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Diritto all'abitare

Il punto della situazione


Negli ultimi trent’anni, da quando gli italiani sono diventati un popolo di proprietari, il tema della casa ha goduto di scarsa attenzione. Recentemente però il problema dell’abitare ha assunto sempre maggior rilievo nel dibattito pubblico e mediatico. A riaccendere l’interesse alcuni episodi di cronaca: la luce riallacciata all’occupazione Spin Time dall’elemosiniere del Papa, lo sgombero della scuola occupata a Cardinal Capranica, immortalato dalla nota foto del bambino con i libri sotto braccio, le rivolte nei quartieri popolari di Casal Bruciato, Torre Maura e Tor Sapienza, il pane destinato a persone rom calpestato davanti a un centro di accoglienza. Sebbene questi eventi si siano svolti a Roma hanno trovato spazio nella cronaca nazionale e internazionale riaprendo il dibattito politico.

Al di là delle strumentalizzazioni questi eventi sono sintomatici di un malessere abitativo diffuso che collega diverse istanze: la casa, il problema dell’accoglienza, la questione delle periferie. Posta in questi termini la questione abitativa non rappresenta solo la carenza di alloggi accessibili, ma qualcosa di più complesso che oltretutto avviene in uno scenario nuovo e in rapida evoluzione(1).

Gli anni dopo il Duemila sono stati caratterizzati da un incremento della povertà relativa e assoluta: la crisi economica del 2008 e quella del 2011, la precarizzazione del lavoro, la diminuzione delle ore lavorate per gli occupati, la disoccupazione hanno profondamente inciso sulla capacità di risparmio delle famiglie.

Negli stessi anni siamo stati investiti da importanti flussi migratori che se da un lato hanno contribuito alla stabilità demografica del paese dall’altro hanno imposto nuove istanze. Un fenomeno, ora attenuato(2), che ha rivelato la sua fase di picco nei primi anni Duemila con l’ingresso in Europa dei paesi dell’est.

I flussi migratori e l’aumento della povertà hanno incrementato la platea degli aventi diritto ad una casa pubblica: negli anni fra il 2013-2015 vi è stato un picco di domande del più 25 per cento e attualmente vi sono 650 mila famiglie in graduatoria in Italia secondo i dati Federcasa.

Al tempo stesso la risorsa “casa pubblica” continua a diminuire: sono sempre meno gli investimenti destinati alla casa, mentre continuano le dismissioni del patrimonio pubblico. Dunque a una estensione del diritto è corrisposta una contrazione del bene.

A questo scenario ha contribuito un dibattito che non si è focalizzato sulla necessità di un ampliamento delle risorse in un momento di crisi ma è stato polarizzato dalla contrapposizione strumentale tra diversi diritti, quelli degli italiani e quelli delle minoranze. Gli accadimenti di Roma rappresentano solo gli effetti ultimi di una crisi abitativa nazionale, strutturale e organica, le cui cause invece affondano le radici nelle scelte che hanno guidato il settore negli ultimi anni.

Da un popolo di inquilini a un popolo di proprietari 


Dagli anni ‘50 agli anni ‘80 il tema della casa è stato centrale nell’agenda politica italiana. Nel dopoguerra la ricerca del lavoro ha portato una quota rilevante di popolazione a trasferirsi dalle campagne alle città, un fenomeno che ha coinvolto milioni di persone. L’orientamento del legislatore di fronte a questa emergenza, caratterizzata da condizioni di sovra-affollamento e baraccamenti, è stato quello di favorire l’acquisto della casa, come sancito dall’art.47 della Costituzione: “la Repubblica (…) favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”. A questo fine furono varati diversi Piani Pubblici. Nell’immediato dopoguerra il Piano INA CASA –Provvedimenti per incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori – pubblicata in G.U. n. 54 del 7 marzo 1949, si sviluppò dal ‘49 al ’63 con il doppio intento di favorire l’occupazione e di dare una risposta all’emergenza abitativa. Grazie a questo piano furono realizzati 355mila alloggi e più di 40mila operai edili l’anno trovano un impiego stabile. Terminata l’esperienza INA CASA, la situazione abitativa restava critica e venne istituita la Gescal – Gestione casa dei lavoratori – con l’obiettivo di finanziare i piani di edilizia economica e popolare con una tassa di scopo. Eppure nonostante questi provvedimenti l’azione pubblica stentava nel dare risposte. Il punto di svolta si ebbe nel 1969 con la prima e più partecipata manifestazione unitaria sulla casa che si tenne a Roma il 19 novembre. Paradossalmente, la protesta fu scatenata dall’intenzione della FIAT di assumerne 15mila operai a cui tuttavia la città non poteva offrire soluzioni abitative adeguate. Le istanze degli operai, degli studenti e dei contadini si saldarono nella prima rivendicazione unitaria, “fitti e diritti” come si diceva all’epoca, portata avanti da CGIL, CISL e UIL per migliori condizioni lavorative e abitative. Da lì a breve sarebbero arrivate due importanti riforme: lo Statuto dei Lavoratori – Legge 300/1970 – ancora oggi l’ossatura dei diritti dei lavoratori, e la cosiddetta Legge per la Casa – Legge 865/1971 – che diede notevole impulso al settore. Il trentennio successivo vide un incremento delle realizzazioni: non solo di edilizia sovvenzionata, di case popolari, ma soprattutto di edilizia agevolata, che consentiva l’acquisto della casa da parte degli inquilini. In quel trentennio l’Italia cresceva, demograficamente ed economicamente. L’intuizione del legislatore fu di collegare a questo sviluppo la costruzione di case per i meno abbienti, facilitando la loro trasformazione da inquilini a proprietari. Su scala nazionale questa trasformazione avvenne già nei primi anni Sessanta, quando i proprietari di alloggi superavano gli affittuari. Nelle grandi città ad alta tensione abitativa la trasformazione fu più lenta. A Roma solo dopo il 1981 i proprietari superano in percentuale gli affittuari mentre in altri centri, come ad esempio Napoli, accadde anche più tardi. Sul finire degli anni Ottanta l’Italia era diventata una nazione di proprietari di casa: da istanza collettiva, la casa diveniva mozione di parte. Questo processo, unito ad altri fattori come una economia in forte crescita e un progressivo ritirarsi dell’intervento pubblico, ha aperto una lunga stagione di disinteresse verso il tema della casa, che solo recentemente sembra vivere un’inversione di tendenza.


C17. Grafico 1 • Italia, abitazioni occupate da persone residenti per titolo di godimento ai Censimenti ISTAT 1951- 2011


C17. Grafico 2 • Roma, abitazioni occupate da persone residenti per titolo di godimento ai Censimenti ISTAT 1951- 2011


Un orientamento incerto


Nei primi anni Novanta, mentre erano ancora in corso le ultime grandi realizzazioni pubbliche, si è iniziato a smantellare il sistema delle case popolari. La legge 560 del 1993 dava il via al più grande piano di vendita di edilizia pubblica mai realizzato: quota parte non inferiore al 50% e non superiore al 75% degli alloggi doveva essere alienato. Secondo i dati di Federcasa Nazionale ad oggi sarebbero stati venduti circa 103mila abitazioni su scala nazionale, ad un prezzo medio di cessione di 24mila euro. Per i Sindacati si è venduto per 2,5 miliardi di euro un valore immobiliare di almeno 9 miliardi di euro(3). Questo piano, che è stato successivamente ridimensionato, è ancora in corso: solo a Roma si stima che vi siano ancora da vendere 20mila alloggi tra Ater e Comune, mentre il dato nazionale è complesso da ricostruire.

Alla dismissione degli alloggi e.r.p. – edilizia residenziale pubblica – si sono aggiunte nel 1996, con la Legge 104, le dismissioni degli alloggi degli Enti Previdenziali. Questi alloggi, affittati a equo canone, svolgevano una funzione importante: garantire un tetto a coloro che avevano un reddito troppo elevato per la casa popolare ma al tempo stesso insufficiente per potergli permettere un alloggio a canone di mercato.

Nel 2001 attraverso lo Scip1 – Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici – e lo Scip2 si avviava la più grande cartolarizzazione mai fatta in Europa. Solo attraverso il primo programma sono stati venduti 27mila alloggi(4). Avere contezza di quanti immobili pubblici siano passati di mano dal 1993 ad oggi è cosa complessa, ma fra case popolari, enti previdenziali e vari demani si è consumata, e forse si sta ancora consumando, la più grande liquidazione di beni pubblici dalla fondazione della Repubblica.

Le politiche volte alla vendita del patrimonio pubblico hanno inciso negativamente sulla disponibilità di alloggi a canoni sociali. Si stima che solo a Roma siano stati venduti 80mila alloggi di enti previdenziali, in un mercato complessivo delle locazioni di 230mila unità (dato Istat): è come se un quarto dell’intera offerta si fosse volatilizzata. A questa compressione del mercato degli affitti a fine anni Novanta si è sovrapposta l’abolizione dell’equo canone.

La Legge 431 del 1998, che ancora oggi regola il settore delle locazioni, aboliva la precedente legge sull’equo canone e lo sostituiva con il canone concordato. I canoni così determinati, seppur più bassi rispetto al mercato, non erano però equiparabili all’equo canone. Così, per consentire l’accesso al mercato delle locazioni al maggior numero di famiglie, venne istituito il “Contributo all’affitto”, un sussidio per tutti coloro il cui canone di locazione incideva oltre il 35 per cento del reddito familiare. Una svolta radicale: lo Stato rinunciava alla costruzione diretta e interveniva con un contributo nel mercato privato delle locazioni. In questo mutato scenario monitorare l’andamento del mercato e analizzare la reale capacità di spesa delle famiglie diventava strategico: per questo veniva istituito l’Osservatorio sulla condizione abitativa. Un organo in grado di raccogliere e analizzare dai dati nazionali fino a quelli delle amministrazioni locali al fine di elaborare stime e previsioni per guidare le politiche di settore. Purtroppo l’Osservatorio non è mai stato costituito e ancora oggi non abbiamo un organo pubblico in grado di rilevare nuovi disagi, elaborare stime e suggerire futuri scenari abitativi.

Nello stesso anno veniva abolita la Gescal, la tassa che aveva finanziato l’edilizia pubblica per più di trent’anni. Ad incidere su questa decisione i fondi non spesi che giacevano presso le Regioni: il 63,4% dei 200mila miliardi di lire stanziati. L’inefficienza dell’attore pubblico, la marginalizzazione del problema casa, una economia in forte sviluppo, hanno contribuito a creare il clima culturale in cui sono nate queste riforme, fondato su una visione in cui il libero mercato, da contrappore all’assistenzialismo statale, avrebbe sopperito alle carenze del pubblico attraverso lo sviluppo economico.

Bisognerà aspettare 15 anni prima che altre leggi, – la 124/2013 sulla morosità incolpevole, e la 80/2014, la legge Renzi-Lupi – tentino di riformare il settore con interventi parziali e frammentati. La maggior parte delle leggi che ancora regolano il settore sono state scritte in un’altra fase storica. A trent’anni di distanza ci sarebbe invece bisogno di un riordino organico della materia che tenga conto della mutata condizione socio-economica in Italia.

La macchina amministrativa, i fondi e le inefficienze


Nel paragrafo precedente si è visto come negli anni Novanta l’inefficienza del settore pubblico è stata una delle motivazioni per disarticolare le politiche per la casa. Eppure le realizzazioni pubbliche, dall’Ina casa ai Piani di edilizia economica e popolare, avevano fornito negli anni precedenti risposte concrete a migliaia di famiglie, contribuito allo sviluppo economico e tentato un disegno pubblico di città. Tutti questi programmi hanno avuto una gestione centralizzata in cui il Ministero dei Trasporti e delle infrastrutture – la casa è assimilata a infrastruttura – aveva un ruolo principale.

Con la riforma del titolo V nel 2001, che sancisce il passaggio di poteri alle Regioni, si complica il quadro delle competenze: Governo, Regioni e Comuni diventano i nuovi attori delle politiche della casa e si passa dalla centralità dell’azione pubblica a una frammentazione di competenze. In questo nuovo e articolato quadro amministrativo individuare inefficienze e sprechi risulta ancor più complesso: da un lato il Governo lamenta l’incapacità di spesa degli enti locali – così da annullare preventivamente qualsiasi richiesta di nuovi fondi – dall’altro gli enti locali giustificano la loro inerzia con i tagli lineari e i mancati trasferimenti da parte del Governo. Il problema è che entrambi queste proposizioni sono vere e, se impugnate strumentalmente, rischiano di paralizzare il dibattito sulla casa. L’abrogazione della Gescal ha senz’altro inibito l’iniziativa pubblica ma al tempo stesso ha gravato su questa decisione la constatazione che vi erano 30.000miliardi di lire non spesi presso le Regioni. Una recente ricognizione(5) ha rivelato che vi sono ancora 1.000milioni dei euro di residui da utilizzare per la costruzione di edilizia residenziale pubblica.


Tabella 1: Fondi ex-Gescal non spesi presso le Regioni. Fonte interrogazione parlamentare del 8/10/2019 e risposta del MIT.


Regioni

Fondi ex-Gesal 

(in milioni di €)

Puglia

255

Lazio

202

Sicilia

176

Lombardia

81

Calabria

68

Campania

51

 Piemonte

46

Sardegna

39


Anche con i sussidi si è verificata una dinamica simile: il contributo all’affitto, con cui si voleva calmierare il mercato privato, partito con un finanziamento iniziale di 300 milioni di euro all’anno è stato via via de-finanziato fino a raggiungere quota zero negli ultimi anni. Così, senza nuovi alloggi né sussidi, i comuni si sono gradualmente trovati senza strumenti per affrontare l’emergenza abitativa.


C17. Grafico 3 • Fondi erogati per il contributo all'affitto¹ e fondo morosità incolpevole² (mil. di €)


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A questa situazione si è tentato di sopperire nel 2014 con l’istituzione del sussidio per la morosità incolpevole, dato che la maggior parte degli sfratti si stavano verificando a seguito dell’insolvenza degli inquilini. Uno stanziamento complessivo di 230 milioni di euro che ha trovato applicazione alterna: in alcune regioni si è riusciti a erogarlo, in altre invece no.


C17. Grafico 5 • Indice medio di disagio sociale in alcuni quartieri italiani di edilizia residenziale pubblica (ERP)


Secondo alcuni questo è dipeso dai paramenti della legge troppo restrittivi, secondo altri dall’incapacità delle amministrazioni locali ad attrezzare gli uffici per l’erogazione o, molto probabilmente, dalla somma delle concause. Si è tuttavia riproposta una situazione paradossale: dopo che molti comuni avevano protestato per il taglio del contributo all’affitto, ora che gli veniva fornito con un nuovo strumento si trovavano nell’incapacità di erogarlo.

Oltre la diatriba fondi-tagli-inefficienze si presenta il problema di una macchina amministrativa che negli anni si è fatta sempre più complessa e che rischia di divenire il punto di crisi nell’applicazione di qualsiasi politica. La casistica appena descritta, non impugnata in maniera strumentale, dovrebbe spingerci ad analizzare i nodi critici nel rapporto fra amministrazioni – governo, regione, comune – e a rimuovere strozzature nelle procedure ed inefficienze nella spesa.


Emergenza abitativa e disagio delle periferie, due questioni collegate.


Misurare oggi l’emergenza abitativa è cosa complessa. In base ai rilevamenti di Federcasa vi sarebbero 650mila famiglie in lista d’attesa, tuttavia questa è, per diversi motivi, una fotografia parziale. In prima istanza rileva solo coloro che si rivolgono alle amministrazioni pubbliche per avere una casa, e molti non lo fanno più. In secondo luogo rileva solo coloro che si posizionano entro certi parametri di reddito, stabiliti dai bandi comunali, e non tiene conto di una zona grigia di disagio abitativo come ad esempio gli affittuari in difficoltà. E in ultimo l’introduzione di norme restrittive, come l’art. 5 della Legge 80/2014 cosiddetta Renzi-Lupi, che impedisce di ottenere la residenza e quindi di fare domanda per un alloggio popolare agli occupanti, ha di fatto tagliato fuori dalla godibilità di questo diritto migliaia di famiglie. La fotografia della graduatoria è dunque un rilevamento senz’altro parziale che non tiene conto della complessità della situazione. Secondo una recente analisi Federcasa/Nomisma(6) le famiglie in difficoltà abitativa, intesa come difficoltà a corrispondere un canone di locazione di mercato, sarebbero più del doppio: un milione e seicentomila. All’interno di questa cifra sono invece rappresentate situazioni diverse che vanno dall’emergenza al disagio e che necessitano di risposte articolate.

A questo scenario dobbiamo aggiungere una ulteriore considerazione. Parlare di “emergenza” abitativa è improprio. Non ci troviamo di fronte ad alcun nuovo elemento straordinario. Anche il fenomeno migratorio esterno, il cui picco sembra essersi attenuato, è stato blando e non così incisivo da determinare grandi stravolgimenti. Quindi è più corretto parlare di un problema strutturale di accesso alla casa determinato da diversi e ben noti fattori: precarizzazione del lavoro e impoverimento del ceto medio come effetti di una perdurante crisi economica.

Il tema casa, a cinquant’anni di distanza dalla stagione dei quartieri di edilizia economica e popolare, non può più essere affrontato in maniera semplicemente quantitativa. Non possiamo tradurre 650mila famiglie in attesa con 650mila alloggi da realizzare o ricavare. Occorre fare valutazioni più complesse. È vero che vi è una difficoltà estesa di accesso al bene ma lo scenario complessivo è mutato: la dinamica demografica e la sovrapproduzione edilizia di questi ultimi anni hanno prodotto migliaia di alloggi vuoti. Al tempo stesso i grandi quartieri di edilizia residenziale pubblica hanno rivelato dei punti di crisi: problemi gestionali, problemi sociali, scarsa qualità dell’abitare in alcune aree, carenza di servizi e dei trasporti. Un insieme di dinamiche che rischiano di produrre un fenomeno di ghettizzazione dei ceti più fragili. In assenza di nuove realizzazioni o di una nuova strategia, ancora oggi questo patrimonio è lo strumento principale per combattere l’emergenza abitativa. La maggior parte delle assegnazioni avviene in alloggi di risulta che tornano nella disponibilità delle amministrazioni locali. Circa il 70 per cento di questi si trova concentrato in questi quartieri. Se da un lato si dà una risposta all’emergenza abitativa dall’altro si rischia di alimentare un circuito di diseguaglianze. Ad aggravare la situazione l’assegnazione dell’alloggio raramente in Italia viene accompagnata da un percorso di inclusione sociale o lavorativo come se la casa in sé fosse la panacea di tutti i mali.

Un recente studio(7) su Roma ha rivelato come i quartieri periferici di edilizia residenziale pubblica mostrano i livelli più critici di disagio sociale(8) in città, più elevati anche rispetto alle vicine ex-abusive di edilizia privata. Una analoga ricerca ha confermato questa tendenza a livello nazionale.


Appare del tutto evidente come la questione abitativa e quella della rigenerazione delle periferie siano intrecciate a doppia maglia. Se non si riesce a contenere l’emergenza abitativa difficilmente si potranno sviluppare progetti di rigenerazione urbana efficaci. Una possibile chiave di intervento, come vedremo più avanti, potrebbe essere fornita dalla nuova dinamica demografica, dalla convergenza di diversi fondi pubblici e dalla integrazione con le politiche sociali.


Quattro questioni irrisolte da affrontare sulla casa


A quasi mezzo secolo di distanza dalle grandi battaglie per il diritto alla casa si torna a parlare di disagio abitativo in Italia. Ma, rispetto a cinquant’anni fa, le istanze e lo scenario sono radicalmente mutati. Se negli anni Sessanta la battaglia era volta a combattere la carenza di alloggi, oggi l’Istat e Agenzia delle Entrate stimano in 7 milioni gli alloggi disponibili. Se prima il problema era la carenza di alloggi, ora è diventato l’accesso alla casa.

L’insieme dei fenomeni collegati alle politiche della casa – crisi economica, andamento demografico, precarizzazione del lavoro, nuove immigrazioni, aumento delle diseguaglianze – ne hanno profondamente cambiato lo scenario, mentre l’impalcato legislativo che regola il settore affonda le proprie radici nel secolo scorso, in una fase completamente diversa, collegata a un ciclo di crescita.

Se da un lato mancano strumenti in grado di leggere una realtà in rapida evoluzione, come l’Osservatorio della Condizione Abitativa, dall’altro è impellente un riassetto dell’intero settore per rispondere a nuove istanze. Nei paragrafi precedenti si è visto come la continuità dei fondi e l’efficienza della macchina amministrativa siano dei nodi critici nelle attuali politiche della casa. Prima di impostare qualsiasi ragionamento su questi due fattori bisogna rispondere a delle semplici domande dalle implicazioni però complesse: fondi per fare cosa? Per farlo come? Per chi? Per rispondere occorre sciogliere i nodi in alcune questioni ad oggi ancora irrisolte.

La prima questione è strategica, e riguarda l’orientamento generale rispetto al tema casa: ossia se il Pubblico debba tornare a esercitare un intervento diretto o indiretto, laddove per diretto si intende la costruzione e gestione di alloggi, e per indiretto l’erogazione di sussidi e leve fiscali, per calmierare il mercato. Si è visto come gli anni Novanta abbiano portato al disimpegno rispetto all’intervento diretto per tentare un intervento indiretto sul mercato con scarsi risultati. La maggior parte dei sistemi europei è oggi orientata verso un intervento misto in cui però vengono garantiti sia l’erogazione dei fondi per i sussidi che una corretta gestione del bene pubblico. Anche in Italia di fatto è stato adottato un sistema misto, sussidi e case popolari, ma è ancora assente un orientamento chiaro sul futuro assetto del settore, indipendentemente da quale politica si voglia utilizzare. Ad esempio: il patrimonio pubblico, ancora rilevante nonostante le dismissioni è un bene da implementare o un bene da dismettere? Le case popolari sono ancora lo strumento privilegiato dell’azione pubblica o miriamo all’uso di altri strumenti? Rispetto a questo manca una strategia chiara, e a seconda delle istanze e delle convenienze del momento si fa prevalere una o l’altra posizione.

La seconda questione riguarda il rapporto tra le politiche della casa e l’insieme delle politiche del welfare. Sebbene già presenti nei primi programma INA Casa e Gescal, le politiche sociali si sono progressivamente ritratte dal mondo della casa. Oggi l’alloggio pubblico viene assegnato in assenza di azioni volte all‘integrazione sociale, come sottolineato da Federcasa: circa la metà degli enti gestori mette in atto politiche di mediazione sociale, ma solo la metà di queste lo fa in maniera strutturale(9). Al tempo stesso politiche del lavoro o di supporto al reddito non sono integrate con le politiche della casa. Quando un alloggio pubblico, che seppur minimo ha comunque un costo, è affidato a famiglie con scarse capacità reddituali non si provvede a una integrazione contestuale del reddito. Si rischia così di produrre una spirale che ha come ricaduta la morosità delle famiglie nei confronti degli enti gestori che a loro volta, senza fondi ricavati dalle attività ordinarie, tagliano le manutenzioni come testimoniato dallo stato di conservazione della maggior parte dei complessi pubblici.

L’integrazione con strumenti che già abbiamo, come il Reddito di cittadinanza ad esempio, sarebbe fondamentale per interrompere questa spirale.

La terza questione aperta è quella che lega le periferie all’emergenza abitativa, il problema casa con la rigenerazione urbana, due temi generalmente tenuti separati. La crisi del 2008(10) e quella del 2011(11) hanno inciso profondamente nei contesti urbani con un aumento delle diseguaglianze e una rilevante dinamica di polarizzazione centro-periferia. I quartieri di edilizia residenziale pubblica, che insistono prevalentemente sulle periferie, si trovano a pagare il prezzo maggiore della recessione economica, come testimoniano gli alti indici di disagio sociale. Al tempo stesso, sotto la pressione dell’emergenza abitativa, ancora oggi usiamo quello stesso patrimonio per dare risposte alla crisi abitativa con il rischio di autoalimentare politiche di segregazione spaziale. L’intero sistema dovrebbe essere ripensato coniugando i diversi bisogni: quelli delle famiglie in graduatoria, e quelli delle comunità locali, al fine di garantire non solo il diritto alla casa, ma anche il diritto a un abitare degno. Vi sono attualmente diversi programmi attivi per la rigenerazione delle periferie che potrebbero essere integrati con le politiche della casa: il Bando Aree Degradate(12), finanziato inizialmente con 200 milioni, il Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza(13), finanziato con 1,6 miliardi di euro, il programma Rinascita Urbana del Mit, che prevede uno stanziamento di 850 milioni di euro(14).

Un’ultima questione mette in relazione la nuova dinamica demografica e l’uso del patrimonio residenziale pubblico. Le dinamiche demografiche in atto rappresentano un salto epocale rispetto al passato. Dopo un ciclo ininterrotto di crescita ci troviamo con valori negativi. L’Istat prevede una recessione demografica(15) che, a seconda dell’entità, impatterà sia sull’economia in generale che sul mondo della casa. Anche la composizione demografica è radicalmente mutata rispetto ad un passato recente: fenomeni come l’invecchiamento della popolazione e l’atomizzazione dei nuclei ne hanno modificato la struttura. I nuclei piccoli, composti da una o due persone, sono diventati la parte predominante della popolazione. Nelle graduatorie per l’alloggio popolare, 650mila famiglie, si riscontrano simili valori. Secondo una ricerca Nomisma-Federcasa più del 50 per cento dei nuclei in attesa è composto da una o due persone(16).

Di contro il nostro patrimonio pubblico, un milione di alloggi, è stato pensato per accogliere le famiglie numerose del secolo scorso quindi con una prevalenza di alloggi medio-grandi. A fronte di una richiesta composta prevalentemente da nuclei piccoli abbiamo invece disponibilità di alloggi grandi. Per far fronte a questa nuova domanda occorre quindi una ristrutturazione completa del nostro patrimonio. Il piano casa vigente oltretutto consente incrementi di cubatura notevoli in cambio dell’adeguamento energetico, una opportunità molto utilizzata dai privati e poco dal pubblico, per cui potrebbe essere l’occasione non solo per adeguare le tipologie ma anche per incrementare il numero degli alloggi e dare risposta al disagio abitativo. La legge finanziaria 2020 –articolo 1 comma 29 – investe 500 milioni l’anno per la riqualificazione energetica del patrimonio pubblico, per un totale di 2 miliardi(17). Se a questi fondi aggiungiamo quelli stanziati per la riqualificazione delle periferie e i fondi ex-Gescal ancora inutilizzati si potrebbe iniziare una vasta operazione di ristrutturazione del patrimonio pubblico.

Le quattro istanze rappresentate – chiarezza di indirizzo e continuità dei finanziamenti, l’integrazione con le politiche sociali e del lavoro, il rapporto fra la casa pubblica e la qualità urbana, il risparmio energetico e la razionalizzazione del patrimonio pubblico – rappresentano le sfide con cui cimentarsi in un prossimo futuro, se si vuol dare una risposta strutturale e organica al problema del disagio abitativo in Italia.



Note

(1) - http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2018/12/20/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/

(2) - https://www.istat.it/it/files/2019/01/evoluzione-demografica-1861-2018-testo.pdf

(3) - http://www.sicet.it/archivio-web/pages/ERP/sintesi.html

(4) - http://leg15.camera.it/cartellecomuni/leg14/RapportoAttivitaCommissioni/testi/05/05_cap11_sch01.htm

(5) - https://ilsalvagente.it/2019/10/18/dopo-linchiesta-del-salvagente-il-ministero-ritrova-1-miliardo-dellex-gescal/

(6) - https://www.federcasa.it/wp-content/uploads/2017/03/Disagio_abitativo.pdf

(7) - 3 Caritas Roma, Rapporto sulla povertà 2109, p.153 http://www.caritasroma.it/wp-content/uploads/2019/11/Rapporto_2019.pdf

(8) - Indice di disagio sociale Istat (disoccupazione, è stato calcolato su base Italia, il che significa che la sommatoria di tutti i parametri nazionali è uguale a 0. Valori maggiori dello 0 indicano condizioni di disagio maggiori rispetto alla media nazionale.

(9) - https://www.federcasa.it/edilizia-residenziale-pubblica-cruciale-il-ruolo-della-mediazione-per-prevenire-criticita-ed-affrontare-il-disagio/

(10) - http://www.consob.it/web/investor-education/crisi-finanziaria-del-2007-2009

(11) - http://www.consob.it/web/investor-education/crisi-debito-sovrano-2010-2011

(12) - http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/aree-urbane-degradate

(13) - http://www.governo.it/it/articolo/bando-la-riqualificazione-urbana-e-la-sicurezza-pubblicato-il-dpcm-25-maggio-2016/4875

(14) - http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/rinascita-urbana-un-miliardo-per-migliorare-la-qualita-dellabitare

(15) - https://www.istat.it/it/files/2018/05/previsioni_demografiche.pdf

(16) - https://www.federcasa.it/wp-content/uploads/2017/03/Disagio_abitativo.pdf

(17) - https://dait.interno.gov.it/documenti/dcp_14_gen_2020.pdf

Fabrizio Ceruso

Fabrizio Ceruso

(Tivoli, 1955 - Roma, 1974)
IN RICORDO DI FABRIZIO CERUSO, UCCISO DALLA POLIZIA L’8 SETTEMBRE DEL 1974 A SAN BASILIO MENTRE MANIFESTAVA PER IL DIRITTO DI TUTTI AD AVERE UNA CASA

Era il 1974. Fabrizio Ceruso aveva 19 anni. Originario di Tivoli, vicino all’Autonomia operaia, padre netturbino e madre casalinga. Finito l’alberghiero, era andato a lavorare in Francia; giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo e tornare in Italia. Serviva infatti una mano alla famiglia per il trasloco: avevano ottenuto finalmente una casa popolare dopo anni di attese. Ce l’avevano fatta, loro, a differenza di altri. Mentre palazzinari e affaristi si arricchivano, nelle borgate romane ottenere la casa popolare era diventata una vera e propria chimera. I Ceruso ce l’avevano fatta, ma per Fabrizio non importava: bisognava lottare affinché tutti potessero avere la tranquillità di un tetto sulla testa. In quegli anni occupazioni e sgomberi si susseguivano a grande ritmo. La borgata di San Basilio era uno dei punti caldi di Roma e teatro, nel settembre del 1974, di una grande rivolta per il diritto alla casa. Quando le forze dell’ordine giunsero nel quartiere per sgomberare centinaia di famiglie iniziò una vera e propria battaglia. La polizia attaccava con manganelli, lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Venne ferita persino una bambina di 12 anni: la rabbia di San Basilio allora esplose completamente. Gli abitanti del quartiere alzarono barricate e si difesero come possibile, mentre arrivavano di continuo rinforzi dagli altri quartieri della capitale. Partirono sassaiole e molotov: la battaglia infuriò per giorni interi.

Fabrizio l’8 settembre era lì, tra quelle barricate, giunto subito dopo il trasloco. La polizia spara e non a salve: in via Fiuminata una pallottola raggiunge proprio Fabrizio. Lo centra nel petto. Arriva un taxi che carica Fabrizio e alcuni suoi compagni, come viene ricordato in questa testimonianza:

“Non aveva più il casco rosso che portava in testa quando lo vidi cadere. Non era più a pochi passi da via Fabriano e a dieci metri da me e Roberto che correvamo dietro di lui su via Fiuminata. Eravamo davvero matti a sfidare, in quel momento solo con qualche sasso, i lacrimogeni e le pallottole delle forze dell’ordine. Ma forse erano più matti coloro che componevano il quinto governo Rumor, cioè i massimi responsabili politici della morte di Fabrizio Ceruso”.

“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.

“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.

“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.

Fabrizio morì poco dopo. “Hanno ammazzato mio fratello”, non un fratello biologico ma un fratello di sangue, un fratello che diede la sua vita per chi non aveva qualcosa che lui e la sua famiglia naturale avevano già: una casa. Non morì invano: Il giorno dopo nel consiglio regionale del Lazio assegnò di diritto un’abitazione alle famiglie che per bisogno avevano occupato una casa prima dell’8 settembre.