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Pluralismo religioso

Il punto della situazione


Non diversamente dal precedente, l’anno appena concluso è stato caratterizzato per una scarsa attenzione dedicata al tema del pluralismo religioso. L’avvicendamento della nuova maggioranza al Governo ha certamente contribuito a stemperare i toni preoccupanti dello scontro politico che è andato via via crescendo a partire dal 2018. Tuttavia ciò non ha portato ad un generale contenimento della deriva dei discorsi di odio, questione che, per sua natura, investe le diversità anche di natura religiosa. Il legame migrazioni – religioni ha continuato a subire strumentalizzazioni di stampo populista. Le evidenti derive identitarie hanno messo alla prova le comunità di minoranza, spesso percepite in forma alterata dalla popolazione, anche in termini di presenza numerica. Ciò che continua a mancare è la consapevolezza del cambiamento profondo del tessuto sociale, costituito da un pluralismo religioso rinnovato. Al contrario, l’irrigidimento delle posizioni identitarie è veicolato anche attraverso l’uso distorto dei simboli religiosi e il richiamo a radici religioso - culturali a salvaguardia della nazione.

Anche sul piano della libertà religiosa non si registrano particolari avanzamenti. Non in termini legislativi, ancora attendendosi iniziative di legge che si pongano come obiettivo realistico il superamento della c.d. “legislazione sui culti ammessi”. Non in termini politici, mancando un generale discorso pubblico sul tema che porti al centro del dibattito il tema delle libertà. Nel frattempo la Corte costituzionale continua a porsi come unico organo di affermazione dei diritti fondamentali connessi all’applicazione del principio di libertà religiosa di cui all’art. 19 Cost. Ciò in particolare per quanto riguarda la legislazione regionale sui luoghi di culto, al centro di scontri ormai da diversi anni. Con sentenza 254 del 5 dicembre 2019 la Consulta ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale di ulteriori due articoli della legge lombarda sul governo del territorio (nota come “legge anti – moschee”), con ciò indebolendo l’impianto normativo generale di un provvedimento che ha fortemente condizionato la vita di molte realtà religiose e che ha condotto alla chiusura indiscriminata di numerosi luoghi di culto.

Nel difficile clima generale con dispiacere si registra il sensibile incremento di episodi di antisemitismo. Già segnalati con preoccupazione nel corso del 2018, l’anno appena concluso verrà ricordato per gli attacchi subiti dalla comunità ebraica italiana e nello specifico dai sopravvissuti all’ Olocausto. Ciò nondimeno, il 2019 è stato caratterizzato dall’opera di testimonianza incessante della senatrice a vita Liliana Segre, che ha condotto anche alla istituzione della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

I rapporti con l’islam subiscono le conseguenze del clima difficile finora descritto. I numeri aiutano a riportare il dibattito su di un piano di realtà: 1/3 della popolazione straniera residente professa un islam per lo più di tipo culturale, con partecipazione dei credenti alle maggiori festività e momenti culturali e aggregativi. Un islam generalmente dialogante, ancorché eterogeneo, che fatica a trovare ascolto nelle sedi istituzionali.

A 30 anni dalla storica sentenza con cui la Consulta ha formulato il principio supremo di laicità dello Stato, il bilancio porta a risultati contrastanti. Quel che stenta ad affermarsi è una riflessione condivisa sul modello di laicità italiano: un modello che, in applicazione delle parole della Consulta, può definirsi inclusivo e a garanzia delle diverse sensibilità.


Il pluralismo religioso alla prova delle derive identitarie


In tendenziale continuità con il 2018, l’anno da poco concluso non può certo ricordarsi per l’attenzione dedicata al tema del pluralismo religioso. Il cambio di maggioranza al Governo non ha ancora avuto un impatto sensibile sulla materia, anche se è doveroso registrare un ridimensionamento dell’uso strumentale delle differenze religiose a fini propagandistici. Ciò nondimeno, la destra maggioritaria e, con particolare virulenza, il leader della Lega continuano a perpetrare un attacco trasversale alle differenze religiose e culturali, attraverso il racconto distorto del pluralismo religioso quale evento pericoloso per la sicurezza pubblica e per l’integrità delle radici identitarie dell’Italia e dell’Europa. Il punto nodale continua ad essere la connessione tra differenze religiose e immigrazione, strumentalizzata in particolare per rafforzare la campagna per la difesa dei confini e la chiusura dei porti. Con più veemenza la questione riguarda il legame islam – immigrazione e le politiche contro l’integrazione, anche se non possono considerarsi escluse tutte le diverse forme di appartenenza religiosa e culturale che individuano l’altro e l’altra come diverso e perciò pericoloso.

Una percezione del tutto distante dalla realtà, come confermata anche per il 2019 dall’analisi dei dati. Secondo il Dossier statistico immigrazione Idos – Confronti, su una base di presenza straniera in Italia pari a poco più di 5 milioni di residenti (trend stabile dal 2013), la maggioranza è costituita da persone di fede cristiana, con circa 1,5 milioni di ortodossi, 931.000 cattolici e 232.000 protestanti. La presenza islamica, pari al 33% del totale della popolazione straniera residente è tendenzialmente stabile, anche se, rispetto al 2018, supera la presenza cristiana ortodossa(1). Di interesse la stima Cesnur 2019 secondo cui i cittadini italiani professanti la religione islamica sono circa 418.000; 321.000 circa gli ortodossi. Da considerare inoltre il dato della acquisizione della cittadinanza italiana al 2019, da parte di circa 1,6 milioni di residenti. Infine, rileva il dato crescente della presenza atea o agnostica tra gli stranieri.

In tendenziale continuità con le rilevazioni degli anni precedenti, nonostante il lieve aumento della presenza musulmana in Italia, i dati descritti non danno ragione della generale ostilità che si registra nella popolazione italiana. Eppure la differenza tra realtà e percezione continua a pesare in termini di consenso, con conseguente freno delle politiche di integrazione.

Quel che sembra assente dal dibattito pubblico è in realtà l’analisi più profonda della trasformazione ormai consolidatasi del tessuto sociale, che vede un pluralismo religioso del tutto rinnovato, con presenze di comunità di credenti non autoctone ormai divenute parte integrante del paese. In assenza di una piena presa d’atto di tale cambiamento da parte pubblica, che conduca a vere politiche inclusive, la reazione si concreta in atteggiamenti di irrigidimento delle posizioni identitarie, offrendo terreno fertile per attività propagandistiche di diffusione di odio e paura. Esemplare in tal senso è stata la campagna elettorale per le elezioni europee del 2019, in cui non sono mancati chiari riferimenti alle radici cristiane ed esposizioni pubbliche di simboli religiosi in funzione di demarcazione del territorio e distinguo di matrice discriminatoria. È ancora una volta il leader della Lega a mostrarsi in piazza esponendo il crocifisso e facendo appelli in un mix di atteggiamenti di credenza popolare, già espressi peraltro in chiusura della campagna elettorale in Piazza Duomo, in presenza dei leader dei maggiori partiti sovranisti europei. Anche in tal caso non si sono fatte attendere le dure reazioni da parte cattolica: qui un elenco delle prese di posizione delle maggiori testate giornalistiche cattoliche italiane.

Del pari, anche nel 2019 il tema del crocifisso nelle aule scolastiche ha continuato a far discutere. È notizia dello scorso settembre l’iniziativa del sindaco di Ferrara il quale, in concomitanza con l’apertura dell’anno scolastico, ha ordinato l’acquisto di 385 crocifissi da distribuire nelle aule che ne risultassero sprovviste. L’argomentazione intorno al tema del crocifisso è quella dell’identità storico – culturale collegata al simbolo religioso che, com’è noto, ha caratterizzato il dibattito delle corti italiane ed europee e che ancora fa discutere. Se, infatti, nel 2011 con il caso Lautsi la Corte europea dei diritti dell’uomo si esprimeva positivamente sulla legittima esposizione del crocifisso sulla base del cosiddetto margine di apprezzamento riconosciuto all’Italia nell’interpretazione della Convenzione Edu, oggi il tema assume nuove connotazioni. È infatti opportuno chiedersi quanto le posizioni a difesa del valore culturale del crocifisso siano ancora opportune, quando il patrimonio religioso confessionale mainstream è divenuto strumento della retorica anti immigrazionista e anti islamica. Qui alcune riflessioni in merito.

In tale contesto hanno pertanto fatto molto discutere le affermazioni dell’ex ministro dell’Istruzione Fioramonti che, affermando in via principale che la questione del crocifisso è per sua natura divisiva, ha poi argomentato in favore della esposizione sostitutiva in ogni classe di “una mappa geografica del mondo, un richiamo alla Costituzione e agli obiettivi dello sviluppo sostenibile”. Dure le reazioni da parte della Chiesa cattolica.

Il nuovo pluralismo religioso continua tuttavia a sedimentarsi nella quotidianità dei rapporti e nelle decisioni oculate di alcune realtà territoriali attente ai cambiamenti e positivamente motivate verso politiche di inclusione. È il caso ad esempio nelle numerose celebrazioni congiunte dell’iftar, l’interruzione del digiuno nel contesto dell’islam, registrate nel 2019: qui un resoconto, che registra il “primato” positivo dell’Emilia Romagna. Ancora, manifestazioni partecipate si sono registrate a Cremona, Brescia, e numerose altre città per la celebrazione di Vaisakhi, ricorrenza dedicata alla nascita del sikhismo.

Infine, una riflessione generale sul pluralismo religioso e sui corrispondenti tentativi di contenimento identitario non può non prendere in considerazione anche l’ulteriore elemento sociale a completamento del quadro delle appartenenze (e non) religiose. Si intende riferirsi alla post-secolarizzazione, quale fenomeno che trasversalmente attraversa le società occidentali e che obbliga allo studio del rapporto tra religione e modernità in cui, a fronte di un apparente allontanamento di massa delle popolazioni dalle religioni si afferma, anche politicamente, un loro rinnovato protagonismo. Ciò obbliga ad una lettura degli eventi e dei fenomeni fin qui descritti e che seguiranno che tenga conto di tale cambio di paradigma e che superi la reciproca delegittimazione(2) tra contenuti religiosi e concezione secolare, giungendo ad una sintesi di diritti e tutele a misura del reale.


Lo stato di salute della libertà religiosa


Non va meglio sul piano del riconoscimento della libertà religiosa e dei diritti connessi. Il 2019 si attesta su una sostanziale inamovibilità, con poche novità di rilievo sul tema. A novant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi, celebrata lo scorso 11 febbraio con l’emissione congiunta di un francobollo celebrativo da parte del Governo italiano e della Città del Vaticano, l’occasione per una riflessione sul senso storico della “pace” tra Chiesa e stato fascista(3) non è stata accompagnata da altrettanta attenzione sullo stato dei diritti fondamentali di uguaglianza e libertà sanciti dalla Costituzione repubblicana. Aldilà di ogni valutazione sul senso delle ricorrenze, il tema veramente centrale non attiene (non soltanto, almeno) al rapporto tra Stato e chiesa cattolica, quanto al riconoscimento giuridico di realtà religiose sempre più importanti, non solo dal punto di vista numerico, che tarda ad arrivare. Occorre infatti ricordare come il modello italiano dei rapporti tra Stato e confessioni religiose si sia attestato su uno schema piramidale, cui corrispondono alterni livelli di riconoscimento e conseguenti diritti. Se, pertanto, i richiamati Patti lateranensi si attestano ad un livello superiore, stante peraltro il richiamo che ad essi compie l’art. 7 Cost. dopo l’affermazione della reciproca indipendenza e sovranità dello Stato e della Chiesa cattolica, l’eguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge proclamata al primo comma dell’art. 8 Cost. stenta a incarnarsi in provvedimenti concreti. Né sul punto può dirsi al momento attivo l’ulteriore strumento di regolamentazione dei rapporti Stato – confessioni, l’intesa ex art. 8, terzo comma, Cost., ferma ormai da tempo. Unica novità in tale ultimo senso è infatti la firma dell’intesa, avvenuta lo scorso 30 luglio, tra la Repubblica italiana e l’“Associazione chiesa d’Inghilterra”, che rappresenta la confessione anglicana denominata Church of England. Una realtà storicamente importante ma di nicchia e sostanzialmente uniforme, quanto a richieste e ottenimenti, a schemi di intese già ampiamente collaudati nel nostro paese. Qui il testo. Occorre inoltre ricordare che, sebbene sottoscritta, l’intesa non ha ancora conosciuto il passaggio parlamentare per la sua approvazione, passaggio i cui tempi non sono prevedibili. Nulla, nella sostanza, si muove con riguardo ad altre realtà confessionali che hanno intrapreso la strada della trattativa con lo Stato e nulla, in particolare, per le espressioni religiose più fragili dal punto di vista strutturale. Tali sono quelle realtà che faticano a organizzarsi rispettando canoni di presenza, rappresentatività, diffusione e organizzazione richieste dallo Stato, richieste spesso lontane dal modello di auto – comprensione o dalla tradizione confessionale. Tale assenza riguarda anzitutto l’universo delle associazioni islamiche, che più risentono della mancanza di riconoscimento giuridico. I rapporti con l’islam saranno oggetto di specifica analisi più avanti, ma ciò che preme osservare in tale sede è che al fine dell’ottenimento di diritti minimi, questa e ulteriori realtà religiose a forte composizione straniera tendono a mimetizzarsi in altre forme giuridiche previste dall’ordinamento, come le associazioni culturali o le organizzazioni di volontariato. Ciò a discapito degli specifici diritti connessi alla natura religiosa degli enti, con conseguente degradazione dei diritti di individui e comunità. Non aiuta in tal senso la riforma del c.d. Terzo settore, ancora in fase di attuazione e che trova nel D.lgs. 117/17 il suo provvedimento cardine. In esso, è presente la previsione della possibile costituzione di un “ramo” di attività sociale degli enti religiosi civilmente riconosciuti, ma è proprio tale ultimo requisito a mancare in molti casi. Ne consegue che, nella speranza di ottenere una qualche forma di riconoscimento (e di conseguente beneficio, anche di tipo fiscale), le associazioni religiose tendono a confluire in forme giuridiche riconducibili ad altre aree della richiamata riforma, generalmente unificate dal requisito dell’“utilità sociale”, ma spesso del tutto distanti dalla specificità dei diritti riconosciuti in base al fattore religioso. Tale tendenza rischia di allontanare sempre di più queste realtà dall’obiettivo principale e legittimo: quello del riconoscimento della loro specifica natura religiosa, che consenta il pieno esercizio del diritto di libertà religiosa in forma individuale e associata.


C2. Grafico 1 • Composizione della popolazione in Italia e persone di confessione non cattolica (CESNUR 2019)

C2. Grafico 2 • Minoranze religiose fra i cittadini italiani (stima CESNUR 2019)


I luoghi di culto e l’intervento della Corte costituzionale


In stretta connessione con la libertà religiosa vi è la questione dei luoghi di culto. Com’è noto, a partire dal 2015 l’emanazione o l’inasprimento di leggi regionali sul governo del territorio hanno reso particolarmente complesso il diritto all’apertura o al mantenimento di strutture adibite alla preghiera e alle attività comunitarie. La situazione, già oggetto di monitoraggio nei precedenti aggiornamenti di questo Rapporto, ha trovato una prima parziale composizione con due pronunce della Consulta emanate nel 2016. In tale occasione – e in particolare con la sentenza n. 63/2016, riguardante la Regione Lombardia – fu dichiarata la parziale incostituzionalità di provvedimenti legislativi sulla base della disparità di trattamento posta tra confessioni dotate di intesa con lo Stato e confessioni che ne sono sprovviste, riservando a quest’ultime un trattamento deteriore nell’esercizio del diritto di libertà religiosa sancito all’art. 19 Cost. Di più. Le pronunce colpivano alcuni aspetti dei provvedimenti legislativi irragionevoli e dal chiaro spirito securitario, come la previsione che ogni edificio di culto fosse dotato di impianti di videosorveglianza collegati con gli uffici di polizia, o l’utilizzo della lingua italiana per ogni attività non strettamente liturgica.

Nella sostanza, tuttavia, i provvedimenti di Lombardia, Veneto e Liguria sono rimasti in piedi e hanno continuato a ledere i diritti delle confessioni religiose di “nuova presenza”, come i musulmani, ma anche i cristiani evangelici pentecostali e altre realtà religiose particolarmente diffuse nell’immigrazione recente.

In tale contesto è stata accolta con grande favore la pronuncia della Corte costituzionale, emanata il 5 dicembre 2019 su ricorso del Tar Lombardia, che ha inferto un altro colpo all’impianto legislativo generale della legge lombarda sulle attrezzature religiose. Afferma infatti la Consulta che la libertà religiosa garantita dall’art. 19 Cost. comprende anche la libertà di culto e, pertanto, il diritto di godere di adeguati spazi per il suo esercizio. Ne consegue che il legislatore regionale è tenuto a rispondere a tale esigenza e comunque a non ostacolare l’insediamento di luoghi di culto. Pertanto la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità della disposizione che prevedeva l’adozione di un Piano per le Attrezzature Religiose per ogni luogo di culto, a prescindere dallo specifico impatto urbanistico e con disparità di trattamento rispetto alle altre opere di urbanizzazione secondaria. Parimenti incostituzionale è stata dichiarata la disposizione che prevedeva la contestuale emanazione di un Piano per il Governo del Territorio da parte dei Comuni, con totale discrezionalità nella scelta dell’esercizio o meno di tale potere. La norma infatti rendeva del tutto aleatoria la possibilità di realizzare nuovi spazi di riunione per le confessioni, in tal modo comprimendo fortemente la libertà religiosa senza che a ciò corrispondesse un reale interesse di governo del territorio.


C2. Grafico 3 • Stranieri in Italia, appartenenza religiosa


Le conseguenze della pronuncia di registreranno nel corso del 2020, in cui ci si attende un adeguamento da parte degli enti locali che, qualora mancante, potrebbe comportare un innalzamento del contenzioso in sede amministrativa. Quel che sembra importante sottolineare è che ancora una volta la materia dell’esercizio della libertà religiosa è posta al centro delle polemiche politiche di stampo populista, finendo per essere normata con provvedimenti discriminatori e lesivi dei diritti fondamentali sanciti a livello costituzionale. In tale quadro, l’unico correttivo risulta essere, ancora una volta, la sede giurisdizionale e, in ultima analisi, il controllo di legittimità costituzionale. Il dato evidenzia l’urgenza di un intervento legislativo in materia, atteso ormai da troppo tempo. Una legge sulla libertà religiosa che riempia un vuoto normativo e completi il modello di relazione Stato – confessioni religiose, per come è andato delineandosi dall’entrata in vigore del testo costituzionale, è infatti il principale strumento per garantire l’esercizio dei diritti connessi alla libertà religiosa, siano essi individuali o collettivi. Del pari, la c.d. “legislazione sui culti ammessi” emanata durante il ventennio fascista continua a mostrare tutta la sua inadeguatezza e desuetudine. La stessa, infine, non pare sufficiente a intercettare tutte quelle particolarità organizzative connesse alla pluralità di espressioni del religioso ormai presenti in Italia, che rischiano di rimanere senza alcun riconoscimento. Da più parti in sede accademica(4), come nel contesto delle rappresentanze delle confessioni religiose, vi è la richiesta di un intervento in tal senso.


L’aggravarsi degli episodi di antisemitismo. Le azioni di contrasto ai fenomeni d’odio.


Non senza averne denunciato sentori e prime manifestazioni eclatanti già a partire dal 2018, evidenziandone peraltro la stretta connessione con il clima d’odio e intolleranza diffuso nel paese, spiace dover segnalare il sensibile aumento degli episodi di antisemitismo nel corso dell’anno 2019, che non accenna a diminuire con i primi mesi del 2020. Secondo i dati dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, nel corso del 2019 in Italia si sono registrati 251 episodi di antisemitismo, circa il 38% in più dell’anno precedente(5). Di particolare rilevanza l’incremento di episodi di odio on line mediante l’uso distorto di social network e altri canali di comunicazione web. Non sfugge all’analisi la continuità con un generale trend in aumento del fenomeno dell’hate speech online, che va diffondendosi nei confronti di più ampia platea di soggettività colpite in funzione discriminatoria. Al contempo non può non sottolinearsi la particolare nocività del fattore qui preso in considerazione, che connette allo specifico religioso questioni che attengono allo stato di civiltà di un paese, all’importanza della memoria, in una alle ferite più profonde della storia dell’umanità. Qui l’elenco completo degli episodi di antisemitismo, costantemente aggiornato dal CDEC. Vogliamo tuttavia evidenziare gli ultimi episodi in ordine di tempo che più hanno obbligato ad alzare il livello di attenzione sul tema. Ci riferiamo alle scritte antisemite comparse nei primi mesi del 2020 sulle porte di familiari di partigiani e sopravvissuti all’Olocausto. Così a Mondovì, Torino, Bologna; da ultimo, davanti l’ingresso di due scuole superiori di Pomezia in concomitanza con incontri in occasione del Giorno della Memoria e di visite di testimoni della Shoah, sono comparse ulteriori scritte dal contenuto antisemita. Le reazioni di istituzioni, politica e società civile non sono mancate: diverse le manifestazioni di sostegno e le fiaccolate in memoria delle vittime e contro ogni forma di odio che si sono svolte nelle città colpite dagli eventi. La ricorrenza del Giorno della Memoria ha pertanto assunto nel corso del 2019 e di inizio 2020 un valore tutt’altro che simbolico, costituendo un’occasione importante di informazione e contrasto alle derive dell’odio. Si segnala in particolare l’iniziativa svolta presso l’Università Sapienza di Roma del 30 gennaio 2020 “La Sapienza chiede scusa: leggi razziali, la scuola, l’accademia, nel corso della quale sono stati ricordati gli studenti e i docenti dell’Ateneo che furono estromessi dall’apprendimento e dall’insegnamento in applicazione delle leggi razziali del 1938. Nella settimana dal 13 al 17 febbraio 2020 in occasione delle celebrazioni dell’ottenimento dei diritti civili e politici nel 1848, la chiesa valdese e la comunità ebraica di Torino hanno patrocinato l’iniziativa di proiezione sulla Mole Antonelliana di richiamo all’unità contro l’antisemitismo. Nell’ambito degli stessi festeggiamenti si segnala l’opuscolo informativo "Contro l'antisemitismo e la deriva dell'odio" prodotto dalla Fcei, utile strumento per affrontare il tema e contrastare atteggiamenti di pregiudizio ed emarginazione.

Eventi e commemorazioni non esauriscono l’impegno pubblico sul tema. Più di ogni fatto, l’attenzione alla deriva d’odio nel nostro paese si deve al costante impegno della senatrice a vita Liliana Segre che, nel corso di tutto il 2019 e inizio del 2020, non ha fatto mancare parole di testimonianza e monito contro ogni forma di intolleranza. Il 30 ottobre 2019 il Senato ha approvato la mozione per l’istituzione della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Il testo della mozione che ha come prima firmataria la senatrice Segre è consultabile qui. Ricorda la mozione come “negli ultimi anni si sta assistendo ad una crescente spirale dei fenomeni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica (…) sia con atti e manifestazioni di esplicito odio e persecuzione contro singoli e intere comunità, sia (…) attraverso vari mezzi di comunicazione e in particolare sul web”. La Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni richiamati. In tale contesto risuona ancor più grave il voto di astensione di 98 senatori dell’area di centro-destra; la quasi totalità degli appartenenti a tale area politica non ha preso parte neppure all’applauso e ovazione al momento della proclamazione del voto.

Il 29 gennaio 2020 la senatrice Segre ha infine tenuto uno storico discorso al Parlamento Europeo. In occasione del settantacinquesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, ella ha ricordato che il razzismo e l’antisemitismo non sono mai scomparsi, ma affiorano in base al momento storico, lanciando un monito sul tempo presente. Qui il discorso integrale. Il 16 gennaio 2020 Milena Santerini, docente e già deputata nella XVII Legislatura è stata nominata coordinatrice della Commissione nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. La nomina segue ad una specifica richiesta che il Parlamento europeo ha rivolto agli Stati membri del 2017; tra i primi compiti della Commissione vi è l’approvazione della definizione di antisemitismo come formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Il 21 febbraio 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato per la prima volta in visita al Tempio Maggiore di Roma; in tale contesto ha ricordato il contributo fondamentale della comunità ebraica romana alla storia dell’Italia e rimarcato il ruolo della democrazia per dare voce alle diversità.


C2. Grafico 4 • Stranieri in italia: l’appartenenza religiosa, macrodivisione e percentuali

I rapporti con l’Islam


Anche per il 2019 è confermato il trend segnalato negli ultimi anni: tra la popolazione straniera presente in Italia i cristiani sono la maggioranza (2.742.000, pari al 52,2% del totale), mentre la componente musulmana ammonta a circa 1/3 del totale con 1.733.000 (il 33%)(6). I numeri smentiscono la narrazione diffusa sul rischio di invasione culturale e religiosa dell’Italia da parte dell’islam e riportano su un piano di realtà la percezione del fenomeno migratorio a della connessa appartenenza religiosa. Resta tuttavia alta la tensione sul tema, che continua ad essere oggetto di strumentalizzazione in chiave divisiva e di ostilità contro le migrazioni e le identità religiose, un trend politico registrato per tutto l’anno, in continuità con l’avvento della destra al governo nel corso del 2018. Nel tentativo di fornire adeguati strumenti di informazione occorre allora riportare alcuni elementi descrittivi della comunità musulmana presente in Italia. È nuovamente il Dossier statistico immigrazione 2019 che ci descrive l’islam italiano come in buona parte proveniente dall’Europa balcanica e dall’Africa mediterranea, con prevalenza rispettivamente dall’Albania e dal Marocco. Un’appartenenza religiosa che viene descritta come per lo più di tipo culturale, che trova espressione soprattutto nel digiuno nel mese di ramadan e nella partecipazione ad importanti momenti comunitari. Di particolare rilevanza la questione degli imam: a fronte di attese sociali e istituzionali sempre più evidenti e alla necessità di implementazione delle politiche di integrazione, mancano spesso guide religiose formate a svolgere ruoli di mediazione anche all’esterno delle comunità. In tal senso, mentre l’educazione di tipo dottrinale e teologica avviene per lo più in forma autonoma e saltuariamente in centri di studi teologici preposti allo scopo, la formazione civica del ruolo degli imam manca di una visione globale di investimento, a partire dagli attori istituzionali(7).

Un islam pertanto non maggioritario, ma che ancora troppo spesso è al centro di polemiche. Anche nel 2019 non sono mancati episodi in cui il velo islamico è stata occasione di scontro politico, come nel caso della giovane appartenente al “movimento delle sardine” che in occasione della manifestazione svoltasi in Piazza San Giovanni a Roma nel dicembre 2019 è intervenuta dal palco contro il razzismo della politica delle destre indossando l’hijab. Dure le reazioni, non soltanto da parte delle istanze politiche oggetto di contestazione. Ha fatto molto discutere la presa di posizione apparsa su MicroMega, che ritorna ad esprimersi sul velo islamico definendolo “simbolo di oppressione”. Più in generale si registra il diffondersi di episodi di islamofobia. Recente la diffusione di una nota del presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (Ucoii) che esprime sconcerto riguardo alle dichiarazioni del leader della Lega, che attribuiscono alla presenza musulmana in Italia la causa dell’odio contro le minoranze che va diffondendosi nel paese.

Nessun passo avanti peraltro si registra sul fronte delle relazioni istituzionali con le rappresentanze islamiche presenti in Italia. A oggi nessuna comunità islamica vanta forme di riconoscimento giuridico da parte dello Stato, con l’unica eccezione del Centro culturale islamico Grande Moschea di Roma, realtà del tutto particolare, i cui organismi direttivi sono espressione delle rappresentanze diplomatiche dei paesi fondatori. Sono lontani i percorsi intrapresi a partire dal 2017, finalizzati alla possibile stipulazione di un’intesa con lo Stato ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost. Tuttavia, con l’inizio del 2020 si segnala una ripresa di possibile dialogo con l’incontro avvenuto presso il Viminale tra il ministro Luciana Lamorgese e una delegazione dell’Ucoii. Da segnalare inoltre come nel gennaio 2020 è stato siglato il rinnovo del protocollo d’Intesa tra Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Ucoii al fine di favorire l’ingresso in carcere di ministri di culto e mediatori culturali. Nel solco del precedente accordo del 2015 e sulla scorta dei dati allarmanti, che riferiscono di una popolazione carceraria proveniente da paesi tradizionalmente di fede musulmana pari a 10.485 persone, con un’alta incidenza di episodi di autolesionismo, il protocollo ha avviato una sperimentazione su 8 istituti penitenziari per la durata di 6 mesi, teso all’incremento della cura spirituale e culturale delle persone in stato di reclusione. L’obiettivo futuro riguarda l’estensione del protocollo in tutti quegli istituti penitenziari in cui è presente una sala di preghiera. Qui il testo.

Trovano, infine, conferma le preoccupazioni espresse negli anni precedenti e relative a casi di pratiche rituali sfociate in gravissimi danni per la salute dei bambini. Secondo le stime dell’Ordine dei medici, le circoncisioni rituali al di fuori di strutture ospedaliere e sotto controllo medico ammontano tra le 2000 e le 3000 annue, circa il 35% del totale. Allo stato, l’unica regione italiana ad aver inserito tale pratica all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza è la Toscana, con delibera emanata già nel 2002. Non sono mancati, peraltro, casi di morte di neonati anche nel 2019. Molteplici gli appelli da parte di realtà mediche, tra cui l’Associazione medici di origine straniera. Qui una lista di appelli al ministro della Salute finalizzati all’ottenimento dell’inserimento generalizzato della pratica rituale nei Lea.


Il principio di laicità ha 30 anni


Il 2019 è stata l’occasione per ricordare i 30 anni dalla emanazione della storica sentenza n. 203/89, con cui la Corte costituzionale ha formulato il principio di laicità quale principio supremo nell’ordinamento giuridico italiano. In tale occasione la Consulta ha affermato che “il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost. implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo religioso e culturale”. La valenza di principio supremo, che permea il testo costituzionale e che, come tale, si pone al di sopra delle leggi, richiede pertanto che legislazione e provvedimenti giudiziali ne diano attuazione e obbliga ad una valutazione generale sullo stato dell’arte. Dal 1989 non sono mancati provvedimenti legislativi di ogni rango e atti amministrativi che difficilmente possono dirsi frutto della richiamata attuazione. Basti pensare alle questioni legate al crocifisso precedentemente affrontate, o a quelle della presenza dei docenti di religione cattolica nelle commissioni d’esame, riportata all’attenzione pubblica dall’esercizio delle deleghe connesse al Decreto “buona scuola” e non ancora risolte. Ma le tematiche interessate dallo stato di applicazione del principio di laicità sono ben più ampie, e riguardano il diritto di autodeterminazione, la garanzia della libertà delle scelte sulla salute, sull’interruzione di gravidanza, sul fine vita; l’esercizio dei diritti civili senza disparità di trattamento sulla base dell’orientamento sessuale o le scelte di vita delle coppie di fatto. Un bilancio non ancora chiuso, ma con risultati che non possono dirsi certamente pienamente positivi. In tale contesto appaiono sempre più rilevanti le argomentazioni che la Consulta scelse 30 anni fa per disegnare il modello di laicità “all’italiana”: un modello partecipativo in cui Stato e confessioni religiose sono distinte, ma non antagoniste e che richiami al rispetto delle diversità nelle scelte quale espressione di quel pluralismo religioso e culturale che stenta ad affermarsi in tutta la sua pienezza.



Note

(1) - Sul punto, si vedano anche i dati elaborati da Fondazione Ismu https://www.ismu.org/comunicato-stampa-immigrati-e-religioni-in-italia/

(2) - Sul punto, si veda P. Costa, “La città post – secolare”, Queriniana, 2019.

(3) - Si veda G. Mazzuca, “Quei Patti benedetti: che cosa resta dei Patti Lateranensi tra Mussolini e Pio XI”, Mondadori, 2019.

(4) - Si veda R. Zaccaria, S. Domianello, A. Ferrari, P. Floris, R. Mazzola, “La legge che non c’è. Proposta per una legge sulla libertà religiosa in Italia”, Il Mulino, gennaio 2020.

(5) - Per un’analisi comparata tra fonti istituzionali e osservatori indipendenti e della società civile si veda http://www.datajournalism.it/lantisemitismo-in-italia-e-in-europa/. Per una comparazione con lo stato nel resto d’Europa, si veda https://www.ilsole24ore.com/art/antisemitismo-attacchi-italia-e-europa-torna-l-odio-contro-ebrei-ABEIW5VB

(6) - Fonte Dossier Statistico Immigrazione Idos – Confronti 2019

(7) - Si veda sul punto M. Ambrosini, P. Naso, C. Paravati (a cura di), Il dio dei migranti, Ed. Il Mulino, Bologna, 2019.

Gianavello

Gianavello

(Rorà 1617 - Ginevra 1690)
LA LOTTA, LA RESISTENZA E L’ESILIO: LA VITA DI GIANAVELLO, L’EROE VALDESE CHE GUIDÒ LA RESISTENZA PROTESTANTE CONTRO GLI STERMINI DEI SAVOIA NEL SEICENTO

Il confine tra la definizione di bandito ed eroe è molto labile, e lo è sempre stato. Anche e soprattutto nelle zone montane e impervie, come ad esempio le valli piemontesi, un luogo di confine, spesso più di incontro che di scontro. Un luogo di Resistenza.

Nel Seicento la riforma protestante aveva circa un secolo. Le valli più occidentali del Piemonte vedevano al loro interno una fortissima presenza di comunità valdesi; in particolare, le valli Pernice, Germanasca e Chisone diventeranno note, appunto, col nome di “valli Valdesi”. Ma spesso nella storia le minoranze - in questo caso religiose - diventano il bersaglio di classi dirigenti alla ricerca di facili consensi. Questo fu il caso proprio delle comunità valdesi piemontesi, che verso la metà del diciassettesimo secolo furono vittime di vere e proprie campagne di sterminio. Iniziate con provvedimenti di Carlo Emanuele II di Savoia che limitavano gli spostamenti e la libertà di culto, tali campagne proseguirono con veri e propri massacri degli abitanti delle valli, con l’uccisione da parte dei soldati piemontesi di circa 2000 valdesi.

Ma alla cieca brutalità dei Savoia i valdesi risposero con determinazione. In particolare, la resistenza venne guidata in gran parte da Giosuè Janavel (spesso italianizzato in Gianavello): un personaggio che ancora oggi viene ricordato come un eroe nelle Valli, mentre - inutile a dirsi - venne ben presto definito “bandito” a Torino. Gianavello era figlio di contadini, personaggio di spicco della Chiesa valdese e audace comandante militare. Anzi, era quello che oggi si definirebbe un guerrigliero: conscio di non poter battere il Ducato in campo aperto, sfruttò la profonda conoscenza delle valli e delle montagne per sfiancare l’esercito dei Savoia. Le sue azioni presto lo resero famoso anche oltralpe, e furono molti i volontari che si unirono alle sue truppe. Per tutta l’estate del 1655 tenne in scacco gli uomini di Carlo Emanuele, che trovandosi in difficoltà accettò la mediazione del Re di Francia per la risoluzione del conflitto. Le cosiddette “Patenti di Grazia”, firmate il 18 agosto del 1655, concessero maggiore libertà e diritti ai valdesi e liberarono numerosi prigionieri. Ma i Savoia puntarono i piedi per quanto riguardava la condizione dei “banditi”, che tanto avevano combattuto per difendere le proprie terre e i propri cari da un’insensata violenza motivata solo da una fede differente. E così Gianavello e molti degli altri combattenti furono costretti all’esilio da quelle terre per le quali avevano dato il loro stesso sangue. Gianavello riparò quindi a Ginevra, in Svizzera, dove si attivò soprattutto tra i valdesi espatriati oltre confine. Pare che almeno in due occasioni rientrò - illegalmente - nelle sue terre, mentre in Svizzera si adoperava affinché i rifugiati potessero, un giorno, tornarvi regolarmente. Ormai anziano e malato, anche quando una nuova crisi investì le valli valdesi tra il 1685 e il 1686 fu, a suo modo, in “prima linea”: inviò consigli, istruzioni, suggerimenti agli abitanti delle valli, e la sua casa svizzera divenne un centro di coordinamento della resistenza valdese. Infine, nel 1689, organizzò il rientro di gran parte degli esuli nelle valli. Lui, a causa delle sue precarie condizioni di salute, non vi prese parte, e morì nel marzo del 1690.