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Pluralismo religioso

2024 e 2025. L’anno del Giubileo e del cambio del papato


L’analisi dello stato di salute del pluralismo religioso in Italia nel periodo 2024 – 2025 non può non iniziare dalla presa d’atto della particolare connotazione cui tale finestra temporale è stata soggetta dallo svolgersi dei numerosi eventi collegati al Giubileo della Chiesa cattolica. Concentrato sull’anno 2025, già nel corso del 2024 la grande visibilità e l’impatto, non solo mediatico, svolto da tale evento, ha condizionato buona parte del dibattito pubblico ben al di là della mera iniziativa religiosa. Accanto ai numerosi eventi di accompagnamento verso l’apertura dell’anno santo, non può non citarsi il programma politico voluto da papa Francesco espresso nella bolla di indizione del Giubileo ordinario consegnata il 9 maggio 2024 alle Chiese dei cinque continenti, intitolata “La speranza non delude”. In essa si riscontrano proposte dirette al Governo italiano di amnistia o condono della pena ai detenuti o proposta di strategie di lotta alla povertà, come la creazione di un fondo mondiale per l’eliminazione della fame attraverso l’utilizzo delle somme solitamente dirette al sostegno delle spese militari. Se il documento non manca di richiamare ad alcuni dei capisaldi della dottrina cattolica e di programma politico e sociale, quale la lotta alla denatalità e il richiamo alla centralità del sacramento della confessione, non possiamo non notare come l’attenzione alle fasce sociali più vulnerabili, come le persone in condizione di detenzione e i migranti, abbiano continuato ad essere oggetto dell’agenda del pontefice.

Il 24 dicembre 2024 ha costituito il momento dell’apertura ufficiale del Giubileo 2025 sotto il motto “Pellegrini di speranza”. A fronte di una stima governativa che si aggirava intorno ai 105 milioni di presenze, nella prima parte del 2025 i dati non hanno registrato una presenza massiva e l’aspettativa, anche in termini turistici, non ha trovato piena conferma. Un’inversione di tendenza si è, diversamente, registrata in agosto, in occasione del Giubileo dei giovani, con la presenza di oltre un milione di ragazzi e ragazze provenienti dal contesto nazionale e internazionale. Al racconto delle giornate sui principali mezzi di informazione, che hanno restituito un’immagine essenzialmente esperienziale dell’evento, si sono accompagnate riflessioni di maggiore criticità inerenti, ad esempio, alla scarsa tematizzazione del tema della pace, ripreso tuttavia in forma diretta da Leone XIV nell’incontro pubblico a Tor Vergata.

L’anno giubilare ha costituito il contesto evocativo in cui si è inserita la notizia della morte e lo svolgimento dei funerali di papa Francesco. Oltre 400 mila persone hanno preso parte in presenza al rito funebre e per alcune giornate Roma ha ospitato le delegazioni delle agenzie di informazione di tutto il mondo. L’evento va ricordato, tuttavia, non soltanto per la sua valenza religiosa. I funerali di Bergoglio si sono infatti trasformati in un evento strategico dal punto di vista della politica internazionale. Di assoluta rilevanza l’incontro svoltosi all’interno della Basilica di San Pietro tra il presidente degli Stati Uniti Trump e il presidente Zelensky. L’occasione seguiva di poco il disastroso meeting presso la Casa Bianca che aveva determinato un regresso nelle politiche di pacificazione del conflitto russo – ucraino. Con l’intermediazione anche del presidente francese Macron e inglese Stamer, l’evento ha rappresentato un particolare tassello nella più ampia politica di diplomazia religiosa svolta dalla Santa Sede. Di particolare rilevanza l’assenza della premier Meloni, che precedentemente aveva inteso rafforzare pubblicamente il suo presunto ruolo di mediazione strategica tra Europa e Stati Uniti, anche mediante un incontro presso la Casa Bianca.

I funerali di papa Francesco non sono stati soltanto un’occasione di rafforzamento del ruolo strategico della politica internazionale. Sul versante interno, si registra con particolare problematicità la presa di posizione del Governo italiano con riguardo all’indizione del lutto nazionale. Con una decisione inedita, il Governo ha infatti emanato un provvedimento piuttosto stringente, con la previsione di ben cinque giorni di lutto nazionale e altre misure, tra le quali spicca la disposizione di un minuto di silenzio nelle scuole pubbliche, con obbligo di recupero qualora l’evento, celebrato durante il fine settimana del 25 aprile, avesse visto le scuole chiuse, e l’invito a svolgere tutte le manifestazioni pubbliche in modo sobrio e consono alla circostanza. L’atto ha causato numerose proteste legate alle concomitanti celebrazioni del 25 aprile, con prese di posizione dell’Anpi e delle formazioni politiche della sinistra, che hanno confermato lo svolgimento di tutte le iniziative programmate, nonostante l’iniziativa di alcuni comuni a guida centro-destra che hanno cancellato gli eventi sulla scorta delle indicazioni governative. Non può tacersi infine come l’atto governativo sia stato registrato da minoranze religiose e componenti laiche della società come l’ennesimo tentativo di riconfessionalizzazione dello Stato.


La politica del Governo di fronte alla religione. Tra identitarismi e strumentalizzazioni


2024 e 2025 sono stati caratterizzati da una sedimentazione delle politiche di “ri – confessionalizzazione” promosse dal Governo italiano e in generale dall’azione, anche di tipo legislativo, della maggioranza parlamentare, tesa a marcare l’elemento differenziale tra confessioni religiose.

Dopo diversi tentativi e richieste di di dialogo e ripresa dei lavori, il 16 ottobre 2024 si è dimesso in blocco il Consiglio per le relazioni con l’Islam, organismo consultivo composto da accademici ed esperti e operante da più di dieci anni all’interno del ministero dell’interno. Il Consiglio aveva prodotto, nel corso degli anni, importanti documenti (che più volte sono stati oggetto di analisi e commento nelle precedenti edizioni di questo report) e raggiunto risultati diretti alla concreta integrazione e alla costruzione di un islam italiano. La scarsa, se non nulla, collaborazione registrata con il ministro Piantedosi ha comportato tale dimissione. Diverse le prese di posizione, anche dai territori, che rimarcano la sufficienza delle norme già in vigore e che stigmatizzano la strumentalizzazione politica del fenomeno religioso.

Nel 2025 la politica della maggioranza di governo intorno alle questioni relative al dialogo con l’islam ha subito, pertanto, un’importante battuta d’arresto. Allo stesso tempo, la stessa maggioranza ha presentato un disegno di legge diretto a limitare la presenza musulmana in Italia, intervenendo co la proposta di introduzione del divieto del separatismo islamico e per la difesa dei valori occidentali. Il provvedimento contiene in particolare norme che vietano l’utilizzo del velo islamico integrale, sebbene, è il caso di ricordarlo, l’ordinamento giuridico già vieta l’utilizzo di copricapi di ogni natura che non consentano l’identificazione della persona. Più recentemente è giunta alla discussione del Senato un Disegno di legge teso alla presenza e regolarizzazione delle moschee, il loro ruolo politico e sociale. Ciò anche attraverso un più stringente percorso di monitoraggio della formazione degli imam. Sebbene il disegno di legge contenga riferimenti alla tutela della libertà di culto, lo spirito del testo lascia intravedere una concezione ispirata alla politica del controllo dell’islam nel suo complesso. In una direzione del tutto simile va la presentazione di una risoluzione diretta all’introduzione del consenso informato da parte di genitori e famiglie alle attività di incontro, anche al di fuori delle mura scolastiche, con esponenti dell’islam. Il caso è nato da alcuni casi giornalistici connessi a visite organizzate da alcune scuole presso le moschee cittadine, in cui sarebbero state poste in atto azioni religiose non ritenute in linea con la cultura religiosa italiana e senza il consenso genitoriale (ad es. la partecipazione ad una preghiera islamica). Sebbene lo stesso Governo abbia smentito la sussistenza di irregolarità in materia, la risoluzione invita il Governo ad operare nel senso dell’acquisizione di un consenso genitoriale rafforzato ove relativo alla partecipazione a manifestazioni religiose.

Nel 2024 la proposta di legge c.d. “Foti”, diretta alla regolamentazione in modo più stringente la costruzione e l’utilizzo di locali destinati all’uso di moschee o sale di preghiera è stata approvata alla Camera ed è attualmente in discussione al Senato, nonostante le numerose perplessità sul testo, presentate da associazioni religiose e laiche. La limitazione all’utilizzo della categoria delle Aps esclusivamente per le confessioni religiose non appare infatti in linea con i principi costituzionali.

Nel complesso, con la fine dell’esperienza del Consiglio per l’Islam, il tema delle relazioni con tale presenza religiosa hanno segnato un’inversione di tendenza verso il ripristino di una visione politica strettamente securitaria e limitativa dei diritti delle minoranze religiose.


La scuola come luogo dei conflitti


L’importanza strategica della scuola pubblica come luogo di incontro e formazione alle diversità e come palestra di convivenza civile e integrazione di esperienze e culture subisce, non da oggi, delle battute d’arresto. Recentemente l’incontro – scontro in ambito scolastico con il fattore religioso sembra aver polarizzato un dibattito in essere da molti anni.

Nel corso del 2024 e 2025 ha fatto molto discutere la decisione della dirigenza dell’istituto scolastico di Pioltello (Mi) di rimanere chiusa in occasione della fine del periodo di Ramadan. La decisione è stata motivata sul presupposto della presenza di oltre il 40% di studenti provenienti da famiglie musulmane, evento che ha determinato l’opzione per la chiusura preventiva, stante il numeroso tasso di assenze registrato negli anni precedenti, che non ha di fatto consentito lo svolgimento delle lezioni. La disposizione, presa sulla base del principio di autonomia scolastica, che consente una più equa programmazione delle lezioni sulla base delle esigenze del territorio, è stata oggetto di aspre critiche e di una decisa presa di posizione da parte del ministro dell’istruzione e del merito Valditara. La decisione aveva portato nel 2024 anche ad un accertamento ispettivo presso la struttura, in contrasto peraltro con la posizione politica della sindaca di Pioltello, che ha definito la scelta della scuola non solo legittima, ma un vero e proprio atto di civiltà. L’evidente compatibilità della decisione della scuola con il richiamato principio dell’autonomia scolastica ha consentito la riproduzione del medesimo provvedimento anche per il 2025. Rimane, da una parte, il tema della difesa dei valori, tradizioni e identità nazionali, a fronte di un evidente mutamento nel panorama del pluralismo religioso nel paese.

Dello stesso tenore una serie di provvedimenti registrati nel corso del periodo in analisi. Si pensi alla recente proposta nel corso delle elezioni politiche 2025 in Regione Campania di rilancio del crocifisso nelle aule scolastiche; alla recente proposta della Regione Lazio relativa al concorso per il miglior presepe nelle scuole, tesa alla valorizzazione del simbolo delle festività natalizie e delle tradizioni italiane; alle diverse iniziative scolastiche tese alla modifica dei testi delle canzoni natalizie con finalità inclusive. A fronte di polemiche e provvedimenti spesso pretestuosi, si registra la difficoltà di uscire da polarizzazioni spesso divisive. I

l tema della religione nello spazio scolastico non può non riconnettersi all’annosa questione dell’insegnamento religioso confessionale. I dati raccontano di un numero sempre crescente di studenti che non opta per la frequentazione dell’ora di Irc. Nell’anno scolastico 2023 – 2024, circa 1,3 milioni di studenti ha scelto di non avvalersi dell’insegnamento della religione, con importanti differenze tra nord e sud. Se le regioni meridionali confermano, specie per le scuole primarie, una pressoché totalità di scelte di avvalersi di tale insegnamento, il Centro nord registra dati in controtendenza. La lenta ma inesorabile erosione della scelta formativa di tipo confessionale va di pari passo con il dibattito sul senso, oggi, dell’ora di religione e, più in generale, del ruolo della formazione sul religioso nella scuola pubblica. Recentemente la presentazione di una proposta di ripensamento di tale insegnamento da parte del vescovo Derio Olivero, referente della Cei per il dialogo ecumenico, ha riproposto un intenso dibattito sul tema. Un gruppo di lavoro composto da intellettuali e accademici che da tempo riflettono sulla questione ha prodotto un primo documento, che tematizza la questione della facoltatività dell’insegnamento, a fronte della necessità di superamento della natura confessionale dell’insegnamento. Il dibattito dovrà necessariamente essere integrato in senso più ampio mediante il coinvolgimento di altre confessioni religiose e della società laica ai fini della definizione di una migliore strategia per il superamento di un assetto normativo ormai desueto.


Episodi di antisemitismo e islamofobia


Nella relazione 2024 presentata al Parlamento, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali riporta dati preoccupanti relativi alla discriminazione di matrice religiosa. Secondo un set di dati composto da segnalazioni dirette al Contact Center e monitoraggio di media e web, l’UNAR indicizza le discriminazioni religiose come secondo ambito di rilevanza (3.236 casi, pari al 20,9% del totale). Entro tale quadro, le manifestazioni di antisemitismo rappresentano il 18,1% dei casi di cronaca e il 12,1% dei casi di hate speech, rispettivamente corrispondenti a 972 e 1.226 episodi. Al riguardo, l’Ufficio evidenzia un incremento di episodi di fenomeno d’odio a sfondo religioso, che necessitano di un presidio costante.

Un sondaggio di Youtrend condotto tra l’11 e il 16 luglio 2025 su un campione di circa 800 italiani, oltre ad offrire interessanti dati sulla percezione della attuale situazione della popolazione di Gaza, rivela dati interessanti con riguardo alla percezione dell’antisemitismo. Il 47% degli intervistati ritiene infatti che l’antisemitismo sia molto o abbastanza diffuso oggi in Italia. La consultazione del sondaggio può essere foriera di ulteriori elementi che fanno riflettere, a partire dalla percentuale delle persone (20%) che ritiene il paragone con la Germania nazista appropriato.


C2. Grafico 1 • Sondaggio youtrend - Quanto è diffuso l'antisemitismo?


C2. Grafico 2 • Risposta di un campione di italiani al sondaggio di Youtrend



Nel 2025 la strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo promossa dal Governo italiano ha rimarcato la necessità di una riformulazione delle linee di azione in chiave di “sicurezza nazionale”. La nuova linea strategica continua a comporsi di fasi di raccolta dati, percorsi di formazione scolastica, valorizzazione della cultura della memoria, garanzia di sicurezza per le comunità ebraiche, attenzione alla dimensione digitale. La fase attuativa della strategia potrà evidenziale eventuali differenze o continuità nell’approccio tematico e operativo alla questione.

Anche l’islamofobia è in crescita, in Italia come nel contesto europeo. Dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, le campagne elettorali della destra estrema hanno evidenziato una netta preponderanza nell’utilizzo di discorsi d’odio. Sono in particolare le donne musulmane i soggetti più colpiti dalle dinamiche islamofobiche. Secondo il report Being Muslim in the EU pubblicato sul finire del 2024 dalla Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea (FRA), nei cinque anni precedenti il 45% delle donne musulmane che indossano abiti tradizionali o religiosamente connotati, ha subito discriminazioni in particolare con riguardo alla ricerca e all’accesso al mondo del lavoro. La pratica del porto del velo è infatti ancora associata all’idea di sospetto e conduce ad una visione delle donne musulmane stereotipata e parte marginale della società. Secondo il report, l’Italia ha il triste primato di paese in cui si registra il più basso numero di denunce per discriminazione islamofobica (2%). Sempre l’Italia, insieme al Lussemburgo e alla Spagna, è il paese dell’Unione europea in cui vi è meno consapevolezza, tra la popolazione musulmana, dei meccanismi di parità. In generale, tuttavia, tra i Paesi membri dell’Unione europea, l’Italia si pone tra gli ultimi posti per episodi di discriminazione.


C2. Grafico 3 • Segnalazione di eventuali episodi di discriminazione nei 12 mesi precedenti l'indagine, per gruppo di riferimento e Paese (%) - FRA¹ report



La libertà religiosa in Italia. Tra stasi e lente novità


Sul piano dell’attuazione del principio di libertà religiosa costituzionalmente garantito, l’Italia continua a registrare una generale stasi con riguardo al riconoscimento giuridico delle realtà religiose diverse dalla cattolica. In particolare, l’islam continua a non godere di alcuno statuto legale di confessione religiosa, nonostante i numeri che attestano la presenza musulmana in Italia in circa 2 milioni di persone. Situazione simile, numericamente meno impattante, ma socialmente molto rilevante, si registra per la comunità sikh, che continua a non godere di uno statuto legale di ente di culto. Si rileva come la presenza sikh in Italia sia connotata da una particolare sperequazione. Essenziali nelle filiere della produzione agro alimentare nazionale, impegnati in importanti settori lavorativi e imprenditoriali, dal punto di vista del riconoscimento religioso i sikh italiani continuano a vivere secondo uno statuto sommerso.

Si registra con favore la sottoscrizione, nei primi mesi del 2025, dell’intesa con la Diocesi ortodossa romena d’Italia. Dopo ben 14 anni di trattativa, il governo italiano ha finalmente riconosciuto pieno diritto ad una comunità religiosa che conta più di due milioni di aderenti in Italia. È attualmente in discussione in parlamento il testo attuativo.

Sebbene la sottoscrizione dell’intesa con la chiesa ortodossa rumena rappresenti una bella e importante notizia, occorre segnalare come essa evidenzi ancora una volta la grande distanza sussistente secondo il sistema italiano tra confessioni religiose dotate di intesa e confessioni prive di qualsivoglia riconoscimento giuridico. Un sistema piramidale che evidenzia sempre di più la necessità di un cambio di passo e l’urgenza della realizzazione di atti legislativi in grado di offrire una protezione giuridica a tutte le realtà religiose presenti in Italia.




Gianavello

Gianavello

(Rorà 1617 - Ginevra 1690)
LA LOTTA, LA RESISTENZA E L’ESILIO: LA VITA DI GIANAVELLO, L’EROE VALDESE CHE GUIDÒ LA RESISTENZA PROTESTANTE CONTRO GLI STERMINI DEI SAVOIA NEL SEICENTO

Il confine tra la definizione di bandito ed eroe è molto labile, e lo è sempre stato. Anche e soprattutto nelle zone montane e impervie, come ad esempio le valli piemontesi, un luogo di confine, spesso più di incontro che di scontro. Un luogo di Resistenza.

Nel Seicento la riforma protestante aveva circa un secolo. Le valli più occidentali del Piemonte vedevano al loro interno una fortissima presenza di comunità valdesi; in particolare, le valli Pernice, Germanasca e Chisone diventeranno note, appunto, col nome di “valli Valdesi”. Ma spesso nella storia le minoranze - in questo caso religiose - diventano il bersaglio di classi dirigenti alla ricerca di facili consensi. Questo fu il caso proprio delle comunità valdesi piemontesi, che verso la metà del diciassettesimo secolo furono vittime di vere e proprie campagne di sterminio. Iniziate con provvedimenti di Carlo Emanuele II di Savoia che limitavano gli spostamenti e la libertà di culto, tali campagne proseguirono con veri e propri massacri degli abitanti delle valli, con l’uccisione da parte dei soldati piemontesi di circa 2000 valdesi.

Ma alla cieca brutalità dei Savoia i valdesi risposero con determinazione. In particolare, la resistenza venne guidata in gran parte da Giosuè Janavel (spesso italianizzato in Gianavello): un personaggio che ancora oggi viene ricordato come un eroe nelle Valli, mentre - inutile a dirsi - venne ben presto definito “bandito” a Torino. Gianavello era figlio di contadini, personaggio di spicco della Chiesa valdese e audace comandante militare. Anzi, era quello che oggi si definirebbe un guerrigliero: conscio di non poter battere il Ducato in campo aperto, sfruttò la profonda conoscenza delle valli e delle montagne per sfiancare l’esercito dei Savoia. Le sue azioni presto lo resero famoso anche oltralpe, e furono molti i volontari che si unirono alle sue truppe. Per tutta l’estate del 1655 tenne in scacco gli uomini di Carlo Emanuele, che trovandosi in difficoltà accettò la mediazione del Re di Francia per la risoluzione del conflitto. Le cosiddette “Patenti di Grazia”, firmate il 18 agosto del 1655, concessero maggiore libertà e diritti ai valdesi e liberarono numerosi prigionieri. Ma i Savoia puntarono i piedi per quanto riguardava la condizione dei “banditi”, che tanto avevano combattuto per difendere le proprie terre e i propri cari da un’insensata violenza motivata solo da una fede differente. E così Gianavello e molti degli altri combattenti furono costretti all’esilio da quelle terre per le quali avevano dato il loro stesso sangue. Gianavello riparò quindi a Ginevra, in Svizzera, dove si attivò soprattutto tra i valdesi espatriati oltre confine. Pare che almeno in due occasioni rientrò - illegalmente - nelle sue terre, mentre in Svizzera si adoperava affinché i rifugiati potessero, un giorno, tornarvi regolarmente. Ormai anziano e malato, anche quando una nuova crisi investì le valli valdesi tra il 1685 e il 1686 fu, a suo modo, in “prima linea”: inviò consigli, istruzioni, suggerimenti agli abitanti delle valli, e la sua casa svizzera divenne un centro di coordinamento della resistenza valdese. Infine, nel 1689, organizzò il rientro di gran parte degli esuli nelle valli. Lui, a causa delle sue precarie condizioni di salute, non vi prese parte, e morì nel marzo del 1690.