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Persona e disabilità

Il punto della situazione


In Italia il 30% dei cittadini con limitazioni funzionali è a rischio povertà ed esclusione sociale (a fronte del 25,5% delle persone senza limitazioni). Questo il dato che emerge dalle statistiche sulla condizione delle persone con disabilità in Europa, recentemente pubblicate da EUROSTAT.


C7. Grafico 1 • Indicatori di rischio di povertà o esclusione sociale AROPE* per livello di limitazione dell'attività, 2018


E’ evidente come nell’attuale contesto, in cui povertà ed esclusione sociale sono in continua crescita, le persone con disabilità (che sono circa 3 milioni e 100 mila, il 5,2% della popolazione del paese), sono maggiormente esposte e colpite da questi rischi, con tutte le conseguenze che ne derivano.


C7. Grafico 2 • Persone con limitazioni gravi nelle attività abitualmente svolte per Regione e sesso (2017)


Relativamente alla situazione delle famiglie con persone con disabilità, l’ISTAT, inoltre, segnala una elevata difficoltà di partecipazione al mercato del lavoro, pari a quasi tre volte quella media nazionale (il 27,9% rispetto al 9,9%), rilevando come: “Le politiche di natura passiva previste dal sistema sociale sembrano inadeguate a garantire l’inclusione sociale dei disabili e delle loro famiglie, in quanto sottovalutano le effettive esigenze di tali famiglie: esse sostengono maggiori costi indotti dalla presenza della disabilità, e manifestano una minore partecipazione al mercato del lavoro”.

Nonostante la situazione sia particolarmente critica, non paiono ancora esser state definite (o attuate, come nel caso del Secondo Programma di Azione), misure strutturali per farvi fronte, soprattutto in relazione al diritto al lavoro (strettamente correlato ai diritti alla vita indipendente e alla partecipazione), dove permangono gravi disparità e barriere, pur essendo passati 20 anni dalla promulgazione della Legge 68/99, con cui era stato introdotto il sistema del collocamento mirato.

Con il cambiamento di Governo, conseguente alla crisi consumatasi nei mesi estivi, non paiono doversi segnalare particolari novità. Il mancato rinnovo del Ministero delle disabilità si è risolto con l’assunzione delle diverse deleghe in tale ambito direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha istituito, con decorrenza dal 1 gennaio 2020, l’Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità. Le croniche carenze di fondi e investimenti sono evidenti anche nell’ultima legge di bilancio (legge 27 dicembre 2019, n. 160), che il Presidente della FISH, una delle principali associazioni nazionali di rappresentanza delle persone con disabilità, ha stigmatizzato con dure parole: “Abbiamo individuato una strategia e delle azioni da intraprendere da gennaio 2020 con la cabina di regia presso la Presidenza del consiglio dei ministri per le reali politiche attive a favore dei disabili, ma si rischia di costruire delle norme che senza fondi non avranno un’applicazione concreta. Diamo davvero pari opportunità a tutti, ma si può fare solo con investimenti importanti. Altrimenti continueremo solo a lanciare spot propagandistici, creando situazioni di segregazione sociale”.

L’analisi di Handylex sulla legge di bilancio rileva, inoltre, il paradosso dei fondi stanziati per la redazione del “Codice della disabilità” (una norma che dovrebbe raggruppare, rendere omogenee e attuali, le diverse disposizioni in materia di disabilità), ossia nella “fiduciosa” prospettiva di realizzare questo Codice se ne istituisce anticipatamente il Fondo (denominandolo “per la non autosufficienza” creando confusione con quello omonimo già esistente), dove si accantona “oltre mezzo miliardo in tre anni che tuttavia non potrà essere speso prima dell’approvazione del Codice - di cui ad oggi non v’è traccia, abbozzo, schema - e degli immancabili decreti attuativi ed applicativi”.

Per quanto riguarda l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici e negli spazi urbani, potrebbe essere utile a sbloccare una situazione ferma ormai da anni, il riferimento contenuto nella legge di bilancio (art. 1, commi 28, 46) alla redazione da parte dei comuni inadempienti del PEBA (Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche l. 41/1986), come precondizione per l’accesso a una serie di contributi.

Nel corso del 2019 si sono celebrati il decennale della legge 18/2009 ("Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità"), il ventennale della legge 68/1999 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), e il trentennale della legge 13/1989 (“Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”), tuttavia i ritardi e le carenze che si rilevano nel predisporre misure adeguate per la loro attuazione, evidenziano il permanere di una situazione che si potrebbe definire di “discriminazione strutturale o sistemica” per le persone con disabilità, presupposto, spesso, di aggressioni, violenze e di hate speech (discorsi d’odio) sui social.

Sembra sempre più importante e urgente l’avvio, come ammoniva Stefano Rodotà, di “una battaglia culturale, una pratica educativa, una tensione morale”(1), per la realizzazione di una società realmente inclusiva, in cui sia riconosciuto il valore del contributo di ciascuno e in cui siano garantiti il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti i cittadini.


L’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità


Il 15 maggio 2019 è ripartita l’attività dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità (OND), organo consultivo e di supporto tecnico-scientifico per l’elaborazione delle politiche nazionali in materia di disabilità, che opera nell’ambito dell’ “Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità” (nel precedente Governo operava presso il Ministero per la Famiglia e le Disabilità), l’attuale struttura di supporto di cui si avvale il Presidente del Consiglio dei Ministri per la promozione e il coordinamento dell’azione del Governo in materia di disabilità.

L’Osservatorio è stato istituito dalla legge 3 marzo 2009, n. 18 e, ai sensi dell'art. 3 comma 5 della stessa legge, si occupa di:

  1. promuovere l'attuazione della Convenzione per i diritti delle persone con disabilità (CRPD) di cui all'articolo 1 ed elaborare il rapporto dettagliato sulle misure adottate di cui all'articolo 35 della stessa Convenzione, in raccordo con il Comitato Interministeriale dei Diritti Umani;
  2. predisporre un Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità, in attuazione della legislazione nazionale e internazionale;
  3. promuovere la raccolta di dati statistici che illustrino la condizione delle persone con disabilità, anche con riferimento alle diverse situazioni territoriali;
  4. predisporre la relazione sullo stato di attuazione delle politiche sulla disabilità, di cui all'articolo 41, comma 8, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, come modificato dal comma 8 del presente articolo;
  5. promuovere la realizzazione di studi e ricerche che possano contribuire ad individuare aree prioritarie verso cui indirizzare azioni e interventi per la promozione dei diritti delle persone con disabilità.


Sulla base di questi impegni, il 10 luglio 2019 l’Osservatorio ha approvato il programma triennale delle attività, i cui obiettivi sono:

  1. Realizzare all’interno del governo un meccanismo efficace di coordinamento tra tutti i ministeri e le Agenzie pubbliche che permetta l’applicazione della CRPD in tutti gli ambiti di competenza governativi; 
  2. Selezionare una serie di azioni, all’interno del secondo Programma d’azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità, che siano ragionevolmente realizzabili nel periodo di attività dell’Osservatorio; 
  3. Coordinare l’attuazione del secondo programma biennale, le osservazioni conclusive del Comitato sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite ed i contenuti del Codice della disabilità del governo avviando alcune azioni essenziali per la reale applicazione della CRPD.


Per il raggiungimento di tali obiettivi l’Osservatorio ha individuato nove aree tematiche, suddivise in tredici gruppi di lavoro:

1. Non discriminazione. 

a. Non discriminazione, riconoscimento della disabilità, accomodamento ragionevole, processo decisionale supportato, Garante dei diritti.

b. Armonizzazione, riordino e semplificazione disposizione legislative in materia di disabilità.

2. Diritto alla vita adulta.

c. Diritto alla vita adulta, progetto personalizzato, empowerment e consulenza alla pari, caregiver.

3. Contrasto alla segregazione.

d. Contrasto alla segregazione, violenza e trattamenti inumani, misure e programmi e servizi per l’abitare civile e vita indipendente.

4. Rete dei servizi per l’inclusione.

e. Salute e diritto alla vita, abilitazione e riabilitazione.

f. Politiche sociali.

g. Educazione.

h. Lavoro e occupazione.

5. Donne con disabilità.

i. Donne con disabilità, contrasto alla discriminazione, prevenzione violenza, occupazione, genitorialità.

6. Accessibilità.

l. Accessibilità, uffici e servizi, ambienti privato, formazione, monitoraggio fondi strutturali, trasporti, informazione e comunicazione, emergenza.

7. Libertà, diritti civili e partecipazione.

m. Libertà, diritti civili e partecipazione, voto, espressione della volontà, vita pubblica, organo consultivo permanente.

8. Monitoraggio.

n. Monitoraggio, statistiche, SDGs, banche dati, agenzie sui diritti umani, indicatori di cui all’art 31 e 33 CRPD.

9. Cooperazione internazionale.

o. Cooperazione internazionale.

Come coordinatore dei lavori dell’Osservatorio è stato nominato Giampiero Griffo, che ne ha così individuato presupposti e prospettive: “Intendiamo basare il nostro lavoro su un approccio nuovo, ciò che si può sintetizzare con un paio di semplici formule: non una logica in cui i diritti dipendono dalle risorse disponibili, ma una logica legata ai diritti umani, concetto di fondo della Convenzione ONU, comparando su tutti i temi possibili la condizione delle persone con disabilità a quella delle persone non ancora disabili, per metterne in rilievo eventuali situazioni discriminatorie o di mancato rispetto delle pari opportunità”.

Una nota negativa nell’avvio dei gruppi di lavoro, come rilevato dallo stesso coordinatore, è legata al fatto che: “Le organizzazioni sindacali presenti nell’Osservatorio hanno ritirato tutte le loro candidature per il coordinamento degli stessi e anche quella sul gruppo riguardante il lavoro”. Eppure proprio tale ambito pare continuare a essere uno dei più critici per le persone con disabilità.


Il lavoro


Nel 2019 la legge 12 marzo 1999, n. 68, ha compiuto 20 anni. La ricorrenza è stata l’occasione per fare un bilancio della legge sul diritto al lavoro delle persone con disabilità, con cui era stato introdotto il sistema del collocamento mirato. Il quadro della situazione che ne è emerso non è stato, tuttavia, dei migliori e sembra esser stato ben sintetizzato nell’editoriale pubblicato da Superando.it “Legge 68: vent’anni di abbandono”, che si apriva con le seguenti considerazioni: “Una norma ispirata e con una visione inclusiva, condivisa nella sua elaborazione e approvazione. Dopo vent’anni, però, il quadro è tutt’altro che positivo. L’esclusione dal mondo del lavoro è una delle principali cause di svantaggio e di marginalità, è una delle più evidenti dimostrazioni di quanto lo stigma, il pregiudizio, le omissioni, i ritardi condizionino ancora le politiche sulla disabilità, i servizi, il contesto produttivo stesso. E anche in questa evidenza vi sono sacche di disparità altrettanto odiose: l’esclusione dal mondo del lavoro, infatti, colpisce in modo ancora più grave le donne con disabilità, le persone con disabilità intellettiva o relazionale, più al Sud che al Nord. Riguarda (eccome) anche le assunzioni presso la Pubblica Amministrazione, e non solo le aziende private”.

Lo studio “Conoscere il mondo della disabilità: persone, relazioni e istituzioni”, pubblicato dall’ISTAT nel 2019, pare confermare ampiamente tale analisi, evidenziando in particolare il “rilevante svantaggio” delle persone con disabilità nel mercato del lavoro: “E’ occupato solo il 31,3% delle persone tra i 15 e i 64 anni con limitazioni gravi contro il 57,8% delle persone senza limitazioni, nella stessa fascia di età. Lo svantaggio è ancora più netto per la componente femminile – risulta occupata solo il 26,7% delle femmine con disabilità mentre per i maschi la quota sale al 36,3% - uno scarto che ripropone le storiche differenze di genere nei livelli di occupazione”.



C7. Grafico 3 • Persone di 15-64 anni e più per presenza di limitazioni, condizione occupazionale, sesso, classe di età, titolo di studio, ripartizione. Media 2016-2017 (%)


Territorialmente la situazione peggiore è quella delle regioni del Mezzogiorno, dove solo il 18,9% delle persone con disabilità sono occupate. Eppure, come lo stesso studio conferma, quando i percorsi d’inserimento lavorativo sono promossi e attivati, recano innegabili vantaggi sociali ed hanno evidenti ricadute sulla qualità della vita delle persone interessate.

A tal proposito, con riferimento all’articolo 19 (“Vita indipendente”), della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con Disabilità, lo studio dell’ISTAT affronta con molta chiarezza la stretta correlazione che lega i due temi del lavoro e della vita indipendente: “l’inclusione sociale passa anche attraverso la possibilità di affrancarsi dalla famiglia di origine, di rompere la dipendenza dai genitori, ampliare la propria rete di relazioni e costituire una propria famiglia. Il dibattito sull’indipendenza e l’autonomia abitativa si è concentrato fino ad ora soprattutto sulla necessità di assicurare un futuro alle persone con limitazioni gravi dopo la morte dei genitori, nel momento in cui non ci sono più parenti in grado di occuparsi di loro. Ma l’indipendenza non può essere legata alle condizioni familiari né rimandata al ‘dopo di noi’, al momento in cui cioè vivere senza genitori è una condizione obbligata, in quanto la realizzazione di una vita familiare autonoma è un’esigenza legittima oltre che una tappa fondamentale verso la costruzione di un’identità adulta, indipendentemente dalla presenza di limitazioni”. Chiaramente il tema dell’autonomia familiare non riguarda solo le persone con disabilità, ma è innegabile che la presenza di limitazioni ne riduce ulteriormente le possibilità, configurando una grave forma di esclusione sociale.

Sempre in occasione dei 20 anni della legge 68/99, anche la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha realizzato un interessante rapporto intitolato: “L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità in Italia”, una fotografia del collocamento mirato realizzata attraverso l’elaborazione dei dati relativi alle dichiarazioni PID (Prospetto Informativo Disabili), che le aziende con più di 14 dipendenti sono tenute a inviare, analizzando la situazione dei 360 mila (al 2018) occupati con disabilità dipendenti presso le aziende italiane.

Rifacendosi ai dati ISTAT, anche questo studio evidenzia come: “A vent’anni dall’approvazione della legge sul collocamento mirato (L.68/1999) l’inclusione lavorativa e sociale delle persone con disabilità, pur avendo fatto passi importanti in avanti, resta ancora un traguardo lontano da raggiungere”.

Contestualmente all’accurata analisi dei dati riguardanti i lavoratori e le lavoratrici con disabilità (in prevalenza uomini per il 58,7% e concentrati al Nord), è interessare notare come si evidenzi un elemento particolarmente significativo, ossia che: “a fronte di chi trova un’occupazione, il tema centrale resti ancora a oggi l’inserimento al lavoro di quella quota di persone in cerca o scoraggiata che rischia di restare confinata ai margini del mercato del lavoro dove il sistema di collocamento mirato, perno centrale dell’azione pubblica, incontra molteplici difficoltà”.

Tali difficoltà sono indubbiamente legate a una questione centrale, ossia la enorme differenza tra i numeri relativi all’offerta di lavoro rispetto alla domanda. Sulla base dei dati dell’ultima “Relazione sullo stato di attuazione della legge recante norme per il diritto del lavoro dei disabili”, che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il supporto dell’INAPP, dovrebbe inoltrare a cadenza biennale al Parlamento (l’ultima disponibile riguarda, però, il biennio 2014-2015), il numero degli iscritti alle liste del collocamento mirato ammonterebbe a 775 mila, a fronte, come si è visto, di 360 mila occupati. Tale numero, inoltre, è in aumento negli ultimi anni, anche in relazione alla situazione di crisi che sta attraversando l’economia nel nostro paese (ma non solo), dando l’impressione che: “il sistema sia sempre più in affanno, incapace di dare risposta a una offerta di lavoro che solo nel 30% dei casi riesce a collocarsi; e quando ciò avviene, si tratta per lo più di inserimenti occupazionali che rischiano di vanificarsi nel giro di pochi mesi. Insomma, un meccanismo che rischia sempre più di girare a vuoto finendo per penalizzare quella componente del lavoro - giovani e giovanissimi - che già risulta così residuale nell’occupazione in forza nelle aziende”.

In questa difficile situazione non sembrano giustificabili i 145 mila posti di lavoro “riservati” alle persone con disabilità, ma non ancora coperti dalle aziende tenute al rispetto della L. 68/1999: “Ciò significa che ogni 100 occupati con disabilità vi sono 40 opportunità di lavoro che, se attivate, porterebbero al raggiungimento di 500 mila occupati”. Sorprende, inoltre, il fatto che anche un terzo delle organizzazioni della Pubblica Amministrazione (33,1%) sia inadempiente (in toto, o in parte) agli obblighi di legge.


C7. Grafico 4 • Distribuzione delle aziende tenute soggette ad obbligo di assunzione di persone con disabilità per presenza o meno di scopertura e per tipo di organizzazione. anno 2018 (%)


Evidentemente occorre una maggiore attenzione nel garantire l’applicazione, il monitoraggio e il rispetto della normativa. Tuttavia ciò, seppur necessario, non sarà sufficiente se non si interverrà anche su una dimensione culturale che porta ancora, come affermato nel rapporto dell’ISTAT, a considerare “un problema per la produttività il collocamento di persone con disabilità”. In questa prospettiva è importante assumere la consapevolezza che: “Affrontare il tema dell’occupazione delle persone con disabilità in un modo che rispetti la giustizia sociale, i diritti umani e il lavoro dignitoso, rappresenta perciò un elemento chiave per le economie e le società inclusive”.


Il gioco


Nel mese di maggio 2019, è stato presentato il rapporto “Il diritto al gioco e allo sport dei bambini e dei ragazzi con disabilità”, realizzato dal Gruppo di lavoro della Consulta delle associazioni e organizzazioni presieduta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA), con il supporto tecnico dell’Istituto degli Innocenti. Il diritto al gioco, come un diritto di tutti i bambini, è affermato dalla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica” (art. 31), ed è ribadito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (Legge 18/2009), che all’articolo 30 afferma per gli Stati parti la necessità di adottare misure adeguate a “assicurare che i bambini con disabilità abbiano eguale accesso rispetto agli altri bambini alla partecipazione ad attività ludiche, ricreative, di tempo libero e sportive, incluse le attività comprese nel sistema scolastico”.

Il documento presentato dall’AGIA è, quindi, particolarmente significativo e rappresenta uno dei primi tentativi di analisi su un aspetto centrale “per progredire sulla via dell’inclusione sociale e dello sviluppo personale”, ma che “richiede un importante passaggio culturale che vada a modificare l’idea radicata che nelle persone con disabilità, gioco e sport debbano sempre avere finalità riabilitative, sottolineandone invece le potenzialità di godere di una vita piena e di inclusione della/del bambina/o e del suo processo di crescita nel vivere quotidiano”.

Un dato interessante, anche se non risolve per intero il tema affrontato, è quello relativo all’esistenza in Italia, di solo 234 parchi gioco “inclusivi”, per la maggioranza dei quali (152) l’inclusività si limita alla presenza di un’altalena per carrozzine, utilizzabile “esclusivamente” da bambini con disabilità, evidenziando la necessità di un investimento culturale e di stanziamenti specifici per la realizzazione di una vera accessibilità e inclusività delle strutture e dei giochi. In tal senso, risultano particolarmente eloquenti le riflessioni di due mamme (di cui una con un figlio con disabilità), che si occupano da tempo dell’argomento (http://www.parchipertutti.com/), e che danno questa definizione dei parchi gioco inclusivi: “Sono parchi dove tutti i bambini possono giocare insieme. Parchi privi di barriere architettoniche, parchi dove sono installati giochi il più possibile accessibili e fruibili da parte di tutti i bambini. Bambini che possono correre, bambini che usano la carrozzina, bambini ipovedenti, bambini con disabilità motoria lieve e bambini che amano saltare come grilli. In questi parchi ci sono strutture gioco, (castelli, navi, torri…), con rampe al posto delle scale, i pannelli sensoriali sono posizionati ad altezza tale che possano essere utilizzati anche da chi sta seduto così come le sabbiere o le piste per biglie e/o automobiline. Parchi con tunnel giganti il cui accesso è possibile anche alle carrozzine, giostrine girevoli che possono essere utilizzate da tutti”.

Contenuti simili sono riproposti anche nelle raccomandazioni della Garante, che invita all’attivazione di “azioni che consentano di diffondere una cultura del gioco e dello sport per i bambini e ragazzi con disabilità, attenta a garantire la piena accessibilità e l’inclusione per tutte le tipologie di disabilità, in tutti i contesti e a tutte le età”.

Il lavoro dell’AGIA non si è fermato al Rapporto, ma è stato integrato dalla pubblicazione, nel mese di novembre 2019, del documento di studio e di proposta “I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età”, che riprende nuovamente il tema dell’accessibilità e dell’inclusività degli spazi gioco.

Il documento è stato così presentato dalla Garante Filomena Albano: “Oggi i servizi all’infanzia e all’adolescenza non rispettano standard minimi uguali per tutti. Per colmare tali differenze occorre definire i livelli essenziali delle prestazioni previsti dalla Costituzione. Come Autorità garante ne abbiamo indicati quattro: mense scolastiche per tutti i bambini delle scuole dell’infanzia, posti di nido autorizzati per almeno il 33% dei bambini fino a 36 mesi, spazi-gioco inclusivi per i bambini da zero a 14 anni e una banca dati sulla disabilità dei minorenni”.

Nel capitolo dedicato alla “Diffusione e realizzazione di spazi gioco pubblici con caratteristiche di inclusività”, si va a specificare ulteriormente il tema del diritto al gioco per tutti i bambini negli spazi pubblici che “non può essere garantito assicurando semplicemente un livello minimo di accessibilità degli spazi, ma è strettamente connesso alla possibilità da parte di bambini con disabilità di usare i giochi e divertirsi insieme ai coetanei a sviluppo tipico”. Per ribadire la centralità di quest’aspetto, riguardante la garanzia di un diritto, con riferimento all’articolo 2 della legge 67/2006 la Garante afferma che: “si ritiene che la mancata previsione all’interno delle aree gioco di percorsi e piattaforme di gioco che consentano l’effettivo esercizio dell’attività ludica ai bambini con disabilità arreca loro di fatto una discriminazione, che li pone in una “posizione di svantaggio rispetto ad altre persone”.


Donne con disabilità


Secondo i dati ISTAT 2014, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. La situazione delle donne con problemi di salute o disabilità è ulteriormente critica: “ha subito violenze fisiche o sessuali il 36% di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6% di chi ha limitazioni gravi”. Guardando, poi al rischio di subire stupri o tentati stupri le percentuali raddoppiano: 10% contro il 4,7% delle altre donne.

Sulla base di questi dati, che evidenziavano una situazione preoccupante ma poco indagata, nel 2018 l’associazione Differenza Donna e la FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), avevano avviato il  Progetto Vera (Violence, Emergence, Recognition and Awareness), un’indagine conoscitiva sul fenomeno della violenza di genere sulle donne con disabilità. Il progetto è terminato nel 2019 ed ha interessato 519 donne con disabilità, un campione sicuramente indicativo seppur parziale. Il 20 novembre ne sono stati presentati i risultati che, secondo i ricercatori, “costituiscono un’importante base di riflessione per approfondire il tema della violenza sulle donne con disabilità, finora ancora troppo poco indagato”, mostrando “un quadro per niente rassicurante sul fenomeno della violenza subita”.

Dai dati raccolti si rileva, infatti, che oltre ad una percentuale già elevatissima, il 33% delle intervistate, che ha dichiarato di aver subito una qualche forma di violenza, emergono dalle risposte alle altre domande anche altre forme di violenza subita (violenza psicologica, umiliazioni, insulti, isolamento, ricatto, molestie sessuali, violenza economica, …), che portano la percentuale delle donne con disabilità vittime di violenza a salire sino al 65,3%: “Ciò ad indicare che molto spesso le donne stesse faticano a riconoscere e definire come “violenza” un atto che le danneggia, se non è di natura strettamente fisica o sessuale”. Gli autori delle violenze nella maggior parte dei casi (80%), sono persone vicine alle vittime: partner e/o famigliari nel 51% dei casi, conoscenti nel 21,5% e nel 7,6% di un operatore professionale che assiste la donna con disabilità.


C7. Grafico 5 • Donne con disabilità che hanno subìto almeno una violenza


Una situazione drammatica che, anche se sino a oggi quasi ignorata, ultimamente sembra stia entrando nell’agenda politica. Nel mese di Ottobre 2019 sono state, infatti, approvate all’unanimità dalla Camera dei Deputati quattro mozioni aventi per tema il contrasto alla discriminazione multipla (“nella quale le variabili del genere e della disabilità, intersecandosi, finiscono col produrre dinamiche di esclusione che si alimentano vicendevolmente”), che colpisce le donne con disabilità:

Mozione 1-00243 (Lisa Noja e altri/e); 

Mozione 1-00262 (Francesco Lollobrigida e altri/e); 

Mozione 1-00263 (Giuseppina “Giusy” Versace e altri/e); 

Mozione 1-00264 (Alessandra Locatelli e altri/e).

Il quadro dei temi e degli argomenti trattati, come delle azioni proposte, è molto ampio e trasversale, oltre ad essere strettamente correlato al richiamo costante all’attuazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Viene prestata un’attenzione particolare anche alla questione della promozione di campagne di sensibilizzazione sul tema della discriminazione multipla delle donne con disabilità, recependo l’imprescindibilità di un lavoro culturale nella prevenzione di violenze e discriminazioni, a partire dall’ambito scolastico.

La responsabile del Centro Informare un’H, Simona Lancioni, ha segnalato l’importanza di queste mozioni: “È un fatto di grande rilevanza politica che la Camera dei Deputati abbia affrontato il tema della discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, specie se si considera che non era mai successo prima, …”.


Hate Speech


Disabili nel mirino. In crescita, rispetto al 2018, l’intolleranza contro le persone con disabilità che si impenna con il clamore mediatico attorno alle tematiche legate al mondo della disabilità. Colpisce la sua diffusione a macchia di leopardo in tutta la penisola”. Questo il quadro segnalato dalla quarta edizione della Mappa dell’intolleranza, realizzata da Vox-Osservatorio Italiano sui diritti. Si tratta di un importante progetto finalizzato a mappare l’hate speech (discorsi d’odio) sui social, in particolare su Twitter. Il rapporto segnala anche un preoccupante fenomeno relativo al fatto che anche quando sono diffuse notizie riguardanti fatti ed eventi positivi circa il tema della disabilità “l’attenzione verso queste iniziative ha però generato tweet di intolleranza e odio. Ciò indica una caratteristica importante dei social network: quella di essere in grado di decontestualizzare il messaggio, fino a una sua polarizzazione negativa”.

La gravità di tale fenomeno emerge chiaramente dagli attacchi vigliacchi e particolarmente violenti che ha dovuto subire Valerio Catoia, il giovane nuotatore con sindrome di down, che due anni fa salvò dall’annegamento una bambina a Sabaudia, venendo poi insignito del titolo di Alfiere della Repubblica per questa sua coraggiosa azione. Proprio il coraggio e i riconoscimenti ottenuti da Valerio sembrano avere scatenato l’odio sui social nei suoi confronti, culminato nella creazione di un gruppo facebook finalizzato a insultarlo con frasi del tipo: “guardatelo, sembra un cane” o “doveva morire”.

Sembra particolarmente importante non sottovalutare il progressivo diffondersi dell’hate speech. Per prevenirlo e contrastarlo si dovrebbero avviare azioni su più fronti, dalla denuncia all’adozione di forme di “auto-regolamentazione da parte dei social, dall’analisi delle cause alla costruzione di contro-narrazioni. Ma soprattutto, come richiamato dall’osservatorio Vox, occorrerebbe: “Ripartire dall’educazione civica, ritrovare le parole inclusive, ritrovare i valori fondanti del patto sociale alla base delle nostre democrazie. Nella consapevolezza che trasformare i ragazzi in cittadini è compito difficile. Ma è la vera, grande sfida per costruire un futuro a misura di uomo”.


Violenze e discriminazioni


Continuano a essere numerosi, e di particolare gravità, gli episodi di discriminazioni e violenze subiti dalle persone con disabilità, sempre più spesso diffusi anche sui social. Di seguito un parziale, ma preoccupantemente significativo, elenco:

Dicembre 2019, Ferentino (Frosinone): "Ragazzi autistici? No grazie". L'albergo "Terme di Pompeo- Fontana Olente" cancella la prenotazione per capodanno a una decina di giovani con autismo e alle loro famiglie.

Dicembre 2019, Vibo Valentia, «Ci fanno vomitare, non ceniamo vicino a loro» 3 giovani con sindrome di Down insultati in pizzeria.

Dicembre 2019, Corigliano Calabro (Cosenza), un diciannovenne arrestato e altri tre giovani denunciati per violazione di domicilio e tortura aggravata nei confronti di una persona con disabilità. I video delle violenze erano anche postati sui social dagli aggressori.

Novembre 2019, Palermo, tre quindicenni sono denunciati dalla polizia per stalking, percosse, violenze, minacce e diffamazione, con l'aggravante della disabilità e della minore età della vittima, per gli insulti e le violenze nei confronti di un coetaneo con disabilità e per la pubblicazione dei video delle aggressioni sui social.

Ottobre 2019, Roma, Maestra di sostegno indagata dalla procura di Roma per maltrattamenti su un’alunna con disabilità di quinta elementare.

Ottobre 2019, Cornegliano Laudense (Lodi), i genitori degli alunni di una classe di una scuola elementare tengono a casa i propri figli per protesta contro l’inserimento di una bambina con disabilità.

Giugno 2019, Pratolungo di Gavi (Alessandria), indagati 25 dipendenti di una comunità terapeutica, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, per ingiurie, vessazioni, nonché continui e reiterati comportamenti denigratori "gravemente lesivi della dignità personale” nei confronti delle persone con disabilità ospitate nella struttura.

Giugno 2019, Cotronei (Crotone), la Procura della Repubblica di Crotone avvia un’inchiesta sulla morte di una persona con disabilità ricoverata in una clinica privata e trovata morta per “asfissia da impiccamento incompleto” causata dalle fasce di contenzione con cui era legato al letto.

Maggio 2019, Maglie (Lecce), La procura di Lecce ha aperto un’inchiesta su due poliziotti municipali, per violenza privata, interruzione di pubblico servizio e istigazione al suicidio nei confronti di cinquantenne con disabilità, invalido al 100 per cento. I due agenti devono rispondere anche della diffusione sui social delle loro violenze.

Aprile/Maggio 2019, Manduria (Taranto), sono arrestati due ventenni e sei minorenni (chat di whatsapp "Comitiva degli orfanelli") autori di ripetute aggressioni e violenze (che erano anche filmate e condivise), nei confronti del sessantenne Antonio Stano, persona con sofferenza mentale che morirà il 23 aprile. Nell’ambito dell’inchiesta emerge un altro episodio nei confronti di un cinquantatreenne con disabilità vittima di continue violenze e umiliazioni per cui sono arrestati 8 minorenni e un maggiorenne (chat di whatsapp “Ultima di Carnali”), ritenuti a vario titolo indiziati in concorso dei reati di tortura, lesioni, danneggiamento e violazione di domicilio aggravati.

Marzo 2019, Milano, un passeggero con disabilità è stato costretto da un controllore di Trenord a scendere dal treno su cui stava viaggiando, perché sul convoglio era già presente un’altra persona con disabilità.

Marzo 2019, Torino, due persone con disabilità, padre e figlio, vengono fatti scendere da un tram per “questioni legate alla sicurezza”, in base ad un regolamento che prevede che a bordo possa viaggiare una sola carrozzina.

Marzo 2019, Milano, arrestato ventenne per aver picchiato violentemente, causandogli lesioni permanenti al volto, un giovane con disabilità per uno sguardo “sgradito” mentre si trovava su una panchina del Parco Nord ad ascoltare musica.

Marzo 2019, Cremona, vandalizzato il cartello dei lavori per la nuova sede delle associazioni del Basket inclusivo (Baskin) e di teatro inclusivo (Associazione Giorgia), con il seguente messaggio anonimo: "E quindi? Una marea di handicappati qui, in via Cadore, che magari prendono pure i parcheggi riservati. Avete sbagliato via".

Gennaio 2019, Noicattaro (Bari), tre educatrici e un’insegnante di sostegno dell'Istituto Sant'Agostino di Noicattaro, un centro privato di riabilitazione per bambini autistici e affetti da altre disabilità convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, sono state arrestate e messe ai domiciliari dai carabinieri per maltrattamenti e violenze nei confronti dei bambini ospitati dall’Istituto.


Fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici privati


La legge 9 gennaio 1989 n.13 detta “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”, all’articolo 10 prevede che presso il Ministero per le Infrastrutture e Trasporti sia istituito il Fondo speciale per l’eliminazione e il superamento delle barriere architettoniche negli edifici privati. Dall’anno 2003 il suddetto Fondo non è stato alimentato per cui il Ministero non ha potuto evadere le richieste di contributo trasmesse dalle competenti Regioni che, in taluni casi, hanno provveduto soddisfare le richieste con fondi propri.

Nel 2016, la legge 11 dicembre 2016, n. 232 “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 21 dicembre 2016, all’art.1, comma 140 ha previsto l’istituzione presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze di un fondo tra le cui finalità è anche ricompresa l’eliminazione delle barriere architettoniche.

Con D.P.C.M. 21 luglio 2017 “Riparto del fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, di cui all’articolo 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 settembre 2017, n.226, sono state assegnate al Ministero le seguenti risorse per l’eliminazione delle barriere architettoniche:

- 20 milioni di euro per l’anno 2017

- 60 milioni di euro per l’anno 2018

- 40 milioni di euro per l’anno 2019

- 40 milioni di euro per l’anno 2020

- 20 milioni di euro per l’anno 2021

per un importo complessivo di 180 milioni di euro.

Con Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze 16 ottobre 2017, n.177410 sono stati assegnati sul capitolo di spesa n. 7351, di nuova istituzione nello stato di previsione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, le prime risorse pari, per l’anno 2017, a 20 milioni di euro.

Con decreto interministeriale del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti e dei Ministri concertanti n.67 del 27 febbraio 2018 le risorse del Fondo sono state ripartite tra le singole Regioni.

Nel mese di giugno 2018, la Direzione Generale per l’edilizia statale e gli interventi speciali ha proceduto, per le singole Regioni, con decreti direttoriali all’impegno ed al successivo trasferimento alle Regioni delle somme assegnate per  le annualità 2017 e 2018 come da tabella che segue:


REGIONE

Ripartizione anno 2017

Ripartizione anno 2018

Totale erogato

ABRUZZO

493.290,06

1.479.870,17

1.973.160,23

BASILICATA

1.696.105,22

5.088.315,66

6.784.420,88

CAMPANIA

1.501.032,51

4.503.097,53

6.004.130,04

EMILIA ROMAGNA

3.262.803,27

9.788.409,80

13.051.213,07

LAZIO

2.139.209,88

6.417.629,64

8.556.839,52

LIGURIA

30.595,96

91.787,88

122.383,84

LOMBARDIA

2.814.850,64

8.444.551,93

11.259.402,57

MARCHE

1.260.464,56

3.781.393,69

5.041.858,25

MOLISE

130.683,78

392.051,34

522.735,12

PIEMONTE

2.858.191,11

8.574.573,33

11.432.764,44

PUGLIA

453.491,28

1.360.473,85

1.813.965,13

SARDEGNA

361.890,22

1.085.670,65

1.447.560,87

SICILIA

492.356,20

1.477.068,60

1.969.424,80

TOSCANA

330.858,41

992.575,22

1.323.433,63

UMBRIA

1.231.113,34

3.693.340,02

4.924.453,36

VENETO

943.063,56

2.829.190,69

3.772.254,25

TOTALE

20.000.000,00

60.000.000,00

80.000.000,00

 

La legge 27 dicembre 2017, n. 205 “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 302 del 29 dicembre 2017, all’art.1, comma 1072 ha previsto il rifinanziamento del  fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, di cui all’articolo 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232” per un importo complessivo di 160 milioni di euro, di cui:

- 24 milioni di euro per l’anno 2018

- 15 milioni di euro per l’anno 2019

- 20 milioni di euro per l’anno 2020

- 21 milioni di euro per l’anno 2021

- 15 milioni di euro per l’anno 2022

- 15 milioni di euro per l’anno 2023

- 30 milioni di euro per l’anno 2024

- 20 milioni di euro per l’anno 2025

In ottemperanza all’articolo 1, comma 3, del citato Decreto Interministeriale n. 67 del 2018 che prevede che i fabbisogni, non soddisfatti con la ripartizione in esso contenuta, “potranno essere rifinanziati nel limite delle risorse finanziarie eventualmente stanziate a seguito del riparto del fondo di cui all’articolo 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232, così come rifinanziato dall’articolo 1, comma 1072, della legge 27 dicembre 2017 n. 205” la Direzione competente del Dicastero ha predisposto e trasmesso al superiore Ufficio di Gabinetto il relativo decreto interministeriale di riparto delle risorse tra le Regioni al fine di soddisfare il fabbisogno complessivo inevaso all’anno 2017 pari ad € 50.556.718,46. Le Regioni,  nella seduta della Conferenza Unificata del 28 novembre 2019, ai sensi degli articoli 9, comma 2, lett. e) e 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, hanno preso atto dell’informativa sul criterio di riparto delle somme per le annualità 2018, 2019 e quota parte del 2020 del Fondo speciale di cui all’art. 10 della legge  9 gennaio 1989, n. 13. In data 03/12/2019, il suddetto decreto interministeriale è stato trasmesso per il necessario concerto al Ministero del lavoro e delle politiche sociali ed al Ministero delle finanze.

Le rimanenti somme previste dall’art.1, comma 1072 della legge 27 dicembre 2017, n. 205 pari ad € 109.443.281,54, non distribuite con il predetto decreto saranno ripartite, secondo la scadenza prevista dalla legge 9 gennaio 1989, n.13, successivamente in base ai fabbisogni comunicati dalle singole Regioni. In tale contesto, la Direzione ha avviato la procedura di richiesta dei fabbisogni.


Note

(1) - Rodotà Stefano, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 2012, pp. 228-229.

Gabriella Bertini

Gabriella Bertini

(Dicomano 1940 - Firenze 2015)
“RIBELLARSI È GIUSTO, ORGANIZZARSI È FONDAMENTALE”. RICORDIAMO GABRIELLA BERTINI, PIONIERA NELLA LOTTA PER I DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ E PRIMA DONNA PARAPLEGICA A GUIDARE UN’AUTOMOBILE IN ITALIA

La diagnosi fu un fulmine a ciel sereno per Gabriella. Aveva solo 13 anni quando un’infezione, probabilmente una trombosi spinale, le intaccò il midollo osseo e la privò per sempre dell’utilizzo delle gambe. A 13 anni si è davvero troppo, troppo giovani per metabolizzare una notizia simile. Ma Gabriella era una ragazza forte, nata durante la guerra, in Toscana, e rimasta orfana di padre a 4 anni. Quella che poteva sembrare una sconfitta senza appello si trasformò per lei nel trampolino delle sue battaglie. Non si sarebbe accontentata di “subire” la vita, di fare quel poco che la società si aspettava facesse vista la sua disabilità. E così terminò gli studi e, a 18 anni, divenne la segretaria del professor Milani, che curava proprio un centro di riabilitazione pediatrico per bambini con gravi difficoltà motorie. Nel frattempo si entrava negli anni Sessanta, e si apriva un decennio di lotte e rivendicazioni. La sua lotta diventò la lotta di tutte le persone con disabilità, basata su una richiesta semplicissima: avere i mezzi per condurre la vita che si desidera, senza il peso di uno “svantaggio” dovuto più alla società circostante che alla disabilità. E così divenne famosa quando, nel 1965, acquistò un’automobile, appositamente modificata in modo tale da poter essere guidata senza l’utilizzo delle gambe. Fu la prima donna paraplegica a farne uso in Italia. La sua storia le diede notorietà, dicevamo, e le permise di portare avanti le sue battaglie con ancora più grinta.

Aveva un esempio chiaro e pratico di ciò che voleva: l’ospedale Stoke Mandeville, in Inghilterra, dove le persone paraplegiche venivano non solo curate, ma anche riabilitate al punto tale di poter lavorare e persino fare sport.

Un qualcosa di impensabile, al tempo, in Italia.

“Il programma del centro inglese era una realtà che dava speranza, faceva tornare la gioia di vivere, di muoversi, studiare, lottare”, dirà.

In poche parole Gabriella si rese conto che il suo sogno poteva essere una realtà. In mezzo c’era la lotta: arrivò ad occupare Piazza della Signoria, a Firenze, chiedendo che fosse rispettata la legge sul collocamento lavorativo delle persone con disabilità, ottenendo l’assunzione per ben 300 persone. I contatti con Stoke Mandeville, nel frattempo, le permisero di portare avanti l’implementazione di nuove forme di cura e riabilitazione anche in Toscana. Un progresso enorme in Italia, dove spesso le cure erano approssimative e si poteva morire anche per una piaga infetta. La sua lotta, Gabriella, la portò persino a casa sua, dove insieme al marito Giuseppe creò un vero e proprio centro senza barriere architettoniche: si poteva fare fisioterapia e riabilitazione, ma anche soltanto parlare e confrontarsi. A casa di Gabriella si poteva semplicemente vivere. La sua lotta continuerà sempre con scioperi della fame, occupazioni, manifestazioni, persino poesie. Terminò solo nella primavera del 2015, con la sua morte. Rimane viva, vivissima la sua eredità - pratica e morale - e la sua testimonianza riassumibile in tre parole: lotta, dignità e diritti.