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Lavoro

Il punto della situazione


In linea generale, tra il 2017 e il 2019, le dinamiche relative a disoccupazione, occupazione e redditi delle famiglie fanno registrare lievi miglioramenti. 

Tuttavia la situazione è ben lontana dal poter essere considerata positivamente:

  • i dati disponibili pubblicati da Istat e Inps sugli andamenti del mercato del lavoro in Italia testimoniano di una situazione in miglioramento ma non consolidata;
  • sono cresciuti in particolare i posti di lavoro a tempo determinato e part time;
  • i tassi di disoccupazione generali sono in miglioramento, ma la qualità delle condizioni di lavoro in Italia sono al di sotto delle medie europee
  • pur diminuendo i tassi di disoccupazione giovanile, non sembra che tali andamenti incidano in maniera significativa sul fenomeno rappresentato dalla diffusione dei working poors, soprattutto tra i giovani;
  • in generale il numero di poco più di 3,4 milioni di persone in condizione di sotto-occupazione o part time involontario è comunque in crescita nel triennio e colpisce in maniera particolare le lavoratrici;
  • sul terreno dell’equità della distribuzione dei redditi e della diffusione del fenomeno della povertà il rapporto Istat pubblicato nel giugno del 2019 definisce la situazione in lieve miglioramento;
  • nonostante ciò, il nostro continua ad essere uno dei paesi europei con i più alti indicatori di diseguaglianza e di diffusione di fenomeni di disagio economico e sociale. 


A partire da marzo 2019 sono operative le misure di reddito e pensione di cittadinanza che hanno sostituito il REI varato dai governi precedenti. Tale misure, tuttavia, presentano elementi di condizionalità tali da non poter costituire una vera e propria innovazione nella direzione del riconoscimento di un diritto fondamentale della persona ma semmai un nuovo tipo di sussidio non particolarmente diverso dal REI introdotto nella passata legislatura.

Allo stato attuale, la “filosofia” di base delle misure proposte prevede un sistema complesso e rigido di obblighi, requisiti e controlli, configurando il Reddito di Cittadinanza come una legge basata su una concezione paternalistica e autoritaria dello Stato, che poco corrisponde alla prospettiva di offrire ai cittadini uno strumento a supporto della libera scelta, per la costruzione di un proprio progetto personale di crescita sociale e lavorativa.

Nonostante questi limiti, va comunque sottolineato che più di un milione di persone nei primi otto mesi di adozione di reddito e pensione di cittadinanza hanno potuto accedere ai sussidi previsti migliorando, sia pur lievemente, le condizioni di una porzione significativa di nuclei familiari a rischio di povertà ed esclusione sociale.


Povertà, andamento del reddito delle famiglie e sua distribuzione in Italia e in Europa


Come nelle altre edizioni del Rapporto, il primo elemento d’analisi per illustrare il quadro della situazione riguarda la distribuzione del reddito e le dinamiche della diffusione della povertà.

Inoltre si ritiene opportuno in questo contesto focalizzare l’attenzione sulla dimensione del fenomeno dei working poors, che rappresenta il lato oscuro del mercato del lavoro di questo ventennio, caratterizzato da una crescita quantitativa dell’occupazione e un peggioramento generalizzato delle condizioni e del reddito dei lavoratori.

In particolare, i principali fenomeni che caratterizzano la fase storica delle economie occidentali e che impattano direttamente sul diritto dei cittadini a un reddito che consenta loro un’esistenza dignitosa sono rappresentati:

  • dall’allargamento dell’area della povertà con il progressivo coinvolgimento di fasce di popolazione appartenenti a settori di classe media e lavoratori salariati;
  • dall’aumento costante delle disuguaglianze di reddito con la concentrazione delle ricchezze negli strati alti della piramide sociale;
  • dalla crescita dei lavoratori poveri sul totale degli occupati.


Secondo il rapporto Eurostat dell’ottobre 2018, l'Italia continua ad essere il Paese dell'Unione europea con il maggior numero di persone a rischio povertà o di esclusione sociale (16,4 milioni, il 28,9% della popolazione). Lo stesso rapporto segnala anche come il nostro paese sia pure quello dove, Grecia a parte, questa quota è salita di più tra il 2010 e il 2018: un balzo di 2,3 punti percentuali in nove anni. In numeri assoluti, si tratta di un milione e mezzo di individui in più, rispetto ai 14,9 milioni del 2010.

La figura 1 riporta le distribuzioni percentuali della popolazione a rischio di povertà e in condizioni di povertà relativa (1).

Come si può vedere, con il 27,3% di individui a rischio di povertà, nel 2018, l’Italia si posiziona al sesto posto dell’insieme dei Paesi dell’area euro e decisamente al di sopra della media UE 28 (che risulta pari al 21,1% )

Confrontando, inoltre, l’andamento di questo indicatore tra il 2010 e il 2018 nei diversi paesi Europei, si vede come la situazione italiana sia piuttosto simile a quella della Grecia, presentando una parabola peggiore rispetto a paesi come la Romania (che comunque, per quanto in calo costante, ha ancora una proporzione di popolazione povera superiore a quella del nostro Paese) Portogallo e Spagna (che invece presentano da diverso tempo un’incidenza della povertà relativa inferiore a quella italiana).


C6. Grafico 1 • Percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale nell'Unione Europea (2018)

Rispetto a tali dinamiche va segnalato che le ultime rilevazioni di Istat, sugli andamenti delle percentuali di individui che vivono in condizioni di povertà relativa(2) dopo una periodo di circa otto anni di costante peggioramento tra il 2009 e il 2017 evidenziano un miglioramento leggero della situazione tra il 2017 e il 2018 che corrisponde anche a una stagione di ripresa economica del Paese che si è tuttavia già interrotta a partire dalla seconda metà del 2018.


C6. Grafico 2 • Incidenza di povertà relativa individuale in Italia (valore %*)



L’ineguaglianza della distribuzione del reddito.


Quanto alla disparità della distribuzione dei redditi la fig. 3 evidenzia la ripartizione del reddito complessivo disponibile nell’area euro, confrontando la percentuale di reddito disponibile al 20% della popolazione con redditi più alti rispetto al restante 80%.

Anche in questo raffronto l’Italia presenta una situazione meno favorevole rispetto alla media dei 28 membri dell’Unione Europea (soprattutto considerando la quota di reddito delle fasce di popolazione meno abbienti), e decisamente peggiore nei confronti della maggioranza dei paesi dell’area Euro.

Nel nostro paese il 20% più ricco dispone di una proporzione di reddito oltre sei volte superiore al 20% più povero. La media europea è pari a 5,17.

Va poi segnalato che tra i 28 paesi considerati soltanto in Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria la disparità di reddito è maggiore tra chi sta in alto e chi sta in basso alla scala della sua distribuzione.

Nel dettaglio la situazione italiana è decisamente peggiore non solo rispetto a Germania, Francia, Olanda, Finlandia, ma anche in confronto ad altri paesi come Spagna, Grecia, Croazia, Polonia .


C6. Grafico 3 • Rapporto tra reddito disponibile del 20% più ricco e il 20% più povero nei 28 paesi dell’Unione Europea (2018)

Fonte: Elaborazioni su dati EUROSTAT dicembre 2019

Tale fenomeno di disparità nella distribuzione del reddito, inoltre, tende a crescere nel tempo, come evidenziato nella figura 4, dove si riporta l’andamento dell’indicatore in Italia, e nel complesso dei 28 paesi europei, tra il 2010 e il 2018.

Come si può immediatamente notare la forbice della disparità tende ad allargarsi nel confronto tra Italia e resto d’Europa. Infatti se nel 2010 la differenza dei due valori era pari a 0,44 nel 2018 è praticamente raddoppiata passando a 0,99.


C6. Grafico 4 • Andamento della proporzione di reddito disponibile al 20% più ricco rispetto al 20% più povero della popolazione in Europa (28) e in Italia tra il 2010 e il 2018


Va tuttavia segnalato che, secondo l’Istat, tra il 2016 e il 2018 gli andamenti dei principali indicatori di povertà ed esclusione sociale si sarebbero attenuate. In particolare è pressoché stabile al 20,3% la percentuale di individui a rischio di povertà mentre si riducono sensibilmente i soggetti che vivono in famiglie gravemente deprivate (da 10,1% a 8,5% ), come pure coloro che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 11,8% a 11,3%).

Conseguentemente il rischio di povertà ed esclusione sociale cala dal 30,6% del 2016 al 27,3%. 

Va sottolineato, a tale proposito, che tra il 2017 e il 2018 si è realizzata una leggera ripresa economica sia in Italia sia in tutta l'area Euro che, tuttavia, non si è consolidata nel 2019. Contestualmente, tra il 2017 e l’anno appena trascorso, sono state varate due misure significative di sostegno al reddito delle persone meno abbienti: prima il REI e poi il Reddito e la Pensione di Cittadinanza. Bisognerebbe quindi verificare cosa diranno i dati relativi agli andamenti di questi fenomeni per il 2019 che rappresenteranno un’importante verifica sulle capacità di contrasto alle turbolenze e alle incertezze del ciclo economico di tali misure governative. 


Occupazione disoccupazione, precariato, e working poors.


Occupazione disoccupazione

L’analisi relativa a occupazione e disoccupazione mostra dati quantitativi in miglioramento.

A novembre 2019, gli occupati crescono di 41 mila unità rispetto al mese precedente (+0,2%), con un tasso di occupazione che sale al 59,4% (+0,1 punti percentuali).

L’andamento dell’occupazione è il risultato di un aumento della componente femminile (+0,3%, pari a +35mila) e di una sostanziale stabilità di quella maschile. Gli occupati crescono tra i 25-34enni e gli ultracinquantenni, mentre calano nelle altre classi d’età.

In crescita risultano anche le persone in cerca di lavoro (+0,5%, pari a +12 mila unità nell’ultimo mese).

Il tasso di disoccupazione risulta comunque stabile al 9,7%.

Su base annua l’occupazione anche nel 2019 è in crescita (+1,2%, pari a +285 mila unità), l’espansione riguarda sia le donne sia gli uomini di tutte le classi d’età, tranne i 35-49enni. >

La crescita nell’anno è trainata dai dipendenti (+325 mila unità nel complesso) e in particolare dai permanenti (+283 mila), mentre calano gli indipendenti (-41 mila).>

Nell’arco dei dodici mesi, l’aumento degli occupati si accompagna a un calo sia dei disoccupati (-7,1%, pari a -194 mila unità) sia degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,5%, pari a -203 mila).>

Se si considerano gli ultimi tre anni tra il terzo trimestre del 2017 e del 2019 gli occupati sono aumentati complessivamente di 298mila unità

In particolare sono cresciuti i lavoratori dipendenti (sono 283 mila) mentre i lavoratori autonomi sono sostanzialmente stabili (sono 16 mila in più).

La crescita del numero di lavoratori dipendenti riguarda quasi esclusivamente i contratti a tempo determinato che sono aumentati di 293 mila unità, mentre risultano in riduzione nel triennio i contratti a tempo indeterminato (di circa 10 mila unità).

Un dato importante da tenere in particolare considerazione riguarda l’occupazione giovanile.

Gli occupati in età compresa tra 25 e 34 anni sono cresciuti complessivamente di 46mila unità ma va sottolineato che tale aumento è dovuto esclusivamente dall’incremento dei contratti a tempo determinato (+85mila unità) mentre sono diminuite le posizioni a tempo indeterminato (-39mila unità).

Di fatto sia le misure contenute nel jobs act che quelle del successivo “decreto dignità” non hanno particolarmente inciso sui fenomeni del precariato e sul miglioramento qualitativo delle condizioni contrattuali. Infatti la crescita dell’occupazione ha riguardato in particolar modo l’occupazione a tempo determinato sia dei lavoratori adulti sia di quelli più giovani.

Guardando all’andamento generale dei tassi di disoccupazione tra il terzo trimestre 2017 e il terzo trimestre 2019 si è verificata una riduzione generale nel periodo, e complessivamente il tasso a livello nazionale è passato dal 10,6% al 9,1% .

Si è anche in parte attenuata la forbice tra Nord e Sud.

Infatti mentre nel nord Italia la riduzione complessiva del tasso di disoccupazione è stata dello 0,7% nel mezzogiorno tale andamento è stato più marcato e il tasso si è ridotto dell’1,7%. Ciò detto, va però sottolineato che nelle regioni meridionali è ormai da tempo stabilmente consolidato un fenomeno costante di emigrazione di forza lavoro giovane verso altre regioni europee, che determina una riduzione dei tassi di attività e, soprattutto, del numero di disoccupati presenti sui territori locali.

Guardando poi gli andamenti del tasso di disoccupazione giovanile, la situazione sembra in miglioramento ma nella valutazione di tale dinamica bisogna tenere conto di quanto sopra segnalato in merito alla tipologia dei contratti, verificando che la crescita ha riguardato prevalentemente le posizioni meno stabili e più precarie.


Tab. 1 Andamento del numero (000) di Occupati dinamica 2017-19 (III° trimestre) 


Terzo trim. 2017

Terzo

trimo 2018

Terzo trim 2019

variazione 2019-2017

variazione % 2019-2017

Totale occupati






Lavoratori dipendenti

17.900 

17.994 

18.183 

283 

1,58% 

Autonomi

5.287 

5.340 

5.302 

16 

0,30% 

Totale

23.187 

23.334 

23.485 

298 

1,29% 

Totale Occupati






Tempo Pieno

18.882 

19.112 

19.076 

194 

1,03% 

Tempo Parziale

4.305 

4.222 

4.409 

104 

2,42% 

Totale

23.187 

23.334 

23.485 

298 

1,29% 

Lavoratori Dipendenti






Tempo determinato

2.901 

3.217 

3.194 

292 

10,08% 

Tempo indeterminato

14.999 

14.777 

14.989 

-10 

-0,07% 

Totale

17.900 

17.994 

18.183 

283 

1,58% 

Lavoratori dipendenti Giovani 25-34 anni






Tempo determinato

924 

1.052 

1.009 

85 

9,2%

Tempo indeterminato

2.434 

2.348 

2.394 

-39 

-1,6%

Totale

3.358 

3.399 

3.404 

46 

1,4%


Tab. 2 Andamento dei tassi di disoccupazione nel periodo 2017-2019 (I° trimestre)

 

Terzo

trim. 2017

Terzo trim. 2018

Terzo

trim. 2019

variazione 2019-2017

Totale Italia

10,6 

9,3 

9,1 

-1,5

 Nord

6,6 

5,7 

5,7 

-0,9

 Centro

9,6 

8,2 

7,3 

-2,3

 Mezzogiorno

17,9 

16,5 

16,2 

-1,7

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE





Tassi di disoccupazione 

(25-34 anni)

15,9 

14,4 

13,5 

-2,4 

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel complesso, quindi, la situazione occupazionale nel nostro paese nel triennio 2017-19 è migliorata, ma tale miglioramento ha riguardato soprattutto le posizioni lavorative dipendenti e a tempo determinato, e solo in misura parziale i giovani.

Inoltre come già sopra accennato bisognerà verificare se questi andamenti di leggera e contraddittoria crescita si manterranno tali anche nei prossimi mesi o se, invece, a causa delle turbolenze del ciclo economico non vi saranno rallentamenti ulteriori o inversioni di tendenza.


Precariato e sotto-occupazione involontaria

Accanto ai temi della povertà, della disuguaglianza, della distribuzione del reddito e dei tassi generali di occupazione e disoccupazione, va considerata la dimensione e la diffusione della precarietà, valutando in particolare le dinamiche della numerosità e delle condizioni dell’insieme di quei lavoratori “intermittenti” che non godono di costanza di reddito o che lavorano a tempo parziale e che, nell’attuale congiuntura, risultano essere tra coloro che presentano maggiori rischi di vedere scendere il proprio tenore di vita al di sotto della soglia di povertà.

Se si sommano i sotto-occupati a coloro che prestano un lavoro part-time “involontario” si raggiunge la quota di quasi 3 milioni e quattrocentomila persone, complessivamente in crescita del 3,7% tra il terzo trimestre 2017 e il terzo trimestre del 2019. Questo fenomeno colpisce particolarmente le donne: complessivamente si trovano in condizione di sotto-occupazione o part time involontario quasi due milioni e trecento mila lavoratrici e nel triennio la crescita è stata del 6,4%.

Come anche sottolineato dal Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese presentato a fine anno, proprio in relazione all’incremento del lavoro intermittente e del part time involontario, nonostante le statistiche degli ultimi tre anni segnalino una crescita complessiva degli occupati, di fatto l’esito della grande recessione dal 2008 al 2018 e della maniera in cui il sistema economico-produttivo ne è uscito, ha determinato una riduzione complessiva delle ore lavorate e una riduzione del salario reale dei lavoratori.



Tab.3 Migliaia di persone sotto-occupate e occupate in forme di part-time involontario in Italia (terzo trimestre 2017-terzo trimestre 2019) valori assoluti in migliaia e variazione percentuale

 

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

variazione % I trim 2018-I trim 2015






 

2017

2018

2019


 maschi 

265 

243 

240 

-9,5%

 femmine 

385 

354 

338 

-12,2%

 Totale 

650 

598 

577 

-11,1%






 maschi 

872 

851 

881 

1,0%

 femmine 

1.756 

1.851 

1.941 

10,5%

 Totale 

2.628 

2.702 

2.821 

7,3%






 maschi 

1.137 

1.094 

1.120 

-1,5%

 femmine 

2.141 

2.205 

2.278 

6,4%

 Totale 

3.278 

3.299 

3.398 

3,7%

Fonte: Istat Statistiche sull’occupazione


La ripresa senza salario e la qualità delle condizioni di lavoro

Secondo quanto riportato dal Rapporto Censis 2019 il fenomeno della wageless recovery, della “ripresa senza salario”, ha avuto in questi anni chiare conferme dall’andamento di diversi indicatori:

  • tra il 2013 e il 2018 il prodotto interno lordo dell’Unione è cresciuto costantemente più dei salari reali; nel 2017 la distanza fra i due livelli è stata di 2,2 punti; nel 2018 a un incremento del Pil del 2% ha corrisposto un modesto aumento dei salari, pari allo 0,7%;
  • ben tredici paesi (tra cui la Francia, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, la Spagna, il Belgio e l’Italia), fra il 2017 e il 2018 hanno visto crescere il salario reale secondo tassi inferiori all’1%; Belgio e Spagna hanno addirittura mostrato un valore negativo (rispettivamente -0,1% e -0,7%)”. 

Il “tradimento” della crescita trova conferma soprattutto sul versante del lavoro e della sua qualità.

Un recente studio dello European Trade Union Institute ha sintetizzato in un indice la qualità del lavoro(3) nelle sue dimensioni non salariali e ha riportato i risultati delle analisi sui 28 paesi dell’Unione in una graduatoria che colloca l’Italia al quindicesimo posto e, in ogni caso, sotto la media dell’Unione.

Ai primi cinque posti per qualità del lavoro si collocano, nell’ordine, la Danimarca, il Lussemburgo, la Finlandia, la Svezia, il Belgio; in fondo alla classifica si posizionano la Grecia, la Romania, la Spagna, la Polonia e l’Ungheria (tab. 4).


Tab. 4 - La qualità del lavoro secondo le dimensioni non salariali: l'Indicatore sintetico JQI (Job Quality Index)

Graduatoria

Paesi

JQI

1

Danimarca

0.915

2

Lussemburgo

0.785

3

Finlandia

0.777

4

Svezia

0.730

5

Belgio

0.674

6

Malta

0.655

7

Austria

0.635

8

Paesi Bassi

0.609

9

Francia

0.600

10

Irlanda

0.568

11

Regno Unito

0.546

12

Estonia

0.535

13

Germania

0.516

14

Repubblica Ceca

0.456

15

Italia

0.452

16

Lituania

0.442

17

Lettonia

0.434

18

Slovenia

0.424

19

Bulgaria

0.414

20

Portogallo

0.406

21

Croazia

0.379

22

Slovacchia

0.357

23

Cipro

0.333

24

Ungheria

0.323

25

Polonia

0.322

26

Spagna

0.312

27

Romania

0.308

28

Grecia

0.135


UE 28

0.502

Fonte: elaborazione Censis su dati European Trade Union Institute


Il risultato dell’Italia, di poco inferiore alla media, ma distante da paesi come la Germania, la Francia o il Regno Unito, è riconducibile, da un lato, a una performance positiva per quanto riguarda le condizioni di lavoro (quarto posto in graduatoria) e il livello di rappresentanza (sesto posto). Pesa invece, in maniera negativa, l’esito tutt’altro che brillante per ciò che riguarda le forme contrattuali e la percezione di stabilità (24° posto nella graduatoria per ambito specifico) e la formazione e le opportunità di carriera (25° posto).


Lavoratori poveri

La conseguenza più macroscopica delle dinamiche riguardanti andamento dell’occupazione, distribuzione del reddito qualità del lavoro è la progressiva crescita del numero di lavoratori poveri.

Secondo Eurostat a fine 2018 la percentuale di lavoratori poveri sul totale degli occupati è stata del 9,6% (circa 22 milioni di persone) in Italia la percentuale è del 12,3% (corrispondenti a circa 2 milioni e mezzo di lavoratori) e come si può vedere dalla figura 5 il nostro Paese appartiene al gruppo degli otto paesi in cui tale proporzione è tra le più alte.


C6. Grafico 5 • Distribuzione della percentuale di lavoratori in stato di povertà in Europa (anno 2018)


Il dato, già di per sé poco rassicurante, assume caratteristiche drammatiche se ne si considerano gli aspetti dinamici che vengono evidenziati dal grafico successivo (Fig.6). Infatti tra il 2010 e il 2018 in Italia questa percentuale è continuata a crescere, ma l’incremento complessivo (+2,6) è stato doppio rispetto a quello (+1,3) che si è verificato in tutta Europa.

L’assenza di una norma sul salario minimo in Italia rappresenta un elemento di notevole disparità nei confronti di molti paesi dell’Unione Europea e, proprio alla luce di questi dati può e deve essere considerata un’emergenza nazionale.


C6. Grafico 6 • Andamento della percentuale di lavoratori poveri in Europa (28) e in Italia (anno 2018)

In sintesi.


  • i dati disponibili pubblicati da Istat sugli andamenti del mercato del lavoro in Italia testimoniano di una situazione in miglioramento quantitativo tra il terzo trimestre del 2107 e lo stesso periodo del 2019;
  • nel triennio sono cresciuti, tuttavia, i posti di lavoro a termine e part time in misura maggiore rispetto alle altre tipologie;
  • tassi di disoccupazione generali tra il terzo trimestre 2017 e lo stesso periodo del 2019 sono in miglioramento e a livello nazionale sono ormai al di sotto del 10%;
  • diminuiscono anche i tassi di disoccupazione giovanile, ma anche in questo caso per effetto della crescita di posti di lavoro, di fatto, precari;
  • è in crescita la proporzione di circa 3,5 milioni di persone in condizione di sotto-occupazione o part time involontario e tale fenomeno riguarda soprattutto la componente femminile dell’occupazione;
  • tutti questi aspetti determinano una situazione di crescita dell’occupazione cui non corrisponde però un sostanziale incremento dei redditi dei lavoratori;
  • sul terreno dell’equità della distribuzione dei redditi e della diffusione del fenomeno della povertà l’Istat segnala una situazione in lieve miglioramento tra il 2017 e il 2019 ;
  • nonostante ciò il nostro Paese continua ad essere uno dei paesi europei coi più alti indicatori tassi di disuguaglianza e di diffusione di fenomeni di disagio sociale.
  • particolarmente significativa è la situazione che riguarda i lavoratori poveri che, in Italia, sono ormai più di due milioni e mezzo e la cui proporzione sul numero complessivo di occupati è in continua crescita, con tassi superiori rispetto a quanto avviene in Europa.


Il reddito di cittadinanza


Tra le priorità indicate nelle raccomandazioni del Primo Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia vi era l’istituzione di un reddito di cittadinanza come misura universale di inclusione e redistribuzione nelle forme e nei modi analogamente presenti in diversi paesi europei.

L’istituzione del reddito di cittadinanza, varato con decreto legge governativo del gennaio 2019 e operativo da marzo, ha rappresentato una delle misure più sbandierate del Governo Lega – Cinque Stelle. I maggiori esponenti del Movimento Cinque Stelle hanno addirittura affermato che attraverso questa misura si sarebbe di fatto “abolita la povertà” nel nostro Paese. Naturalmente e com’è ovvio, questa misura non è certo sufficiente per raggiungere questo obiettivo ambizioso.

Inoltre, come avevamo già sottolineato in passato nelle edizioni precedenti del nostro rapporto, il sistema di condizionalità, di controlli e sanzioni previste dalla legge istitutiva di reddito e pensione di cittadinanza sottendono una concezione paternalistica e autoritaria dello Stato che poco corrisponde all’idea di uno strumento di supporto alla libera scelta delle persone nella costruzione di un proprio progetto personale di crescita sociale e lavorativa e di effettiva partecipazione all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nonostante i suoi limiti la misura, comunque, ha determinato alcuni effetti positivi e, tra aprile e novembre 2019, poco più di un milione di persone e di circa 815mila nuclei familiari hanno potuto beneficiare di un sostegno al reddito per un importo medio a famiglia di circa 500 euro al mese. Si tratta di valori significativamente più elevati rispetto ai 201mila nuclei familiari che attraverso il REI hanno ottenuto benefici economici che ammontano in media a 293 euro mensili per famiglia.

La tabella 5 riporta il dettaglio regionale delle domande accolte fino a novembre 2019.


Tabella 5 dettaglio regionale delle domande di reddito e pensione di cittadinanza accolte tra aprile e novembre 2019

 

Regione

Numero domande accolte

 %

Piemonte

 60.225 

5,6%

Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste

 1.176 

0,1%

Lombardia

 89.683 

8,4%

Trentino-Alto Adige/Südtirol

 3.584 

0,3%

Veneto

 32.488 

3,0%

Friuli-Venezia Giulia

 12.217 

1,1%

Liguria

 22.724 

2,1%

Emilia-Romagna

 37.927 

3,6%

Toscana

 40.152 

3,8%

Umbria

 11.416 

1,1%

Marche

 16.026 

1,5%

Lazio

 94.493 

8,9%

Abruzzo

 22.619 

2,1%

Molise

 6.129 

0,6%

Campania

 204.772 

19,2%

Puglia

 98.216 

9,2%

Basilicata

 10.816 

1,0%

Calabria

 71.485 

6,7%

Sicilia

 184.522 

17,3%

Sardegna

 45.440 

4,3%

Italia

 1.066.110 

100,0%

Nord

 260.024 

24,4%

Centro

 162.087 

15,2%

Sud e Isole

 643.999 

60,4%

Fonte: Osservatorio Inps sul Reddito di Cittadinanza - Dicembre 2019



Note

(1) - La soglia di rischio di povertà (presentata anch'essa nel grafico 1) è pari al 60 % del reddito disponibile equivalente mediano nazionale. Per effettuare confronti nello spazio è espressa sovente in standard di potere d'acquisto (SPA) in modo da tenere conto delle differenze del costo della vita nei vari paesi

(2) - La stima della povertà relativa diffusa dall'Istat si basa sull'uso di una linea di povertà nota come International Standard of Poverty Line (ISPL) che definisce povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite.

(3) - L’indice (Job Quality Index – JQI) è stato costruito intorno 5 fattori determinanti: forme contrattuali dell’occupazione dipendente e stabilità del lavoro; orario di lavoro e work-life balance; condizioni di lavoro; competenze e sviluppo di carriera; livello di rappresentanza degli interessi collettivi.

Abd Elsalam Ahmed Eldanf

Abd Elsalam Ahmed Eldanf

(1963?-2016)
ABD ELSALAM AHMED ELDANF AVEVA 53 ANNI, UN LAVORO E UN’IDEA FERMA NELLA MENTE: NIENTE PRECARIATO PER NESSUNO DEI SUOI COMPAGNI LAVORATORI. PER QUESTO FU UCCISO DURANTE UN PICCHETTO DI PROTESTA A PIACENZA

“Abd Elsalam Ahmed Eldanf il posto fisso e sicuro lo aveva, ha fatto una scelta di classe e di fratellanza: ha deciso di battersi per i suoi compagni ed è stato assassinato”. Parole pesanti hanno fatto da eco alla morte di Abd Elsalam, sin dai giorni successivi a quello che da un lato è stato prontamente definito “tragico incidente”, e dall’altro “omicidio padronale”. E lo stesso Abd Elsalam, con il suo attivismo, faceva a sua volta da eco ad altre parole ed altre lotte; viene in mente, a leggerne la vicenda, quel “nessuno è libero se tutti non sono liberi”.

Non era un precario, Abd Elsalam, ma molti dei suoi compagni lo erano. E quando l’azienda per la quale erano impiegati nel settore della logistica venne meno agli accordi sul posto fisso e su quel precariato, lui insieme a tanti altri non esitarono a protestare e scioperare. “Parti! Vai!”, anche poche parole possono avere effetti devastanti; quelle furono le parole sentite dai compagni di Abd Elsalam, rivolte a uno dei trasportatori dell’azienda, quella brutta notte del 14 settembre 2016.

Quel presidio c’era chi voleva forzarlo e disperderlo, quello stesso presidio la cui presenza fu addirittura negata dagli inquirenti, forse per far venir meno l’intera tesi dell’incitamento a partire nei confronti del tir. La verità, l’unica verità che fu subito irrimediabilmente evidente a tutti, è la morte di Abd Elsalam, investito da quel tir.  

Da lavoratore migrante si era impiegato nel campo della logistica, uno dei più problematici dal punto di vista della tutela dei diritti e delle condizioni di lavoro, ma (e forse anche perché) tra i comparti cruciali per l’economia del mercato. E lui, col suo posto fisso già assicurato, non sopportava di vedere i suoi compagni ancora precari e ai limiti dello sfruttamento. Azioni importanti, sulle barricate dei diritti, megafono in mano, rabbia e speranza nel cuore, resistono anche davanti alla morte, e trovano eco nelle parole, come quelle di questa canzone:


“Va bene anche allearsi con la morte

se serve a garantirsi il frigo pieno.

Va bene fare scorte, calpestare un po’ più forte,

far passar sopra il corpo un autotreno.

Se c’è chi vuol spezzare la catena,

conflitto tra lavoro e capitale,

fra un Tir lanciato ed una pancia piena

finirà di certo molto molto molto molto male.

Così che nella notte di Piacenza

un egiziano è stato calpestato

per lui non c’è più ombra di clemenza,

quel picchetto era una sfida al nostro vivere beato.

Beata la coscienza della notte,

beato il nostro vivere civile,

beato il nostro frigo che s’inghiotte

questo residuale senso dell’umanità servile.

Abd el-Salam perdona noi

per tutte le magnifiche buone intenzioni

di cui è asfaltata questa via,

per quest’inferno di crumiri ed esclusioni

Abd Elsalam perdona noi,

qui da Piacenza che si muovono le merci,

di cui si asfalta pure te

che ti sei osato di frapporre fra i commerci”

 

La canzone è “Abd El Salam” di Alessio Lega

https://www.youtube.com/watch?v=q1zuS6xcQ2s