Un rinnovato interesse per la questione abitativa
Negli ultimi anni si è riacceso un crescente interesse per il tema abitativo, non solo in relazione all’emergenza casa, ma in tutte le sue diverse declinazioni. L’estensione del decreto Caivano ad altri sette quartieri italiani(1) e le tensioni che ne sono derivate hanno riportato al centro del dibattito pubblico la questione delle periferie. Parallelamente, la vicenda urbanistica di Milano – al di là delle sue implicazioni giudiziarie – ha messo in luce tutte le criticità di un modello di sviluppo urbano guidato dalla finanza e orientato alla produzione di alloggi di lusso. L’entrata in vigore del Codice identificativo nazionale (CIN) per le locazioni turistiche e i tentativi di limitare la diffusione di questo tipo di contratti – come ad esempio quello operato dal comune di Venezia o dalla regione Toscana – hanno poi alimentato il dibattito sulla turistificazione e sul futuro dei centri storici. A ciò si aggiunge la sempre più evidente carenza di alloggi accessibili, riconosciuta ormai anche da soggetti, come Confindustria, che fino a poco tempo fa non si erano mai occupati del tema. Proprio Confindustria, infatti, a gennaio 2025 ha varato un Piano Casa, su impulso degli imprenditori che denunciano la difficoltà di trovare forza lavoro a causa degli affitti troppo elevati: “la mobilità del lavoro è bloccata – dichiarano – nelle grandi città gli affitti sono inaccessibili e il 50% dei profili richiesti non si trova”. Al di là delle rivendicazioni di parte, la presa di posizione di Confindustria riporta al centro del dibattito un tema da tempo dimenticato: il rapporto tra casa e lavoro. Un tema che era stato cruciale nella Prima Repubblica e che oggi torna ad assumere un significato nuovo, alla luce delle difficoltà legate ai salari, al costo degli affitti e alla distanza dai luoghi di lavoro. Nel dopoguerra, proprio il legame tra redditi, abitazioni e mobilità quotidiana fu uno degli assi portanti nella progettazione delle città industriali. Ne sono testimonianza i quartieri operai nati nell’ambito dei piani di edilizia economica e popolare, così come le esperienze più avanzate e partecipate, come quelle promosse dalla Olivetti o il villaggio operaio di Terni. Negli ultimi quarant’anni, però, si è abdicato a qualsiasi volontà pianificatoria, nella convinzione che il mercato fosse in grado di autoregolarsi. Ma mentre in passato gli effetti espulsivi legati all’aumento delle rendite venivano in parte assorbiti dalla possibilità di insediamento dei lavoratori nell’hinterland urbano, oggi questo meccanismo sembra non funziona più. Tuttavia quarant’anni di abbandono non sono stati senza ripercussioni: il problema abitativo ha costretto quota parte di popolazione a trasferirsi oltre i confini cittadini – a Roma, ad esempio, circa 400 mila famiglie che lavorano nella capitale vivono nei comuni limitrofi – un modello di città dispersa, quando da tempo si è compreso che la forma urbana più sostenibile, dal punto di vista sociale ed ecologico, è quella della città compatta. Una tendenza centrifuga, dunque, che si scontra con l’ideale – spesso evocato – della città dei 15 minuti.
In questo contesto, le politiche per l’abitare si rivelano strettamente intrecciate non solo alla forma della città, ma anche al suo sviluppo economico. Un approccio ancora poco esplorato in Italia, ma già centrale nel dibattito europeo, come vedremo nelle conclusioni. Sul fronte economico nonostante i dati finanziari e occupazionali siano in tiepido miglioramento le diseguaglianze continuano a crescere e la casa si configura come un vero e proprio divaricatore sociale: da un lato coloro che possono accedere all’acquisto e alla locazione e dall’altro coloro che non vi possono accedere. Dinamica in questi anni enfatizzata dalla crescita dei prezzi, sia delle locazioni che dell’acquisto, dopo il periodo di stagnazione del Covid. Un fenomeno che si è verificato in tutta Europa ed è proprio in seno alla comunità europea che si sono iniziate a strutturare, per la prima volta. delle risposte: dalla istituzione di una specifica commissione sulla casa guidata dall’eurodeputata Irene Tinagli, fino alla negoziazione di fondi da destinare alle politiche della casa. In conclusione, il tema abitativo sta assumendo un peso crescente nel dibattito pubblico non solo per i problemi connessi alla carenza di alloggi accessibili ma anche per le implicazioni che esso ha sul futuro stesso delle nostre città. Questo rinnovato interesse si è tradotto, in Italia, in una serie di provvedimenti e iniziative che analizzeremo nei paragrafi successivi.
I provvedimenti per le politiche abitative nel 2024–2025
Tra il 2024 e il 2025, il quadro delle politiche abitative italiane ha vissuto una fase di ristrutturazione, segnata da due linee di fondo: da un lato la ricomposizione del sistema di incentivi edilizi, dall’altro il tentativo di costruire una strategia nazionale di lungo periodo per l’edilizia pubblica e sociale, culminata nel Piano Casa Italia. All’inizio del 2024 l’agenda politica del Governo Meloni si è concentrata sul contenimento degli effetti del Superbonus e sulla riorganizzazione dei meccanismi di sostegno all’edilizia privata. Con la Legge 11/2024, che ha convertito il decreto 212/2023, vengono infatti limitati i margini di cessione del credito e ridotte le aliquote per i bonus edilizi, segnando la fine della stagione degli incentivi straordinari post-pandemia. Parallelamente, il Ministero dell’Economia e il Ministero delle Infrastrutture prorogano e rafforzano il Fondo di garanzia “Prima Casa” (Consap), estendendo fino al 2027 la garanzia pubblica per l’acquisto dell’abitazione principale a favore di giovani under 36, nuclei monogenitoriali e famiglie numerose. La primavera del 2024 vede l’approvazione del Decreto-legge “Salva Casa” (DL 69/2024), una misura firmata dal ministro Salvini volta a semplificare la regolarizzazione edilizia per piccoli abusi e difformità. Il decreto, poi accompagnato da linee guida pubblicate nel gennaio 2025, ha avuto l’effetto di sbloccare migliaia di pratiche edilizie, favorendo il recupero del patrimonio costruito e riducendo gli ostacoli burocratici alla riqualificazione. In parallelo, prosegue la messa a terra delle misure PNRR per gli alloggi universitari. Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) pubblica nuovi bandi e scorrimenti di graduatoria per raggiungere il target dei 60 000 posti letto, sostenendo partenariati pubblico-privati e conversioni di immobili dismessi in studentati. Durante l’autunno 2024, nella Nota di aggiornamento al DEF, il Governo introduce per la prima volta la bozza del “Piano Casa Italia”, concepito come strumento di medio-lungo periodo per la riorganizzazione del sistema abitativo nazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di coordinare edilizia pubblica, edilizia sociale e rigenerazione urbana, promuovendo il riuso del patrimonio esistente e limitando il consumo di suolo. La proposta entra nella Legge di Bilancio 2025 (L. 207/2024), approvata a fine dicembre. I commi 401-403 della legge istituiscono formalmente il Piano Casa Italia, prevedendo un DPCM attuativo da emanare entro 180 giorni e uno stanziamento complessivo di 560 milioni di euro distribuiti tra il 2028 e il 2030. Le finalità indicate sono: contrasto al disagio abitativo, recupero e valorizzazione del patrimonio immobiliare, e sperimentazione di modelli innovativi di edilizia sociale. Dal 1° gennaio 2025 la Legge di Bilancio entra in vigore e, con essa, diverse novità operative. In primo luogo, debutta il Codice Identificativo Nazionale (CIN) per le locazioni brevi e gli affitti turistici, introdotto dal decreto ministeriale del 6 giugno 2024. Da questa data ogni struttura ricettiva o locazione breve deve esporre il proprio codice negli annunci e rispettare requisiti minimi di sicurezza: un intervento mirato a regolare un mercato finora frammentato, riducendo concorrenza sleale e distorsioni tra uso residenziale e turistico delle abitazioni. Nel frattempo, il MIT diffonde le linee guida applicative del “Salva Casa”, che specificano le tipologie di irregolarità sanabili e semplificano le procedure per gli interventi edilizi minori. Questo crea le condizioni per ampliare la base di immobili recuperabili, in coerenza con l’impostazione del futuro Piano Casa. Tra marzo e giugno 2025 si intensifica il lavoro preparatorio per il DPCM attuativo del Piano Casa Italia, previsto dalla manovra. Il 17 giugno 2025, il ministro delle Infrastrutture convoca a Roma il “Tavolo Casa”, presentando ufficialmente la fase di avvio del Piano: vengono annunciati 660 milioni di euro di risorse immediatamente disponibili per interventi sperimentali contro il disagio abitativo. Le linee d’azione riguardano il recupero di immobili pubblici dismessi (come ex caserme e edifici comunali inutilizzati), il rafforzamento delle Aziende di edilizia residenziale pubblica (ATER e ALER), e il sostegno a modelli di co-housing e edilizia sociale integrata. Il MIT sottolinea che la governance sarà multilivello, con il coinvolgimento di Regioni, Comuni e terzo settore. Durante l’estate e l’autunno 2025 il DPCM entra in fase di concertazione con Regioni e ANCI, ma non viene ancora pubblicato in forma definitiva. Diversi osservatori sottolineano che le risorse principali del Piano (560 milioni) sono programmate a partire dal 2028, mentre i fondi attivati nel 2025 derivano da riallocazioni e residui di precedenti programmi. Sul fronte universitario, il MUR prosegue con i bandi del PNRR Student Housing, estendendo la possibilità di completare gli interventi oltre giugno 2026, per non perdere il target europeo dei posti letto. Alla fine del 2025 il quadro delle politiche abitative italiane risulta più strutturato ma ancora in fase di consolidamento. Da un lato, la nascita del Piano Casa Italia segna il tentativo più organico dell’ultimo decennio di unificare le politiche della casa sotto una strategia nazionale; dall’altro, restano aperte questioni cruciali come la scarsità di risorse immediatamente disponibili, la frammentazione tra livelli di governo e l’assenza, ancora, di un piano operativo unico per l’affitto sociale.
I principali elementi del Piano Casa Italia
Il Piano Casa Italia, delineato come strumento strategico nazionale per la politica abitativa, si propone di ridefinire in modo organico il sistema casa nel medio e lungo periodo. L’obiettivo principale è quello di coniugare il diritto all’abitare con la sostenibilità economica, sociale e ambientale, rispondendo ai nuovi fabbisogni abitativi che emergono nel Paese. Il Piano punta a creare una cornice di riferimento unitaria capace di integrare edilizia residenziale pubblica, edilizia sociale e patrimonio immobiliare esistente, privilegiando il riuso e la rigenerazione rispetto alla costruzione ex novo. La sua adozione è prevista tramite un DPCM del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e il Ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie, previa intesa in Conferenza Unificata entro centottanta giorni dall’entrata in vigore della legge istitutiva. Sul piano operativo, gli ambiti di intervento si articolano attorno a più direttrici: il recupero del patrimonio immobiliare esistente, la riconversione di edifici pubblici dismessi come ex caserme o ospedali, e la destinazione di immobili privati invenduti all’edilizia residenziale pubblica o sociale. È inoltre prevista la razionalizzazione dell’offerta abitativa — ossia un miglior utilizzo delle abitazioni già esistenti — e la riduzione del consumo di suolo, promuovendo modelli di sviluppo urbano sostenibile. In questa logica si inserisce anche la sperimentazione di nuove forme abitative come il cohousing e le soluzioni intergenerazionali, capaci di favorire la coesione sociale e adattarsi ai mutamenti demografici e familiari. Le risorse finanziarie individuate sono significative ma non imponenti rispetto all’ampiezza delle ambizioni: il Piano prevede uno stanziamento di 560 milioni di euro nel triennio 2028-2030, suddivisi in 150 milioni per il 2028, 180 per il 2029 e 230 per il 2030. A queste somme si aggiunge una fase sperimentale di circa 660 milioni di euro destinata al periodo 2025-2027, da impiegare in progetti pilota e interventi di avvio. Tuttavia, il dettaglio sulla distribuzione territoriale e sui criteri di selezione dei progetti è rimandato al decreto attuativo, che dovrà definire modalità di assegnazione, monitoraggio e rendicontazione dei finanziamenti. Dal punto di vista della governance, il Piano si presenta come un modello multilivello che coinvolge Stato, Regioni, Comuni, enti gestori dell’edilizia residenziale pubblica (ATER e ALER), soggetti privati e organizzazioni del terzo settore — tra cui cooperative e realtà no-profit — attraverso partenariati pubblico-privati. La logica è quella della “sperimentazione” e della collaborazione intersettoriale, in cui l’intervento pubblico non è più limitato alla costruzione di case popolari ma si apre alla gestione condivisa di progetti di rigenerazione urbana.
Le finalità sociali costituiscono il cuore politico del Piano. Esso intende contrastare il disagio abitativo delle famiglie in difficoltà economica, delle giovani coppie e delle persone vulnerabili, assicurando livelli essenziali di abitare dignitoso. Parallelamente, mira a proporre soluzioni abitative flessibili, capaci di rispondere ai mutamenti demografici e di favorire la coesione tra generazioni. In coerenza con gli obiettivi europei e nazionali di sostenibilità, il Piano promuove la rigenerazione urbana e la riduzione del consumo di suolo, valorizzando il patrimonio edilizio esistente e scoraggiando la costruzione su nuove aree. Tuttavia, accanto agli aspetti innovativi e programmatici, emergono anche alcune criticità significative. In primo luogo, il Piano rischia di rimanere un quadro strategico privo di concreta operatività se non saranno rapidamente approvati i decreti attuativi. Le tempistiche fissate — 180 giorni dall’entrata in vigore della legge — appaiono ambiziose rispetto ai precedenti tentativi di piani nazionali analoghi. Inoltre, le risorse previste, pur importanti, risultano modeste rispetto all’entità del fabbisogno abitativo stimato in oltre 700 mila nuclei familiari in difficoltà. La concentrazione della spesa nel triennio 2028-2030 solleva anche interrogativi sulla reale capacità del Piano di incidere nel breve periodo, mentre la fase sperimentale 2025-2027 appare ancora priva di criteri chiari di selezione e distribuzione. Un’altra criticità riguarda la forte dipendenza da partenariati pubblico-privati: se da un lato questi possono attrarre investimenti e innovazione, dall’altro rischiano di spostare l’intervento abitativo verso logiche di mercato, con minore attenzione alla tutela delle fasce più fragili. Infine, nonostante l’enfasi sulla rigenerazione e sul riuso, resta incerto il coordinamento con gli strumenti urbanistici regionali e comunali, che potrebbero rallentare l’attuazione dei progetti. In sintesi, il Piano Casa Italia delinea un impianto strategico ambizioso, volto a modernizzare il sistema abitativo e a integrare pubblico, privato e terzo settore in una visione unitaria. Tuttavia, la sua efficacia dipenderà dalla concretezza dei decreti attuativi, dall’effettivo coordinamento istituzionale e dalla capacità di garantire che la finalità sociale del diritto all’abitare non venga subordinata a logiche esclusivamente economiche.
Il DDL Sicurezza e l’impatto sul tema della casa
l decreto legge 11 aprile 2025 n. 48 convertito in legge 9 giugno 2025 n. 80 rappresenta uno dei provvedimenti più discussi dell’anno per l’impatto che produce sul tema della casa e della sicurezza urbana. Il testo, presentato come misura di contrasto all’illegalità e di tutela della proprietà, ha introdotto il nuovo reato di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui e una procedura d’urgenza che consente la restituzione immediata dell’immobile occupato. Le opposizioni e numerose associazioni per il diritto all’abitare hanno però denunciato che la norma non distingue in modo chiaro tra le occupazioni criminali e quelle generate da emergenze sociali o da condizioni di disagio abitativo. Nella formulazione attuale la nuova fattispecie penale può colpire non solo chi occupa abusivamente per lucro o per organizzazione criminale ma anche famiglie, lavoratori e persone in grave difficoltà economica che non trovano soluzioni abitative alternative. Secondo i giuristi del Centro diritti umani dell’Università di Padova il decreto rischia di criminalizzare la povertà e di violare il principio di proporzionalità poiché la pena prevista da due a sette anni di reclusione appare eccessiva per condotte che spesso derivano da necessità sociali e non da intenzioni criminali. Anche l’introduzione della procedura d’urgenza per il rilascio immediato dell’immobile riduce lo spazio di mediazione e di intervento dei servizi sociali trasformando la questione abitativa in un problema di ordine pubblico. Nella pratica questa norma consente agli ufficiali di polizia giudiziaria di eseguire lo sgombero in tempi brevissimi con margini molto ridotti per la difesa dell’occupante. Le opposizioni parlamentari hanno accusato il governo di utilizzare lo strumento del decreto legge per bypassare il confronto parlamentare e di trattare un tema sociale complesso come quello della casa con logiche emergenziali. Nei dibattiti del 3 e 4 giugno 2025 deputati e senatori di PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra hanno parlato di una “deriva securitaria” e di una “criminalizzazione del disagio abitativo”, sottolineando che il provvedimento non prevede nessun piano di accompagnamento sociale o di ricollocamento per le persone sgomberate e che ignora completamente le politiche di edilizia popolare o i fondi per il sostegno all’affitto. L’impostazione del decreto è giudicata punitiva anche da parte della dottrina: secondo l’analisi pubblicata su Sistema Penale il testo si configura come “l’autoritratto involontario di una politica di oppressione” che sposta il baricentro del diritto penale verso la gestione repressiva dei conflitti sociali. Un ulteriore elemento di criticità riguarda il bilanciamento tra diritto alla proprietà e diritto all’abitare. La Costituzione tutela entrambi ma il decreto, nel rafforzare la tutela possessoria, sembra sacrificare la dimensione sociale del diritto alla casa. Anche gli esperti delle Nazioni Unite, secondo quanto riportato dal Centro diritti umani dell’Università di Padova, hanno espresso preoccupazione per la compatibilità di queste norme con il diritto internazionale in materia di diritti economici e sociali. In sintesi, il decreto sicurezza del 2025 trasferisce il tema della casa dal terreno delle politiche sociali a quello della sicurezza pubblica, trasformando un’emergenza abitativa in questione di ordine pubblico e producendo un quadro normativo che amplia i poteri repressivi dello Stato senza offrire alternative reali a chi vive situazioni di vulnerabilità. In questo senso le opposizioni hanno chiesto un ripensamento complessivo della norma e un ritorno a politiche capaci di coniugare sicurezza, legalità e diritto all’abitare.
Perché in Italia le politiche abitative hanno così scarso sviluppo?
A fronte di tutte le criticità emerse l’operato complessivo dei governi sul tema abitativo appare tuttavia insufficiente e non proporzionato alle sfide del prossimo futuro. Esistono diverse ragioni per questo stato di cose che cercheremo di analizzare in questo paragrafo.
Il tema della proprietà rappresenta senza dubbio un elemento determinante. La larga diffusione della proprietà privata ha infatti contribuito – e continua a contribuire – a confinare le politiche abitative a interventi rivolti solo a una fascia minoritaria della popolazione. Nel dibattito pubblico si cita spesso il dato secondo cui circa il 70% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà. Tuttavia, questo indicatore non restituisce l’intera realtà: in Italia, infatti, l’88,9% dei cespiti catastali è detenuto da persone fisiche. Ci troviamo dunque di fronte a una proprietà familiare estremamente diffusa, con cui è inevitabile confrontarsi quando si affronta il problema abitativo. Allo stesso tempo, però, questa realtà non può diventare un alibi per l’inazione o per l’assenza di politiche strutturali.
In secondo luogo e consequenzialmente rispetto al primo punto dare una lettura delle politiche della casa solo come azioni per coloro che non possono accedere al bene casa, sia in affitto che in locazione, è una visione riduttiva del fenomeno che assimila il problema casa solo alla mera necessità di un alloggio. Non che questo problema non esita – esiste ed è urgente affrontarlo – ma una lettura che si limiti a questo aspetto non coinvolge la fascia di popolazione proprietaria, che come abbiamo visto è maggioritaria, nella condivisione di un problema collettivo, sociale; un problema dato dalla centralità della casa nell’economia personale e nazionale, ovvero dell’aumento dei valori immobiliari che trasforma la casa un divaricatore sociale in un contesto di impoverimento generale dell’economia, dato proprio dal prevalere della rendita sui salari come motore dell’economia urbana. Inoltre, fatto non secondario, questa visione relega la questione abitativa ad una visione meramente quantitativa: mancherebbero/servirebbero 200mila case. Ma il tema è più complesso e lo spreco edilizio in un paese in declino demografico basta da solo a mettere in dubbio l’efficacia di un approccio meramente quantitativo.
Il terzo punto riguarda la mancanza di connessione fra le politiche abitative e le politiche di sviluppo urbano, due temi che sono da sempre intrecciati. Aldo Rossi soleva spesso ripetere le città sono fatte prevalentemente di case e nella storia italiana, basti pensare alla stagione dei Piani di Edilizia Economica e Popolare, il tema abitativo è stato l’asse strutturante dello sviluppo urbano. Sebbene il rapporto casa-urbanistica-sviluppo urbano sia scontato dobbiamo ravvisare che in questi ultimi 40 anni lo sviluppo delle città è stato dominato da dinamiche economiche piuttosto che da visioni strategiche. Dall’urbanistica contrattata degli anni 90 fino alle recenti vicende del modello Milano logiche di profitto hanno guidato le trasformazioni urbane. L’implosione di qualsiasi pensiero critico sull’urbanistica ha di fatto depotenziato anche le rivendicazioni sull’abitare.
In ultimo e sicuramente più rilevante, in Italia la stagione del liberismo con il disimpegno del pubblico sembra non finire mai, questo mentre in altri paesi europei a capitalismo avanzato l’intervento pubblico da tempo è tornato ad essere il motore di sviluppo di politiche urbane. Ad esempio la Francia si è imposta di raggiungere il 25%di patrimonio abitativo sociale entro il 2025 e la Germania ha varato un piano per la costruzione di 100mila alloggi sociali all’anno dal 2022 fino al 2026 con uno stanziamento da 14 miliardi di euro. Ora rispetto alle politiche attive in Italia il gap risulta incolmabile. Va subito detto che il Germania il 50% della popolazione vive in affitto e in Francia 36% mentre in Italia solo il 13% della popolazione, per cui il tema è più sentito. Ma non si tratta solo di questo, le politiche abitative in queste nazioni vengono lette come strumenti per lo sviluppo urbano. La Francia, che è la nazione che spende di più in assoluto, incassa cica 100miliardi di euro all’anno dalla tassazione sulla casa e ne reinveste 43 in politiche per l’abitare, di cui 18miliardi solo in sussidi. La Germania oltre al suddetto piano ha stanziato cifre considerevoli per sussidi: 4,2 miliardi nel 2023, e 2,4 miliardi nel 2024. In Francia 3milioni di affittuari ricevono un contributo all’affitto, in Germania 1,5 milioni, in Italia nessuno.
Infatti i fondi per il contributo all’affitto – 431/98– sono stati azzerati per l’anno in corso e verranno reintegrati per il prossimo con uno stanziamento di 50 milioni, ossia la copertura per 30mila famiglie. Il paragone è impietoso eppure la Francia riceve circa 100 miliardi di euro dalla tassazione sulla casa, la Germania 75 e l’Italia 42 all’anno ma ne reinveste pochissimi nel settore: il Piano Casa varato dal Governo prevede 650milioni di euro di spesa in più anni, circa 150 all’anno a partire dal 2029. Certo progetti come i Pinqua o i Piani Urbani Integrati del PNRR hanno inciso in questa fase con un investimento medio di 2mila miliardi all’anno, però bisogna ricordare che nel PNRR non è mai stato definito un obiettivo strategico sulle politiche abitative – un certo numero di alloggi da costruire o di famiglie da accogliere – e che si tratta comunque di azioni straordinarie e destinate ad esaurirsi nel 2026.
Nonostante questi interventi straordinari l’impegno con cui le altre nazioni affrontano il tema rimane incolmabile. Va detto che Francia e Germania hanno da tempo strategie nazionali sullo sviluppo urbano in cui le politiche abitative assumono un ruolo centrale per le ripercussioni sull’economia, sulla coesione sociale, sulla sicurezza e sulla qualità urbana. In Italia invece le politiche per l’abitare sono ancora lette come un sistema frammentato a cui si danno risposte tendenzialmente sporadiche: il problema delle periferie, la turistificazione dei centri storici, l’emergenza casa; tutti tasselli che dovrebbero comporsi in un disegno unitario in grado di incidere sul destino delle nostre città, ma siamo ancora lontani.
Note
(1) - Si tratta dei quartieri Quarticciolo (nel quartiere Alessandrino, Roma), Scampia / Secondigliano (Napoli), Rozzano (Milano), Rosarno / San Ferdinando (Reggio Calabria), Orta Nova (Foggia), San Cristoforo (Catania), Borgo Nuovo (Palermo)
Fabrizio Ceruso
Era il 1974. Fabrizio Ceruso aveva 19 anni. Originario di Tivoli, vicino all’Autonomia operaia, padre netturbino e madre casalinga. Finito l’alberghiero, era andato a lavorare in Francia; giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo e tornare in Italia. Serviva infatti una mano alla famiglia per il trasloco: avevano ottenuto finalmente una casa popolare dopo anni di attese. Ce l’avevano fatta, loro, a differenza di altri. Mentre palazzinari e affaristi si arricchivano, nelle borgate romane ottenere la casa popolare era diventata una vera e propria chimera. I Ceruso ce l’avevano fatta, ma per Fabrizio non importava: bisognava lottare affinché tutti potessero avere la tranquillità di un tetto sulla testa. In quegli anni occupazioni e sgomberi si susseguivano a grande ritmo. La borgata di San Basilio era uno dei punti caldi di Roma e teatro, nel settembre del 1974, di una grande rivolta per il diritto alla casa. Quando le forze dell’ordine giunsero nel quartiere per sgomberare centinaia di famiglie iniziò una vera e propria battaglia. La polizia attaccava con manganelli, lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Venne ferita persino una bambina di 12 anni: la rabbia di San Basilio allora esplose completamente. Gli abitanti del quartiere alzarono barricate e si difesero come possibile, mentre arrivavano di continuo rinforzi dagli altri quartieri della capitale. Partirono sassaiole e molotov: la battaglia infuriò per giorni interi.
Fabrizio l’8 settembre era lì, tra quelle barricate, giunto subito dopo il trasloco. La polizia spara e non a salve: in via Fiuminata una pallottola raggiunge proprio Fabrizio. Lo centra nel petto. Arriva un taxi che carica Fabrizio e alcuni suoi compagni, come viene ricordato in questa testimonianza:
“Non aveva più il casco rosso che portava in testa quando lo vidi cadere. Non era più a pochi passi da via Fabriano e a dieci metri da me e Roberto che correvamo dietro di lui su via Fiuminata. Eravamo davvero matti a sfidare, in quel momento solo con qualche sasso, i lacrimogeni e le pallottole delle forze dell’ordine. Ma forse erano più matti coloro che componevano il quinto governo Rumor, cioè i massimi responsabili politici della morte di Fabrizio Ceruso”.
“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.
“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.
“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.
Fabrizio morì poco dopo. “Hanno ammazzato mio fratello”, non un fratello biologico ma un fratello di sangue, un fratello che diede la sua vita per chi non aveva qualcosa che lui e la sua famiglia naturale avevano già: una casa. Non morì invano: Il giorno dopo nel consiglio regionale del Lazio assegnò di diritto un’abitazione alle famiglie che per bisogno avevano occupato una casa prima dell’8 settembre.