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Diritto all'abitare

Le politiche ordinarie del settore abitativo nel 2021


Nell’anno appena trascorso, il 2021, non vi sono state sostanziali novità per quanto riguarda le politiche dell’abitare in Italia, a parte quelle contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che analizzeremo più avanti. Non vi sono state riforme che abbiano modificato l’assetto del mercato degli affitti, non vi è stato un ripensamento dell’assetto delle competenze sul tema della casa e, nonostante l’approvazione del PNRR, non vi è stato un nuovo approccio al tema della rigenerazione urbana. Pertanto nella prima parte dello scritto analizzeremo lo svolgimento delle politiche ordinarie per concentrarci nella seconda parte sulle molteplici criticità del PNRR.

Il 2021 è stato segnato dal prosieguo della pandemia e dalla messa in campo di una serie di strumenti straordinari per mitigarne i disastrosi effetti economici. Il blocco degli sfratti, avviato il dal 17 marzo 2020, è stato prorogato fino al 30 giugno 2021(1). I dati sugli sfratti pertanto risultano sostanzialmente falsati. Nell’ultimo rilevamento pubblicato dal ministero degli Interni(2), relativo all’anno 2020, si ravvisa una diminuzione delle esecuzioni dell’80%, ma se si considera che l’attività ordinaria in materia si è potuta svolgere solamente per due mesi si capisce quanto questo dato sia parziale.

Al tempo stesso però bisogna ravvisare che, nonostante il blocco degli sfratti, i tribunali hanno proseguito l’attività ordinaria: pertanto il forte calo delle richieste di esecuzione (- 77,6%) non trova una giustificazione apparente. Nonostante le prescrizioni della Corte dei Conti(3), ampiamente analizzata nel rapporto dello scorso anno(4), un Osservatorio nazionale sulla casa non è stato ancora istituito per cui risulta molto complesso avere un quadro d’insieme attendibile. Basti pensare che l’ultimo dato rilevato sulle richieste di alloggi popolari è del 2016, e che nonostante la pandemia e l’impoverimento generale della popolazione, si è di fatto rinunciato a tracciare l’andamento delle domande della cittadinanza per un alloggio pubblico.

Tuttavia è evidente che la pandemia ha colpito prevalentemente le fasce più deboli della popolazione, tanto che Istat rilevava un milione di nuovi poveri già nel 2020, il frutto di situazioni in cui si sommano problemi reddituali, lavorativi e abitativi.

A fronte di questa situazione il Governo ha provveduto a finanziare i sussidi per il mercato degli affitti privati mentre non si rileva alcun ripensamento strutturale del ruolo del patrimonio abitativo di edilizia pubblica e di quello a canoni accessibili per il ceto medio, temi a cui neanche il PNRR presta attenzione.



C17. Grafico 1 • Richieste di esecuzioni, provvedimenti emessi e sfratti eseguiti negli anni 2005-2020




C17. Grafico 2 • Fondi erogati per il contributo all'affitto e fondo morosità incolpevole (2021)



Per i sussidi ordinari del mercato delle locazioni il governo ha stanziato 210 milioni di euro(5) – contributo all’affitto 431/1998 – implementando così lo stanziamento di 10 milioni di euro rispetto all’anno passato. Il fondo per la morosità incolpevole – legge 124/2014 – è invece passato da una dotazione di 9,5 milioni di euro nel 2020 a 50 milioni nel 2021(6). A fronte di questo lodevole impegno governativo, tuttavia, non si comprende la ratio che regola lo stanziamento dei contributi. Il considerevole impegno di spesa non trova infatti riscontro nelle esigenze espresse dalle Regioni, che si occupano di ripartire i fondi e analizzare il fabbisogno, e che già per l’anno precedente stimavano richieste per 500 milioni di euro.

Inoltre permangono a livello regionale e comunale forti differenze nell’effettiva capacità di spesa e, soprattutto, nei tempi di erogazione di tali sussidi. È utile ribadire che è fondamentale che i sussidi giungano celermente ai richiedenti, poiché il loro scopo è impedire l’avvio di procedure di sfratto, mentre se tra lo stanziamento e l’erogazione dei fondi passano anni, i contributi erogati divengono di fatto un sussidio al reddito familiare ma non uno strumento per impedire lo sfratto.

Un caso eclatante è quello di Roma: nel 2019 la Regione Lazio ha stanziato un contributo aggiuntivo per le locazioni di 50 milioni di euro ma ad oggi si stima che tale sussidio verrà erogato entro la fine del 2022(7).

Il tema della casa si intreccia così con quello dell’efficienza amministrativa degli enti di prossimità come i Comuni. L’argomento è già stato trattato nel Rapporto Diritti dell’anno scorso e purtroppo resta invariato anche quest’anno.

Dunque nel campo delle politiche ordinarie sul tema della casa non si registrano novità: in buona sostanza si conferma un trend di immobilismo nel settore. A fronte di questa situazione il PNRR potrebbe risultare uno strumento utile su più fronti – basti pensare all’investimento nella digitalizzazione della pubblica amministrazione o al tema della co-programmazione e co-progettazione dei servizi con gli enti del terzo settore.


Il PNRR e le politiche dell’abitare, potenzialità e criticità


La principale novità dell’anno appena trascorso è l’approvazione e l’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza(8) collegato al Next Generation EU. L’Unione Europea ha risposto alla crisi pandemica con il Next Generation EU (NGEU). È un programma di portata e ambizioni inedite che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale, migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori e conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale. L’Italia è la prima beneficiaria, in valore assoluto, dei due principali strumenti del NGEU: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) e il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (REACT-EU).

Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri di presentare un pacchetto di investimenti e riforme: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che si articola in sei Missioni e sedici Componenti.

È un piano molto articolato e complesso con un impegno di spesa notevole – 191,5 miliardi di euro e altri 122,6 miliardi aggiuntivi – e con dei tempi di attuazioni stringenti, dovendo i progetti concludersi entro il 2026.

Ovviamente un Piano di questa portata non poteva che essere oggetto di discussioni e analisi approfondite da parte di diversi soggetti: dai sindacati, ai rappresentanti del terzo settore, alle associazioni di categoria, ecc. Anche il tema casa, che non ha una sua missione specifica ma è trasversale a diverse missioni, ha già visto una copiosa produzione di atti.

Sul tema del PNRR Caritas Italia ha già prodotto due quaderni di approfondimento – di cui uno generico e uno incentrato sulle politiche per l’abitare. Grazie ai contributi di un nutrito gruppo di esperti il quaderno Caritas CASA E ABITARE NEL PNRR svolge una lunga disamina sulle potenzialità e sulle criticità del Piano. Il tema dell’abitare risulta articolato in diverse missioni e con diverse finalità (tab.1): dall’efficientamento energetico, agli studentati, dagli insediamenti per i lavoratori agricoli alla rigenerazione urbana.


C17. Tabella 1 • PNRR quadro riassuntivo con i diversi finanziamenti al settore Casa



Declinare le politiche della casa soltanto come costruzione e rigenerazione di alloggi pubblici e come erogazione dei sussidi per la locazione è molto riduttivo: la tabella prodotta da Caritas mostra infatti come il tema casa si articoli in diversi campi di azione con una ricaduta notevole sulla qualità della vita nelle nostre città, non solo per le famiglie in emergenza abitativa. Non stupisce quindi che il primo punto sollevato dal rapporto di Caritas Italia è che manchi un sistema di coordinamento, una visione d’insieme che colleghi le politiche e le azioni in atto in questo settore.

La diversità di voci in cui è suddiviso il tema dimostra innanzitutto una cosa nota: che le politiche dell’abitare sono in stretta relazione da un lato con le politiche sociali e dall’altro con quelle urbanistiche, che riguardano la trasformazione e la rigenerazione urbana. Nonostante queste forti interrelazioni, che potrebbero trovare un coordinamento su base territoriale considerando anche il ruolo rilevante dei Comuni nell’attuazione del PNRR, si preferisce ancora procedere per binari paralleli: come vedremo più avanti, in uno stesso quartiere si potranno avviare diversi progetti afferenti al PNRR ma con referenti e finalità diverse. Del resto ancora non si è avviato l’Osservatorio nazionale sulla condizione abitativa, istituito nel 1998 ma mai divenuto operativo, che possa fungere da punto di aggregazione della conoscenza e di scambio di best practices tra enti locali quali i comuni, soggetti proponenti di diverse azioni, o che perlomeno raccolga i dati di Regioni e Comuni per la stima dei fabbisogni nazionali.



C17. Grafico 3 /A • Italia, abitazioni occupate da persone residenti per titolo di godimento secondo i censimenti ISTAT 1951- 2011 




C17. Grafico 3 /B • Roma, abitazioni occupate da persone residenti per titolo di godimento 



Una nota critica di non poco peso è che il tema della carenza di alloggi pubblici non viene sostanzialmente affrontato dal Piano. Caritas stima che l’insieme delle azioni messe in atto con il PNRR produrranno 5mila alloggi – se suddivisi per le cento province italiane, si tratta di 50 alloggi per provincia. Eppure, secondo le ultime stime attendibili prodotte dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti - del 2016 e che senz’altro richiederebbero un aggiornamento - in Italia le famiglie in attesa di un alloggio popolare sono 320mila(9). In buona sostanza il piano risponde ad appena l’1,6% del fabbisogno abitativo rilevato. È vero che a questi bisogna aggiungere la realizzazione di 10mila alloggi stimati di social housing, ossia e.r.s., ma questa soddisfa un’altra fascia di reddito essendo rivolta a redditi medio-bassi, le cui esigenze a livello nazionale richiederebbero ben altre previsioni.

Nel frattempo Istat ha stimato un milione di nuovi poveri solo nel 2020(10), per cui si presuppone che l’emergenza abitativa aumenterà esponenzialmente nei prossimi anni.

Queste analisi stridono con la misura del ecobonus 110 con cui si concede un credito d’imposta rivolto prevalentemente ai privati. È una misura per certi aspetti generativa ma che implica sperequazioni: per esempio i Comuni che detengono una quota parte rilevante del patrimonio abitativo pubblico sono esclusi dalla misura non essendo soggetti d’imposta, una distorsione a cui si è pensato di ovviare in un secondo momento con l’istituzione di un fondo complementare(11).

Inoltre l’applicazione dell'ecobonus 110 senza alcun tipo di limitazioni, ha favorito fra i privati quelli con una maggiore capacità economica: le prime evidenze mostrano una concentrazione degli interventi nelle categorie catastali più elevate. A ciò si aggiunge la dimensione media senza precedenti del sussidio: i 70 mila interventi realizzati finora hanno un costo medio di 574 mila euro per i condomini e oltre 100 mila euro per gli edifici unifamiliari (cifre in progressivo aumento nelle rilevazioni mensili). Nei rapporti mensili dell’Enea compare anche un castello in Piemonte, beneficiario di un sussidio di oltre un milione di euro. Insomma, il bonus agisce come una lotteria(12).

Le voci mirate esplicitamente alla rigenerazione urbana e all’abitare, nella quinta missione del Piano, sono tre, per un totale di 9 miliardi di euro: gli Investimenti in progetti di rigenerazione urbana, i Piani Urbani Integrati, gestiti dal Ministero dell’Interno, e i Progetti per la qualità dell’abitare (PINQuA), gestiti dal Ministero delle Infrastrutture. I programmi sono rivolti a Comuni, Città Metropolitane e Regioni con lo scopo di attivare una migliore qualità dell’abitare in termini “innovativi”. Purtroppo Caritas ci fa notare che l’indicazione legislativa rivolta a «ridurre il disagio abitativo e insediativo, con particolare riferimento alle periferie» non è stata declinata in indicazioni e obbiettivi chiari e misurabili e la vetustà della legislazione nazionale concernente i piani e gli standard urbanistici ha impedito di individuare un orizzonte comune ai programmi e una linea strategica enucleabile in sintesi. Secondo Caritas con i PINQuA sarebbe stato pertanto opportuno fare qualche sforzo ulteriore per sollecitare gli enti locali a concertare e predisporre programmi con scopi predefiniti e numericamente quantificabili – per esempio: in termini di individuazione condivisa e non autocratica dei fabbisogni, di persone coinvolte da nuovi servizi in rapporto alla rispettiva popolazione delle classi di età o di reddito interessate; in termini di nuove residenze disponibili in chiave intergenerazionale e pensate anche per il post-Covid; di accesso ad aree verdi e spazi pubblici comuni in relazione alle dotazioni di partenza e quanto altro poteva avere carattere di trasformazione dei quartieri e degli ambienti urbani. Introduzione di elementi di dinamismo interpersonale, di attenzione alle fasce deboli e al loro inserimento attraverso misure pensate ad hoc e accompagnate da organizzazioni idonee, alla progettazione partecipata di spazi pubblici e a verde, possibilmente dando attuazione ai nuovi principi di collaborazione tra cittadini e amministrazione (art. 118 della Costituzione) per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani che fin dal 2014 sono stati introdotti nei regolamenti municipali, primo fra tutti il Comune di Bologna(13)Anche sulla rigenerazione urbana e sui Piani urbani integrati Caritas rileva simili carenze: resta da considerare che in assenza di norme e indirizzi nazionali aggiornati, i principi e i criteri per la rigenerazione urbana e i metodi e criteri per la sua pianificazione e attuazione sono stati elaborati e diffusi con le leggi delle regioni in materia, alcune delle quali sono notevolmente avanzate e dotate di visione strategica del territorio(14). Purtroppo però questo non vale per tutte le Regioni, anche perché manca, come rilevato, una legge quadro nazionale che sulla rigenerazione dia le direttive e chiarisca quali sono gli obiettivi. Un punto su cui riflettere è che le molteplici azioni dispiegate dal piano, in questo caso nel settore dell’edilizia, potrebbero ostacolarsi fra loro; ad esempio la contemporaneità di misure come l'ecobonus 110 e il sisma bonus con i progetti di rigenerazione: la massiccia adesione dei privati a queste misure, unita ad altri fattori, sta comportando un aumento notevole dei costi delle materie prime e dei ponteggi. Nello specifico, il rincaro delle materie prime per l’edilizia nel 2021 è stato stimato in media del 40% in più per il rame, 80% per il ferro e l’acciaio. A subire rincari meno importanti sono stati l’alluminio, con il 20% in più e il polietilene espanso in misura del 30%(15).

Proprio mentre la domanda cresce in tutti i comparti, decolla il 110%, e sta per partire il Pnrr, ma il settore delle costruzioni rischia il blocco, stretto da una morsa determinata dal rincaro dei prezzi delle materie prime, dalla scarsità di molti materiali (per i ponteggi in acciaio sono necessari non meno di sei mesi fra l’ordine e la consegna), dalla carenza di manodopera specializzata per i cantieri(16).

A gravare sulla situazione inoltre vi sono gli stretti tempi di realizzazione: i progetti devono essere in fase di collaudo per il 2026.

In questo quadro si inserisce anche la capacità operativa delle pubbliche amministrazioni, soprattutto dei Comuni che hanno la responsabilità delle attuazioni e che sappiamo essere in affanno anche per la ordinaria amministrazione.

La somma di questi fattori (l’efficienza della pubblica amministrazione, i tempi stretti di realizzazione, i problemi del mercato edile e la scarsa disponibilità di appaltatori, la scarsa disponibilità di operai specializzati e gli alti costi delle materie prime) rischia di minare l’efficacia dei progetti e di comprometterne la realizzazione.

Anche i criteri di distribuzione dei fondi per la rigenerazione urbana ai Comuni sono stati oggetto di indagini, come quella redatta da RomaRicercaRoma: il 30 dicembre 2021 è stato pubblicato il decreto di assegnazione dei finanziamenti(17) per la prima delle misure del PNRR dedicata agli investimenti in progetti di rigenerazione urbana. Si è levato un coro di proteste da parte dei Comuni esclusi dal finanziamento: l’intero Nordest dell’Italia, ad esempio, ha ottenuto poco o nulla(18). Perché? Per via del criterio utilizzato: l’indicatore di vulnerabilità sociale e materiale (IVSM). I finanziamenti, infatti, sono destinati ai Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, e per questo l’IVSM rilevante è quello medio comunale, il cui valore per Comune è illustrato nella mappa di seguito. Ma gli interventi di rigenerazione sono destinati a specifiche zone all’interno dei Comuni, quelle (in teoria) più disagiate. Nulla esclude, ed è anzi frequente, che proprio nei Comuni più ricchi si nascondano sacche di vulnerabilità che in questo modo pagano la presenza, nel loro Comune, di un numero elevato di famiglie con redditi molto elevati. Ci sono, più in generale, rilevantissimi e noti problemi relativi alla scala e alla partizione utilizzata, in questo come in casi simili: cambiando la scala e la partizione, in breve, può cambiare tutto(19).

La seconda misura per la rigenerazione urbana riguarda i Piani Urbani Integrati presentati dai Comuni e Città Metropolitane. Anche qui le periferie potenzialmente meritevoli di finanziamento vengono individuate sempre usando l’IVSM, questa volta (presumiamo) a scala sub-comunale, ed è prevista anche una soglia minima: le aree beneficiarie devono avere un ISVM superiore a 99. Nella mappa qui sotto riportiamo il valore dell’indice per quartiere a Roma, e i moltissimi quartieri potenzialmente eleggibili(20). Applicando l’indice ISVM alla città di Roma i risultati che si ottengono, per chi conosce la città, sono fonte di perplessità: infatti il centro storico appare fra le aree più vulnerabili. A scala sub-comunale emergono in maniera anche più evidente diverse criticità relative a come tale indicatore è pensato e calcolato. Basti pensare che a Roma sono eleggibili anche i Parioli, mentre la zona urbanistica “centro storico” (tra piazza del Popolo e piazza Venezia) ha un indice IVSM superiore a San Basilio, Ostia nord, Corviale e altri quartieri notoriamente molto problematici.

II criteri e soprattutto gli indicatori individuati per le aree ammissibili, sia a livello nazionale che a livello comunale, pongono delle forti criticità anche perché in molti casi si utilizzano i dati del censimento Istat del 2011 che ha ormai più di dieci anni e fornisce una fotografia della realtà senz’altro da aggiornare, visto che nel frattempo si sono succedute due crisi economiche e una pandemia. Il tema della scala delle analisi territoriali e quello degli indicatori usati non sono mai stati oggetto di un dibattito da parte della comunità scientifica, della pubblica amministrazione e della politica, anche perché ha avuto storicamente un ruolo secondario nella legislazione italiana; le analisi territoriale sono infatti servite principalmente solo per individuare le aree ammissibili ai finanziamenti. In Europa altri paesi hanno adottato impianti legislativi, soprattutto correlati all’individuazione delle aree urbane critiche, che legano non solo i fondi alle aree ma anche ai risultati dei processi di rigenerazione. In questo modo gli stessi indicatori divengono in una fase successiva misuratori dell’efficienza dell’azione pubblica su temi come ad esempio la disoccupazione e l’abbandono scolastico. È il caso dell’Inghilterra che individua i quartieri e le aree fragili attraverso l’indice di privazione(21), o quello della Germania e delle aree ammissibili ai progetti del Sozialen Stadt(22), del Portogallo e le Zip(23), le zone prioritarie d’intervento. In tutti questi esempi europei il tema degli indicatori statistici per la selezione delle aree è collegato a quello delle finalità dei progetti di rigenerazione, un aspetto che invece, da noi, è assente.

In ultimo il tema dell’assenza di coordinamento delle azioni di rigenerazione posto da Caritas è confermato dalle analisi di RomaRicercaRoma che evidenzia come i progetti del PINQuA spesso si sovrappongono nella articolazione territoriale. Nella mappa dei progetti del Lazio si vede come vi è una certa convergenza tra i programmi di rigenerazione urbana e programma PINQuA, tuttavia allo stato attuale manca un coordinamento fra le due linee di intervento così come manca una chiara finalità territoriale che colleghi le due diverse progettualità.

In conclusione si può affermare che il PNRR rappresenta una grande opportunità, tuttavia soffre di criticità per quanto riguarda le modalità di selezione dei progetti, le capacità di attuazione, e soprattutto la verifica sull’efficienza dei progetti. Il pericolo principale è che molti progetti non riescano a giungere a conclusione entro il 2026 e che quelli che invece verranno attuati non ottengano poi i risultati sperati.


Le proposte sul tema dell’abitare e del PNRR


Nelle passate edizioni del Rapporto Diritti oltre ad evidenziare i maggiori accadimenti si sono a più riprese evidenziate tutte le criticità strutturali che investono il settore dell’abitare, a cui il PNRR non sembra dare risposta. La necessità di nuovi alloggi, l’istituzione di un osservatorio dedicato, una maggiore capacità del pubblico di influenzare il mercato delle locazioni, il problema della gestione degli alloggi pubblici, le interazioni fra le politiche della casa e le politiche sociali sono temi che o la stima dei fabbisogni non trovano risposta oppure sono affrontati parzialmente.

Va detto che al tempo stesso le politiche della casa in Italia da tempo non sembrano guidate da una strategia chiara: da un lato si rileva la cronicizzazione di un problema abitativo collegato all’aumento della povertà; dall’altro si persegue ancora la logica della valorizzazione, della vendita del patrimonio pubblico e del delegare ai privati – come con l’housing sociale – la gestione di temi di interesse pubblico. Sono due elementi che se correlati risultano stridenti.

La maggior parte della legislazione in materia risulta obsoleta o inefficace: la legge che regola gli affitti è del 1998 e ha mostrato diverse criticità, le diverse riforme regionali degli enti gestori di patrimonio pubblico sono dei primi anni duemila, per non parlare della legge urbanistica che è del 1942, ed inoltre dal 1998, con l’abolizione della Gescal, l’edilizia pubblica non viene più finanziata strutturalmente.

Quest’anno è stato caratterizzato anche da una serie di proposte che vengono da diversi interlocutori e che ci sembra interessante riassumere. Legacoop abitanti, udita in Senato, ha posto l’accento su possibili misure per favorire l’accessibilità all’alloggio per la cosiddetta fascia grigia.

Analisi recenti sulla cosiddetta fascia grigia/domanda fragile – Nomisma, febbraio 2021– rilevano che esiste un target di domanda che rimane escluso non solo dal mercato, ma anche dall’offerta di housing sociale (in larga parte prodotta dal Fondo Investimenti per l’Abitare, anche con la partecipazione della stessa cooperazione di abitanti). Un esempio: il focus recente su una realtà metropolitana di Milano - “Milano Inclusiva. La produzione di case in locazione a costi accessibili"(24), presentato da Nomisma nel febbraio 2021, evidenzia alcune criticità che si possono riferire anche ad altri contesti metropolitani: negli ultimi 10 anni la produzione di ERS a Milano (Edilizia Residenziale Sociale) non è riuscita a presentare una nuova offerta di alloggi in locazione nella fascia di canoni tra i 45 euro mq/anno e gli 80 euro mq/anno. Se il costo per l’alloggio, affinché sia effettivamente accessibile, non deve essere superiore al 30% del reddito familiare, dallo studio emerge una domanda potenziale di 146.500 nuclei familiari - quasi il 20% del totale dei nuclei milanesi - che negli ultimi 10 anni non ha trovato nuova offerta adeguata.

La nostra proposta è la seguente: un programma edilizio, in aree e interventi di rigenerazione urbana, per la locazione a lungo termine, con l’obiettivo di realizzare 10.000 alloggi, con un mix di servizi di cura e di funzioni culturali in una logica di welfare dinamico (alloggi da 60 mq., costo stimato 150mila euro ciascuno, coperti per 130mila euro con mutuo bancario e 20mila con quota di autofinanziamento privato), prevedendo un contributo pubblico di 5.000 euro annui ad alloggio per tutta la durata del mutuo e un canone di locazione mensile di 320 euro (al netto di oneri fiscali e di gestione)(25).

Caritas Italia fornisce, nel documento sul PNRR già ampiamente citato nel testo, una serie di indicazioni che meritano una riflessione:


  • Innanzitutto occorre aumentare a tutti i livelli l’attenzione verso il problema abitativo sia sul fronte della riqualificazione dell’edilizia pubblica esistente che su quello della necessità di realizzare nuove abitazioni in affitto a basso costo. Tale necessità deriva dalla constatazione che un numero sempre maggiore di famiglie non riesce a trovare un alloggio in affitto con canoni compatibili con i propri redditi.
  • Un secondo punto riguarda le riforme necessarie per rendere il PNRR uno strumento efficace sul tema abitativo e soprattutto sull’housing sociale. Occorre definire una volta per tutte la differenza tra gli utenti delledilizia residenziale pubblica e famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia” e interessate ad alloggi a canone calmierato. La definizione di edilizia sociale, recata dal D.M. del 2008, è vaga e contraddittoria e il chiarimento sulle regole e sugli obbiettivi va affrontato e risolto al più presto. Analogamente va al più presto avviato l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione Abitativa presso il MIMS di intesa con le regioni in modo da articolare in maniera puntuale i fabbisogni a livello territoriale.
  • Per quanto riguarda gli interventi diretti alla rigenerazione urbana, al di là della presenza di destinazioni residenziali, si auspica che almeno localmente siano stabiliti obiettivi di qualità urbana e di servizio tradotti in atti di pianificazione, da raggiungere nel prosieguo dell’attività e da poter verificare.
  • Occorre integrare gli indicatori del monitoraggio con ulteriori fattori che restituiscano il senso desiderato degli investimenti realizzati e delle varie misure previste. Non è coerente calcolare la potenziale innovazione sociale o gli effetti della rigenerazione considerando i soli metri quadrati di nuove superfici senza riferirsi al contesto sociale e urbano, agli utilizzatori e alle modalità̀ di uso dei nuovi spazi(26)


A fine anno i principali sindacati nazionali degli inquilini, a seguito di una conferenza indetta a Roma il 14 dicembre, hanno redatto un documento unitario, per certi aspetti un evento storico considerate le diverse posizioni: SUNIA, SICET, UNIAT e Unione Inquilini hanno presentato i dati sulla precarietà abitativa per lanciare un appello al Governo e cercare interlocuzione finalizzata a una pianificazione degli interventi più urgenti da attuare. Sono circa 70mila gli sfratti pendenti dal 2019 (differenza tra richieste di esecuzione ed eseguiti con la forza pubblica), 32 mila nel 2020 e altri 40/50 mila stimabili nel 2021. Totale: 130/150 mila sfratti eseguibili nel 2022. Sono cifre da capogiro se consideriamo la ripresa dei licenziamenti e la mancanza di stanziamenti per arginare la morosità incolpevole. A fronte della marea di sfratti che rischia di travolgere migliaia di famiglie nella prossima Legge di Bilancio, al momento, non è previsto infatti alcuno stanziamento per il contributo all’affitto e per la morosità incolpevole a partire dal 2023. Nel PNRR manca, inoltre, l’indicazione politica per l’incremento di alloggi popolari, gli unici che potrebbero rispondere alle esigenze delle famiglie ormai ridotte allo stremo e impossibilitate a reperire un alloggio sul libero mercato(27).

A fronte di questa analisi condivisibile, è interessante soffermarci sulla natura di alcune delle proposte elaborate dai sindacati:

  • È necessario definire i livelli essenziali del servizio abitativo e adottare una normativa quadro sull’edilizia residenziale pubblica e sociale che preveda criteri di determinazione dei canoni fondati su una effettiva sostenibilità da parte della platea cui è destinata.
  • Occorre un adeguato rifinanziamento dei Fondi per il sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole, pari ad almeno 250 milioni di euro, per intervenire sulla ripresa delle esecuzioni degli sfratti per morosità incolpevole e sul crescente disagio delle famiglie in locazione.
  • Sono necessari strumenti e risorse per un piano casa pluriennale di edilizia residenziale pubblica (ERP) per incrementare significativamente l’offerta di alloggi a canone sociale.
  • Riguardo al settore delle locazioni di diritto privato, che venga avviato un percorso per una riforma della legge 431/98 volta a sostenere una sempre più maggiore diffusione dei contratti concordati.


Particolare attenzione va data infine agli strumenti ausiliari che paiono indispensabili ai fini di un corretto rilancio delle politiche di settore. Innanzitutto:

• Va concretamente costituito e investito delle sue funzioni l’Osservatorio della condizione abitativa previsto dalla legge 431 del 1998.

• Andrebbe istituita al più presto una banca dati del patrimonio abitativo degradato, pubblico e privato, da utilizzare in tempi brevi per le gravi emergenze alloggiative e contribuire ad affermare il passaggio da casa a casa, con particolare riferimento alle disponibilità degli enti previdenziali.(28)

In ultima battuta non possiamo non notare una certa convergenza tra le analisi e le proposte messe in campo dai Sindacati della casa – Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini – quelle di Caritas Italia e le indicazioni della Corte dei Conti, ampiamente analizzate nel rapporto dello scorso anno. Ad esempio la centralità di strumenti di analisi, come l’Osservatorio sulla condizione abitativa, uno strumento indispensabile per analizzare i bisogni, reso ancor più utile dagli stravolgimenti determinati dalla pandemia. Altro tema condiviso è quello dell’individuazione dei livelli minimi di assistenza sul tema casa, mai stabiliti per legge. Ribadiamo che il diritto all’abitare è un diritto esigibile in base alle disponibilità delle amministrazioni i cui livelli di assistenza minimi vanno a definire i servizi minimi da erogare alla cittadinanza che oggi sono lasciati alla sensibilità e alle disponibilità dei singoli Comuni.

Il fatto che organizzazioni con finalità così diverse convergano nelle analisi e nelle proposte evidenzia senz’altro che il tema della casa, nelle sue molteplici sfaccettature, necessita di una complessiva revisione e di un riassetto legislativo. Ricordiamo che le ultime riforme strutturali risalgono alla fine degli anni Novanta, e tutta la successiva legislazione non ne ha di fatto modificato l’impianto.

Nonostante vi sia questa convergenza di vedute sul tema, in una fase storica in cui dati sulla povertà e sulla emergenza abitativa sono in netto incremento, il dibattito sul tema della casa riveste un ruolo marginale nel paese. Di sicuro non giova il fatto che l’Italia sia il paese con il maggior numero di proprietari di casa in Europa ma dall’altro canto bisogna ammettere il tema casa è sempre stato schiacciato su problemi emergenziali, senza riuscire a risolverli, e non si è mai evoluto in un ragionamento inclusivo ed estensivo sul tema dell’abitare nel suo complesso e sulla qualità urbana, che riguardi quindi tutta la popolazione.

Anche dalla lettura dei temi del PNRR, appare evidente come la politica dell’abitare investa diversi campi d’azione – dalle politiche sociali fino alla rigenerazione urbana – ma ancora stenti a trovare una sua autonomia, o almeno a rivendicare un ruolo di coordinamento, forse proprio perché manca una visione d’insieme o una chiara definizione degli obiettivi.

Pertanto, come sottolineato da Caritas, al primo punto occorre aumentare a tutti i livelli l’attenzione verso il problema abitativo nella forma più estensiva possibile e collegandolo alla qualità della vita nei centri urbani, solo in questo modo si potrà avviare una stagione di riforme ormai attesa da troppo tempo.


Note


(1) - l’art. 103, comma 6, l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo, è sospesa fino al 30 giugno 2020; b) dell’art. 17-bis del d.l. 19 maggio 2020, n. 34 che proroga la suddetta sospensione sino alla data del 31 dicembre 2020; c) dell’art. 13, comma 13, del d.l. 31 dicembre 2020, n. 183, che ha ulteriormente prorogato tale sospensione sino alla data del 30 giugno 2021. https://www.altalex.com/documents/2021/11/15/covid-legittimo-il-blocco-degli-sfratti-nei-limiti-della-proroga-sino-al-31-dicembre-2021

(2) - http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/Procedure_di_rilascio_di_immobili_ad_uso_abitativo_int_00004-7734141.htm

(3) - https://www.corteconti.it/Download?id=237d5faa-55e4-4464-b9c2-eb7df65d79b3

(4) - https://www.rapportodiritti.it/diritto-allabitare#capitolo

(5) - https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/08/18/21A04873/sg

(6) - https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2021/09/23/228/sg/pdf

(7) - https://roma.corriere.it/notizie/politica/22_gennaio_24/tobia-zevi-assessore-patrimonio-a-roma-sbloccheremo-50-milioni-contributo-all-affitto-22c230f6-7c8e-11ec-8a2d-4c61d1a6b1fa.shtml

(8) - https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf

(9) - https://www.mit.gov.it/nfsmitgov/files/media/normativa/2019-09/decreto%204%20luglio%202019.pdf

(10) - https://www.istat.it/it/files/2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf

(11) - Pubblicato in GU n. 160 del 6/7/21 il testo della legge 1° luglio 2021 n. 101 di conversione del Dl 6 maggio 2021, n. 59

(12) - Giuseppe Pisauro, «Un superbonus distorsivo e poco sostenibile», La voce, 24/12/21, https:// www.lavoce.info/archives/91831/un-superbonus-distorsivo-e-poco-sostenibile.

(13) - Op. cit. p. 56

(14) - Op.cit. p. 65

(15) - https://www.edilizia.com/economia-finanza/rincaro-materie-prime-pone-un-freno-edilizia-cantieri-e-superbonus-in-pericolo/

(16) - https://www.ilsole24ore.com/art/rincari-lavoro-e-materiali-scarsi-edilizia-rischio-blocco-dl-palo-AEpBJZf?refresh_ce=1

(17) - https://dait.interno.gov.it/finanza-locale/documentazione/decreto-30-dicembre-2021

(18) - il governo ha poi stanziato ulteriori 900 milioni di euro per ammettere i progetti inizialmente esclusi. La legge di bilancio 2022 ha previsto, inoltre, una nuova procedura per i piccoli comuni e un finanziamento dedicato di 300 milioni di euro.

(19) - https://www.ricercaroma.it/quale-rigenerazione-pnrr/

(20) - https://www.ricercaroma.it/quale-rigenerazione-pnrr/

(21) - https://www.gov.uk/government/statistics/english-indices-of-deprivation-2019

(22) - https://www.bmi.bund.de/SharedDocs/downloads/DE/publikationen/themen/bauen/wohnen/programmstrategie-soziale-stadt.pdf?__blob=publicationFile&v=2

(23) - https://ec.europa.eu/regional_policy/it/projects/Italy/residents-of-poorer-areas-in-european-cities-get-a-say-in-local-development

(24) - https://www.nomisma.it/milano-inclusiva-la-produzione-di-case-in-locazione-a-costi-accessibili-nel-rapporto-nomisma/

(25) - http://www.vita.it/it/article/2021/03/03/pnrr-quale-casa-possibile/158529/

(26) - Caritas p.86

(27) - https://www.sunia.it/notizie/sunia-sicet-uniat-e-unione-inquilini-conferenza-stampa-unitaria-i-numeri-della-precarieta-abitativa/

(28) - https://www.cgil.it/ci-occupiamo-di/sviluppo-urbano-e-politiche-abitative/2022/03/07/news/proposte_unitarie_per_affrontare_il_dramma_degli_sfratti_e_avviare_la_soluzione_della_sofferenza_abitativa_in_italia-1928535/

Fabrizio Ceruso

Fabrizio Ceruso

(Tivoli, 1955 - Roma, 1974)
IN RICORDO DI FABRIZIO CERUSO, UCCISO DALLA POLIZIA L’8 SETTEMBRE DEL 1974 A SAN BASILIO MENTRE MANIFESTAVA PER IL DIRITTO DI TUTTI AD AVERE UNA CASA

Era il 1974. Fabrizio Ceruso aveva 19 anni. Originario di Tivoli, vicino all’Autonomia operaia, padre netturbino e madre casalinga. Finito l’alberghiero, era andato a lavorare in Francia; giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo e tornare in Italia. Serviva infatti una mano alla famiglia per il trasloco: avevano ottenuto finalmente una casa popolare dopo anni di attese. Ce l’avevano fatta, loro, a differenza di altri. Mentre palazzinari e affaristi si arricchivano, nelle borgate romane ottenere la casa popolare era diventata una vera e propria chimera. I Ceruso ce l’avevano fatta, ma per Fabrizio non importava: bisognava lottare affinché tutti potessero avere la tranquillità di un tetto sulla testa. In quegli anni occupazioni e sgomberi si susseguivano a grande ritmo. La borgata di San Basilio era uno dei punti caldi di Roma e teatro, nel settembre del 1974, di una grande rivolta per il diritto alla casa. Quando le forze dell’ordine giunsero nel quartiere per sgomberare centinaia di famiglie iniziò una vera e propria battaglia. La polizia attaccava con manganelli, lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Venne ferita persino una bambina di 12 anni: la rabbia di San Basilio allora esplose completamente. Gli abitanti del quartiere alzarono barricate e si difesero come possibile, mentre arrivavano di continuo rinforzi dagli altri quartieri della capitale. Partirono sassaiole e molotov: la battaglia infuriò per giorni interi.

Fabrizio l’8 settembre era lì, tra quelle barricate, giunto subito dopo il trasloco. La polizia spara e non a salve: in via Fiuminata una pallottola raggiunge proprio Fabrizio. Lo centra nel petto. Arriva un taxi che carica Fabrizio e alcuni suoi compagni, come viene ricordato in questa testimonianza:

“Non aveva più il casco rosso che portava in testa quando lo vidi cadere. Non era più a pochi passi da via Fabriano e a dieci metri da me e Roberto che correvamo dietro di lui su via Fiuminata. Eravamo davvero matti a sfidare, in quel momento solo con qualche sasso, i lacrimogeni e le pallottole delle forze dell’ordine. Ma forse erano più matti coloro che componevano il quinto governo Rumor, cioè i massimi responsabili politici della morte di Fabrizio Ceruso”.

“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.

“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.

“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.

Fabrizio morì poco dopo. “Hanno ammazzato mio fratello”, non un fratello biologico ma un fratello di sangue, un fratello che diede la sua vita per chi non aveva qualcosa che lui e la sua famiglia naturale avevano già: una casa. Non morì invano: Il giorno dopo nel consiglio regionale del Lazio assegnò di diritto un’abitazione alle famiglie che per bisogno avevano occupato una casa prima dell’8 settembre.