loaderloading...
Pluralismo religioso

Il punto della situazione


L’emergenza sanitaria verificatasi nel corso dell’intero 2020 è il punto di osservazione di questo aggiornamento. Come per ogni ambito di relazione umana, anche il rapporto con il religioso è stato condizionato dalla situazione di estrema difficoltà e straordinarietà, subendo restrizioni legittimate dalla tutela della salute pubblica nell’interesse generale. Dopo un primo fermo totale, il diritto di culto ha tuttavia ripreso a essere esercitato, seppur con molte limitazioni, a differenza di altri settori, che hanno visto il perdurare delle restrizioni. Il dato è importante in termini di riflessione generale sulla gerarchia dei diritti di libertà e sul collocamento di tale diritto in posizione apicale da parte statale. 

Sul piano della libertà religiosa sono da registrarsi difficoltà per importanti comunità nell’esplicazione di alcuni diritti fondamentali, come la corretta sepoltura, l’assistenza spirituale, l’approvvigionamento di cibi consentiti. In generale l’esercizio della libertà religiosa è il settore dove si manifesta più chiaramente la distanza tra il nuovo pluralismo religioso presente nel tessuto sociale del paese e il riconoscimento dei diritti, ancora una volta soggetti a importanti limitazioni. In compenso si registra la vitalità delle comunità religiose, che partecipano attivamente alla vita sociale del paese, anche in funzione di supporto alle fasce più deboli della popolazione.

Anche il 2020 si è caratterizzato per una narrazione distorta del rapporto tra religioni e migrazioni. I dati statistici ci riportano a un piano di realtà e aiutano a sottrarre la riflessione dalla strumentalizzazione. Sotto altro punto di vista, le identità multiple caratterizzano il nostro tempo anche per ciò che riguarda l’analisi degli attori religiosi.

Nel difficile clima generale si registra con dispiacere il reiterarsi di episodi di antisemitismo. Già segnalati con preoccupazione nel corso del 2019, l’anno da poco concluso ha visto manifestarsi nuove forme di attacchi attraverso lo strumento delle piattaforme digitali. Continua l’impegno della senatrice Liliana Segre contro i discorsi d’odio e continuano anche le minacce alla sua persona. Episodi di intolleranza a sfondo religioso si sono poi verificati anche nei confronti della comunità musulmana. Di particolare rilevanza quanto accaduto ad Aisha Romano(1).

Laicità delle istituzioni e scuola pubblica: anche nel corso del 2020 non sono mancati problemi in relazione all’insegnamento della religione cattolica, amplificati dalla situazione pandemica. Alcune pronunce importanti giungono a supporto degli studenti e delle studentesse non avvalentisi. Il tema della laicità incrocia le tematiche di genere e di orientamento sessuale, al centro di attacchi da parte di populisti e ultra-conservatori.

Infine, nel corso del 2020 si registrano le prime prese di posizioni ufficiali e rilevanti nei confronti del rapporto tra religione, etica e intelligenza artificiale. Tra algor – etica e lotta alle discriminazioni algoritmiche, una nuova frontiera di tutela dei diritti fondamentali da monitorare con molta attenzione.


Il diritto di culto alla prova del Covid–19. Esperienze delle confessioni di fede tra restrizioni e accordi con lo Stato


Il tratto comune di ogni analisi sullo stato di salute dei diritti fondamentali nel corso del 2020 è obbligatoriamente individuato nell’emergenza sanitaria instauratasi a seguito della diffusione dell’epidemia da Covid–19 e del relativo impatto sulla garanzia del loro esercizio. Ciò è tanto più vero per la categoria delle libertà fondamentali garantite dall’ordinamento giuridico, per le quali è valso interrogarsi intorno alla legittimità delle limitazioni imposte al loro godimento e il bilanciamento con il diritto alla salute nella sua dimensione individuale e nell’interesse generale della collettività. Da tale ragionamento non è andato esente il diritto di libertà religiosa nella sua funzione portante di garanzia del pluralismo religioso in Italia. Sin dall’emanazione dei primi provvedimenti, a partire dall’ordinanza del 21 febbraio 2020 di istituzione della prima zona rossa, le misure restrittive di sicuro impatto sulle libertà sono apparse necessarie, una scelta obbligata dall’esigenza di contenere l’espandersi dell’epidemia. Per tutta la prima fase di gestione dell’emergenza pandemica le manifestazioni religiose hanno ricevuto lo stesso trattamento di ogni altro diritto l’esercizio del quale preveda la compresenza di più individui. Già con il DPCM 11 marzo 2020 e l’estensione della zona rossa a tutto il territorio nazionale, il Governo ha consentito esclusivamente l’accesso individuale e contingentato ai luoghi di culto, vietando espressamente le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri. Del pari le attività di assistenza spirituale nei luoghi di cura e nelle carceri sono andate incontro a sospensione. Le conseguenze sulla vita delle comunità di fede sono state numerose e per lo più inedite, a partire dall’esercizio del diritto di culto, con ripercussioni di peso differente a seconda dei principi teologici, ecclesiologici e degli ordinamenti interni di ciascuna confessione. Ciò che ha accomunato tutte le fedi è stata la ricerca di forme alternative di celebrazione comunitaria, con la scoperta per molte realtà – e il consolidamento per altre – dell’utilizzo degli strumenti informatici e web. Il rapporto tra religioni e digitale è in realtà fenomeno più che noto agli studi delle scienze sociali delle religioni della comunicazione. Basti pensare alle riflessioni sulla cyber – religion come espressione della secolarizzazione, ovvero agli studi sul rapporto tra religioni e web quale nuova offerta sul mercato globale delle spiritualità(2). Quel che tuttavia sembra differenziare la realtà venutasi a creare in seguito all’esplosione della pandemia da questioni già note, è l’obbligatorietà dell’opzione virtuale e, soprattutto, la determinazione di tale opzione da parte del potere governativo a discapito dell’esercizio dalla libera volontà di scelta degli individui e delle comunità. Ne è derivato un intenso dibattito sui limiti del potere statuale di imposizione di misure restrittive mediante provvedimenti, con il rischio di sconfinamento in competenze il cui potere decisionale ricade sotto altri ordinamenti. Le questioni più acute si sono registrate con riferimento ai rapporti con la chiesa cattolica e sui limiti di applicabilità del Concordato in vigore con lo Stato italiano. Se da un lato è stato efficacemente rilevata l’inesistenza di un vulnus concordatario, essendo peraltro stati messi in atto accomodamenti ragionevoli per continuare a garantire l’esercizio della libertà religiosa e la continuità della celebrazione, seppur senza popolo, elevando la salute pubblica a diritto superiore che impone necessarie rimodulazioni all’esercizio degli altri diritti costituzionalmente garantiti(3), un diverso punto di vista ha sostenuto la centralità del principio di bilateralità nel rapporto tra Stato e confessioni e, in forza di questo, ha richiamato alla necessità di differenziazione dei regimi di restrizione sulla base e nel rispetto dei principi teologici di ciascun gruppo confessionale(4).

La tutela della salute pubblica è rimasta tuttavia – e legittimamente – il principio guida nei rapporti con gli attori religiosi i quali, nella gran parte dei casi, hanno mostrato tutta la capacità di risposta positiva alle richieste statali e anzi hanno saputo rivestire, dai ruoli istituzionali alle realtà territoriali, funzioni di automonitoraggio e supporto alle proprie e altrui comunità. Sono infatti numerosi i casi di ingenti donazioni effettuate dalle confessioni religiose per l’emergenza pandemica, per lo più tratte dalle destinazioni dell’8Xmille cui sono titolari: si veda il caso dell’Istituto buddista Soka Gakkai; della Chiesa valdese, unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia; dell’Unione buddhista italiana.

Sotto un altro punto di vista non sono mancate indicazioni da parte delle realtà di fede sulla continuità di riti, precetti e tradizioni, anche in tempo di pandemia. Tra i numerosi documenti prodotti dalle comunità di fede si segnala il testo per la celebrazione di Pesach, la Pasqua ebraica, in un tempo di lontananza forzata. Occorre poi rilevare come, sin dal momento della sospensione delle cerimonie, la chiesa cattolica abbia ottenuto la possibilità di trasmettere le proprie celebrazioni per il tramite del servizio pubblico televisivo, che ha mandato in onda quotidianamente le funzioni e ospitato eventi cerimoniali anche a forte impatto comunicativo, come la via crucis percorsa in solitudine da Francesco e la passeggiata che egli ha percorso in una Roma deserta per raggiungere la chiesa che ospita il crocifisso che “salvò” Roma dalla peste del Cinquecento. Sebbene sia comprensibile la necessità di offrire un servizio alla maggioranza della popolazione credente del paese, occorre ancora una volta segnalare il totale squilibrio nella gestione dello spazio del servizio pubblico televisivo, del tutto sbilanciato in favore di una sola confessione.

Non si possono poi non segnalare anche situazioni, seppur non diffuse, di mancato rispetto delle norme sul distanziamento sociale. Sul sito Diresom è possibile consultare una selezione dei casi più eclatanti registrati, con particolare riguardo al primo periodo di espansione pandemica. Più massicce le rilevazioni in tal senso giunte dalla stampa estera, con particolare riferimento a gruppi religiosi radicali e di stampo fondamentalista.

Di contro, l’atteggiamento più diffuso delle realtà confessionali è senza dubbio stato quello della immediata chiusura dei locali di culto e l’adesione globale alle indicazioni del Governo per tutto il periodo della cosiddetta prima fase. Tra gli altri, si veda l’appello del Presidente dell’Unione delle comunità islamiche in Italia a continuare a tenere le moschee chiuse fino all’arrivo di tempi migliori. Gli equilibri sono tuttavia cominciati a venir meno con l’affacciarsi delle riaperture successivamente al picco dei primi mesi di pandemia. Al riguardo devono segnalarsi le dure prese di posizione della Conferenza Episcopale Italiana, che ha espresso formalmente il disaccordo rispetto alla linea politica che, almeno in una prima fase, sembrava delinearsi in sede governativa, che consisteva nella prosecuzione della chiusura delle celebrazioni religiose con il pubblico. La risposta del Governo italiano non si è fatta attendere e ha condotto di lì a breve alla sottoscrizione di un accordo per la ripresa delle messe con il popolo a far data dal 18 maggio 2020. Qui il testo del protocollo. L’episodio riapre riflessioni sul rapporto dello Stato con la confessione religiosa di maggioranza e pone problematiche sul piano della laicità dello Stato.

La sottoscrizione dell’accordo con la chiesa cattolica ha poi innescato un meccanismo di consultazioni e sottoscrizioni di accordi anche con un elevato numero di confessioni religiose diverse dalla cattolica stabilmente presenti nel paese. Qui sono consultabili i principali protocolli sottoscritti. In generale occorre osservare come, sebbene il Governo non abbia optato per una legislazione omogenea valida per tutte le comunità di fede, la stipulazione di protocolli ad hoc a seguito di consultazioni costituisce un’interessante novità nelle relazioni tra Stato e confessioni di minoranza. Ciò non tanto con riferimento al già citato principio di bilateralità, quanto per l’avvenuto riconoscimento della eterogeneità della componente religiosa nel paese e cioè di quel nuovo pluralismo religioso ormai costituente la realtà del sostrato socioculturale italiano. Ciò infatti ha consentito che le più varie espressioni religiose trovassero forme di interlocuzione anche in assenza di stipulazione di un’intesa con lo Stato ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost. Occorre infatti ricordare come importanti componenti religiose massicciamente presenti sul territorio italiano, tra cui l’Islam, sono ancora prive di riconoscimento e la generale mancanza di una legge sulla libertà religiosa a completamento del modello di relazioni bilaterali, crea una situazione di disparità di trattamento e un vulnus nel pieno godimento dei diritti individuali e collettivi.

Con la stipulazione dei protocolli con le comunità di fede l’esercizio dei diritti di libertà religiosa e di culto è entrato in una nuova fase, che dura tutt’oggi. A differenza di altre attività le celebrazioni religiose, quantunque svolte secondo tali protocolli e nei limiti di questi, non hanno più subìto battute d’arresto che non fossero liberamente decise dalle singole comunità di fede. Ciò anche nelle zone rosse via via individuate e con specifiche indicazioni per gli spostamenti interterritoriali dei fedeli impossibilitati a raggiungere un luogo di culto nella propria città. Nonostante tali indicazioni non abbiano eliminato alcuni problemi legati alle difficoltà per le confessioni religiose di minoranza di essere comprese come tali nel gioco delle autocertificazioni e degli spostamenti, sintomo di una scarsa sensibilità generalizzata della macchina pubblica nel riconoscere e rapportarsi con vecchi e nuovi attori religiosi diversi dalla chiesa cattolica, nella dinamica delle restrizioni alla libertà individuale e collettiva rimane il dato rilevantissimo del riconoscimento che, a monte, il diritto di culto ha ottenuto da parte dello Stato. Tale diritto, al pari del diritto di manifestazione del pensiero, ha subito delle legittime restrizioni per la tutela della salute pubblica ma, superata la prima fase, non è stato più soggetto a ulteriori sospensioni. Vale a dire che, nella scala gerarchica dei diritti, libertà di credo e libertà di manifestazione del pensiero continuano a mantenere nella percezione dello Stato una posizione apicale (con qualche assonanza che ritroviamo anche nella scelta grafica del sito web del nostro Rapporto annuale, il quale tuttavia più che una gerarchia dei diritti ha inteso raffigurare le fasi di un percorso, a partire dai diritti della coscienza più profonda dell’individuo, per radicarsi nella concretezza della quotidianità). Quanto ciò risponda al comune sentire di una società secolarizzata è elemento di indagine aperto, che offre interessanti riflessioni sul rapporto tra diritti fondamentali.


Lo stato di salute della libertà religiosa durante la pandemia


Non solo l’esercizio del diritto di culto, ma anche la libertà religiosa ha necessariamente subito le conseguenze negative della pandemia. Più che per le questioni cultuali, tuttavia, è proprio nelle limitazioni alla libertà religiosa che si può osservare lo stato di salute del pluralismo religioso in Italia. Come per altri aspetti della vita quotidiana, l’emergenza sanitaria ha infatti amplificato situazioni su cui già gravavano difficoltà di varia natura. Nell’ambito della libertà religiosa la questione centrale continua a essere quella della difficoltà di emersione della eterogeneità delle fedi presenti nel tessuto sociale del paese e di comprenderne le potenzialità in termini di integrazione e coesione sociale, anche mediante la produzione di strumenti legislativi all’altezza del fenomeno. Proprio la mancanza di tali strumenti, insieme alla mancata costruzione di un reticolato di provvedimenti, anche di tipo amministrativo, diffuso in maniera uniforme sul territorio, sono alla base di alcune delle questioni più spiacevoli che si sono verificate in particolare nella prima e seconda fase dell’emergenza sanitaria. Si intende riferirsi alle enormi difficoltà che le comunità islamiche hanno incontrato in ordine alla sepoltura dei propri defunti. In Italia infatti sono presenti soltanto 70 cimiteri islamici su oltre 8000 comuni, a far fronte alle esigenze di una comunità che conta poco meno di 2 milioni di fedeli. Se, in condizione di normalità, tale annoso problema impatta in misura minore sulla vita della comunità di fede in questione, grazie alla prassi del rimpatrio delle salme nel paese di origine, anche al fine di garantire una corretta sepoltura secondo i rituali previsti, tale meccanismo di salvaguardia è stato completamente neutralizzato nelle prime fasi dell’emergenza pandemica, nel corso delle quali il traffico aereo è stato drasticamente ridotto, se non sospeso. In data 29 marzo 2020 l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII) ha pubblicato un documento contenente le indicazioni per la corretta individuazione delle aree cimiteriali islamiche. La questione, sebbene affievolitasi, non si è affatto risolta. In piena prima fase sono state numerosissime le situazioni di famiglie costrette al mantenimento delle bare all’interno delle abitazioni per settimane. Qui una rassegna. Ancora nel corso dell’inverno il problema non è apparso superato, e le stesse comunità islamiche hanno rivolto appello ai sindaci dei Comuni dotati di aree cimiteriali idonee a concedere in deroga la sepoltura anche per i non residenti. La vicenda della mancata adozione di regolamenti cimiteriali idonei alla sepoltura islamica è emblematica dello stato di salute della libertà religiosa in Italia, che continua a soffrire di sottostima delle questioni connesse alla sua esplicazione per la vita di milioni di residenti.

Questioni del tutto diverse ma non meno rilevanti si sono presentate nella prima fase dell’emergenza sanitaria anche per le comunità ebraiche, in particolare con riguardo al rifornimento del cibo kosher per i ricoverati, e alla celebrazione di Pesach in isolamento e con difficoltà per l’approvvigionamento di prodotti particolari come le azzime. Ecco una testimonianza della Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia. Una riflessione più ampia sulle modalità di gestione dei necessari cambiamenti nell’espressione della propria fede per l’ebraismo è consultabile qui.

Sotto altro angolo visuale, nel corso dell’emergenza pandemica le comunità di fede di vecchia e nuova presenza hanno svolto un ruolo fondamentale nell’assistenza alle persone in difficoltà. L’impegno degli attori religiosi in tale ambito è stato trasversale e ciò sia con riguardo al sostegno erogato nei confronti dei propri fedeli, ma anche per il servizio reso a tutta la cittadinanza. Per citare solo alcune delle esperienze messe in atto, si pensi al servizio di distribuzione di pacchi alimentari attuato dalle comunità islamiche, con particolare attenzione al periodo di Ramadan; i numerosi servizi per i senza tetto e i nuovi poveri messi in atto dalla Comunità di S. Egidio; le attività di parrocchie locali e diocesi, tutte attività che assumono veste centrale e integrativa dell’enorme lavoro svolto dagli enti del terzo settore nel nostro paese. In questa sede si vuole ricordare un impegno particolare tra gli altri, quello rivolto ai lavoratori migranti soggetti allo sfruttamento del caporalato in Calabria. Nel corso dell’emergenza sanitaria Mediterranean Hope, il programma per rifugiati e migranti delle chiese protestanti italiane (Fcei), ha messo in atto un servizio di primo rifornimento di dispositivi individuali di protezione e produzione di soluzione disinfettante per le persone che vivono nelle baraccopoli di Rosarno. A ciò è seguito un programma più strutturato, realizzato in cooperazione con Medu – Medici per i diritti umani, per lo screening dell’infezione da Covid – 19, mediante la somministrazione di tamponi acquistati e destinati ai migranti impiegati nel lavoro nei campi. Qui le informazioni sulla campagna “TamponiAmo Rosarno”. Per la situazione dei lavoratori migranti durante l’emergenza sanitaria si rimanda agli opportuni approfondimenti di questo rapporto.

Non va meglio sul piano del riconoscimento degli altri diritti che esprimono la libertà religiosa. Il 2020 si attesta su una sostanziale inamovibilità, con poche novità di rilievo sul tema. Aldilà di ogni valutazione politica, il tema centrale attiene al riconoscimento giuridico di realtà religiose sempre più importanti, non solo dal punto di vista numerico, che tarda ad arrivare. Occorre infatti ricordare come il modello italiano dei rapporti tra Stato e confessioni religiose si sia attestato su uno schema piramidale, cui corrispondono alterni livelli di riconoscimento e conseguenti diritti. Se, pertanto, i Patti lateranensi si attestano a un livello superiore, stante il richiamo che a essi compie l’art. 7 Cost. dopo l’affermazione della reciproca indipendenza e sovranità dello Stato e della Chiesa cattolica, l’eguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge proclamata al primo comma dell’art. 8 Cost. stenta a incarnarsi in provvedimenti concreti. Né sul punto può dirsi al momento attivo l’ulteriore strumento di regolamentazione dei rapporti Stato – confessioni, l’intesa ex art. 8, terzo comma, Cost., ferma ormai da tempo, con l’unica eccezione della firma dell’intesa con la Chiesa d’Inghilterra nel 2019 che, tuttavia, non ha ancora conosciuto il passaggio parlamentare per la sua approvazione, passaggio i cui tempi non sono prevedibili. Nulla, nella sostanza, si muove con riguardo ad altre realtà confessionali che hanno intrapreso la strada della trattativa con lo Stato e nulla, in particolare, per le espressioni religiose più fragili dal punto di vista strutturale. Tali sono quelle realtà che faticano a organizzarsi rispettando canoni di presenza, rappresentatività, diffusione e organizzazione richieste dallo Stato, richieste spesso lontane dal modello di auto–comprensione o dalla tradizione religiosa. Tale assenza riguarda anzitutto l’universo delle associazioni islamiche, che più risentono della mancanza di riconoscimento giuridico. Ciò che preme osservare in tale sede è che al fine dell’ottenimento di diritti minimi, si pensi ad esempio alla questione dell’assistenza spirituale nei luoghi protetti in tempo di pandemia, questa e ulteriori realtà religiose a forte composizione straniera tendono a mimetizzarsi in altre forme giuridiche previste dall’ordinamento, come le associazioni culturali o le organizzazioni di volontariato. Ciò a discapito degli specifici diritti connessi alla natura religiosa degli enti, con conseguente degradazione dei diritti di individui e comunità. Non aiuta in tal senso la riforma del c.d. Terzo settore, ancora in fase di attuazione e che trova nel D.lgs. 117/17 il suo provvedimento cardine. In esso, è presente la previsione della possibile costituzione di un “ramo” di attività sociale degli enti religiosi civilmente riconosciuti, ma è proprio tale ultimo requisito a mancare in molti casi. Ne consegue che, nella speranza di ottenere una qualche forma di riconoscimento (e di conseguente beneficio, anche di tipo fiscale), le associazioni religiose tendono a confluire in forme giuridiche riconducibili ad altre aree della richiamata riforma, generalmente unificate dal requisito dell’“utilità sociale”, ma spesso del tutto distanti dalla specificità dei diritti riconosciuti in base al fattore religioso. Tale tendenza rischia di allontanare sempre di più queste realtà dall’obiettivo principale e legittimo: quello del riconoscimento della loro specifica natura religiosa, che consenta il pieno esercizio del diritto di libertà religiosa in forma individuale e associata.


Religioni, migrazioni, identità multiple


Il tema del pluralismo religioso è legato a doppio filo a quello delle migrazioni. Abbiamo più volte segnalato, anche nel corso dei precedenti rapporti, come la narrazione del pericolo dell’attacco alle radici identitarie italiane ed europee passi innanzitutto per la costruzione di un immaginario distorto delle differenze religiose e per la costruzione dello stereotipo dello straniero, per lo più di fede islamica, come di persona pericolosa e figura destabilizzante il già fragile equilibrio sociale nazionale. Il tema è al centro del dibattito sull’espandersi di forme di populismo e sovranismo in Italia e in Europa. Diversi gli studi in merito che si focalizzano sul fattore religioso come spinta motrice di campagne anti-immigrazione, fino alla espansione di movimenti apertamente xenofobi e razzisti(5). Ebbene tale approccio continua a prevalere nella comunicazione politica mainstream e non ha visto attenuazioni nemmeno nel corso dell’emergenza pandemica. Una percezione, anche nel corso del 2020, del tutto distante dalla realtà. Ai fini di riportare il discorso entro parametri di verità è fondamentale fare ricorso ai dati numerici che ci aiutano nella diffusione di una descrizione coerente del fenomeno, con particolare attenzione al dato globale della religiosità della popolazione straniera residente in Italia in riferimento all’anno da poco concluso. In tal senso secondo il Dossier statistico immigrazione Idos – Confronti la maggioranza assoluta (51,9%) degli oltre 5,3 milioni di residenti stranieri è cristiana (2.749.000 persone), un terzo (33,2%) è musulmano (1.764.000), circa 1 ogni 20 (4,8%) è ateo o agnostico (254.000) e il resto è frammentato tra credenti induisti (163.000, corrispondente al 3,1%), buddhisti (124.000 e 2,3%), altre religioni orientali (88.000 e 1,7%), religioni tradizionali – ex animisti – soprattutto africane (70.000 e 1,3%), ebrei (5000 e 0,1%), altri (90.000, 1,7%). In particolare, tra i cristiani i tre quarti sono europei (74%), suddivisi tra comunitari (55,2%), tra cui spicca la componente romena (43,9%), e non comunitari (18,9%), tra cui si segnalano in particolare i membri della comunità ucraina (8,6%), albanese (3,9%), moldava (2,9%). Segue poi la comunità americana (13%), in particolare per la componente peruviana (3,5%) ed ecuadoriana (2,7%), la comunità asiatica (7,7%), con una predominanza della componente filippina (5,6%), la comunità africana (5,2%), con la componente nigeriana (1,5%) e ghanese (1%). In relazione alla denominazione di appartenenza si segnala la predominanza dei fedeli ortodossi nella componente europea (romena e ucraina in particolare), mentre la cattolica è pari al 42,6% e la protestante al 55,5% del totale. Per ciò che attiene alla confessione islamica, i musulmani africani sono certamente la maggioranza (53,6%), con una prevalenza della comunità marocchina (24,3%), segue la comunità egiziana (6,9%), senegalese (5,8%), tunisina (5,5%) e nigeriana (3,3%). Nella componente europea prevale la comunità albanese (26,1%). Segue la componente asiatica (19,6%), con una presenza importante della comunità bangladese (7,2%) e pakistana (6,9%).







Anche per il 2020, in tendenziale continuità con le rilevazioni degli anni precedenti, i dati appena descritti non danno ragione della generale ostilità che si registra nella popolazione italiana e che viene cavalcata dalle destre. Eppure la differenza tra realtà e percezione continua a pesare in termini di consenso, con conseguente freno per le politiche di integrazione e qualche timore privo di reale fondamento per la diffusione della pandemia per colpa delle comunità straniere. Si ricorderà, tra gli altri, il caso della comunità bangladese romana che, a causa della diffusione del coronavirus, ha subito forti attacchi discriminatori. Del pari si ricorderà come in tal caso, in continuità con un atteggiamento di rigore che si è manifestato durante tutto il corso dell’emergenza, un ruolo chiave è stato svolto proprio dalla comunità religiosa e dagli imam, che hanno richiamato i fedeli all’obbligo della sottoposizione al tampone e agli screening medici necessari, obbligo fortemente legato al senso di responsabilità che il credente deve svolgere nella società che abita. Qui alcune notizie in merito. Questo come altri esempi descrivono una profonda lacuna presente nel dibattito pubblico, consistente nell’analisi più profonda della trasformazione, ormai consolidata, del tessuto sociale, che vede un pluralismo religioso del tutto rinnovato, con presenze di comunità non autoctone di credenti ormai divenute parti integranti del paese. In assenza di una piena presa d’atto di tale cambiamento, la reazione sociale si concretizza in atteggiamenti di irrigidimento in posizioni identitarie, che sono alimentate da attività propagandistiche di diffusione di odio e paura. Eppure le identità multiple caratterizzano il nostro tempo anche dal punto di vista dell’analisi degli attori religiosi. Il fattore religioso tende a performare le identità degli individui, gruppi e comunità, in una prospettiva intersezionale, che concorre a descrivere un grado di complessità della società più elevato, ma più coerente. In tal senso si richiamano i capitoli di questo rapporto che offrono interessanti spunti di analisi in merito agli studi su LGBTQ+ ed in particolare all’intersezione con i temi migratori, così come sull'autodeterminazione femminile.


Episodi di intolleranza a sfondo religioso


Continua anche nel 2020 il trend della diffusione di episodi di intolleranza a sfondo religioso, strettamente connessi con il clima d’odio e intolleranza diffuso nel paese. Secondo i dati dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, nel corso del 2020 in Italia si sono registrati 230 episodi di antisemitismo, con una lieve flessione rispetto all’anno precedente(6). Di particolare rilevanza l’incremento di episodi di odio on line. Già nel corso del 2019 si segnalava l’uso massiccio dei social media, in continuità con il generale trend in aumento del fenomeno dell’hate speech online, che si diffonde con riguardo a tutti i ground di possibile discriminazione, ma che rivela una particolare nocività del fattore qui preso in considerazione, che connette allo specifico religioso questioni che attengono allo stato di civiltà del paese, all’importanza della memoria. Qui l’elenco completo degli episodi di antisemitismo nel corso del 2020, costantemente aggiornato dal CDEC. Vogliamo tuttavia evidenziare gli ultimi episodi in ordine di tempo che più hanno obbligato ad alzare il livello di attenzione sul tema. Ci riferiamo alle scritte antisemite comparse nei primi mesi del 2020 sulle porte di familiari di partigiani e sopravvissuti all’Olocausto. Così a Mondovì, Torino, Bologna; da ultimo, davanti l’ingresso di due scuole superiori di Pomezia in concomitanza con incontri in occasione del Giorno della Memoria e di visite di testimoni della Shoah, sono comparse ulteriori scritte dal contenuto antisemita. Le reazioni di istituzioni, politica e società civile non sono mancate: diverse le manifestazioni di sostegno e le fiaccolate in memoria delle vittime e contro ogni forma di odio che si sono svolte nelle città colpite dagli eventi. La ricorrenza del Giorno della Memoria ha pertanto assunto nel corso del 2020 un valore tutt’altro che simbolico, costituendo un’occasione importante di informazione e contrasto alle derive dell’odio. Si segnala in particolare l’iniziativa svolta presso l’Università Sapienza di Roma del 30 gennaio 2020 “La Sapienza chiede scusa: leggi razziali, la scuola, l’accademia”, nel corso della quale sono stati ricordati gli studenti e i docenti dell’Ateneo che furono estromessi dall’apprendimento e dall’insegnamento in applicazione delle leggi razziali del 1938. Nella settimana dal 13 al 17 febbraio 2020, in occasione delle celebrazioni dell’ottenimento dei diritti civili e politici nel 1848, la chiesa valdese e la comunità ebraica di Torino hanno patrocinato l’iniziativa di proiezione sulla Mole Antonelliana di richiamo all’unità contro l’antisemitismo. Nell’ambito degli stessi festeggiamenti si segnala l’opuscolo informativo "Contro l'antisemitismo e la deriva dell'odio" prodotto dalla Fcei, utile strumento per affrontare il tema e contrastare atteggiamenti di pregiudizio ed emarginazione.

Nel corso del 2020 e con particolare riguardo alla necessità di trasformazione delle modalità di comunicazione che tutto il mondo ha dovuto sperimentare, sia in ambito lavorativo che di iniziative culturali, l’uso della comunicazione mediante piattaforme on line è diventato evento quotidiano. Tali strumenti si sono tuttavia trasformati in un ulteriore veicolo di propagazione di odio. Molti e rilevanti gli episodi di Zoombombing a sfondo antisemita: si ricorderà quanto accaduto nel corso della presentazione del libro “La generazione del deserto” di Lia Tagliacozzo e della presentazione del volume “Giudei” di Gaia Servadio. Ancora, del tutto simile nelle modalità e nel contenuto l’attacco nel corso di un evento del Segretariato attività ecumeniche di Venezia in ricordo di Amos Luzzatto.

Anche nel corso del 2020 devono denunciarsi attacchi nei confronti della senatrice a vita Liliana Segre, che già nel 2019 molto si era spesa sul tema del contrasto all’odio, anche mediante l’istituzione della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. La Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e il controllo sui fenomeni richiamati. Il 29 gennaio 2020 la senatrice Segre ha tenuto uno storico discorso al Parlamento Europeo. In occasione del settantacinquesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, ella ha ricordato che il razzismo e l’antisemitismo non sono mai scomparsi, ma affiorano in base al momento storico, lanciando un monito sul tempo presente. Qui il discorso integrale. Il 16 gennaio 2020 Milena Santerini, docente e già deputata nella XVII Legislatura è stata nominata coordinatrice della Commissione nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. La nomina segue a una specifica richiesta che il Parlamento europeo ha rivolto agli Stati membri del 2017; tra i primi compiti della Commissione vi è l’approvazione della definizione di antisemitismo come formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Il 21 febbraio 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato per la prima volta in visita al Tempio Maggiore di Roma, in tale contesto ha ricordato il contributo fondamentale della comunità ebraica romana alla storia dell’Italia e rimarcato il ruolo della democrazia per dare voce alle diversità. Ciò nonostante non possiamo non registrare il clima di costante attacco cui Liliana Segre è soggetta, proprio attraverso i social media e le campagne di odio on line che l’hanno riguardata anche nel corso del 2020 e che ancora all’inizio del 2021 si manifestano con particolare efferatezza. Si ricorda il recente attacco cui la senatrice a vita è stata soggetta in occasione della somministrazione del vaccino anti Covid-19. Sono in corso indagini della magistratura sul reato di minacce aggravate dalla discriminazione e dall’odio razziale.

Nel corso del 2020 gli episodi di intolleranza a sfondo religioso non si sono limitati all’ebraismo. Si ricorderà lo scalpore mediatico che ha accompagnato la liberazione di Aisha Romano, cooperante rapita in Kenya nel 2018 e rilasciata lo scorso anno. Il rimpatrio di Aisha Romano è stato il momento di rivelazione pubblica della sua conversione all’Islam. Le immagini della giovane donna in abiti tradizionali e capo coperto sono rimbalzate su tutti i media e sono state oggetto di dibattito pubblico e feroci critiche, fino all’apertura di un’inchiesta giudiziaria sulle minacce subite. Qui una rassegna giornalistica sulla vicenda. Attualmente Aisha Romano è impegnata in un programma europeo per il contrasto all’islamofobia.

Pluralismo e laicità. Scuola, genere, orientamento sessuale


Vecchi e nuovi problemi in tema di laicità dello Stato si sono manifestati nel corso del 2020, che vanno analizzati da quel particolare punto di osservazione che è stato e continua a essere l’emergenza sanitaria. La prima questione riguarda l’annoso problema dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Tra enormi difficoltà organizzative cui le scuole sono andate incontro al momento della ripresa delle lezioni in presenza, in più parti d’Italia si sono verificati casi di mancata attivazione dell’insegnamento alternativo alla religione cattolica per gli studenti e le studentesse non avvalentisi. Tali problematiche sono state per lo più connesse alla difficoltà di gestione degli spazi e delle procedure di tracciamento. È infatti noto come solitamente le scuole tendano ad accorpare l’ora di materia alternativa tra studenti di diverse classi, creando un rischio di commistione e un veicolo ulteriore di diffusione del virus. In tale evenienza nella maggior parte delle scuole in cui si sono rilevate tali difficoltà, il problema è stato risolto eliminando l’ora di materia alternativa e lasciando gli studenti non avvalentisi in classe durante l’ora di insegnamento confessionale. Non poche le proteste che si sono elevate da parte di studenti e genitori. Sempre sulla materia alternativa si segnala un’importante pronuncia del Tar Lazio su ricorso dell’Uaar contro una circolare Miur che rilevava la non legittimità della discrepanza temporale tra la scelta di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, da attuarsi già al momento dell’iscrizione e la diversa scelta delle materie alternative, da effettuarsi all’inizio dell’anno scolastico. Il differimento ha infatti comportato, nel corso degli anni, uno scivolamento dell’attivazione della materia alternativa anche a diversi mesi di distanza dall’inizio delle lezioni. In tal senso la pronuncia del Tar ha stabilito che il rinvio della scelta della materia alternativa all’inizio dell’anno scolastico contrasta con la possibilità di tempestiva organizzazione e idonea offerta delle attività alternative e pertanto deve avvenire in tempi idonei tali da garantire programmazione e avvio secondo i principi di proporzionalità e buon andamento. Qui il testo della sentenza.

La questione della mancata attivazione della materia alternativa si è poi saldata con una nuova situazione di “rischio” per l’attuazione del principio di laicità. Si intende riferirsi all’attivazione del nuovo insegnamento curriculare di educazione civica, insegnamento obbligatorio per tutti gli studenti e le studentesse e affidato in modalità trasversale e in contitolarità ai docenti sulla base del curricolo. Tale insegnamento è articolato su alcune materie quali la conoscenza dei principi costituzionali e della struttura istituzionale dello Stato e la conoscenza delle principali convenzioni internazionali sui diritti fondamentali, l’educazione alla cittadinanza digitale, l’educazione ambientale e l’educazione alla legalità. Nonostante tali specificazioni, in diversi casi si è registrata una sostanziale sovrapposizione tra l’ora di educazione civica e la diversa ora facoltativa di religione, creando non pochi problemi in termini di discriminazione e disparità di trattamento per gli alunni non avvalentisi. In altri casi si è assistito alla assegnazione di tale insegnamento agli insegnanti di religione cattolica che, com’è noto, godono di un regime di ingresso nella scuola differente dal restante corpo docente e fondato sul nulla osta rilasciato dall’ordinario diocesano, con curricula generalmente diversi rispetto alle aree di insegnamento individuate dal Miur per la materia in analisi. Qui una presa di posizione sul punto. Ancora una volta la scuola perde l’occasione di essere luogo per eccellenza di creazione di percorsi di integrazione. Si auspica che, con il graduale ritorno alla normalità nell’erogazione della didattica, entrambe le questioni possano trovare una risoluzione.

La laicità dello Stato non si misura soltanto dallo stato di salute delle nostre scuole. Nel corso degli anni molte sono state le questioni che hanno riguardato temi particolarmente sensibili. Tra questi il biotestamento, le cure palliative, l’eutanasia, la libertà di ricerca scientifica. In questa sede vogliamo ricordare un’ulteriore tema di importanza fondamentale, che riguarda in senso più ampio il diritto all’autodeterminazione. Si tratta del rapporto tra tematiche di genere, orientamento sessuale e religioni. Il discorso di genere è infatti diventato uno strumento per eccellenza per studiare le modalità di comunicazione e le strategie politiche delle destre radicali e, più in generale, dei movimenti populisti. Ciò passa, per un verso, per un attacco ai migranti, in particolar modo alla comunità musulmana, in ordine all’oppressione esercitata sulla componente femminile, vestendo i panni di una retorica dei diritti umani che strumentalizza le stesse donne per prime e i loro corpi; per altro per la realizzazione di una congiunzione tra i movimenti politici e religiosi ultraconservatori sui temi della difesa della famiglia tradizionale, reiterando il sistema oppressivo patriarcale nei confronti delle donne e stigmatizzante nei confronti di ogni riflessione sull’orientamento sessuale. A poco sono servite le parole di Francesco pronunciate nel contesto di un documentario sul suo pontificato, che sembravano inizialmente aver aperto a una nuova prospettiva sulle unioni civili di persone dello stesso sesso. Tali frasi sono subito state smentite dal Vaticano(7).


Le religioni nello spazio digitale. L’algoritmo tra discriminazione e potenzialità


Le nuove frontiere tecnologiche e in particolare i progressi nel campo dello studio e dell’applicazione di tecnologie di intelligenza artificiale nell’era dei Big Data offrono spunti interessanti di riflessione anche in campo religioso. Nel corso del 2020 è stata firmata la Rome Call for AI Ethics, un documento nato per sostenere un approccio etico all’intelligenza artificiale. La firma del documento è avvenuta al termine di un importante convegno svoltosi sotto l’egida della Pontificia Accademia della Vita, che ha patrocinato l’intera iniziativa. Cofirmatari dell’impegno, insieme alla citata organizzazione vaticana, alcuni dei principali colossi dell’information technology, come Microsoft e IBM, oltre alla FAO e al Governo italiano. Scopo dell’impegno è la promozione di un’“algor-etica” e cioè lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale secondo i principi di trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, ed altri ancora. Il documento può essere consultato qui. In ambito vaticano, l’interesse per i temi etici raggiunge ormai scenari nuovi e per certi versi ancora innovativi e apre diverse questioni sulla possibilità e l’opportunità di un approccio all’intelligenza artificiale sulla base di un discorso etico condiviso e non religiosamente orientato, peraltro in senso unilaterale. Sotto altro punto di vista è noto come i meccanismi di profilazione e le tecniche di machine learning si pongano alla base di condotte discriminatorie nei confronti di diverse categorie individuabili sulla base di diversi ground e spesso in relazione intersezionale tra loro. Non va esente l’appartenenza religiosa, spesso unita al genere, come nel caso delle tecniche di riconoscimento facciale per fini di sicurezza, in cui anche i simboli religiosi giocano un ruolo fondamentale, o come nel caso di monitoraggio dei luoghi di culto sempre per finalità di sicurezza, che comportano ab origine un rischio di discriminazione elevato, seppur latente. Un nuovo spazio per la riflessione sullo stato di salute dei diritti fondamentali, che chiede sempre più attenzione e che andrà monitorato in quella visione nuovamente intersezionale che caratterizza l’approccio alla tutela dei diritti di questo Rapporto.










Note

(1) - La vicenda della cooperante italiana rapita nel novembre 2018 a Chakama, Kenya, nel corso della sua seconda missione in Africa per conto di una Onlus impegnata nel lavoro con minori senza famiglia, è nota. Rapita dal gruppo armato di matrice terroristica Al Shabaab, trasferita più volte nel paese, ha trascorso gli ultimi mesi in Somalia, dove è stata rilasciata. Nel corso della lunga prigionia Silvia Romano ha iniziato il suo percorso di avvicinamento all’Islam mediante la lettura del Corano e la meditazione personale, fino alla decisione di aderirvi e assumere il nuovo nome, Aisha, con cui è appellata in questo Rapporto.

(2) - Tra gli altri e tra i primi si veda, E. Pace, Le religioni in rete: come comunicano e come studiarle”, su Rivista Ais 1/2013, consultabile su www.sociologiaitaliana.egeaonline.it; A. Vitullo, Religioni e internet: evangelizzazione o reincantamento del mondo?, in A. Melloni (a cura di) Rapporto sull’analfabetisno religioso in Italia, Il Mulino, Bologna, 2014, 355 – 367.

(3) - N. Colaianni, La libertà di culto al tempo del coronavirus, in www.statoechiese.it, rivista telematica, fascicolo 7/2020.

(4) - V. Pacilio, La libertà di culto al tempo del coronavirus: una risposta alle critiche, in www.statoechiese.it, rivista telematica, fascicolo 8/2020.

(5) - Tra gli altri si veda L. Ozzano, Religion, Cleavages and Right – Wing Poplulist Parties: the Italian Case, in The review of faith and international affairs, 2019, 1, 65 – 77. Dello stesso A., Religious Fndamentalism, in The Routledge Handbook to Religions and Political Parties, Routledge, 2020, 57-68.

(6) - Per un’analisi comparata tra fonti istituzionali e osservatori indipendenti e della società civile si veda http://www.datajournalism.it/lantisemitismo-in-italia-e-in-europa/. Per una comparazione con lo stato nel resto d’Europa, si veda https://www.ilsole24ore.com/art/antisemitismo-attacchi-italia-e-europa-torna-l-odio-contro-ebrei-ABEIW5VB.

(7) - Per approfondimenti sulle tematiche di genere e LGBTQ+ si rimanda ai capitoli di questo rapporto di Antonia Caruso e Maria Teresa Defraia.

Gianavello

Gianavello

(Rorà 1617 - Ginevra 1690)
LA LOTTA, LA RESISTENZA E L’ESILIO: LA VITA DI GIANAVELLO, L’EROE VALDESE CHE GUIDÒ LA RESISTENZA PROTESTANTE CONTRO GLI STERMINI DEI SAVOIA NEL SEICENTO

Il confine tra la definizione di bandito ed eroe è molto labile, e lo è sempre stato. Anche e soprattutto nelle zone montane e impervie, come ad esempio le valli piemontesi, un luogo di confine, spesso più di incontro che di scontro. Un luogo di Resistenza.

Nel Seicento la riforma protestante aveva circa un secolo. Le valli più occidentali del Piemonte vedevano al loro interno una fortissima presenza di comunità valdesi; in particolare, le valli Pernice, Germanasca e Chisone diventeranno note, appunto, col nome di “valli Valdesi”. Ma spesso nella storia le minoranze - in questo caso religiose - diventano il bersaglio di classi dirigenti alla ricerca di facili consensi. Questo fu il caso proprio delle comunità valdesi piemontesi, che verso la metà del diciassettesimo secolo furono vittime di vere e proprie campagne di sterminio. Iniziate con provvedimenti di Carlo Emanuele II di Savoia che limitavano gli spostamenti e la libertà di culto, tali campagne proseguirono con veri e propri massacri degli abitanti delle valli, con l’uccisione da parte dei soldati piemontesi di circa 2000 valdesi.

Ma alla cieca brutalità dei Savoia i valdesi risposero con determinazione. In particolare, la resistenza venne guidata in gran parte da Giosuè Janavel (spesso italianizzato in Gianavello): un personaggio che ancora oggi viene ricordato come un eroe nelle Valli, mentre - inutile a dirsi - venne ben presto definito “bandito” a Torino. Gianavello era figlio di contadini, personaggio di spicco della Chiesa valdese e audace comandante militare. Anzi, era quello che oggi si definirebbe un guerrigliero: conscio di non poter battere il Ducato in campo aperto, sfruttò la profonda conoscenza delle valli e delle montagne per sfiancare l’esercito dei Savoia. Le sue azioni presto lo resero famoso anche oltralpe, e furono molti i volontari che si unirono alle sue truppe. Per tutta l’estate del 1655 tenne in scacco gli uomini di Carlo Emanuele, che trovandosi in difficoltà accettò la mediazione del Re di Francia per la risoluzione del conflitto. Le cosiddette “Patenti di Grazia”, firmate il 18 agosto del 1655, concessero maggiore libertà e diritti ai valdesi e liberarono numerosi prigionieri. Ma i Savoia puntarono i piedi per quanto riguardava la condizione dei “banditi”, che tanto avevano combattuto per difendere le proprie terre e i propri cari da un’insensata violenza motivata solo da una fede differente. E così Gianavello e molti degli altri combattenti furono costretti all’esilio da quelle terre per le quali avevano dato il loro stesso sangue. Gianavello riparò quindi a Ginevra, in Svizzera, dove si attivò soprattutto tra i valdesi espatriati oltre confine. Pare che almeno in due occasioni rientrò - illegalmente - nelle sue terre, mentre in Svizzera si adoperava affinché i rifugiati potessero, un giorno, tornarvi regolarmente. Ormai anziano e malato, anche quando una nuova crisi investì le valli valdesi tra il 1685 e il 1686 fu, a suo modo, in “prima linea”: inviò consigli, istruzioni, suggerimenti agli abitanti delle valli, e la sua casa svizzera divenne un centro di coordinamento della resistenza valdese. Infine, nel 1689, organizzò il rientro di gran parte degli esuli nelle valli. Lui, a causa delle sue precarie condizioni di salute, non vi prese parte, e morì nel marzo del 1690.