progressi in campo ambientale saranno molto limitati.

L’Italia accoglie la proposta europea con un Piano nazionale energia e clima (PNIEC) nato vecchio: il target di riduzione delle emissioni cui fa riferimento il documento (-40% entro il 2030 rispetto al 1990 a livello UE) è reso immediatamente inadeguato dal rilancio di Bruxelles, che entro pochi mesi avvia il percorso di una nuova legge sul clima volta ad aggiornare gli obiettivi del decennio. Presa in contropiede, l’Italia oggi si trova a dover riscrivere il PNIEC in modo che sia coerente con una riduzione dei gas serra superiore di quindici punti (-55%). Prendendo per definitivi i nuovi target 2030 proposti da Bruxelles, anche se la legge sul clima sarà definitiva solo nel 2021, essi sarebbero comunque lontani dalla sufficienza. Stando a quel che propone il Programma ambientale delle Nazioni Unite, occorre un taglio di almeno il 7,6% annuo su scala globale tra il 2020 e il 2030, per evitare di superare la soglia dell’aumento del riscaldamento globale di 1,5 °C. Per l’UE, porsi questo traguardo vorrebbe dire raggiungere la neutralità climatica entro il 2040 (al più tardi) e aumentare le riduzioni di gas serra per il 2030 ad almeno il 65% rispetto al 1990. Il fatto che l’Italia sia indietro nella programmazione delle politiche climatiche è dimostrato anche dal fatto che, nel 2020, il nostro paese ha mancato la scadenza per la consegna della strategia di lungo termine (Long Term Strategy), un piano che dovrebbe guardare al 2050 e prevedere un obiettivo di emissioni nette zero(1).

Per dare un’idea della difficoltà di adeguare gli impegni nazionali ai target di Parigi, c’è un parallelo eloquente: In Italia, a causa della pandemia e del confinamento che ha fermato le attività economiche, le emissioni nel 2020 si sono ridotte del 9% circa, a fronte di un calo del PIL praticamente speculare. Significa che occorrerebbe impostare politiche capaci di dare un risultato non molto diverso ogni anno, nei prossimi dieci, per non mancare gli impegni condivisi a livello internazionale. Ed è qualcosa di piuttosto difficile da immaginare, specialmente se si pensa di farlo senza allargare le disuguaglianze. Talmente difficile che l’approccio delle istituzioni è stato del tutto opposto. Clima e ambiente sono letteralmente usciti dalle cronache per tutti i mesi del lockdown, seppelliti dalla narrazione tutta sanitaria della pandemia e poi dal “pragmatismo” del decreto Rilancio: un intervento di oltre 150 miliardi senza condizionalità ambientali richieste alle imprese. Denaro a pioggia, che si somma ai tagli orizzontali di tasse importanti come l’IRAP, e niente ritocchi ai sussidi ambientalmente dannosi, che nonostante le promesse del 2019 restano intatti. Insomma, un’occasione persa per orientare la ripresa: si punta tutto sul “mattone”, con il varo di un superbonus per le ristrutturazioni edilizie. Secondo la valutazione del Consiglio nazionale degli ingegneri, tuttavia, la burocrazia connessa, i requisiti troppo stringenti per l’accesso e la durata troppo breve ne hanno pregiudicato il successo.

Il gemello del decreto Rilancio è il decreto Semplificazioni, varato a luglio e convertito in legge a settembre (mese in cui, fra l’altro, si aprono a Lecce il processo ai manager della TAP per disastro ambientale e quello a 92 cittadini che hanno resistito all’opera). Il testo è ispirato dal rapporto del gruppo di esperti convocati dall’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per suggerire le misure chiave per rilanciare il paese dopo la pandemia. Nell’immaginario comune è soprannominato “piano Colao”, dal nome di Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone chiamato dal premier a guidare la task force di tecnici incaricati di scrivere la proposta. Con il decreto Semplificazioni, il governo e il Parlamento completano dunque la risposta alla prima emergenza e gettano le basi per la ripresa economica sulle ali del piano Colao. Una ripresa all’insegna di grandi opere e procedure agevolate, riduzione dei controlli e della partecipazione pubblica alle decisioni. A farne le spese sono, giocoforza, la trasparenza e l’impatto ambientale. Il dibattito pubblico sulle grandi opere viene infatti sospeso fino al 2023, mentre i tempi per la trattazione dei ricorsi al Tar vengono dimezzati quando si tratta di oleodotti e gasdotti. Addirittura, le aziende citate al Tar avranno la possibilità di chiedere un riesame della sentenza, obbligando i magistrati a fornire prove addizionali. Le imprese di estrazione petrolifera potranno inoltre godere di un trattamento di favore, con oneri concessori ridotti e la possibilità di trasformare i giacimenti in stoccaggi di CO2, in alcuni casi anche senza valutazione di impatto ambientale. Il business della cattura e stoccaggio del carbonio (Carbon Capture and Storage - CCS) è un nuovo fronte di investimento per le major petrolifere e del gas, che lo ritengono un metodo per ridurre le emissioni senza cambiare la propria mission. Il progetto di stoccaggio del carbonio che l’Eni ha in cantiere al largo delle coste ravennati, ad esempio, è oggetto di forti resistenze da parte dei movimenti ecologisti, sia per la dubbia sostenibilità di questa tecnologia ancora sperimentale, sia per gli impatti locali che può provocare. Sul sequestro del carbonio e la sua iniezione nel suolo si gioca una fetta di sussidi che le aziende fossili cercano di ottenere tramite i nuovi programmi di rilancio nazionali ed europei.


Ripresa e resilienza


La seconda parte del 2020, dopo un’estate in cui le restrizioni alle libertà personali sono in parte venute meno, ha una connotazione più “propositiva” dal punto di vista della legislazione. Un dibattito acceso sull’allocazione dei fondi del programma Next Generation EU (il cosiddetto Recovery Fund) comincia a trovare spazio sui media e nell’arena politica, dipingendo il ritratto di un paese che tenta di abbandonare un discorso unicamente emergenziale per dar vita a un progetto di ricostruzione.

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, il 16 settembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen annuncia che il 37% dei fondi del Next Generation EU andrà investito negli obiettivi del Green deal.

Sull’onda delle linee guida tracciate da Bruxelles, gli stati membri cominciano a costruire le strutture dedicate alla stesura dei piani nazionali da trasmettere all’UE per intercettare - quando arriveranno - i fondi Recovery. L’Italia parte in ritardo, annunciando a ottobre l’avvio del dialogo con la Commissione Europea sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), da consegnare entro l’aprile 2021. Lo scontro fra fazioni sul contenuto del documento - che vedrà diverse riscritture mai sufficientemente dettagliate(2) - sarà fra le cause della caduta del governo Conte e della chiamata di Mario Draghi da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel febbraio 2021.

Ma la differenza fra le buone intenzioni e la realtà rispetto al tema della transizione ecologica si vede già a fine ottobre, quando Parlamento e Consiglio dell’UE approvano le rispettive posizioni sulla riforma della Politica agricola comune (PAC). Nello spazio di ventiquattr'ore saltano tutti i paletti che dovrebbero vincolare a pratiche agroecologiche una parte significativa dei 386 miliardi in 7 anni erogati a supporto del settore primario. Le pressioni dell’agroindustria sugli europarlamentari compromettono così, forse senza rimedio, le neonate strategie Biodiversità e Farm to Fork, punte di diamante di un Green deal comunque sottodimensionato in fatto di risorse. La politica agricola comune, intercettando un terzo del bilancio europeo, poteva orientare una delle linee di finanziamento più importanti per innescare una “torsione ecologica” del settore. Se, come sembra, la chiusura dell’accordo fra istituzioni nel secondo trimestre 2021 consoliderà l’attuale impostazione, questo denaro sarà indirizzato per un altro settennio a supporto dell’agricoltura industriale e dell’allevamento intensivo. La portata di questo fatto è grande per una ragione in particolare: si perderebbe l’ultima occasione per riformare il settore nei tempi necessari a dare un contributo agli obiettivi climatici dell’UE e dell’Accordo di Parigi, sancendo l’incapacità della politica di ripensare il modello di sviluppo. L’Italia, con la Ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova e gli eurodeputati dei gruppi S&D, PPE e Renew, ha supportato le posizioni più regressive e conservatrici portate avanti dalle lobby agricole nazionali e internazionali, contribuendo a far naufragare ogni velleità riformista.

Dopo l’aspra battaglia europea sul fronte agricolo, il 10 novembre l’ambiente torna nell’agenda nazionale, sempre in rapporto a decisioni delle istituzioni comunitarie, ma questa volta per l’annoso problema di polveri sottili che il nostro paese non ha mai risolto strutturalmente. Arriva infatti l’attesa sentenza della Corte di giustizia europea, che condanna il nostro paese per aver violato “in maniera sistematica e continuativa”, fra il 2008 e il 2017, la direttiva sulla qualità dell’aria. In diverse zone della penisola si sforano regolarmente, infatti, i livelli di PM10 nell’aria. L’inquinamento atmosferico, secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, è stato causa di 65.700 morti premature in Italia nel 2018.

La fine del 2020 è caratterizzata da una forte azione dell’industria fossile per indirizzare la Legge di bilancio e i progetti del Recovery Plan. Sul primo fronte, il successo è netto: nella manovra 2021 non compare alcun taglio ai sussidi ambientalmente dannosi (SAD), nonostante fosse presente nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NaDEF). In Italia i SAD ammontano a 19,7 miliardi l’anno secondo il Ministero dell’Ambiente, a 35,7 miliardi secondo Legambiente. Secondo il Coordinamento Nazionale No Triv, viene così “archiviata dunque la proposta lanciata dal Ministro Costa di tagli per 2,8 miliardi per aiutare la riconversione ‘green’. Il Ministro Gualtieri ha preferito posticipare il tutto al 2021 in fase di approvazione di una legge delega sulla riforma del fisco”(3).

Sul fronte del Recovery Plan, le vicende sono più altalenanti. Un progetto dell’Eni molto discusso entra ed esce dalle bozze scritte a fine anno: prevede la costruzione di un impianto di cattura e stoccaggio della CO2 a Ravenna e otterrebbe 1,35 miliardi di finanziamenti pubblici. Associazioni e movimenti, locali e nazionali, si oppongono con forza e ottengono l’esclusione dell’impianto dalla bozza del PNRR. I sindacati - CGIL, CISL e UIL - invece, protestano, sostenendo che la transizione deve passare dal gas con recupero delle emissioni. La tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio presenta però numerose controindicazioni, tra cui almeno tre piuttosto evidenti: è funzionale a prolungare le attività dell’industria fossile per altri decenni, costa troppo per essere scalabile nei tempi stretti previsti dall’Accordo di Parigi, presenta rischi ambientali e climatici che vanno dalla sismicità indotta alle fughe di emissioni. Tuttavia, non è detta l’ultima parola: il “cane a sei zampe” infatti non rinuncerà facilmente al supporto pubblico per i propri progetti. A questo proposito, le linee guida pubblicate dal Ministero dello Sviluppo economico sulla Strategia nazionale dell'idrogeno, sembrano profilare un altro punto di ingresso per i programmi dell’industria fossile: l'idrogeno "blu", derivato da gas metano e in contrapposizione all’idrogeno “verde” (ricavato da fonti rinnovabili), viene considerato qui una strada da percorrere, pur essendo responsabile di emissioni che potrebbero essere neutralizzate proprio sviluppando tecnologie CCS.


Conclusioni


Come traspare da questo resoconto, possiamo guardare al 2020 come all’anno di frantumazione delle certezze che puntellavano la narrativa dominante sullo sviluppo. Alla prova dei fatti, le promesse di un mondo sempre più globalizzato e contemporaneamente più equo e sostenibile, non hanno retto. E l’Italia, nel suo piccolo, è uno dei paesi che più rappresentano una spia di questo scollamento fra sogno e realtà. L’“anno zero” della pandemia ha aperto una finestra di opportunità per il ripensamento dei sistemi sociali e del tessuto ecologico in cui sono intrecciati. Lo spiraglio, però, si sta rapidamente chiudendo: la risposta istituzionale - lo stiamo vedendo con la scrittura del PNRR - non ha il coraggio per un’operazione tanto complessa anche solo da immaginare. Le politiche di recupero tendono a un ripristino della quotidianità perduta, che rappresenta un contesto familiare pur con tutti i suoi difetti. La ricomposizione della crisi ecologica, in questo quadro, viene demandata all’innovazione, con una fiducia quasi religiosa nel potere della tecnologia di curare una ferita che invece si allarga proprio quando la politica fa un passo indietro e rinuncia a costruire percorsi di cambiamento basati sui diritti. I governi hanno scelto di interpretare il Covid-19 come uno shock esogeno con effetti economici e sanitari da controbilanciare, senza porre attenzione alle cause profonde. Restano dunque intatte le premesse per nuove e più devastanti manifestazioni della crisi in cui siamo immersi e ogni giorno che passa diventa più impegnativo operare una ristrutturazione all’insegna della giustizia climatica e ambientale.

Per non perdere l’occasione che questo momento di frattura storica ci offre, occorrerebbe orientare il sostegno non solo alle forze produttive, ma anche e prima di tutto a quelle che possiamo chiamare forze di riproduzione, che alimentano le attività di cura delle persone, dell’ambiente, dei beni comuni e delle altre forme viventi, lo scambio della conoscenza, la solidarietà, l’accoglienza e le relazioni.

Questo può sembrare un approccio naive in tempi in cui la vulgata propone di badare al sodo e rimettere in piedi la società che traballa sotto l’urto del Covid con una iniezione economica di portata mai vista nei suoi centri produttivi. Non è così. Oggi è il momento di contestare la validità di un discorso che rilancia il primato della crescita della produzione industriale rispetto a una ripresa centrata sulla cura e la riproduzione sociale. In queste attività di cura e relazione c’è una massa di lavoro non pagato che la riflessione femminista e dell’ecologia politica mette in evidenza da tempo e che nel 2020 è tornata alla ribalta.

Riconoscere questa disparità secolare e finalmente affrontarla rappresenterebbe il primo atto di una transizione sociale ed ecologica che in questi termini non è mai cominciata. Sul piano istituzionale però queste rivendicazioni arrivano a malapena e i piani di ripresa non le contemplano. La disparità di forze in campo, nonostante la vasta mobilitazione sociale, rende difficile piegare i flussi economici al sostegno e al fiorire delle forze di riproduzione.

Non è facile immaginare una via d’uscita, ma è importante dare valore alla progressiva diffusione di nuovi concetti, idee e valori scaturiti da questo momento di capogiro mondiale. Se osserviamo l’orizzonte con occhi attenti vedremo sorgere - ancora lontana dallo zenit, ma in lenta e progressiva salita - una narrativa che propone di fermare la “grande accelerazione” e impostare una decelerazione controllata, che riporti i flussi di materia ed energia nell’alveo della biocapacità dei territori e del pianeta.

Perfino l’Agenzia europea dell’ambiente ha unito la sua voce a una conversazione che finora era rimasta patrimonio di movimenti sociali e ricercatori. In una recente pubblicazione, l’EEA ha chiaramente segnalato che “la crescita economica è strettamente collegata all'aumento della produzione, del consumo e dell'uso delle risorse e ha effetti negativi sull'ambiente naturale e sulla salute umana. È improbabile che si possa ottenere su scala globale un disaccoppiamento assoluto e duraturo della crescita economica dalle pressioni e dagli impatti ambientali; pertanto, le società devono ripensare a cosa si intende per crescita e progresso e al loro significato per la sostenibilità globale”.

Forse non sarà questo - per quanto in molti vi abbiano riposto grandi speranze - il momento della grande trasformazione. Ma se la pandemia riuscirà ad aprire una crepa nel dogma monolitico della crescita, è in quella fessura che dovrà inserirsi il cuneo dei movimenti e delle organizzazioni che si battono per una società fondata sui pilastri dei diritti. Il loro sguardo sul mondo e la loro forza trasformatrice può alimentare una proposta per il cambiamento fondata sulle connessioni positive fra diverse componenti del sistema. Ambiente, salute, lavoro, abitazione, istruzione sono infatti - lo abbiamo dimostrato più volte in queste pagine - saldamente interlacciati: riportare giustizia in un ambito obbliga ad affrontare anche le ingiustizie che affliggono gli altri. Affrontare questa trasversalità e interconnessione è il preciso compito del pensiero ecologico. Un compito al quale non possiamo sottrarci.


Note


(1) - La strategia di lungo termine sarà trasmessa a Bruxelles soltanto il 10 febbraio 2021, con oltre un anno di ritardo. Il documento è l’ultimo atto di Sergio Costa come Ministro dell’Ambiente, a ridosso del cambio di governo. Si punta tutto su una crescita delle rinnovabili (che solo per il fotovoltaico implicherebbe un aumento di 15 volte della potenza installata oggi) sul potenziamento del trasporto pubblico, sulla riduzione della mobilità privata e dei consumi energetici, e su interventi di riforestazione.

(2) - Una analisi dell’ultima bozza di PNRR, svolta da Stefano Lenzi (WWF) per la campagna Sbilanciamoci!, mostra che: le risorse allocate sulla transizione ecologica sono inferiori rispetto agli obiettivi fissati dalle linee guida europee (nell’ultima bozza votata dal Consiglio dei Ministri mancano oltre 13 miliardi all’appello, pari al 6% del totale); il piano non menziona i sussidi alle fonti fossili né investe nel contrasto al dissesto idrogeologico, che catalizza solo l’1,6% dei fondi; briciole vengono destinate alla riconversione del sistema produttivo (2% dei fondi); non ci sono riferimenti alla tutela della biodiversità, per quanto sia menzionata esplicitamente nelle linee guida europee; manca, in generale l’approfondimento necessario a capire concretamente quali progetti il Recovery Plan intende sostenere.

(3) - Intervista a Enrico Gagliano, fra i portavoce del Coordinamento Nazionale No Triv

Tina Merlin

Tina Merlin

(Trichiana 1926 - Belluno 1991)
TINA MERLIN FU L’UNICA AD AVER PREVISTO LA TRAGEDIA DEL VAJONT: VENNE PERFINO DENUNCIATA NEL 1960, TRE ANNI PRIMA DEL DISASTRO. STORIA DI UNA DONNA CHE NON SI È MAI PIEGATA

Il 9 ottobre 1963 è una data che gli abitanti della valle del Vajont non dimenticheranno mai. Precisamente alle 22:39 di quella sera una colossale frana - stimata in circa 260 milioni di metri cubi di roccia - si stacca dal Monte Toc e si rovescia nel bacino idrico sottostante: la diga del Vajont, che conta 115 milioni di metri cubi d’acqua. Si alza un’onda alta secondo alcune stime dai 150 ai 200 metri di altezza, che, dividendosi in due parti, investe i paesi di Longarone, Erto e Casso. I I danni sono inestimabili. I morti sono calcolati in 1900 persone, tra i quali 487 bambini. 

Il “disastro del Vajont”, più che prevedibile, era praticamente certo. Da anni gli abitanti del luogo denunciavano la pericolosità dell’opera, da anni Tina Merlin cercava inutilmente di dare loro voce sul panorama nazionale.

Classe 1926, Tina aveva deciso di seguire le orme del fratello Antonio, comandante partigiano ucciso in combattimento, e aderire alla Resistenza. Staffetta durante il conflitto, dopo la guerra era diventata giornalista e scrittrice. Iniziò in questo ruolo una profonda e duratura collaborazione con l’Unità, di cui fu per tre decenni corrispondente da diverse zone del nord-est. Fu proprio ricoprendo tale ruolo che Tina Merlin conobbe la vicenda della diga del Vajont, sulla quale più volte prese posizione, denunciando la bomba a orologeria che si sarebbe innescata mettendo in funzione l’invaso. Non solo i suoi avvertimenti caddero nel vuoto, ma nel 1959 venne denunciata dal conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, l’azienda elettrica privata che controllava la diga. Accusata di "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", la giornalista fu processata e poi assolta nel 1960.

In seguito al disastro Tina realizzò un saggio dal titolo “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”, nel quale ripercorreva la lunga serie di eventi che portarono a quel maledetto 9 ottobre. Nel libro si denunciano apertamente le pratiche adottate dalla SADE per imporre alla valle e ai suoi cittadini l’impianto, la complicità delle istituzioni, le falsificazioni dei dati idrogeologici, i tentativi di insabbiamento e di mistificazione dei fatti ai danni dell’opinione pubblica. Anche per questo, incredibilmente, nonostante la portata della tragedia, per vent’anni non ci furono editori disposti a pubblicare il saggio, che andrà in stampa solo nel 1983. 

Intanto nel novembre 1967 per il disastro saranno rinviate a giudizio undici persone: membri del Ministero dei Lavori Pubblici, dirigenti della SADE e dell’ENEL. Alla fine ci saranno solo due piccole condanne. Molti anni dopo la tragedia, in sede civile, ENEL, Montedison (che aveva assorbito la SADE) e lo Stato saranno condannati al pagamento dei danni ai comuni vittime del disastro.

Quest’ultima fase giudiziaria Tina Merlin non poté seguirla; era morta, a 65 anni, nel 1991.