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Prigionieri

Il punto della situazione


Il trentesimo anno dall’entrata in vigore del nostro codice di procedura penale (il codice “Vassalli”, dal nome dell’allora Guardasigilli), che aveva segnato una svolta importante nel rapporto tra cittadino e giustizia, si è caratterizzato per una singolare tensione sul terreno del sistema penale e delle libertà in senso ampio.

La “cifra” caratterizzante questo periodo può, in un certo senso, essere individuata nella contrapposizione tra indirizzo politico e garanzie costituzionali dei diritti. Da un lato, infatti, la produzione legislativa è stata contrassegnata da una pluralità di norme (decreto sicurezza, soprattutto “bis”, riforma della disciplina del voto di scambio, legge definita, con un brutto epiteto, “spazza-corrotti”) ispirate a una visione ipertrofica del diritto penale e volte in generale a estendere sproporzionatamente l’area delle misure limitative delle libertà anche di carattere non (formalmente) penale, ma non per questo meno afflittive. Quella dell’inasprimento delle pene o dell’introduzione di nuovi reati è, è vero, la risposta politica che quasi sistematicamente, dagli anni Settanta ad oggi, viene fornita per “rassicurare” l’opinione pubblica di fronte ad allarmi sociali più o meno giustificati, essenzialmente perché è a costo zero e di assai più agevole realizzazione rispetto a politiche sociali che agiscano sulle cause profonde dell’insicurezza dei cittadini, reale o percepita che sia.

Tuttavia, questa tendenza si è caratterizzata nell’ultimo anno per la combinazione dell’inasprimento delle pene con misure di segno diverso (processuali, penitenziarie o sostanziali ma di parte generale), con l’effetto di un complessivo aggravamento del trattamento sanzionatorio riservato, soprattutto, a determinate tipologie di reato.

Tutto questo, peraltro, a fronte di una complessiva e generale estensione dell’area del penalmente rilevante, per effetto della moltiplicazione delle norme incriminatrici e nel quadro di una altrettanto generalizzata estensione dell’ambito di applicazione delle misure di prevenzione, spesso non meno limitative delle libertà e dei diritti fondamentali di quanto siano le sanzioni penali, ma prive delle garanzie del processo e dello stesso requisito della previa commissione di un reato (i decreti sicurezza del 2018 e 2019 sono in tal senso significativi).

Tali norme restrittive (ancorché non tutte, come detto, “carcerocentriche”) sono intervenute, del resto, in un contesto caratterizzato già da un nuovo e significativo incremento della popolazione detenuta, che dopo la flessione, per quanto contenuta, registrata tra la fine del 2010 e il 2015, per effetto soprattutto di lungimiranti provvedimenti deflattivi, ha ripreso a crescere con intensità preoccupante.

Pur non toccando i numeri dell’inizio del 2010 – quando la popolazione detenuta raggiunse la quota di 67 mila, con una percentuale di sovraffollamento del 42% - al 31 ottobre 2019 i detenuti ristretti nelle nostre carceri sono giunti alla soglia delle 60.985 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 50.474, con picchi di densità del 300%, ad esempio, nel Circondariale di Taranto e del 203% a Monza. Si è così registrato un aumento di circa mille persone rispetto all’anno precedente, quando alla data del 31 ottobre le presenze totali erano 59.803 (cfr. i dati reperibili sul sito del ministero della Giustizia)(1) .

Si tratta peraltro – come conferma in linea generale l’ex direttore del DAP Luigi Pagano(2) – di un aumento non ascrivibile a maggiori ingressi ma a minori uscite, imputabili spesso a condizioni socio-economiche particolari dei detenuti, tali da impedire loro di fruire di misure alternative per assenza, ad esempio, della disponibilità di casa o di un’occupazione e non certo per pericolosità sociale.


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Una sia pur contenuta flessione potrebbe aversi in conseguenza dell’applicazione del principio affermato dalla sentenza 40/2019 della Corte costituzionale, che ha dichiarato incostituzionale la previsione di otto anni (anziché sei) di reclusione quale pena edittale minima per reati aventi ad oggetto droghe pesanti, così consentendo la rimodulazione anche delle pene irrogate in via definitiva in base a sanzioni edittali illegittime.

Per altro verso, nel corso del 2019 sono state pronunciate alcune importanti sentenze (in particolare, della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti umani) che hanno riconosciuto garanzie rilevanti sul terreno della libertà personale e delle relative misure limitative. In particolare, ci soffermeremo sulla declaratoria di incostituzionalità della disciplina penitenziaria dei detenuti per reati ostativi all’accesso a misure alternative o benefici e sulla pronuncia “additiva” che ha sancito l’applicabilità della detenzione domiciliare “umanitaria” anche nelle ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta.


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Accenneremo, quindi, alla conferma, da parte della Corte europea dei diritti umani (presupposta dalla prima sentenza della Consulta cui si accennava), della già affermata (sentenza Viola c. Italia) incompatibilità con la Convenzione, della previsione dell’ergastolo ostativo a ogni misura mitigatrice per il solo fatto della mancata collaborazione del detenuto.

Rinviando a quanto osserveremo meglio più avanti, basti per ora sottolineare la netta distanza, quasi l’opposizione tra l’indirizzo politico, volto a espandere oltre ogni criterio di proporzionalità le misure a vario titolo limitative della libertà e le supreme giurisdizioni, tese invece a riaffermare i limiti oltre i quali neppure la discrezionalità del legislatore può spingersi, violando l’equilibrio, costituzionale o convenzionale secondo i casi, tra diritti di libertà ed esigenze di repressione dei reati.

Riforme penale recenti e ipertrofia delle misure “punitive”


Particolarmente espressiva della tendenza legislativa “ipercriminalizzatrice” che sopra abbiamo descritto è la legge n. 43 del 2019 sul voto di scambio, che gioca sulla combinazione tra inasprimento delle pene ed estensione dell’ambito di applicazione della fattispecie incriminatrice, con un effetto complessivamente iper-punitivo.

La legge, infatti, da un lato ricomprende nel suo spettro applicativo i casi di voto di scambio realizzati tramite intermediari, quelli fondati sulla promessa non solo di denaro e ogni altra utilità, ma anche sulla "disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione mafiosa". Dall’altro, inasprisce ulteriormente la pena edittale che passa dalla reclusione da 6 a 12 anni alla reclusione da 10 a 15 anni, aggiunge un'aggravante ulteriore, per il caso di effettiva elezione del protagonista dello “scambio” e introduce la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Si tratta, evidentemente, di un inasprimento complessivo difficilmente compatibile con il principio di proporzionalità tra disvalore del fatto e pena, considerando che si tratta di un reato di pericolo, che cioè anticipa in misura rilevante la soglia di punibilità in funzione eminentemente preventiva.

La L. 3/2019, definita – con termine spregiativo e marziale – “spazza-corrotti” ha introdotto un complesso di misure tali da aggravare complessivamente, in misura esponenziale, il trattamento sanzionatorio per alcuni dei più gravi reati contro la pubblica amministrazione. Anzitutto, vengono rese perpetue –in caso di condanna superiore a soli due anni di reclusione - misure interdittive particolarmente afflittive, quali l'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione e l'interdizione dai pubblici uffici. L'interdizione dai pubblici uffici, addirittura, permane anche in caso di riabilitazione del condannato, per ulteriori sette anni. Si tratta di previsioni di assai dubbia legittimità costituzionale, in primo luogo in quanto prevedono pene fisse, in contrasto con i principi di proporzione tra reato e sanzione e con lo stesso canone di eguaglianza-ragionevolezza, a fronte dell’applicabilità della stessa misura accessoria per reati di disvalore assai disomogeneo.

In secondo luogo, la persistenza di tali effetti penali della condanna per un periodo di tempo (sette anni) così lungo pur successivamente alla riabilitazione – funzionale, appunto, al reinserimento sociale effettivo di un condannato che abbia dato buona prova di sé - contrasta con la ratio e il fine di questo fondamentale istituto, diretta espressione del principio rieducativo della pena di cui all’art. 27 Costituzione.

Si aumenta poi la pena per: il delitto di corruzione per l’esercizio della funzione, la cui cornice passa da uno a sei anni a una che oscilla dai tre agli otto anni; il delitto di traffico di influenze illecite, il cui massimo passa da tre a quattro anni e mezzo; il delitto di appropriazione indebita, prima sanzionato con la reclusione fino a tre anni, ora da due a cinque anni(oltre alla multa).

Inoltre si consente al giudice dell’impugnazione, anche in relazione ai delitti di corruzione, di accertare la responsabilità dell'imputato nonostante la prescrizione del reato, per provvedere alla confisca allargata del denaro o dei beni frutto dell'illecito.

Ma la modifica più rilevante attiene alla ricomprensione dei delitti di corruzione, concussione e peculato fra quelli cui si applica il divieto (originariamente previsto per i reati di mafia) di concessione dei benefici penitenziari in assenza di collaborazione. Come per i più gravi delitti associativi, dunque, anche per questi reati la pena dev’essere non solo assai elevata, ma deve anche essere il carcere tout court senza alcuna misura alternativa.

Oltre ad essere ingiustificatamente draconiana, tale previsione è anche irragionevole in quanto parifica i reati da colletti bianchi a quelli associativi richiedendo, come per questi, la collaborazione e quindi la dissociazione dal gruppo criminale di appartenenza, che però appunto per i delitti di corruzione generalmente non esiste, prescindendo tali reati da alcuna struttura associativa. Tale previsione è di dubbia legittimità costituzionale, per l’assenza di evidenze effettive sulla possibilità stessa di una collaborazione utile per reati di questa natura, con l’effetto di precludere l’accesso a misure alternative. In particolare nel caso di un reato monosoggettivo come il peculato o dalla struttura unilaterale come la concussione, non è dato capire quale collaborazione ci si possa attendere.

L’inserzione di questi reati nella categoria dei reati ostativi di cui all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario ha, del resto, anche un risvolto processuale: l’esclusione della sospensione dell’ordine di esecuzione. Dunque, anche qualora la misura della pena inflitta consenta sin da subito l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare, i condannati per questi reati devono comunque essere soggetti alla reclusione. Si prosegue in tal modo l’irragionevole equiparazione – già operata con l’inserzione dei reati di corruzione nel codice antimafia – dei delitti da colletto bianco ai più gravi delitti di criminalità organizzata.

Per quanto gravi e caratterizzati da un rilevante disvalore sociale, i primi sono infatti incomparabili (per gravità, effetti sociali, finanche struttura) rispetto ai secondi e, soprattutto, ne differiscono quanto a esigenze processuali e penitenziarie. Si tratta di previsioni irragionevoli e di dubbia compatibilità con il finalismo rieducativo della pena, come accade per l’intera categoria delle preclusioni e degli automatismi ostativi alla concessione di misure non solo volte a individualizzare la pena concretamente eseguita tenendo conto dell’evoluzione della personalità del condannato (e non solo del mero titolo del reato ascritto), ma anche maggiormente idonee a favorirne (proprio perché non de socializzanti) il reinserimento sociale e, quindi, anche a prevenirne il rischio di recidiva.

Evidente, anche in questo caso, la logica nettamente contraria a quella ispiratrice della riforma penitenziaria Orlando che, infatti, è stata disattesa dalla maggioranza successivamente formatasi dalle urne, nell’esercizio della delega legislativa in materia.

L’estensione ai reati da colletto bianco di istituti e deroghe pensati (non senza dubbi di legittimità costituzionale) per il crimine organizzato, appare quindi più una misura simbolico-propagandistica che il frutto di una ragionata scelta di politica criminale.

Infine, la legge ha introdotto un’incisiva revisione della disciplina della prescrizione del reato (applicabile da gennaio 2020), il cui corso viene sospeso dopo la condanna di primo grado o il decreto penale. Si tratta, evidentemente, di una forma di “ergastolo processuale” (com’è stata definita in sede di audizione sul testo) incompatibile con la ratio e la finalità dello stesso istituto della prescrizione, fondato sull’idea del naturale venir meno dell’istanza punitiva a distanza di un lasso di tempo sufficientemente lungo dalla commissione del fatto e sull’esigenza di non giudicare persone che, in considerazione del tempo trascorso, possono aver intrapreso un percorso tale da renderle radicalmente “altre” rispetto alla soggettività espressa con la commissione del reato. Naturalmente, tale misura estende ulteriormente i presupposti per la detenzione nei confronti di imputati i quali diverrebbero, in tal modo, “eterni giudicabili” e come tali soggetti anche, ove ne ricorrano i presupposti, all’applicazione di misure cautelari di tipo anche custodiale.


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Una significativa combinazione di norme incriminatrici e di misure formalmente non penali ma notevolmente afflittive è poi sottesa al dl sicurezza-bis (n. 53/2019, convertito con modificazioni dalla l. 77/2019). Il decreto è stato oggetto di rilievi da parte del Capo dello Stato proprio nella parte in cui, tra l’altro, ha previsto l’esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto nelle ipotesi di resistenza, violenza, minaccia od oltraggio a pubblico ufficiale, con un risultato sanzionatorio incompatibile con i principi di proporzionalità e individualizzazione delle pene. In tal modo, infatti, si esclude l’apprezzamento – possibile per tutti i reati per i quali sia prevista una pena non superiore a cinque anni nel massimo - della sostanziale inoffensività di condotte che si riferiscono, peraltro, a una categoria estremamente ampia e disomogenea di funzionari pubblici, statali, regionali, provinciali e comunali nonché di soggetti privati incaricati di pubbliche funzioni, qualificati – secondo la giurisprudenza - pubblici ufficiali, sempre o in determinate circostanze. Tra questi – come sottolinea il Presidente della Repubblica - i vigili urbani e gli addetti alla viabilità, i dipendenti dell’Agenzia delle entrate, gli impiegati degli uffici provinciali del lavoro addetti alle graduatorie del collocamento obbligatorio, gli ufficiali giudiziari, i controllori dei biglietti di Trenitalia, i controllori dei mezzi pubblici comunali, i titolari di delegazione dell’ACI allo sportello telematico, i direttori di ufficio postale, gli insegnanti delle scuole, le guardie ecologiche regionali, i dirigenti di uffici tecnici comunali, i parlamentari. In tal modo, dunque, anche condotte del tutto bagatellari ritenute da tali soggetti lesive dovranno essere necessariamente soggette a una sanzione che può giungere sino a tre (oltraggio) o cinque anni (violenza, minaccia, resistenza).


C14. Grafico 4 • Detenuti presenti per posizione giuridica


Nella valutazione complessiva di inasprimento delle reazioni dell’ordinamento avverso alcuni comportamenti, non vanno trascurate neanche le sanzioni formalmente amministrative, ma da definire parapenali o punitive secondo i criteri della Cedu (proprio per sfuggire alla “truffa delle etichette”, volta a qualificare come amministrative sanzioni assai afflittive, essenzialmente per privarle delle garanzie del processo e del diritto penale). Significativo, in tal senso, questo decreto-legge, che ha aumentato 15 volte nel minimo e 20 nel massimo la sanzione (solo formalmente) amministrativa per la violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali, raggiungendo il milione di euro e prevedendo la confisca della nave senza neppure più la necessità dell’iterazione della condotta.

Carcere, alternative, pericolosità presunta


Pochi giorni dopo il rigetto del ricorso del Governo italiano, da parte della Corte europea dei diritti umani, avverso la pronuncia sul caso Viola, la Corte costituzionale ha esaminato la questione di legittimità costituzionale della disciplina penitenziaria dei “reati ostativi”, la condanna per i quali preclude cioè, in assenza di collaborazione con la giustizia (ovvero, per i casi nei quali essa risulti impossibile od oggettivamente irrilevante, l’acquisizione di elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con il crimine organizzato) l’accesso a misure alternative e benefici penitenziari. La norma delinea infatti una presunzione di pericolosità del detenuto, suscettibile di essere vinta solo in presenza di condotta collaborativa o di accertamento, appunto, della rescissione dei legami con l’organizzazione criminale di appartenenza. Ogni altro elemento altrimenti valutabile ai fini dell’accertamento della pericolosità sociale del detenuto risulta, così, irrilevante.

Gli effetti di tale previsione si aggravano, naturalmente, nel caso di condanna all’ergastolo, rendendola davvero un “fine pena mai”, una forma di negazione totale di quella possibilità, anche solo remota, di reinserimento sociale cui le sanzioni penali devono tendere. L’eccezione di costituzionalità sottoposta alla Consulta era stata, peraltro, sollevata proprio da un ergastolano, non collaborante, ristretto da 24 anni, cui erano stati preclusi (oltre alla liberazione condizionale), i permessi premio, in virtù del titolo di reato (appunto ostativo) per cui aveva riportato condanna.

All’udienza del 22 ottobre, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4-bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Il tutto sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.

In questo caso la Corte – attenendosi ai limiti della richiesta dei giudici che avevano sollevato l’eccezione – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” che vieta, appunto, l’accesso a tali benefici ai condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis (mafia, terrorismo, ma come detto oggi anche reati di tipo diverso quali quelli contro la pubblica amministrazione ecc.) non collaboranti.

In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante, ostativa alla concessione dei permessi premio, potrà dunque essere superata dalla valutazione positiva, da parte del magistrato di sorveglianza, in ordine all’assenza di partecipazione attuale all’associazione criminale, nonché del pericolo del ripristino dei collegamenti con questa.

Dal momento che la sentenza conferma l’idea della valenza generale del principio sotteso alla decisione, ovvero della incostituzionalità (già affermata per altri versi dalla Corte) dei rigidi automatismi penitenziari e delle presunzioni generali di pericolosità, non temperate da sufficienti possibilità di confutazione in concreto, è possibile attendersi un’estensione, in futuro, della declaratoria di illegittimità anche rispetto alla preclusione della concessione di misure alternative alla detenzione(3).

Anche rispetto a tale preclusione, infatti, non si giustifica una presunzione assoluta di pericolosità per il sol fatto della mancata collaborazione del detenuto, in contrasto con il principio di individualizzazione della pena e della sua tensione al reinserimento sociale, certo impossibile nel caso di ergastolo ostativo che non consenta, appunto, l’ammissione alla liberazione condizionale. Sarebbe, certo, auspicabile un intervento legislativo organico che, facendo tesoro dei principi affermati dalla Corte EDU e dalla Consulta, proceda a una revisione puntuale della disciplina penitenziaria dei reati ostativi, eliminando le preclusioni e le presunzioni di pericolosità incompatibili con la finalità rieducativa e con il principio di individualizzazione della pena.

In ogni caso, anche nella sua portata attuale, il principio di diritto affermato dalla Consulta avrà un’incidenza rilevante, se non altro perché riguarda potenzialmente una platea assai ampia di soggetti. Attualmente, infatti, risultano essere 957 i condannati all’ergastolo per reati ostativi. Risultano invece 1.150 i collaboratori di giustizia e 4.592 i soggetti (compresi i familiari) soggetti a misure di protezione. In un anno (tra il 2017 e il 2018) 111 membri di associazioni mafiose e 7 testimoni hanno scelto di collaborare.

Rilevante, in linea generale, l’auspicio espresso dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa (CPT) il 21 gennaio 2020, in favore dell’abolizione della misura dell'isolamento diurno quale sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell'ergastolo. Invita inoltre le autorità ad avviare una "seria riflessione" sul 41-bis, "al fine di offrire ai detenuti un minimo di attività utili e di porre rimedio alle gravi carenze materiali osservate nelle celle e nelle aree comuni delle sezioni 41-bis visitate". Il Comitato ritiene, peraltro, che "fattori quali la sospensione delle regole del trattamento riservato ai detenuti nel regime '41-bis', le persistenti carenze materiali, la mancanza di privacy, i gruppi di socialità binari e il prolungamento automatico di tale misura impongano di avviare una seria riflessione sul bilanciamento tra le esigenze di lotta alla criminalità organizzata e il rispetto del concetto della funzione rieducativa della pena, alla luce dell'articolo 27 della Costituzione italiana"

“Folli-rei” e “rei-folli”


Con sentenza 99 del 2019, la Corte costituzionale è intervenuta a colmare le lacune presenti nella disciplina del trattamento sanzionatorio degli autori di reato affetti da patologie psichiche, suscettibili di privare costoro, in alcune ipotesi, delle garanzie necessarie a non subire una reazione sanzionatoria unicamente retribuzionista e carente di ogni reale dimensione rieducativa.

Il caso riguardava un detenuto che, negli ultimi sei anni di detenzione, aveva sofferto di una patologia psichica e aveva visto negarsi tanto il ricovero in una REMS (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) quanto la detenzione domiciliare, non rientrando il suo caso in alcuno di quelli che consentono l’applicazione di tali misure.

Il ricovero nelle Rems (che contano 32 centri, per una capienza complessiva di 600 posti) è, infatti, possibile solo per detenuti nei quali la malattia psichica si sia manifesti precedentemente alla sentenza di condanna e non invece per coloro che risultino affetti da una patologia psichica sopravvenuta alla pronuncia. Le strutture di cura sarebbero, quindi, limitate ai soli “folli-rei” (come prima venivano definiti, con terminologia positivista) e non anche ai “rei-folli”.

Per altro verso, ai detenuti – quali il ricorrente - tenuti a scontare pene superiori ai quattro anni, sarebbe preclusa anche la strada della detenzione domiciliare “ordinaria” di cui all’art. 47-ter, comma 1, lettera c, ordin. penit., prevista per tutti i detenuti gravemente malati con una pena residua inferiore a quattro anni.

Nemmeno il rinvio obbligatorio o facoltativo della pena, di cui agli artt. 146 e 147 cod, pen. sarebbe stato possibile nel caso di specie, non versandosi nelle ipotesi di “grave infermità fisica” previste dalla norma. Ragione che impedisce anche l’applicazione della detenzione domiciliare cosiddetta “in deroga” (rispetto, cioè, ai limiti di pena previsti per quella ordinaria), che presuppone parimenti la sussistenza di un’infermità fisica.

Ebbene, la Corte censura proprio questa limitazione e la lacunosità della norma, nella parte in cui non prevede che la detenzione domiciliare “umanitaria” sia disposta anche nelle ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta.

Si tratta di una sentenza importante, che seguendo l’indirizzo recente della Consulta, volto ad ammettere pronunce additive anche in presenza di una pluralità di soluzioni (non, dunque “a rime obbligate”), colma una lacuna suscettibile di pregiudicare i diritti di molti detenuti affetti da patologia psichica sopravvenuta (e non sono casi rari).

In tal modo, la Corte completa il quadro delle soluzioni innovative offerte dalla legge n. 81 del 2014, che ha sancito la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, ha previsto un termine per l’applicazione delle misure di sicurezza detentive (prima di durata indeterminata), ha escluso l’handicap sociale (i fattori di fragilità socio-economica) dal novero dei parametri in base ai quali valutare la pericolosità sociale e ha individuato nel ricovero in strutture a carattere terapeutico e non eminentemente custodiale (le Rems, appunto) la misura applicabile ai soggetti prosciolti per infermità mentale totale o parziale, la cui attuale pericolosità non ne consente il solo affidamento a programmi terapeutici individualizzati.

Resta, tuttavia, la difficile attuazione della legge, che sconta soprattutto la carenza dei servizi psichiatrici territoriali, ai quali invece la nuova disciplina affida un ruolo centrale nel gestire una quota importante dei casi suscettibili di verificarsi.

Il caso


Marcello Viola è in carcere dal 1992, con una prima condanna per omicidio con aggravante mafiosa (sentenza divenuta definitiva nel 1999) e una seconda in seguito al “processo Taurus”. E’ stato coinvolto negli eventi che hanno visto contrapporsi la cosca Radicena e la cosca Iatrinoli a partire dalla metà degli anni ‘80 ed è stato protagonista di primo piano della cosiddetta “seconda faida di Taurianova”, una delle più sanguinose lotte di mafia, consumata tra il 1989 e il 1992. Condannato infine all’ergastolo oltre che a 15 anni di reclusione per omicidio, sconta la pena in regime di 41 bis dal 2000 al 2006. Nei suoi quasi 28 anni di carcere, ha conseguito tre lauree – prima in biologia e poi in medicina e chirurgia – al punto di essere ora soprannominato il “boss chirurgo”. Dal 2000 ha avviato una battaglia legale per essere ammesso a benefici penitenziari (e, prima, ottenere la revoca del 41 bis), adducendo di aver reciso i contatti con la cosca di riferimento, nonostante l’assenza di una collaborazione ritenuta idonea.

Il 13 giugno 2019 il suo ricorso alla Corte europea dei diritti umani è stato accolto, avendo la Prima sezione della Corte ritenuto che la scelta di non collaborare non sempre sia espressione di una opzione libera e “volontaria di adesione ai valori criminali e di mantenimento di legami con l’organizzazione di appartenenza”, confermando dunque la non sacrificabilità di quel “diritto alla speranza” che la Corte di Strasburgo ha spesso evocato in materia penitenziaria. Lo scorso ottobre la Corte ha poi rigettato la richiesta del Governo italiano, presentata ai sensi dell’art. 43 della Convenzione EDU, di rinvio alla Grande Camera, consolidando così gli effetti della decisione di incompatibilità con l’art. 3 della Convenzione della disciplina dell’ergastolo ostativo, come interpretato appunto (anche) nel caso Viola.

Note


(1) - Risulta peraltro che circa il 27% dei detenuti italiani sia sottoposto a terapia psichiatrica, come denuncia l’associazione Antigone, con un tasso di suicidi assolutamente rilevante e che nel 2019 ha raggiunto la quota dei 46 episodi.

(2) - intervista su Avvenire, 17 aprile 2019, p. 13

(3) - per il testo della sentenza., cfr. https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=253

Andrea Cirino e Claudio Renne

Andrea Cirino e Claudio Renne

(Torino, 1978 - ) (Novara, 1975 - Torino, 2017)
QUANTO VALGONO I DIRITTI DEI DETENUTI? ANDREA E CLAUDIO VENNERO LETTERALMENTE TORTURATI DOPO UN ALTERCO CON UN AGENTE DI POLIZIA PENITENZIARIA: FURONO COSTRETTI A STARE SENZA VESTITI A DICEMBRE, SENZA CIBO NÉ ACQUA, PRIVATI DEL SONNO E PESTATI A SANGUE

Quanto valgono la vita e la dignità di un detenuto? Molto poco, specie se, di fronte ad evidenti casi di torture e maltrattamenti, le vittime non possono o non riescono a ottenere giustizia. La storia di Andrea Cirino e Claudio Renne è, a riguardo, a dir poco emblematica. Nel dicembre del 2004 erano entrambi detenuti nel carcere di Asti per reati contro il patrimonio. Era il 10 di quel mese quando Andrea Cirino ebbe un diverbio con uno degli agenti per un motivo non particolarmente grave; fatto sta che che iniziò un litigio nel quale interviene anche Claudio Renne per difendere Cirino. Lo scontro venne presto sedato e la vicenda sembrò terminare lì. Ma in carcere può non funzionare così. Il carcere di Asti non aveva una sezione di massima sicurezza, ma erano comunque disponibili delle celle non attrezzate in un’area separata. Venivano utilizzate come “celle lisce”, celle completamente vuote dove si pestavano più o meno regolarmente i detenuti. Fu questa la sorte toccata ad Andrea e Claudio. Vennero trascinati malamente in due celle lisce e lì vennero innanzitutto riempiti di botte. Ma calci, schiaffi e pugni furono solo l’inizio. Era dicembre, come dicevamo, e le temperature non erano esattamente miti. Quasi completamente senza vestiti, i due detenuti vennero lasciati nelle celle - sprovviste anche di letto e coperta - con le finestre aperte. Venne data loro la minima quantità di acqua necessaria alla sopravvivenza e quasi niente cibo. Veniva loro impedito di dormire, con gli agenti di turno che facevano in modo di tenerli svegli con urla e insulti. Diverse volte al giorno, poi, le “visite” dei poliziotti penitenziari e le botte e i calci in faccia. Finché, un giorno, Andrea Cirino si sveglia in ospedale con il collo completamente viola. “Tentato suicidio”. Peccato che non ricordasse nulla di quella sera - tranne un piatto di pasta “sospetto” consegnatogli dagli agenti - e non avesse a disposizione nulla nella cella con cui avrebbe potuto impiccarsi.

Questa vicenda non è un caso isolato. Moltissime, la maggior parte forse, non vengono neanche denunciate dalle stesse vittime. Oppure finiscono nel dimenticatoio, per un motivo o per un altro, principalmente perché la parola e la denuncia di un detenuto vale molto poco. Sarebbe stato il destino anche di questa storia se un’intercettazione partita per motivi completamente estranei (un’indagine su un traffico di droga interno al carcere nel quale erano coinvolti alcuni agenti) non avesse rivelato la “prassi” delle violenze contro i detenuti, compreso il caso di Claudio e Andrea. Ma ai tempi del primo processo il reato di tortura non era presente nell’ordinamento italiano: da qui il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, nel 2017, stabilisce come i due detenuti avessero subito vere e proprie tortura nel carcere di Asti, ammonendo l’Italia e costringendola a risarcire Andrea e Claudio. Il risarcimento di quest’ultimo andrà alla figlia: Claudio morì ad inizio 2017, senza vedersi riconosciuta non tanto la somma pecuniaria, quanto piuttosto il diritto alla dignità e al rispetto.