Quali dati sulla violenza di genere in Italia? Un fenomeno sistemico e sommerso
Il 2024 si chiude con il monitoraggio, preziosamente elaborato dall’Osservatorio Nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una di Meno, di 116 casi, registrando 99 femminicidi, 6 suicidi di donne cis, 1 caso di donna scomparsa, 7 casi in fase di accertamento e circa 53 tentativi di femminicidio. (1) Il 2025, con una tendenza che non si scosta molto da quello degli anni precedenti, vede 99 casi monitorati, di cui 84 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, oltre a 78 tentati femminicidi. Nel solo mese di gennaio 2026, si registrano già due casi di cronaca di femminicidio.
Si osserva come ancora oggi in Italia, e più in generale in Europa, non solo non esista una banca dati sui femminicidi pubblica e accessibile, ma manchi altresì una metodologia istituzionale condivisa.
Le difficoltà all’elaborazione degli strumenti sopra richiamati hanno che fare anche con la discrezionalità della qualificazione dei reati come caratterizzati da un “movente di violenza di genere”, al dì là della loro appartenenza a reati di c.d. Codice Rosso.
Si sottolinea inoltre come, fino al mese di dicembre 2024, il Ministero dell’Interno abbia ridotto progressivamente la pubblicazione di dati e statistiche dei reati riconducibili alla violenza di genere da settimanale a mensile, per poi, nel 2025 ridurre ulteriormente la cadenza ad un aggiornamento trimestrale. L’allungamento del tempo tra un aggiornamento all’altri rischia di rendere meno tempestivo il monitoraggio del fenomeno, quanto meno dal punto di vista penale, e, di conseguenza, l’adozione di misure di contrasto efficaci, oltre ad indebolire la potenza comunicativa dei dati stessi in ottica di sensibilizzazione.
Secondo l’ultimo report del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, nel 2024 in Italia sono state uccise 113 donne, di cui 99 in ambito familiare o affettivo e 61 per mano del partner o dell’ex partner, con un lieve aumento dei delitti commessi in contesti familiari rispetto al 2023. Anche in questo caso, si sottolinea come la rilevazione si effettuata su alcuni titoli di reato con la specifica del genere e della relazione vittima-imputato/contesto del fatto, dunque attraverso l’estrapolazione del dato aggregato dal monitoraggio generale della Banca Dati delle Forze di Polizia.
Invero, ancora prima delle rilevazioni che lasciano traccia nel sistema penale, esiste l’enorme perdita dei dati relativa all’under-reporting e all’under-recording e che caratterizza la violenza di genere, soprattutto in ambito endo-familiare, oltre a tutte le denunce-querele rimesse dalle stesse vittime o a seguito delle quali non si è incardinato un procedimento penale. Secondo i dati del 2024, il 73% delle donne che si rivolgono al 1522 non segnala la violenza alle autorità, frenate da paura, sfiducia e da un sistema sociale e giudiziario che spesso mette in dubbio la parola delle vittime e delle sopravvissute, o le revittimizza.
E se il femminicidio rappresenta solo la manifestazione più violenza del fenomeno della violenza di genere, non può trascurarsi il dato per cui nella Banca Dati delle Forze di Polizia sono stati registrati nel 2024 più di 6.500 casi di violenza sessuale, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. Il 2024 è infatti l’anno con il dato più alto dal 2020.
Secondo l’Istat, in base alle stime preliminari desunte dalla rilevazione in corso, nel 2025 circa il 31,9% delle donne dai 16 ai 75 anni di età hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il 18,8 ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali. Si osserva come i dati richiamati si riferiscano unicamente a donne italiane, poiché, a causa della barriera linguistica, non è stato possibile estendere l’indagine alle donne straniere.
La violenza fisica resta la più diffusa, seguita da quella psicologica, ma emergono anche forme di violenza economica e atti persecutori, a conferma della natura complessa della violenza maschile e patriarcale sulle donne.
Nel 2024 le richieste di aiuto al Numero Nazionale Antiviolenza (1522) sono aumentate del 37% rispetto al 2023, superando le 15.000 richieste di aiuto. I dati ISTAT diffusi a novembre 2024 mostrano che i casi di stalking sono aumentai del 97% nell’arco di anno.
A conferma della natura sistemica e culturale del fenomeno, si osserva come il luogo principale dove avvengono le violenze sia l’abitazione familiare - dove avvengono oltre sette casi su dieci di violenza – e che, in generale, gli autori della violenza sono persone conosciute.
La violenza di genere continua a rappresentare in Italia un fenomeno strutturale e pervasivo, radicato nelle dinamiche sociali, familiare, politiche e culturali del Paese.
Novità legislative in Europa e in Italia
In ambito Europeo, nel solco degli obblighi della Convenzione di Istanbul, il 7 maggio 2024, è stata adottata la Direttiva n. 1385/2024 sul contrasto alla violenza di genere e domestica, in vigore il 14 giugno 2024. La Direttiva è stata definite una “milestone”, in quanto rappresenta il primo strumento legale completo a livello europeo adottato per contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica con un duplice obiettivo: combattere la violenza di genere e domestica nello spazio EU e prevedere misure di protezione, di supporto e di accesso alla giustizia per le vittime di ogni forma di violenza di genere e domestica, richiedendo agli Stati Membri di adottare misure preventive di tutela per le vittime delle violenze.
Nel 2024, la Commissione Europea, nell’ambito della Gender Equality Strategy 2020-2025 ha intrapreso numerose azioni per implementare gli obiettivi della Convenzione di Istanbul partecipando inoltre, nel maggio e dicembre 2024, agli incontri biennali del Comitato dei Membri della Convenzione di Istanbul, adottando le raccomandazioni e le conclusioni sulla base del rapporto GREVIO.
Nel marzo 2024, dopo tre anni e mezzo di negoziazioni, il Consilio Europeo ha invitato formalmente gli Stati Membri a ratificare la “Violence and Harrasment Convention, 2021” (n. 190) a cura dell’International Labour Organization (ILO).
Nel mese di gennaio 2025, GREVIO ha emanato la sua procedura di standard di valutazione dell’implementazione della Convezione da parte dell’UE.
Alcune azione sono state intraprese nel 2024 dal Consiglio Europeo e dalla Commissione Europea nell’abito della “Strategia Europea per i diritti delle vittime 2020-2025”, che include vittime di violenze di genere, sessuale e discriminazioni.
Sul piano nazionale, stante l’implementazione della legge n. 168/2024, che prevede ulteriori disposizioni e potenziamento del c.d. Codice Rosso, si segnala la novella legislativa del 2 dicembre 2025, n. 181. Viene dunque formulata la fattispecie autonoma di reato di femminicidio con l’aggiunta dell’ art. 577 bis c.p. e previso l’inasprimento delle pene e l’aggravante specifica di fatti di reato ex artt. 572, 585, 593 ter, 609 ter, 612 bis, 612 ter “come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.
Nonostante l’importanza di vedere introdotto il reato di femminicidio, tanto da un punto di vista politico che di completezza legislativa, caratterizzato da una specificità prima assente nel Codice penale e che dovrebbe contribuire ad un cambiamento sociale e culturale, appare evidente come le disposizioni di natura penale in tema di violenza di genere e violenza domestica da sole non siano più sufficienti ad una problematizzazione del fenomeno che agisca alle radici dello stesso. In questo senso, basti osservare come nonostante il susseguirsi di norme repressive in materia di violenza di genere i dati sulla violenza offrano un quadro pressoché invariato, che agisce su piccoli numeri, ma conferma una tendenza di fatto costante. Oltre all’incertezza legata al piano operativo delle leggi, alla loro efficacia concreta, alle disponibilità fisiche degli strumenti tecnici di tutela richiamati, all’interpretazione degli operatori del diritto, nel caso del reato di femminicidio non può non osservarsi il richiamo a concetti moralizzanti e che in ogni caso escludono totalmente dal fenomeno della violenza le libere soggettività, prospettandosi anche un vero e proprio tema di “gerarchia delle vittime”.
Ancora, ad un attenta analisi di tutti i provvedimenti in tema di violenza di genere e violenza domestica, inclusa la legge 181/2025, non sfugge il fatto che tutti i provvedimenti sono approvati con la clausola dell’invarianza economica, nonostante le molteplici azioni che le leggi si propongono di implementare, non da ultima quella legata al tema della formazione di tutti gli attori che attraversano il percorso di identificazione e fuoriuscita dalla violenza delle vittime, assolutamente centrale per un efficace contrasto al fenomeno, confermando la scelta da parte della politica di non essere disposta a destinare risorse economiche a quel fine.
Si segnala inoltre la proposta di legge del 7 febbraio 2024 discussa e approvata il 19 novembre 2025 alla Camera dei deputati e trasmessa in Senato sulla modifica del reato 609 bis c.p. del Codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso. La modifica, che richiama esplicitamente il consenso della persona come “libero e attuale”, in linea con l’impianto della Convenzione di Istanbul, e che era stata più volte contrastata da parte delle forze della destra - in particolare dalla Lega - è stata poi riformulata dal Senato, dove il riferimento al consenso rischia di sparire di nuovo dall’articolo.
Parallelamente, il governo e la politica ostacolano il processo di educazione culturale e affettiva, della cultura delle relazioni e del consenso, contestando il rischio di “indottrinamento” e di istigazione alle devianze e alla promiscuità in maniera ufficiale e non. In tal senso, basta osservare il DDL Valditara del 2025 in tema di “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”.
E dunque, si conferma insufficiente la delega al sistema penale, anche quando trova l’accordo delle parti politiche, della funzione di contrastare il fenomeno della violenza e la sua natura di problema culturale profondo non più contrastabile esclusivamente attraverso strumenti repressivi o emergenziali, spesso strumentalizzati in maniera propagandistica.
Salute di genere, laicità e autonomia riproduttiva
Nel dicembre 2024 il Ministero della Salute ha pubblicato la Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78) – relativa ai dati 2022, con oltre dieci mesi di ritardo.
Al ritardo, mai così prolungato negli ultimi 46 anni, si aggiunge il fatto che i dati risultavano incompleti, integrati solo in un secondo momento e, in ogni caso, sensibilmente obsoleti.
Dalla relazione emerge che nel 2022 il tasso di obiezione di coscienza tra i ginecologi si attestava al 60,5%, mantenendosi su livelli strutturalmente e pericolosamente elevati. L’inchiesta indipendente “Mai Dati” ha evidenziato che, nello stesso anno, circa 72 ospedali presentavano tra l’80% e il 100% di personale sanitario obiettore; 18 strutture contavano il 100% di ginecologi obiettori; e quattro consultori e una ventina di ospedali risultavano integralmente obiettori in tutte le professionalità coinvolte.
Si segnala che nel maggio 2025 la Regione Sicilia, una delle regioni italiane con il più alto tassi di obiezione, ha introdotto, con la legge regionale n. 23 del 2025, all’art. 3, delle misure particolarmente a tutela del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, tra cui la previsione e l’istituzione, negli ospedali dove non vi sono già, l’istituzione di aree funzionali dedicate all’IVG e l’assunzione di “idoneo personale non obiettore di coscienza”.
Quella dell’obiezione di coscienza rimane una delle questioni più rilevanti in termini di autodeterminazione femminile, ma si accompagna alle violazioni rilevate da Obiezione Respinta attraverso il lavoro di monitoraggio e raccolta delle testimonianze di centinaia di donne e ragazze, tra cui la violenza ostetricia, le pratiche illegittime messe in atto, come l’obbligo di ascolto del battito fetale, l’inadeguatezza delle strutture e la disomogeneità territoriale dei servizi.
Nel 2025 i consultori familiari compiono cinquant’anni dalla loro istituzione (L. 405/1975), frutto delle mobilitazioni femministe per la salute e l’autodeterminazione delle donne. Tuttavia, la loro funzione originaria risulta oggi profondamente indebolita da croniche carenze di personale, sottofinanziamento e riduzione dei servizi. Un ulteriore fattore di criticità è rappresentato dal recente intervento normativo n. 56 del 2024 che prevede la facoltà delle Regioni, all’art. 44quinquies di coinvolgere nell’organizzazione dei servizi consultoriali nell'ambito della Missione 6, Componente 1, soggetti del Terzo Settore con “qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. La formulazione generica del requisito degli enti, delle loro caratteristiche, del tipo di sostegno prestato e di ogni altra specificazione ha aperto la strada alla presenza di associazioni di ispirazione ultracattolica e antiabortista, come i Centri di Aiuto alla Vita o Pro Vita & Famiglia, all’interno di strutture sanitarie pubbliche. Un caso emblematico è quello del Piemonte, dove l’amministrazione regionale di centrodestra ha promosso la creazione di spazi informativi gestiti da movimenti antiabortisti nei consultori e negli ospedali, come la cosiddetta “Stanza dell’ascolto”, a cura dei Pro Vita & Famiglia all’ospedale Sant’Anna di Torino, istituita il 31 maggio del 2024. Il 2 luglio 2025, con la decisione del TAR Piemonte n. 1117/2025 la convenzione per l’apertura dello spazio veniva dichiarata in contrasto con la legge 194/1978 per alcuni rilievi. Tuttavia, la pronuncia non permette di escludere del tutto la riapertura dello spazio, concentrandosi anche su profili di tipo tecnici e amministrativi della sua istituzione che ben potrebbero essere sanati.
L’evidente commistione tra assistenza sanitaria pubblica e finalità ideologico–repressive rappresenta oggi uno dei nodi più critici per la salute di genere in Italia, in un contesto in cui i consultori dovrebbero essere potenziati quali presidi fondamentali di tutela dei diritti sessuali e riproduttivi di donne e ragazze.
Negli ultimi anni il tema dell’autonomia riproduttiva ha affrontato il tema del c.d. social freezing, precisamente la crioconservazione degli ovociti per ragioni non mediche, conosciuta anche con il termine tecnico di “autoconservazione ovocitaria”. Nel 2024 In Italia questa pratica resta quasi esclusivamente privata e ad alto costo, aggirandosi tra i 4.000 e i 7.000 euro a ciclo, rendendola di fatto accessibile solo a una minoranza della popolazione femminile, poiché la copertura pubblica resta limitata ai casi in cui la crioconservazione avvenga in persone affette da malattie oncologiche. In un contesto segnato da precarietà socioeconomica, dall’innalzamento dell’età media delle gravidanze programmate e dell’età media al parto (32,6 anni nel 2024), potrebbe risultare opportuno, anche come misura di contrasto all’abbassamento delle nascite e all’invecchiamento della popolazione, valutare l’inclusione del social freezing nei livelli essenziali di assistenza, all’interno del SSN, come misura di tutela della salute e dell’autodeterminazione femminile, sull’esempio di paesi come la Spagna e la Francia.
Il tema dell’autonomia riproduttiva nelle donne ha altresì visto una battuta di arresto nella pronuncia n. 69 del 2025 della Corte Costituzionale che ha confermato il divieto di accesso alla PMA (procreazione medicalmente assistita) per le donne single, stimolando la politica (e il Parlamento) a intervenire sul tema e assumersi la responsabilità politica, etica e culturale di una scelta di tal sorta.
Lavoro, cura e salari: la questione irrisolta dell’uguaglianza sostanziale
La condizione occupazionale delle donne in Italia, strettamente legata anche alla possibilità di fuoriuscire da situazioni di violenza domestica, resta tra le più fragili in Europa. Secondo l’ultimo Rapporto CNEL-Istat di marzo 2025, il tasso di occupazione femminile rimane tra i più bassi del continente, con un divario di oltre dodici punti rispetto alla media UE. Nonostante un lento miglioramento, persistono forti disuguaglianze territoriali: nel Nord e nel Centro Italia la partecipazione femminile al lavoro supera il 60%, mentre nel Sud Italia non raggiunge il 50%. L’aumento dell’occupazione ha interessato soprattutto le donne over 50, mentre le giovani tra i 25 e i 34 anni continuano a incontrare ostacoli significativi nell’ingresso e nella permanenza nel mercato del lavoro.
Solo poco più della metà delle donne ha un impiego stabile, a fronte del dato maschile di 7 su 10, e una su quattro si trova in condizioni di precarietà, con contratti a termine o part-time involontari. Le più esposte sono le giovani, le residenti nel Sud Italia, le donne straniere e le donne con minore istruzione. Le disparità sono ancora più marcate per le madri: lavora appena il 57% di quelle in coppia, a fronte dell’86% dei padri. Molte rinunciano all’occupazione per la carenza di servizi o per scoraggiamento: sono oltre 7,8 milioni le donne inattive, e circa 600 mila hanno smesso di cercare un impiego perché non credono di poterlo trovare.
Nonostante le donne in Italia siano mediamente più istruite degli uomini e in modo più marcato rispetto alla media europea, il maggior investimento femminile nell’istruzione non si traduce in un vantaggio lavorativo e gli indicatori che misurano i ritorni nel mercato del lavoro sono generalmente peggiori per le donne. Dall’ultimo Rendiconto di genere dell’Inps, in Italia le donne hanno un tasso di occupazione di quasi 18 punti inferiore a quello degli uomini e quando lavorano hanno in media una retribuzione giornaliera di circa il 20% più bassa dei loro colleghi.
Il gender pay gap, per cui le donne percepiscono in media oltre 6.000 euro in meno all’anno rispetto agli uomini, dipende da vari fattori tra i quali il maggiore utilizzo del part time tra le donne, i più bassi livelli di qualifica e il minor ricorso agli straordinari. Inoltre, nonostante le donne siano mediamente più istruite, fanno ancora fatica a fare carriera.
Secondo l’indagineOIL–Federcasalinghe, pubblicata ad ottobre 2025, il 71% del lavoro di cura non retribuito in Italia – pari all’85% del totale del lavoro non retribuito – è svolto dalle donne. Si stima che ogni anno vengano dedicate 60,7 miliardi di ore a queste attività, per un valore economico di 473,5 miliardi di euro, pari al 26% del PIL. L’82,6% delle donne intervistate non svolge lavoro retribuito per occuparsi della famiglia, e quasi una su due ha lasciato o ridotto l’attività lavorativa dopo il primo figlio. Per il 74% si tratta di una scelta dettata da necessità più che da volontà. Le donne italiane dedicano in media 6,06 ore al giorno al lavoro non retribuito, tra cura della casa, dei figli e figlie, e dei genitori anziani.
Nonostante la discussione nel 2025 di un provvedimento della previsione di un contributo per il lavoro di cura, si osserva come tale misura sostegno presenti requisiti estremamente stringenti e in ogni caso insufficienti.
Questi dati confermano come anche nel 2024, al di là di sottili variazioni numeriche, la disparità di genere nel lavoro continui a restare una delle principali barriere all’autonomia economica e all’effettiva autodeterminazione delle donne in Italia.
Comunicazione e stereotipi sessisti: le radici culturali della violenza contro le donne
Nell’ultimo anno la diffusione di una comunicazione nazionale caratterizzata da stereotipi di genere e sessismo nei media, nel dibattito politico e online, ha contribuito ad alimentare e consolidare modelli di genere desueti, disuguaglianza e forme di violenza, in primis nel linguaggio e nella condivisione non consensuale di materiale intimo.
Tale contesto si riflette in modo lampante sui comportamenti dei più giovani. Secondo il rapportoLe ragazze stanno bene? di Save the Children Italia del febbraio 2024, oltre la metà delle adolescenti ha sperimentato forme di controllo nelle relazioni, come la richiesta di password di dispositivi personali, la limitazione delle frequentazioni o il monitoraggio dei social. Molti coetanei continuano a considerare le ragazze più “portate alla cura” che all’ambizione, e una parte significativa ritiene che il modo di vestire possa “provocare” la violenza sessuale.
Dati analoghi emergono dal rapporto ISTAT 2025: una quota rilevante di giovani ritiene che per una ragazza sia più importante essere bella che competente, e molti considerano accettabile che un partner controlli il cellulare della compagna. Ancora preoccupante è la persistenza di atteggiamenti che minimizzano la violenza sessuale, tra cui la convinzione che le ragazze “non dicano davvero no” o che possano evitare un’aggressione se lo vogliono.
La seconda indagine nazionale sui Centri per uomini autori di violenza (CUAV), pubblicata nel maggio 2024 ma con dati relativi al 2022, registra la presenza di 94 centri attivi sul territorio, vede una crescita significativa degli uomini coinvolti nei percorsi – passati da 1.214 nel 2017 a 4.174 nel 2022 – e numerosi giovani. Nel corso del 2022, 13 CUAV sono stati frequentati da 70 ragazzi con una età inferiore a 18 anni. Si osserva come tale dato potrebbe essere influenzato, anche in futuro, dalle recenti modifiche normative che prevedono l’accesso degli uomini autori di violenza a percorsi di riabilitazione nell’ambito dei procedimenti penali.
Si segala lo scandalo, oggetto di discussione nel dibattito pubblico, emerso nel 2025 attorno ai siti “Phica.eu” (attivo dal 2005, con 700.000 e 600.000 accessi al giorno), sul quale si rinvenivano foto rubate dai profili personali di donne e ragazze, incluse personalità famose, modificate con connotazione sessuale, e al gruppo Facebook “Mia Moglie” (con 32.000 iscritti, inclusi ex membri della politica e forze dell’ordine) che ha messo in luce una forma estrema di sessismo digitale. Il caso di “Mia Moglie” ha avuto ad oggetto la condivisione di migliaia di immagini intime di donne, condivise senza il loro consenso, per lo più da partner o familiari, ed esposte a commenti degradanti, sessisti e molto spesso violenti, tra cui incitamento allo stupro.
Sullo stato dei diritti delle donne migranti e con background migratorio
In base a quanto emerge dai dati della Campagna Ero Straniero, la maggior parte delle donne migranti trova impiego in ambito di lavori di cura e domestico, confermando la persistenza di alcuni stereotipi che si riscontrano anche nei confronti delle donne italiane. Il dato è confermato anche dall’Osservatorio annuale Domina sul Lavoro Domestico, secondo il quale le donne straniere rimangono dominanti nel settore domestico, rappresentando il 60,2% del totale, con prevalenza del 35% circa dalla zona dell’Est Europa.
Nell’ambito dei c.d. decreti flussi, si registrano nel 2024 circa 2.683 visti rilasciati alle lavoratrici donne, di cui India (433), Sri Lanka (409), Albania (342), Tunisia (275), Filippine (217); pari al 4,3% (India), al 21,9% (Sri Lanka), al 16,9% (Albania), al 7,5% (Tunisia) e al 54,9% (Filippine) del totale dei visti rilasciati. Si registra il dato della “femminilizzazione” della migrazione filippina, secondo il dato per cui il tasso di visti rilasciati alle lavoratrici supera di poco la metà del totale, in controtendenza generale rispetto alle altre nazionalità. Risulta con evidenza come il canale dei flussi escluda ed invisibilizzi le donne migranti.
Secondo la Fondazione ISMU, nell’anno 2024 in Italia sono state esaminate circa 78.000 domande di protezione internazionale, di cui circa 10.000 presentate da donne. Di queste, oltre 6.000 hanno ricevuto esito positivo per la richiesta di asilo (circa il 60%). Le donne richiedenti asilo hanno ottenuto lo status di rifugiate per il 29%, a fronte del 4,5% degli uomini. Si osserva come il tasso di maggior riconoscimento debba ricondursi alle vicende migratorie di genere caratterizzate spesso da un maggior tasso di violenza, sia nel paese di origine che durate il viaggio, e rischio di sfruttamento.
Secondo il Report annuale del 2024 di D.I.RE soltanto una donna su quattro, tra quelle che si sono rivolte ad un Centro antiviolenza, è di origine straniera. I centri accolgono quindi prevalentemente donne italiane e il dato è costante negli ultimi anni. Le cause del basso accesso al circuito antiviolenza potrebbero essere costituite dalla barriera linguistica, dalla regolarità del soggiorno, dall’accesso ai servizi in grado di effettuare referral e in alcuni casi dall’isolamento sociale e culturale e/o condizione di accessibilità ai percorsi (distanza, carico familiare o lavorativo)
In tema di accesso alla salute, l’ultima Relazione del Ministero della Salute concernente lo "Stato di attuazione delle norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria della gravidanza", pubblicata nel 2024 ma contenente i dati del 2022, riporta che le donne straniere ricorrano maggiormente all’IVG rispetto alle italiane (31,5% vs. 20,1%), effettuano l’IVG farmacologico in misura inferiore e ad una età gestazionale più avanzata. Nella relazione si sottolinea la necessità di promuovere interventi di prevenzione specifici per le donne straniere che risultano spesso in condizioni di svantaggio socioeconomico. Come per l’accesso al circuito antiviolenza, anche l’accesso alla salute riproduttiva per le donne straniere può incontrare diversi ostacoli, se non adeguatamente sostenuta dai servizi competenti.
Nel 2024 e nel 2025 il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria continua a essere in funzione una sezione femminile con 5 posti su scala nazionale nella quale vengono trattenute donne straniere prive di titoli di soggiorno in attesa di essere rimpatriate. In tema di trattenimento amministrativo sono state registrate numerose violazioni di diritti umani fondamentali, secondo quanto riportato da diverse visite ispettive nel 2024 e nel 2025 e come confermato dalla relazione annuale della Garante delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Valentina Calderone. Si richiama in particolare il caso di una trattenuta confinata nel CPR per 9 (dalla autunno 2023 all’estate 2024) mesi per cui è stato proposto ricorso alla CEDU. Nel luglio 2025 numerose associazioni della società civile hanno promosso un azione popolare per la chiusura immediata del Cpr di Ponte Galeria.
Raccomandazioni
Nel 2024, le raccomandazioni sul rispetto dei diritti connessi all’autodeterminazione femminile, ribadiscono sostanzialmente la necessità dei medesimi interventi degli ultimi rapporti, considerando che i governanti e la politica continuano a non affrontare il tema dal punto di vista sociale e culturale, rifiutando di riconoscere le responsabilità sociali in tema della violenza patriarcale, intesa non solo come violenza in sé, ma anche come perdita di opportunità, confinamento in stereotipi e ruoli di subordinazione, sottoposizione e giudizi moralizzanti e carico di aspettative prive di legittimazione alcuna. Le seguenti raccomandazioni, anche nel 2024, prendono avvio nel riconoscimento della radice sociale e culturale del tema della violenza, della eteronormatività e dell’impianto patriarcale del sistema attuale.
- Smettere di delegare il contrasto alla violenza di genere alle sole misure di natura penale, in ottica strumentalizzante e spesso nemmeno sostanziata da risorse reali ed elaborazione di misure realmente efficaci e prevendendo in ogni caso risorse per la formazione degli operatori istituzionali e del diritto;
- Tutelare le vittime di violenza assicurandosi l’effettiva funzionalità delle misure previste dalla legislazione, contrastando il fenomeno della vittimizzazione secondaria ed elaborando strategie di interpretazione e applicazione uniforme;
- Istituire una banca dati sul tema della violenza di genere, e in generale dell’autodeterminazione femminile, pubblica, accessibile ed aggiornata, elaborando linee metodologiche di raccolta dati condivise partendo dalle esperienze di cui ha svolto il lavoro di raccolta dati supplendo alla mancanza di tale strumento;
- Previsione e stanziamento di fondi per misure di reddito di autonomia per le donne che fuoriescono dalla violenza, finalizzato alla costituzione di una garanzia di indipendenza fuoriuscita dalla violenza; si raccomanda lo stanziamento di risorse e finanziamenti per i servizi di autodeterminazione e fuoriuscita dalla violenza come CAV e Case Rifugio sulla base di requisiti meritocratici e non di migliore offerta economica;
- Garantire la piena parità delle donne all’accesso del mondo del lavoro attraverso politiche strutturali di sostegno alla equa distribuzione di carichi familiari e alla conciliazione per la donna della vita lavorativa e familiare;
- Garantire un pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva e l’accesso ad IVG, favorire l’assunzione di medici non obiettori, incentivare la formazione del personale sanitario anche in termini di sensibilizzazione in tema di violenza ostetrica, ri-considerare il diritto all’autonomia riproduttiva in ottica autodeterminate;
- Considerare i luoghi di formazione spazi primari di contrasto alle disuguaglianze e alla violenza, lavorando sull’educazione sessuale e affettiva, nel pieno rispetto del principio di laicità, anche attraverso la predisposizione di risorse economiche a tal fine;
- Rivedere il linguaggio pubblico e dei media, elaborando strategie di comunicazione in grado di decostruire bias, creare inclusività e spazio all’autodeterminazione di genere fuori da concetti moralizzanti e di matrice non laica;
- Prevedere strumenti di tutela per le donne straniere in tema di accesso ai servizi di base e ad opportunità lavorative e di formazione, anche attraverso lo stanziamento di risorse economiche; Chiudere il settore femminile del Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria.
Franca Viola
Siamo nel 1965 ad Alcamo, in Sicilia.
Franca ha diciassette anni ed è, come potete vedere dalla foto, una ragazza bellissima. La ragazza più bella del paese. Filippo Melodia, nipote di un boss locale, la brama da tempo e decide di rapirla così da averla tutta per sé.
Sì, perché in quel 1965 in Italia l'articolo 544 del codice penale prevede che i reati di rapimento e stupro si possano estinguere con un matrimonio riparatore. Il violentatore non paga per i suoi crimini e la vittima salva il proprio onore, in obbedienza a un codice morale che definire squallido è niente. Il 26 dicembre, Melodia con l'aiuto di dodici sgherri irrompe nella casa dei Viola, malmena la madre, rapisce la ragazza e suo fratello di otto anni. Il piccolo viene presto rilasciato mentre Franca viene stuprata e segregata per otto giorni in un casolare.
A Capodanno il padre di Franca fu contattato dai parenti di Melodia per la cosiddetta "paciata", un incontro in cui venne informato che la figlia non era più "illibata" e furono stabiliti i dettagli del matrimonio riparatore. Un matrimonio che però né Franca né suo padre erano disposti ad accettare. Perché Franca aveva deciso, finalmente, che si poteva dire no al matrimonio riparatore: in questa battaglia ebbe il supporto della sua famiglia. Il padre finse quindi di accettare la proposta e chiamò la polizia che il due gennaio fece irruzione nel casolare arrestando Melodia. Seguì un processo che condannò lo stupratore a undici anni di carcere e soprattutto dimostrò quanto fosse vergognosa la legislazione nell'ambito del diritto di famiglia. Bisognerà attendere addirittura il 1981 perché il parlamento italiano si degni di cancellare gli articoli del codice penale relativi al delitto d'onore e al matrimonio riparatore. Franca e la sua famiglia furono a lungo emarginate dall'intera comunità in cui vivevano, ma ebbero la forza di non piegarsi a un codice morale vergognoso. La giovane in seguito si sposerà con Giuseppe, l'uomo che amava e ama ancora.
Oggi ha due figli adulti e una nipote bellissima come lei.
Continua a essere una donna coraggiosa e libera e a combattere per quello in cui crede.