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Autodeterminazione Femminile

Il punto della situazione


Riposto “nel cassetto”, dall’attuale ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, il controverso disegno di legge presentato nell’agosto 2018 dal senatore Pillon, rimangono in sospeso altre questioni che investono i diritti e la libertà delle donne.

Innanzitutto, continua l’applicazione del nuovo Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne che, per il triennio 2017-2020, delinea gli obiettivi e le azioni di contrasto contro questo grave fenomeno, traendo ispirazione dalle “4 P” indicate nella Convenzione di Istanbul: Prevenire, Proteggere, Perseguire/Punire e Politiche integrate.

Sebbene l’attuale strategia nazionale presenti sia luci che ombre, si possono constatare dei miglioramenti rispetto al precedente programma (che ha, per giunta, incontrato numerosi ostacoli nella sua concreta attuazione). È degno di interesse il fatto che, già nella sua denominazione, il nuovo Piano si proponga di affrontare il fenomeno in un’ottica non più emergenziale ma strutturale e focalizzando l’attenzione sulla genesi culturale della violenza, ovvero sulla disparità storicamente presente nelle relazioni di potere tra uomini e donne.

Per quanto concerne la realizzazione degli obiettivi, l’azione si è spinta da un lato utilizzando i tradizionali strumenti repressivi/sanzionatori, dall’altro agevolando l’azione di prevenzione su più fronti: acquisizione di consapevolezza, formazione, sensibilizzazione sulla parità e sull’abbattimento degli stereotipi, campagne informative e iniziative che hanno coinvolto in special modo le scuole. Si citano a titolo esemplificativo, il concorso “STEM: femminile plurale” (che incoraggia le ragazze a dedicarsi allo studio delle discipline scientifiche e tecnologiche) e la campagna #LiberaPuoi dedicata al tema della violenza economica.

Il sistema continua a presentare, al contrario, notevoli lacune relativamente alla protezione e al sostegno alle donne vittime di violenza. In particolar modo, non sembra che finora sia stato realizzato quel potenziamento delle forme di assistenza, attraverso modalità omogenee di rafforzamento della rete dei servizi territoriali, previsto dal D.L. 93/2013. Il percorso verso un modello di gestione delle politiche pubbliche in materia in forma integrata e multilivello è ancora irto di ostacoli: uno fra tutti, lo scarso coinvolgimento in sede decisionale e di programmazione dell’associazionismo femminile e dei centri antiviolenza portatori di un’esperienza pluridecennale. L’altro grave problema è quello correlato all’esiguità delle risorse finanziarie stanziate (sia per l’attuazione del Piano che per il sostegno ai centri antiviolenza e alle case-rifugio), alla discontinuità nell’erogazione delle stesse e in un certo numero di casi anche all’opacità nella gestione a livello locale per la realizzazione dei vari progetti. Questo compromette gravemente il diritto spettante alle donne di ricevere protezione immediata e costante.

Le risorse provengono dal Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, che ha visto nel 2018 una copertura pari a circa 20 milioni di euro (di cui il 33% riservato alla creazione di nuovi centri antiviolenza, al fine di raggiungere l’obiettivo previsto dalla raccomandazione Expert Meeting sulla violenza contro le donne del 1999). Nel 2019 il riparto dei fondi tra le Regioni – che sono i soggetti competenti nella gestione dei servizi socio-sanitari – è giunto in forte ritardo. Dei circa 30 milioni di euro stanziati, 10 serviranno per l’attuazione del Piano e i restanti 20 verranno suddivisi per il mantenimento delle strutture già esistenti. Infatti, a causa della modifica dell’art. 5-bis del D.L. 93/2013 a opera della legge 69/2019, è stato soppresso l’obbligo di riservare un terzo delle risorse disponibili all’istituzione di nuovi centri e nuove case-rifugio. Pertanto permane solo la necessità di riequilibrare la presenza dei centri antiviolenza e delle case-rifugio in ogni Regione.


La nuova legge 69/2019 e il Codice Rosso


La più recente misura in materia di violenza sulle donne è la legge 69/2019. La norma interviene su molteplici livelli, sia introducendo nuovi reati all’interno del codice penale, sia apportando modifiche relativamente all’avvio e alla trattazione dei procedimenti che riguardano la violenza domestica o di genere.

I nuovi reati previsti dalla legge 69 vanno a punire:

  • - la costrizione o induzione al matrimonio, fattispecie che rilevano soprattutto in talune popolazioni straniere presenti in Italia che praticano i matrimoni forzati, anche tra minori;
  • - la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (condotta che nel linguaggio mediatico ha assunto la denominazione di revenge porn)
  • - la deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, atto considerato particolarmente odioso in quanto lo sfregio del volto è percepito come un tentativo di cancellare l’identità stessa della vittima.

A questi si aggiunge anche il nuovo reato che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e il mancato rispetto dell’ordine di allontanamento d’urgenza dalla casa familiare.

Vengono inasprite le sanzioni per i preesistenti reati di violenza sessuale, atti persecutori (stalking) e maltrattamenti contro familiari e conviventi e, anche per quest’ultimo, viene estesa la possibilità di applicare le misure di prevenzione e il divieto di avvicinamento. Anche in caso di revenge porn il giudice potrà disporre la custodia cautelare in carcere. Per quanto riguarda le misure coercitive, sarà possibile avvalersi dell’utilizzo del braccialetto elettronico per verificare il rispetto del divieto di avvicinamento.

Un’altra importante novità è costituita dal c.d. Codice Rosso, ovvero la creazione di una sorta di corsia preferenziale a favore dei procedimenti riguardanti, tra gli altri, i reati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia, stalking e revenge porn. In questi casi l’avvio del procedimento è reso più rapido mediante la previsione dell’obbligo, da parte della Polizia Giudiziaria, di comunicare la notizia di reato al PM immediatamente, anche in forma orale. Per tutti i delitti di cui sopra – con l’unica inspiegabile eccezione del revenge porn – il PM, in seguito, deve assumere le informazioni dalla persona offesa entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, mentre la Polizia Giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti di indagine delegati dal PM, ponendo a disposizione la relativa documentazione.

Un’ulteriore disposizione riguarda l’estensione del termine per la proposizione della querela da parte della vittima di violenza sessuale, che passa da 6 a 12 mesi.

A tutela della sicurezza della vittima dei reati di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking, revenge porn, lesioni personali e lesioni causate da sfregio al volto, nelle ipotesi aggravate quali la sussistenza di legami familiari, affettivi o la stabile convivenza, sono sempre e immediatamente comunicati alla persona offesa e al suo difensore, se nominato, il provvedimento di scarcerazione e l’avvenuta evasione dell’imputato sottoposto a custodia cautelare o del condannato. Altre rilevanti comunicazioni sono stabilite a favore della persona offesa e del suo difensore, se nominato, relativamente alla revoca e alla sostituzione delle misure coercitive (ad esempio, il divieto di avvicinamento) applicate nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona.

In un’ottica di tutela efficace e completa, sin dal primo contatto con l’autorità procedente, è garantito alla persona offesa, il diritto di ricevere informazioni – in aggiunta a quelle sulle strutture sanitarie presenti sul territorio, sulle case famiglia, sui centri antiviolenza e sulle case-rifugio – anche in merito ai servizi di assistenza alle vittime di reato.

Un tassello fondamentale è rappresentato dalla formazione del personale della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Polizia penitenziaria direttamente interessato dal fenomeno in esame. La legge 69 stabilisce, infatti, che entro 12 mesi dalla sua entrata in vigore, siano attivati, presso i rispettivi istituti di formazione, specifici corsi obbligatori i cui contenuti verranno definiti con D.P.C.M. Al momento in cui si scrive, il decreto non è stato ancora emanato.

Un’altra importante previsione è data dall’estensione della possibilità di richiedere l’indennizzo a carico dello Stato spettante alle vittime di reati intenzionali violenti anche alle persone deformate nell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso. Giova specificare che il Ministero dell’interno nel 2017 ha determinato gli importi come segue: 7.200 euro per il reato di omicidio (8.200 euro se commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla vittima); 4.800 euro per il reato di violenza sessuale; fino a 3.000 euro per reati diversi, limitatamente al rimborso delle spese mediche e assistenziali sostenute per la guarigione. Si tratta evidentemente di cifre alquanto irrisorie.

Infine, per quanto concerne il rapporto coi procedimenti riguardanti la separazione personale dei coniugi, i figli minori e l’esercizio della potestà genitoriale, la legge 69 dispone che sia trasmessa senza ritardo al giudice civile procedente copia delle ordinanze che applicano misure cautelari personali o ne dispongono la sostituzione o la revoca, dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, del provvedimento con il quale è disposta l’archiviazione e della sentenza emessi nei confronti di una delle parti in relazione ai reati di maltrattamenti contro familiari e conviventi, violenza sessuale, stalking, revenge porn, lesioni personali e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso.

Conclude la legge la clausola di invarianza finanziaria: per l’attuazione in concreto delle disposizioni di cui sopra non vi sono, dunque, ulteriori risorse umane, strumentali e finanziarie rispetto a quelle attualmente esistenti.


I centri antiviolenza


Da una rilevazione effettuata dall’ISTAT nel 2014, emerge che in Italia quasi un terzo delle donne tra i 16 e i 70 anni abbiano subito almeno una volta nella loro vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Nel 13,6% dei casi la violenza è stata perpetrata dal partner o dall’ex partner. I familiari e gli amici sono responsabili della maggior parte delle violenze più gravi, tra cui lo stupro.

Ma esiste anche una forma più insidiosa e meno considerata di violenza, quella psicologica ed economica, che si manifesta quando la donna viene umiliata, offesa o minacciata, svalorizzata (ad esempio, le viene impedito di studiare o di lavorare), controllata (nella scelta dell’abbigliamento o delle persone che può frequentare, soprattutto fuori casa), privata della gestione delle proprie risorse economiche ecc. Anche in questo caso, il partner e l’ex partner sono i principali autori del comportamento violento.

Infine, il 16,1% delle donne oggetto dello studio ha subito atti persecutori (il 21,5% da parte del loro ex).


C12. Grafico 1 • Donne che hanno subìto violenza da parte di uomini (2014)


Secondo un’indagine condotta dall’ISTAT (in collaborazione con il Dipartimento Pari opportunità, le Regioni e il CNR – IRPPS), nel corso del 2017, si sono rivolte ad un centro antiviolenza 43.467 donne (il 26,9% di nazionalità straniera).

I centri antiviolenza, come sancisce l’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome del 2014, sono “strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età e i loro figli minorenni, le quali hanno subìto violenza, indipendentemente dal luogo di residenza”. Il documento stabilisce anche i requisiti minimi che i centri devono possedere per accedere ai finanziamenti pubblici. Ciò è di fondamentale importanza perché le strutture presentano caratteristiche molto variegate a seconda della realtà locale in cui operano.

Tra i servizi offerti dai centri, risultano essere erogati: accoglienza (99,6%), supporto legale (96,8%), supporto psicologico (94,9%), valutazione del rischio di recidiva (82,2%), accompagnamento nel percorso verso l’autonomia lavorativa (79,1%), sostegno alla genitorialità (62,5%), accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa (58,1%), mediazione linguistica (48,6%). La quasi totalità delle strutture è raggiungibile tramite il numero verde 1522 per il sostegno alle vittime di violenza e stalking ed è accessibile 5 giorni o più a settimana, nell’arco di tutte le 24 ore. Molto spesso, oltre alle attività svolte direttamente in favore delle donne prese in carico, vi sono anche l’informazione e la formazione rivolte al personale socio-sanitario, alle forze dell’ordine, agli/alle avvocati/e e alle scuole.

Come emerge dall’indagine, uno dei limiti dei centri antiviolenza in Italia è costituito dal fatto che un terzo di questi operano al di fuori delle reti territoriali (sebbene, nella maggior parte dei casi, esistano dei protocolli che regolano forme di collaborazione). Altri elementi di criticità sono rappresentati dalla natura prevalentemente volontaristica che interessa le professioniste impiegate (e dunque dalla precarietà del loro lavoro) e dalla carenza di mediatrici culturali.

Come ha evidenziato il Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia (trasmesso al Gruppo Esperte sulla Violenza del Consiglio d’Europa il 29 ottobre 2018), nel nostro Paese manca una forma di coordinamento tra tutti i soggetti facenti parte della rete territoriale antiviolenza (strutture socio-sanitarie, prefetture, tribunali, forze dell’ordine, Comuni, istituzioni scolastiche, università, centri per l’impiego, privato sociale, enti religiosi, organizzazioni sindacali ecc.) e fra questi e gli organismi centrali. I centri antiviolenza gestiti da lungo tempo dalle associazioni di donne, in particolar modo, dovrebbero essere maggiormente coinvolti nei processi decisionali, non potendo essere messi sullo stesso piano dei consultori o dei presidi ospedalieri. Questi ultimi, infatti, svolgono (tranne rarissime eccezioni come il Centro di Soccorso Violenza Sessuale e Domestica istituito nel 1996 all’interno del Policlinico di Milano) un servizio generico e “neutro”, mentre i centri antiviolenza forniscono, in forma anonima, un supporto altamente specializzato e basato su un approccio multidimensionale e centrato esclusivamente sulla donna.

La mancanza di coordinamento rende molto difficoltosa anche l’esatta mappatura quali-quantitativa delle strutture. La già citata indagine ISTAT del 2018 ha individuato la presenza di 281 centri (aventi i requisiti indicati dall’Intesa) dislocati su tutto il territorio nazionale: un numero assolutamente insufficiente, tenuto conto anche della disomogenea distribuzione geografica. Infatti, l’obiettivo previsto dalla raccomandazione Expert Meeting del 1999 (il quale, come già evidenziato, non è più contemplato dalla normativa vigente) stabilisce come standard la presenza di un centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti e di una casa-rifugio ogni 50.000. L’ISTAT ha misurato la distribuzione reale nelle varie Regioni e ha calcolato che in Italia si trovano una media di 0,04 centri ogni 10.000 abitanti.


C12. Grafico 2 • Distribuzione dei centri antiviolenza per Regione

La stessa indagine ha messo in luce che, sebbene l’85,8% dei centri agisca in collegamento con una casa-rifugio, questo dato appare comunque inadeguato: tutti i centri dovrebbero essere dotati di luoghi sicuri in cui ospitare le donne che si trovano in una situazione di emergenza. Il report pubblicato nel 2015 da WAVE ha calcolato che in Italia i posti letto disponibili fossero 627, rispetto ai circa 6.000 necessari per far fronte alle esigenze della popolazione.

Un più recente studio effettuato dall’ISTAT ha rivelato che il 65,9% delle case fornisce ospitalità alle donne per un periodo medio-lungo, sottolineando la carenza di soluzioni abitative alternative nel momento in cui viene a cessare la fase di emergenza. Inoltre, nella maggior parte dei casi sussistono delle limitazioni legate all’età o al sesso dei figli, che quindi non sempre possono essere accolti insieme alle loro madri nelle strutture. Ciò rende ancora più complicato il reperimento di una sistemazione anche provvisoria delle madri maltrattate e dei minori vittime di violenza assistita.

In relazione all’erogazione delle risorse pubbliche per la gestione dei centri antiviolenza, sono stati riscontrati due ordini di problemi: il primo riguarda il fatto che le Regioni generalmente tendano a liquidare i finanziamenti dilazionandoli in tempi estremamente lunghi, compromettendo il buon esito dei percorsi di uscita dalla violenza e la continuità dei servizi; il secondo è rappresentato dalla preoccupante emersione di una scarsa trasparenza nell’assegnazione delle risorse ai soggetti operanti in ambito locale (in alcuni casi questi non risultano neanche provvisti dei requisiti minimi previsti dalla Convenzione di Istanbul).

La presenza delle donne nelle istituzioni


Negli ultimi anni sono state emanate diverse norme tendenti al riequilibrio della rappresentanza femminile nelle istituzioni. Uno studio effettuato dal Dipartimento per le Riforme Istituzionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal CNR-IRPPS, concernente la valutazione dell’impatto di tali misure, ha evidenziato come la legge 215/2012 (la quale dispone che, per le elezioni dei consiglieri nei comuni sopra i 5000 abitanti, nessuno dei due sessi possa essere rappresentato nelle liste dei candidati in misura superiore a due terzi e, inoltre, prevede la doppia preferenza di genere) abbia prodotto un rilevante incremento del numero delle candidate e, per ogni candidata, della probabilità di elezione. L’impatto è ancora più consistente laddove – soprattutto nel Sud – fino agli anni precedenti la componente femminile era fortemente minoritaria.

Un’altra importante risposta sui comuni si è avuta grazie alla legge 56/2014 (che, in riferimento ai comuni con popolazione oltre 3.000 abitanti, ha imposto che nelle giunte comunali il genere più svantaggiato debba essere rappresentato in misura non inferiore al 40%): in seguito all’entrata in vigore della norma, non solo tutti i comuni interessati hanno rispettato le disposizioni normative, ma si è registrato un aumento spontaneo del numero di donne all’interno delle giunte anche nei comuni sotto soglia.

In merito alla presenza di sindache, invece, la parità è ancora molto lontana (la media italiana si attesta sul 14% circa, percentuale che diminuisce ulteriormente nel caso dei comuni medio-grandi).

Per quanto riguarda i consigli regionali, l’analisi dei dati è più complicata soprattutto a causa della varietà di leggi elettorali vigenti. L’aspetto che la ricerca ha messo in luce è che, in generale, a livello regionale il principio dell’equilibrio di genere (enunciato prima dalla legge 165/2004 e poi dalla legge 20/2016, che impone alle Regioni di intervenire concretamente applicando, nel rispetto della loro autonomia, misure incentivanti come la doppia preferenza, l’ordine alternato per sesso dei candidati e le quote di genere) non sia stato ancora assimilato: infatti, nel periodo considerato (cioè dal 2000 al 2015), sebbene si sia verificato un progressivo avvicinamento della componente femminile rispetto a quella maschile, i valori sono ancora nettamente insoddisfacenti. Basti pensare che attualmente è in carica una sola presidente di Regione (Umbria)(1) e non tutte le Regioni a statuto ordinario hanno adottato disposizioni in materia di riequilibrio di genere (oppure queste sono vaghe o parziali rispetto a quanto stabilisce la L. 20/2016).

I dati che riguardano il Parlamento sono più incoraggianti: dal 2006 in poi, la percentuale di donne candidate ed elette nelle due Camere è cresciuta più o meno costantemente e in parallelo. E ciò senza che vi fosse (fino alla legge 52/2015, che ha modificato le norme per l’elezione della Camera dei Deputati), una previsione normativa che imponesse specifiche misure. Come risulta dal Gender Statistics Database elaborato dall’EIGE, l’Italia in questo momento registra valori al di sopra della media UE ma ancora distanti da quelli di altri Paesi, come la Svezia, in cui l’emancipazione femminile è a un livello molto più avanzato da decenni.


C12. Grafico 3 • Evoluzione nella percentuale di donne all’interno dei Parlamenti nazionali in Italia, Svezia e UE

Successivamente all’emanazione della legge 165/2017 (che ha introdotto specifiche misure per il raggiungimento dell’equilibrio di genere anche nell’elezione del Senato), alle consultazioni dell’anno successivo, è stato ottenuto un ulteriore aumento della quota di candidate ed elette in entrambe le Assemblee: attualmente le deputate rappresentano il 36% e le senatrici il 35% del totale. Questi risultati positivi, tuttavia, non si incontrano sempre nella designazione delle cariche istituzionali di vertice.

Per quanto concerne la Camera, il presidente è un uomo, mentre le donne ricoprono la metà degli incarichi da vicepresidente, e sono 4 le segretarie (su un totale di 11). Neanche una donna è stata eletta questore. Tra gli 8 capigruppo, solo 2 sono donne e una sola svolge la funzione di tesoriera. Nelle 14 commissioni permanenti è stata conseguita la quasi parità: sono 6, infatti, le donne presidenti. Nessuna invece è a capo delle 3 giunte.

Al Senato, per la prima volta una donna ricopre il ruolo di presidente (la seconda carica dello Stato) e la metà esatta dei vicepresidenti è di sesso femminile. Lo sono anche un questore e 2 segretari su 9. Tra gli 8 capigruppo, solo 3 sono donne e una sola è tesoriera. Le donne sono in netta minoranza anche tra i presidenti delle commissioni permanenti: solo 2 su 14. La stessa presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, ricopre anche l’incarico di presidente della giunta per il Regolamento.

In ultima analisi, anche la percentuale femminile tra i deputati italiani del Parlamento europeo è cresciuta notevolmente, dal 2004 al 2014, in concomitanza con l’applicazione della tripla preferenza di genere (introdotta dalla legge 90/2004). In virtù della successiva legge 65/2014, nelle elezioni del 2019 è stata adottata anche la composizione paritaria delle liste (nessuno dei due generi può avere una quota superiore al 50%) e ciò ha condotto a un ulteriore aumento della percentuale di donne elette (41%).

Alla luce degli studi effettuati, si può quindi ritenere che la crescita della presenza femminile sia attribuibile senz’altro all’introduzione di strumenti quali le quote di genere e, soprattutto, la doppia o tripla preferenza. Le politiche in esame non hanno realizzato, dunque, solo una conseguenza diretta e prevedibile (l’aumento del numero di candidate), ma anche un impatto indiretto e non prevedibile, in quanto dipendente da fattori esterni: l’incremento del numero delle elette. In breve: le politiche sul riequilibrio della rappresentanza femminile non sono, giustamente, in grado di garantire il risultato (l’elezione), ma aumentano in maniera significativa la probabilità che questo si verifichi.

Tuttavia l’effetto positivo non è del tutto ascrivibile alle misure di cui sopra: una parte sicuramente è motivabile col cambiamento nei comportamenti dei partiti (in tal senso influisce anche un’altra previsione normativa – il D.L. 149/2013 – che ha disposto la decurtazione delle risorse derivanti dal 2 per mille per quei partiti le cui liste contengano candidati di uno dei due sessi in misura inferiore al 40%).

L’effetto, inoltre, deve essere “depurato” da quello derivante da variabili socio-demografiche e socio-economiche: ad esempio, nei comuni di medie dimensioni, si nota che, all’aumentare dell’ampiezza del nucleo familiare, diminuisce la quota di donne candidate ed elette. Questo significa che la presenza di carichi di cura scoraggia fortemente le donne ad intraprendere un percorso di attivismo in politica. Al contrario, alti livelli di istruzione, di reddito medio pro-capite e di partecipazione femminile al mondo del lavoro, si accompagnano ad un maggiore impegno in politica da parte delle donne.

Ancora più evidenti appaiono i mutamenti di tipo culturale dovuti ad una più attenta informazione e sensibilizzazione sul tema della parità di genere e sulla partecipazione delle donne in tutti i contesti (questo spiega l’effetto positivo riscontrato a prescindere dall’applicazione delle misure).

Conclusioni


Secondo uno studio effettuato dall’EIGE su un campione di donne che hanno subito violenza da parte di un uomo in Italia, queste si sono rivolte soprattutto alla polizia e all’ospedale. Le donne che hanno subito violenza dal partner, invece, hanno chiesto aiuto innanzitutto ad un avvocato, al loro medico, alla Chiesa e poi ad un’organizzazione che supporta le vittime. Il primo contatto spesso avviene con i servizi generali (specialmente sanitari) presenti nel territorio, dal momento che le donne solitamente non conoscono i servizi specializzati. È apprezzabile, pertanto l’obbligo (introdotto dalla legge di bilancio 2020), rivolto alle amministrazioni pubbliche che erogano servizi all’utenza, di affiggere in maniera ben visibile un cartello recante il numero verde 1522.

Con la stessa legge sono stati stanziati: un milione di euro all’anno per il finanziamento di corsi di studi di genere da inserire all’interno dei programmi universitari, quattro milioni di euro annui nel triennio 2020-2022 per il finanziamento del Piano nazionale e un altro milione per incrementare il Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati intenzionali violenti.

Un aspetto che finora non ha avuto risposte adeguate – e che dovrebbe essere affrontato nella redazione del nuovo Piano strategico nazionale 2021-2023 – riguarda la violenza sulle donne disabili (specialmente psichiche), che corrono un rischio doppio di essere esposte a maltrattamenti e stupri e, a causa della loro condizione, molto spesso non sono in grado di difendersi autonomamente e denunciare. Una maggiore attenzione dovrà essere posta anche nei confronti delle donne in condizioni di vulnerabilità multiple (rom, migranti, rifugiate e richiedenti asilo) e di pratiche quali le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni forzati, che tuttora emergono con grande difficoltà.

Sul fronte della prevenzione, è strategico intervenire sull’autodeterminazione e sull’autonomia economica delle donne attraverso percorsi di (re)inserimento lavorativo, qualificazione professionale, autoimprenditorialità ecc. Difficilmente una donna vittima di violenza domestica trova la forza di liberarsi e denunciare se non ha la certezza di poter trovare un lavoro e una casa che le consenta di mantenere sé stessa e i suoi figli. A tal proposito, bisogna ricordare che la legge di bilancio 2018 aveva previsto degli incentivi all’assunzione di donne vittime di violenza sotto forma di sgravio contributivo per un massimo di 36 mesi, ma la misura (applicabile solo ai contratti sottoscritti entro il 31 dicembre 2018) non è stata confermata.

Un intervento significativo è stato messo a punto dalla Regione Sardegna con la L.R. 33/2018, che istituisce il “reddito di libertà” per le donne vittime di violenza in condizioni di povertà materiale. Si tratta di un sussidio economico di importo minimo pari a 780 euro (che viene corrisposto per un periodo che va dai 12 ai 36 mesi) e di un piano personalizzato di interventi finalizzati al sostegno e all’emancipazione, dando priorità alle donne con figli minori o con disabilità.

Quanto alla recente legge sul “Codice rosso”, diverse sono state le segnalazioni sull’inefficacia di una parte delle disposizioni. Innanzitutto, i tre giorni imposti al PM per ascoltare la vittima non tengono conto della condizione di fragilità della donna (che spesso ha necessità di più tempo per elaborare la violenza subita e non si sente ancora pronta a raccontare i fatti). Inoltre, un termine così breve rischia di non essere rispettato, soprattutto nelle Procure più oberate che quotidianamente hanno a che fare con una cronica carenza di personale (alla quale la norma non tenta neanche di porre rimedio, dal momento che vige la clausola di invarianza finanziaria). Per quanto riguarda la velocizzazione dei procedimenti, viene eliminata del tutto la possibilità di valutare l’ordine di trattazione sulla base della gravità delle ipotesi di reato, imponendo delle ragioni di urgenza non sempre motivate.

Un altro punto di fondamentale importanza è costituito dalla necessità di formare i magistrati sull’utilizzo di strumenti atti alla valutazione del rischio di recidiva, secondo standard scientificamente riconosciuti come il metodo SARA-Plus, affinché migliori l’efficacia dell’applicazione delle misure preventive e cautelari nei confronti degli autori delle violenze. Sono di esempio i protocolli d’intesa già siglati dal Dipartimento Pari Opportunità con i Carabinieri e la Polizia.

Nonostante i significativi passi in avanti, la piena parità nelle istituzioni e nei ruoli di vertice non è stata ancora raggiunta e la segregazione orizzontale continua a interessare diversi ambiti e professioni. Ad oggi nessuna donna ha ricoperto il ruolo di Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio e non è mai stata posta a capo di un ministero economico.

Occorrono, inoltre, misure più efficaci per garantire il diritto alla maternità e ad avere le stesse opportunità professionali di chi non ha figli. Le difficoltà nell’applicare questi inderogabili principi di giustizia sono intensificate anche dalle minori tutele cui devono fare fronte le lavoratrici precarie. Ne è un esempio il recente caso – uno dei tanti – di due dottoresse discriminate sul lavoro a causa del loro essere (o voler essere) madri. La vicenda si è conclusa felicemente su iniziativa della Consigliera regionale di parità – figura preziosa ma ancora troppo poco conosciuta – la quale, grazie a competenza e a una tenace opera di mediazione, ha fatto sì che l’ente, che aveva risolto il contratto di lavoro, tornasse sui suoi passi e riassumesse le due lavoratrici.


Aggiornamento Covid-19


L’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19 ha generato delle ripercussioni sulle problematiche legate alla violenza di genere. Secondo l’ISTAT(2), infatti, durante il lockdown le telefonate al numero nazionale antiviolenza 1522 sono aumentate del 73% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. D’altra parte, le denunce per maltrattamenti in famiglia sono calate del 43,6% e gli omicidi di donne sono diminuiti del 33,5%: in concomitanza con l’applicazione dell’obbligo di isolamento fiduciario si ravvisa, perciò, un trend negativo ma in misura inferiore rispetto a reati quali lo sfruttamento della prostituzione, la violenza sessuale o le rapine negli uffici postali (Rapporto sulla delittuosità in Italia 1-22 marzo 2020(3) del Ministero dell’Interno).

Dati riferibili ad un periodo così breve, tuttavia, sono di difficile interpretazione e impongono una necessaria cautela. L’aumento delle richieste di aiuto, per esempio, potrebbe essere dovuto alla maggiore sensibilizzazione sul tema della violenza domestica, ottenuta grazie ai nuovi strumenti tecnologici e alle iniziative promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità affinché le donne non si sentissero sole in un frangente così delicato. Tra questi si segnalano la pubblicizzazione del numero e della app di pubblica utilità 1522 sugli schermi di tutti gli uffici postali, sui monitor degli ATM di Poste Italiane e nelle farmacie (dove viene distribuito anche un opuscolo informativo). A ciò si è aggiunta la possibilità di chiedere aiuto trasmettendo un messaggio geo-localizzato alla Polizia di Stato mediante la app YouPol.

Un elemento che rinforza questa tesi è fornito dalle rilevazioni di D.i.Re - Donne in rete contro la violenza(4) - secondo cui le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza della rete durante il lockdown sono state oltre 1300 in più rispetto alla media dello stesso periodo in condizioni “normali”.

Nel corso dell’emergenza epidemiologica, il ministero dell’Interno, con l’emanazione di due circolari indirizzate ai Prefetti(5), ha fornito indicazioni per garantire l’accoglienza in strutture sicure (anche nel rispetto delle misure di contenimento del contagio) delle donne vittime di violenza domestica nel caso in cui, pur in presenza di denuncia, non sia stato disposto l’allontanamento dell’uomo maltrattante.

Il Dipartimento e il Ministero dell’Interno hanno inoltre stanziato un milione di euro per supportare finanziariamente le case rifugio e i centri antiviolenza durante la crisi(6).

Note

(1) - Pur essendo il rapporto relativo al 2019, dobbiamo segnalare l’elezione a Presidente della regione Calabria di Jole Santelli, in carica dal 15 febbraio 2020.

(2) - https://www.istat.it/it/files//2020/05/Stat-today_Chiamate-numero-antiviolenza.pdf e https://www.istat.it/it/archivio/242841

(3) - https://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/report_coronavirus_delittuosita_1-22_mar_2020.pdf

(4) - https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2020/05/Scheda_11-mag_Monotoraggio-contatti-DiRe-Covid19.pdf

(5) - http://www.pariopportunita.gov.it/wp-content/uploads/2020/04/covid19-indicazioni-STRUTTURE-ACCOGLIENZA-VITTIME-DI-VIOLENZA-.pdf

(6) - http://www.pariopportunita.gov.it/news/avviso-per-il-finanziamento-di-interventi-urgenti-per-il-sostegno-alle-misure-adottate-dalle-case-rifugio-e-dai-centri-antiviolenza-in-relazione-allemergenza-sanitaria-da-covid-19/

Franca Viola

Franca Viola

(Alcamo 1948 - )
FRANCA VIOLA: LA PRIMA DONNA A RIFIUTARE UN MATRIMONIO RIPARATORE CON L'UOMO CHE L'AVEVA VIOLENTATA

Siamo nel 1965 ad Alcamo, in Sicilia.

Franca ha diciassette anni ed è, come potete vedere dalla foto, una ragazza bellissima. La ragazza più bella del paese. Filippo Melodia, nipote di un boss locale, la brama da tempo e decide di rapirla così da averla tutta per sé.

Sì, perché in quel 1965 in Italia l'articolo 544 del codice penale prevede che i reati di rapimento e stupro si possano estinguere con un matrimonio riparatore. Il violentatore non paga per i suoi crimini e la vittima salva il proprio onore, in obbedienza a un codice morale che definire squallido è niente. Il 26 dicembre, Melodia con l'aiuto di dodici sgherri irrompe nella casa dei Viola, malmena la madre, rapisce la ragazza e suo fratello di otto anni. Il piccolo viene presto rilasciato mentre Franca viene stuprata e segregata per otto giorni in un casolare.

A Capodanno il padre di Franca fu contattato dai parenti di Melodia per la cosiddetta "paciata", un incontro in cui venne informato che la figlia non era più "illibata" e furono stabiliti i dettagli del matrimonio riparatore. Un matrimonio che però né Franca né suo padre erano disposti ad accettare. Perché Franca aveva deciso, finalmente, che si poteva dire no al matrimonio riparatore: in questa battaglia ebbe il supporto della sua famiglia. Il padre finse quindi di accettare la proposta e chiamò la polizia che il due gennaio fece irruzione nel casolare arrestando Melodia. Seguì un processo che condannò lo stupratore a undici anni di carcere e soprattutto dimostrò quanto fosse vergognosa la legislazione nell'ambito del diritto di famiglia. Bisognerà attendere addirittura il 1981 perché il parlamento italiano si degni di cancellare gli articoli del codice penale relativi al delitto d'onore e al matrimonio riparatore. Franca e la sua famiglia furono a lungo emarginate dall'intera comunità in cui vivevano, ma ebbero la forza di non piegarsi a un codice morale vergognoso. La giovane in seguito si sposerà con Giuseppe, l'uomo che amava e ama ancora.

Oggi ha due figli adulti e una nipote bellissima come lei.

Continua a essere una donna coraggiosa e libera e a combattere per quello in cui crede.