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Libertà di espressione e di informazione

Il punto della situazione


I fatti, gli accadimenti, i necessari interventi giurisprudenziali confermano che nell’anno 2019 la condizione storica, politica, sociale, culturale in cui viviamo non è delle più favorevoli per la libertà di manifestazione del pensiero e più, in generale, per garantire un adeguato bilanciamento tra siffatta libertà e gli altri diritti fondamentali costituzionalmente garantiti e tutelati.


Libertà di stampa: la posizione dell’Italia in classifica


La libertà di espressione e di informazione, declinata nella forma di libertà di stampa, non ha conseguito risultati incoraggianti nel 2019. Il noto storico J. Michelet, nel 1848, scriveva che «La stampa svolge una missione estremamente utile (…) quella di una censura permanente sugli atti del potere». Oggi, più che mai, quel ruolo è a rischio, perennemente in pericolo, sempre minacciato; anche in sistemi giuridici - che si professano – altamente democratici. Emblematica conferma arriva dal World press freedom2019, l’indice mondiale sulla libertà di stampa, pubblicato da Reporters without borders (Rwb), ove si legge che «l’odio nei confronti dei giornalisti degenera in violenza, contribuendo ad aumentare la paura».

Rispetto allo scorso anno, anche se nell’Unione europea si è registrato un significativo peggioramento, l’Italia si colloca al 43esimo posto, migliorando di tre posizioni la propria collocazione in classifica.

Tuttavia, non è un dato poi così rasserenante, stante le sempre più frequenti e accese querelle – soprattutto – tra politici e giornalisti. Molti i professionisti dell’informazione aspramente criticati dalla classe politica, con atteggiamenti offensivi, aggressivi, finanche minacciosi, al punto da arrivare a cedere «alla tentazione di autocensurarsi per evitare le pressioni provenienti dal mondo politico», come si legge nel rapporto dell’organizzazione parigina.

La gravità della situazione emerge in maniera ancor più lampante a fronte del significativo incremento dei cronisti sotto scorta permanente: il doppio rispetto allo scorso anno.

Sul piano territoriale, poi, «il livello di violenza espressa contro i professionisti dell’informazione nella penisola (…) si aggrava soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e in Sicilia, ma anche a Roma e dintorni».

In tale contesto, estremamente critico, allarmante, non può sottacersi l’importanza del ruolo e dell’intervento, sempre più spesso encomiabile, della giurisprudenza comune e della giurisprudenza costituzionale, ma indubbiamente la strada è ancora lunga e non priva di ostacoli.


C1. Grafico 1 • Estratto UE/Balcani della classifica mondiale per la libertà di stampa nel 2019

Il valore del pluralismo democratico nella più recente giurisprudenza costituzionale.


Sin dalle primissime sentenze il giudice costituzionale ha definito la libertà di manifestazione del pensiero come «fondamentale», sottolineando lo stretto e inestricabile rapporto tra il diritto di informare e di essere informato e il pluralismo democratico (cfr., ad esempio, sent. n. 6 del 1965). Nella recentissima sentenza n. 206 del 2019, la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi in materia di contributi finanziari all’editoria, si è espressa negativamente solo perché «tale esigenza non sussiste nel caso in esame, in cui i presidi offerti dall’ordinamento a tutela del pluralismo informativo e del mercato risultano idonei ad assicurare tale valore, cosicché la garanzia del pur fondamentale diritto in questione non impone l’intervento finanziario dello Stato». Ciò non esclude, però, come precisato dalla Corte, che il pluralismo, laddove necessario, non solo dovrebbe essere consentito, ma anche sostenuto dallo Stato. Nella sentenza in esame, poi, il giudice costituzionale ha colto l’occasione per rammentare che «la libertà di manifestazione del pensiero, di cui è espressione la libertà di stampa, costituisce un valore centrale del nostro sistema costituzionale» e che il diritto all’informazione «va determinato e qualificato in riferimento ai principi fondanti della forma di stato delineata dalla Costituzione, i quali esigono che la nostra democrazia sia basata su una libera opinione pubblica e sia in grado di svilupparsi attraverso la pari concorrenza di tutti alla formazione della volontà generale», ribadendo così che l’effettiva garanzia del pluralismo rappresenta la «condizione preliminare per l’attuazione dei principi propri dello Stato democratico».


I limiti alla libertà di espressione nella giurisprudenza comune.


Vero è che la libertà di manifestazione del pensiero rappresenta la pietra miliare di ogni moderno Stato di diritto; «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo», scriveva E. Hall, nella biografia su Voltaire. Nessun dubbio, come sosteneva A. de Tocqueville, che «la democrazia è il potere di un “popolo informato”» e che dunque la libertà di informazione e di espressione rappresenta lo strumento per soppesare la tenuta di ogni Stato democratico.

Ma la democrazia del pluralismo, pur esaltando il prezioso apporto derivante dalla molteplicità delle opinioni, delle idee, dei pensieri, nella loro eterogenea unicità, ripugna le manifestazioni del pensiero intollerabili, lesivi della dignità umana.

Come ogni libertà, essa non è senza limiti: «nessun diritto nasce illimitato e (…) qualunque diritto costituzionale deve confrontarsi con gli altri e con gli interessi della collettività» (M. Luciani, La libertà di espressione, una prospettiva di diritto comparato. Italia, Servizio ricerca del Parlamento europeo. Ottobre 2019). D’altra parte, in ogni Stato democratico, è necessario che la tutela dei diritti sia sempre «sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra di loro» (Corte cost., sent. n. 83 del 2013).

Ecco allora che, per lo più in via giurisprudenziale, è stato elaborato un vero e proprio “catalogo” di limiti alla libertà di manifestazione del pensiero che si aggiunge al limite testuale del buon costume espressamente sancito a livello costituzionale.

Innanzitutto «il limite del rispetto dei valori fondamentali» (Cass., sez. V penale, sent. 22 luglio 2019, n. 32862). In particolare, sul difficile punto di equilibrio da raggiungere tra la lotta all’odio e al pregiudizio razziale, da un lato, e la tutela della libertà di manifestazione del pensiero, dall’altro, è intervenuta, nel 2019, la V Sezione penale della Corte di Cassazione, escludendo che alcune dichiarazioni palesemente diffamatorie rese nei confronti di esponenti dell’etnia rom potessero essere scriminate dalla libertà di espressione. Uniformandosi, poi, alla giurisprudenza della CEDU, la Corte ha considerato non solo legittima ma anche necessaria «l’ingerenza statuale punitiva in presenza di manifestazioni d’odio funzionali proprio alla compressione dei principi di uguaglianza e di libertà». Né tantomeno poteva dirsi che, nel caso di specie, l’esternazione potesse configurarsi quale «critica formulata con le modalità proprie della satira», posto che il linguaggio usato dall’imputato si poneva oltre i limiti della continenza, superando oltre misura lo standard di correttezza e si concretizzava in una vera e propria espressione di disprezzo a danno dell’immagine della vittima, violando così, in modo inequivocabile, i diritti fondamentali della persona umana.

Interpellata sull’identificazione della portata della circostanza aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso, la Corte di Cassazione ha precisato che essa sussiste «non solo quando l’azione, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori, ma anche quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una razza» (Cass. pen., Sez. V, 30 luglio 2019, n. 34815). È dunque evidente che «la libertà di manifestazione del pensiero cessa quando trasmoda in istigazione alla discriminazione e alla violenza di tipo razzista», perché́ «l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi ha un contenuto fattivo di istigazione a una condotta che realizza un quid pluris rispetto alla mera manifestazione di opinioni personali» (Cass. pen., Sez. I, 16 maggio 2019, n. 21409).

In altra occasione, nello stesso anno, la Corte si è poi soffermata sul rapporto tra verità e libertà di cronaca, precisando che «il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero che si specifichi nell’esercizio del diritto di critica ovvero di asserzione di verità deve, comunque, essere contemperato con i principi costituzionali di cui agli artt. 2 e 3 Cost., (…), potendo il reato essere consumato anche propalando la verità, ed essendo sufficiente, ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo, la consapevolezza di formulare giudizi oggettivamente lesivi della reputazione della persona offesa» (Corte cass., Sez. V., 30 luglio 2019, n. 43815).


Il “diritto all’oblio” nel 2019.


Ormai da tempo si discute sulle annose questioni legate al problematico diritto all’oblio. D’altra parte in una società ormai globalizzata in cui la comunicazione, attraverso lo “schermo” di un computer, di un cellulare o di altro dispositivo, consente, facilita, istiga sempre più persone a partecipare al dialogo “pubblico”, credendo di poter manifestare il proprio pensiero su tutto, su tutti e in qualunque forma, la garanzia da apprestare alla privacy e più in generale alla tutela della persona e della dignità umana si fa sempre più pregnante.

Ancora una volta, però, nell’anno in corso vi è l’occasione per ribadire che nessun diritto è assoluto, ma va contemperato con gli altri interessi meritevoli di tutela e garanzia.

È la Corte di giustizia a pronunciarsi sul tema, escludendo che il diritto all’oblio - come garantito dal Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali (“General Data Protection Regulation”, abbreviato in GDPR) – possa avere una portata universale. Secondo la Corte, «il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità» (CGUE, 24 settembre 2019, C-507/17). Nel caso di specie, in particolare, posto che spetta alla discrezionalità degli Stati realizzare il bilanciamento tra l’interesse del pubblico ad accedere alle informazioni da un lato e la tutela della vita privata e la protezione dei dati personali dall’altro, «il diritto dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che il gestore di un motore di ricerca, quando accoglie una domanda di deindicizzazione in applicazione delle suddette disposizioni, è tenuto ad effettuare tale deindicizzazione non in tutte le versioni del suo motore di ricerca, ma nelle versioni di tale motore corrispondenti a tutti gli Stati membri, e ciò, se necessario, in combinazione con misure che, tenendo nel contempo conto delle prescrizioni di legge, permettono effettivamente di impedire agli utenti di Internet, che effettuano una ricerca sulla base del nome dell’interessato a partire da uno degli Stati membri, di avere accesso, attraverso l’elenco dei risultati visualizzato in seguito a tale ricerca, ai link oggetto di tale domanda, o quantomeno di scoraggiare seriamente tali utenti» (CGUE, 24 settembre 2019, C-507/17).


Cyberbullismo": allarmanti i pericoli sul web


Aggressioni per lesioni gravi e minacce personali, offese, ingiurie e aggressioni in rete e in particolare sui social network aumentano vertiginosamente e, nei casi peggiori, rappresentano vere e proprie istigazioni al suicidio. Sono quasi raddoppiate rispetto allo scorso anno le denunce alla polizia postale: il cyberbullismo continua a fare vittime.

Quel che desta maggiore preoccupazione è l’età, sempre più bassa, tanto delle vittime quanto dei cyberbulli.

Secondo il ministero dell’Istruzione, il 70% degli under 14 naviga in rete. «L’età è scesa a 10-11 anni - afferma F. Nomis, responsabile Advocacy nazionale di Save the Children Italia - nonostante sotto i 14, per il trattamento dati, serva il consenso dei genitori e l’età minima fissata dai social sia più alta. Ma non ci sono controlli, oltre al fatto che gli adulti spesso sono meno competenti dei ragazzi».

In base a un sondaggio effettuato dall’Unicef un giovane su tre in 30 Paesi confessa di essere stato vittima di bullismo online, mentre uno su cinque ammette di aver saltato la scuola a causa del cyberbullismo e della violenza.

Secondo i risultati del Microsoft Digital Index che, ogni anno, analizza le attitudini e le percezioni di adolescenti e adulti rispetto all’educazione digitale e alla sicurezza online, l’Italia si classifica, nel 2019, al decimo posto su venticinque per l’esposizione ai rischi che il mondo del web determina.

Molte le iniziative di scuole e istituti, anche tramite il coinvolgimento delle forze di polizia, di istituzioni e di numerose associazioni. Sempre più frequenti le campagne di sensibilizzazione sociale.

Ancora lunga, però, la strada da percorrere per evitare che l’uso irresponsabile e sconsiderato delle parole pregiudichi in modo irreparabile la dignità umana.

Giuseppe Scalarini

Giuseppe Scalarini

(Mantova 1873 - Milano 1948)
LA STORIA DI GIUSEPPE SCALARINI, IL VIGNETTISTA ODIATO DA MUSSOLINI

Mussolini lo aveva sempre odiato. 

Fin da quando, nel novembre del 1914, lo aveva disegnato nella vignetta “Giuda” dove il futuro duce, armato di pugnale e con in mano i trenta denari, si avvicinava alle spalle di Cristo (il Socialismo) per pugnalarlo alle spalle.

Eppure quella vignetta di Giuseppe Scalarini, oltre ad essere straordinaria sul piano artistico, era assolutamente veritiera. Mussolini, infatti, per fondare il Popolo d’Italia aveva ricevuto ingenti somme da vari imprenditori genovesi e milanesi.

Ma, come in altre occasioni, al padre del fascismo la verità non stava per nulla simpatica. E così quella vignetta di Scalarini se la legò al dito e diversi anni dopo gliela fece pagare. Nel novembre del 1926 Giuseppe venne infatti picchiato selvaggiamente a Milano da un squadraccia di camicie nere. Ne uscì con la mandibola fratturata e con una commozione cerebrale. Dopo un breve periodo in ospedale venne arrestato e condannato dal Tribunale speciale al confino, dove resterà fino al 1929. Tornato a Milano diventerà un sorvegliato speciale, e il regime gli impedirà di firmare qualsiasi opera realizzata.

E dire che Scalarini aveva anche una firma speciale, una specie di rebus, essendo composta dal disegno di una scala e dal suffisso rini. Aveva iniziato ad usarla presto, come presto aveva iniziato a disegnare. Nato a Mantova nel 1873, a sedici anni si diploma alle scuole tecniche e dimostra una grande passione per il disegno che lo porterà, pochi anni dopo, a realizzare la sua prima mostra e a trasferirsi prima a Parigi e poi a Venezia.

Di chiare idee socialiste, la sua crescita artistica andrà di pari passo con quella politica. Finì in breve tempo registrato nei casellari della polizia come “frequentatore di affiliati a partiti sovversivi”, sarà condannato per reati contro lo Stato a causa dei suoi disegni antimilitaristi, tema che accompagnerà tutta la sua produzione e che lo porterà a realizzare vignette per L’Avanti, dove la sua firma compare per la prima volta il 22 ottobre 1911, durante la guerra di Libia. Una collaborazione ricchissima, migliaia di vignette, interrotta solo nel 1926 a causa delle leggi speciali.

L’inutilità della guerra, lo sfruttamento degli ultimi, la violenza fascista, la complicità della monarchia e dei capitalisti nella nascita del regime sono tutti temi che tratta fino a quando non viene arrestato, rischiando più volte la vita, essendo destinatario di varie spedizioni punitive.

Dopo il confino verrà nuovamente arrestato nel '40 e internato nel campo di concentramento di Vasto. Tornato in libertà, dopo l’8 settembre sfugge miracolosamente alla polizia di Salò.

Morirà a Milano il 30 dicembre 1948, dopo aver realizzato una vasta e straordinaria produzione artistica.