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Migrazioni e integrazione

Il punto della situazione


Nel corso del 2019, secondo i dati forniti dall’ISTAT, gli stranieri regolarmente presenti in Italia sono stati 5.255.503. Si tratta di un dato che, in termini assoluti, si presenta in linea con quello degli altri Paesi OCSE, ma in termini relativi – ossia in comparazione con la densità della popolazione di ciascuno di essi – attesta che l’Italia non è fra i paesi OCSE con i flussi migratori più elevati(1), contrariamente ad una diffusa percezione.

Dal punto di vista interno, invece, il dato conferma un trend di lieve e costante incremento della presenza regolare sul territorio italiano degli stranieri, che si attesta all’incirca intorno alle 100.000 unità per anno.

Scendendo maggiormente nel dettaglio, si conferma anche quest’anno che la larga maggioranza degli stranieri regolarmente residenti sono cittadini europei o lungo soggiornanti (il 74,2%, in aumento dell’1,8% rispetto al 2018), ossia soggetti con un legame estremamente stabile e duraturo con il tessuto sociale italiano e cui viene assicurata una particolare tutela nella garanzia dei diritti: 1.583.169 provengono da Paesi dell’Unione europea e sono dunque cittadini europei, la cui circolazione e presenza all’interno del territorio sono soggette al particolare favore verso la libertà di migrazione ed esercizio dei diritti europei all’interno degli Stati membri; 3.717.406 sono cittadini extraeuropei, di cui però 2.314.816 dotati di permesso di soggiorno di lungo periodo, ossia di una tipologia di permesso che, oltre ad attestare un’avvenuta integrazione lavorativa e sociale, consente l’accesso a larga parte dei diritti e delle prestazioni (come si vedrà più avanti).



C9. Grafico 1 • Stranieri residenti in italia al 1° gennaio 2019




C9. Grafico 2 • Permessi di soggiorno dei cittadini non comunitari (2019)



L’anno 2019 porta, dunque, la conferma che alla regolare presenza degli stranieri corrisponde in larga misura, almeno astrattamente, una buona integrazione degli stessi sul piano giuridico. Nel concreto, però, diversi sono i fattori che minano l’effettività del loro percorso di integrazione giuridica e sociale sul suolo italiano.

In primo luogo, la frequente subordinazione dell’accesso alle prestazioni, soprattutto in sede locale, a requisiti accessori rispetto a quelli domandati ai cittadini italiani; condizione che spesso produce effetti discriminatori, soprattutto nei confronti di coloro che non sono dotati del permesso di soggiorno UE di lungo periodo. Anche questi ultimi, tuttavia, scontano numerose difficoltà a raggiungere un’effettiva integrazione per via di un sempre più diffuso clima di intolleranza, alimentato da una comunicazione ostile e tale da integrare di frequente gli estremi del discorso d’odio. Sul punto si dovrà tornare dunque più diffusamente, per avere un quadro completo e realistico delle possibilità di integrazione offerte dal nostro ordinamento.

Infine, ad ostacolare un pieno percorso integrativo degli stranieri lungo soggiornanti, intervengono le numerose incertezze e insidie di cui è disseminato l’accesso alla cittadinanza italiana. Anche in questo caso, all’astrattezza della possibilità di accedere allo status di cittadino, non corrisponde in concreto alcune certezza.


Il contributo degli stranieri


I numerosi ostacoli sopra enunciati non fanno giustizia, peraltro, del contributo che gli stranieri offrono al nostro tessuto economico. Dal rapporto annuale 2019 su “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia(2) emerge che i cittadini stranieri costituiscono una «componente strutturale e stabile del nostro mercato del lavoro», come testimonia l’aumento degli occupati e la diminuzione di disoccupati e inattivi (al netto, ovviamente, del lavoro sommerso e irregolare). Si tratta, tuttavia, di una occupazione prevalentemente in profili esecutivi (e, quindi, ai livelli salariali più bassi) anche in presenza di titoli di studio spesso superiori a quello necessario per la prestazione del relativo lavoro, e che presenta rilevanti differenze settoriali (con prevalenza del settore costruzioni, in cui la presenza straniera costituisce il 17,2% del totale; agricoltura, con il 17,9% e alberghi e ristoranti, ancora al 17,9%). Circa il 90% degli stranieri svolge un lavoro dipendente e l’area del lavoro autonomo appare in contrazione, soprattutto per i cittadini extraeuropei(3).

Ciò implica che, pur ferma la partecipazione al tessuto economico, molto più diffuse presso gli stranieri sono condizioni di povertà, anche assoluta (fino a raggiungere un’incidenza del 30,3%, a fronte del 6,4% raggiunto fra gli italiani).

Ancora una volta, dunque, l’integrazione economica offre un quadro non rispondente a un’adeguata valorizzazione del ruolo effettivo svolto dai cittadini stranieri nel tessuto sociale italiano, se solo si considera che il contributo offerto in termini di prestazioni contributive e fiscali diviene sempre più imprescindibile in un contesto di progressivo invecchiamento e diminuzione della popolazione attiva italiana.

Dal punto di vista economico, infine, occorre rilevare che i percorsi di non sempre facile unione familiare comportano una notevole dispersione della ricchezza prodotta in Italia dai lavoratori stranieri, spesso costretti a indirizzare buona parte dei loro redditi ai cari con i quali non hanno potuto ricongiungersi. Merita quindi di essere segnalato che percorsi più snelli di ricongiungimento familiare potrebbero probabilmente contribuire a ridurre le rimesse verso l’estero, la cui entità, aggiornata trimestralmente dalla Banca d’Italia, risulta al 1° gennaio 2020 ancora decisamente elevata.


Il contrasto alle discriminazioni


Venendo ad analizzare il primo dei fattori che minano l’effettività del percorso di integrazione giuridica e sociale degli stranieri sul suolo italiano, occorre rilevare che nel 2019, così come negli anni precedenti, si conferma una piuttosto diffusa limitazione dell’accesso ai diritti per gli stranieri regolarmente soggiornanti tramite la richiesta di requisiti accessori rispetto a quelli richiesti agli italiani. Ciò, nonostante le ripetute condanne, negli anni passati, di previsioni siffatte sia da parte della Corte di Giustizia europea, sia da parte della Corte costituzionale.

Su questo versante, tuttavia, nel corso dell’anno 2019 si deve registrare una parziale flessione anche da parte della menzionata Suprema Corte italiana, poiché la sentenza n. 50 del 2019 della Corte costituzionale(4) ha precisato che può ritenersi ragionevole la gradazione dell’accesso ai diritti sulla base di requisiti che comprovino un inserimento stabile e attivo dello straniero extraeuropeo. In particolare, nel caso di specie, è stata ritenuta non discriminatoria la richiesta, ai fini dell’erogazione dell’assegno sociale, della titolarità del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo, poiché subordinata a requisiti (la produzione di un reddito, la disponibilità di un alloggio, la conoscenza della lingua italiana) che costituiscono indici non irragionevoli di una simile partecipazione.

Il caso presentava, in questo senso, delle diversità rispetto ai precedenti portati al vaglio della Corte costituzionale, in cui la dichiarazione di incostituzionalità aveva riguardato la richiesta del requisito accessorio della residenza prolungata per un certo numero di anni; requisito, invece, non ritenuto in grado di offrire indici analoghi al permesso di soggiorno di lungo periodo. Tuttavia, come si vedrà a breve, le argomentazioni della sentenza non hanno convinto diversi giudici di merito e la Corte di Cassazione, che hanno ritenuto contraddittorio e irragionevole, fra le altre cose, subordinare a requisiti reddituali misure di sostegno al reddito, e necessario dunque sottoporre nuovamente all’attenzione della Corte costituzionale casi simili o analoghi a quello affrontato con la sentenza n. 50.

Il Giudice della legittimità costituzionale sarà dunque presto chiamato a pronunciarsi nuovamente, per eventuali chiarimenti o precisazioni sulla subordinazione dell’erogazione dell’assegno di natalità, dell’erogazione dell’assegno di maternità e dell’accesso al Reddito di inclusione alla titolarità di un permesso di soggiorno UE di lungo periodo (cfr., rispettivamente, Corte Cass., ord. n. 16164 del 17.06.2019; Id., ord. n. 16167 del 17.06.2019; Trib. Bergamo, ord. 1.08.2019).

Pur nell’alveo di questi distinguo, la giurisprudenza comune ha continuato, nell’anno 2019, a sanzionare normative nazionali e locali che, tramite la previsione di requisiti accessori, pongono in essere discriminazione indiretta in danno degli stranieri.

Così, ad esempio, l’affermazione del carattere discriminatorio della richiesta, rivolta da alcuni Comuni ai soli cittadini extraeuropei, di accompagnare all’ISEE certificazioni o attestazioni aggiuntive, prodotte dalle competenti autorità del Paese di origine e con traduzione da parte del relativo consolato italiano, al fine di accedere a diverse prestazioni sociali agevolate (cfr. Trib. Milano, ord. 27.03.2019, con riguardo alla delibera di Giunta del Comune di Vigevano n. 51 del 4.10.2017; Trib. Bergamo, ord. 9.4.2019, con riguardo ad analoga delibera del Comune di Palazzago).

Così, ancora, la sentenza della Corte di Appello di Milano del 25 marzo 2019, secondo cui costituisce violazione del principio di parità di trattamento il requisito accessorio della prestazione di un’attività lavorativa regolare ai fini dell’accesso al Fondo sostegno affitti, stabilito dalla delibera della Giunta regionale lombarda n. 3495/2015, o le pronunce che hanno dichiarato il carattere discriminatorio della previsione, da parte della Regione Lombardia, del requisito di 5 anni di residenza nella Regione per entrambi i genitori al fine dell’attribuzione del bonus famiglia riservato alle famiglie con ISEE inferiore a 20.000 Euro e con attestazione di vulnerabilità da parte dei servizi sociali del Comune. In ambo i casi, i giudici hanno conseguentemente obbligato la Regione ad abolire il requisito e a riaprire i termini per l’accesso alla prestazione (Trib. Bergamo, ord. 01.08.2019; Id., ord. 21.08.2019).

Analogamente, il Trib. di Roma, con ord. 5 giugno 2019 ha dichiarato discriminatoria la sospensione della pensione sociale da parte dell’INPS per via dell’allontanamento dello straniero dal territorio italiano per periodi superiori a 30 giorni: le direttive interne dell’ente, su cui si appoggiava la sospensione, sono state ritenute foriere di discriminazioni, nella misura in cui l’unico requisito richiesto dalla normativa nazionale è quello della stabile residenza da parte del fruitore della prestazione.

Qualche precisazione in più occorre svolgere in relazione all’affermazione del carattere discriminatorio della negazione dell’assegno di maternità alle madri cittadine extraeuropee titolari di permesso di soggiorno per motivi familiari (cfr. Trib. Padova, sent. n. 123 del 12.2.2019; Trib. Savona, ord. 1.3.2019; Trib. Perugia, ord. 26.7.2019; Trib. Torino, ord. 28.05.2019). Sul punto, infatti, come già sopra si accennava, è attualmente pendente una questione di legittimità presso la Corte costituzionale, chiamata dalla Corte di Cassazione a pronunciarsi in maniera ultimativa circa la compatibilità con la Carta costituzionale e con gli obblighi europei di un’analoga previsione del Comune di Cortona.

Medesima precisazione deve accompagnarsi anche alla decisione del Tribunale di Milano di disapplicare la norma interna che richiede il possesso del permesso di soggiorno europeo di lungo periodo quale requisito per l’attribuzione dell’assegno di natalità, ritenuto dal giudice contrastante con il principio di parità di trattamento sancito dalla direttiva 2011/98/UE: anche in tal caso, le controversie relative alle analoghe condotte del Comune di Cortona sono giunte sino alla Corte di Cassazione, la quale ha ritenuto necessario investire della questione la Corte costituzionale, piuttosto che disapplicare la normativa interna.

Ancora sub iudice è, infine, il caso dei requisiti previsti per l’accesso al cd. “reddito di cittadinanza”, alcuni – come quello della prolungata residenza sul territorio – analoghi a quelli ritenuti discriminatori dalla giurisprudenza comune e di legittimità.


Superiore interesse del minore e diritto al permesso di soggiorno


Posta la sopra accertata centralità dell’ottenimento del permesso di soggiorno di lungo periodo al fine del godimento di numerosi diritti e prestazioni, decisamente problematica si presenta la circolare del Ministero dell’Interno del 6.11.2019, che ha esteso il requisito del soggiorno quinquennale regolare e ininterrotto sul territorio italiano per i figli minori di genitori in possesso di tale permesso, nonché l’obbligo di sostenere il test di lingua italiana per i minori ultraquattordicenni. La circolare, che dichiara di appoggiarsi su una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea di qualche anno fa (C-469/13) e di proporre un’interpretazione adeguatrice dell’art. 31 del Testo unico immigrazione, non appare invece esente da profili di vero e proprio contrasto con la menzionata previsione di legge, la quale richiederebbe che il minore seguisse la condizione giuridica del genitore, ovvero quella più favorevole dei genitori con cui convive, in ossequio al principio del rispetto del superiore interesse del minore.

Questo pervasivo principio ha invece caratterizzato il fondamento argomentativo di numerose decisioni che hanno accordato, proprio al fine di tutelare l’interesse di minori presenti sul territorio italiano, permessi di soggiorno ai loro genitori (cfr. Trib. per i minorenni di Potenza, decr. 12.2.2019; Trib. per i minorenni di Napoli, decr. 15.5.2019; Trib. per i minorenni di Catanzaro, decr. 24.5.2019; Giud. Pace Frosinone, ord. 23.7.2019; Corte di Cassazione, ord. n. 20645 del 31.7.2019; Tribunale di Firenze, decr. 17.12.2018).

Da tutte le decisioni menzionate emerge, infatti, che ogniqualvolta una decisione di allontanamento del genitore possa pregiudicare la condizione psicofisica del minore o comportare il suo allontanamento verso Paesi dove l’accesso al lavoro per i genitori possa risultare particolarmente difficile, è necessario seguire il superiore interesse del minore alla permanenza sul territorio italiano e, con lui, dei suoi punti di riferimento genitoriali, accordando anche a questi ultimi, ove occorra, un permesso per assistenza minori.


Il discorso d’odio e l’integrazione degli stranieri


Veniamo ora al secondo dei sopra delineati ostacoli che si frappongono a un’effettiva integrazione degli stranieri.

I dati riportati nel Report internazionale “Words are stones(5) ben testimoniano la pervasività del discorso d’odio e la sua capacità d’influenzare il comune sentire verso gli stranieri, a prescindere dalla regolarità o meno della loro residenza sul territorio italiano, dalla loro storia, dagli sforzi e dai percorsi intrapresi per poter legittimamente accedere a prestazioni che, sovente, vengono invece avvertite come privilegi. Basti pensare all’episodio di divulgazione online dei nomi e cognomi degli stranieri che avevano ottenuto a Roma un alloggio popolare o alle adunate contro l’insediamento di famiglie Rom in abitazioni popolari.

La comunicazione politica, amplificata dai social media e da alcune testate giornalistiche, fa un sempre maggiore ricorso all’hate speech, acquisendo proprio tramite esso crescenti consensi elettorali e dando vita ad una pericolosa spirale di intolleranza, che si riverbera su tutti gli stranieri, a prescindere dalla loro provenienza e dalla loro storia individuale. Lo si può facilmente riscontrare dai dati raccolti da Amnesty International Italia nei mesi di campagna elettorale per le elezioni politiche europee del 2019(6) che hanno dimostrato come moltissimi candidati abbiano legittimato, stimolato e dato spazio a violente espressioni di odio, incitando talvolta alla violenza fisica, se non alla morte. Dal monitoraggio svolto è emerso che circa l’11,5% dei post, tweet e commenti analizzati conteneva contenuti offensivi o discriminatori; l’1% integrava gli estremi dell’hate speech verso specifici gruppi di persone, in particolare verso gli immigrati.



C9. Grafico 3 • Post e tweet dei politici, categorie sotto attacco



Il 2019 ha visto i giudici pervenire ad alcune condanne di episodi piuttosto eclatanti che si sono verificati negli anni precedenti: il 14 gennaio 2019 il Tribunale di Bergamo ha condannato Roberto Calderoli per diffamazione con aggravante razziale ai danni di Cécile Kyenge, per la tristemente nota affermazione che accostava l’ex ministra per l’integrazione ad un orango; il giorno seguente il sindaco di Pontinvrea è stato condannato per diffamazione ai danni dell’ex Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, per aver affermato di desiderare che alcun condannati per violenza sessuale venissero mandati ai domiciliari a casa della stessa, al fine di “metterle il sorriso”; il 13 giugno 2019, il Tribunale di Milano, ha condannato la testata giornalistica  Libero Quotidiano per diffamazione ai danni di diverse Cooperative, per aver pubblicato un articolo dal titolo “Elenco di papponi che si arricchiscono con la tratta dei neri”.

Si tratta di episodi gravissimi, che però, purtroppo, costituiscono solo la punta di un iceberg che ha una base molto più ampia, sommersa e difficilmente perseguibile nella sua complessità. Per fronteggiare la gravità del fenomeno e la sua particolare attitudine a sfuggire alle maglie del diritto, per via della difficile delimitazione delle condotte e della altrettanto difficile individuazione delle vittime e dei responsabili, si sono in quest’anno prefigurati alcuni primi strumenti. In primo luogo, il 15 aprile 2019 è stato approvato il primo regolamento dell’Agcom contenente “Disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech(7). In secondo luogo, il 31 ottobre 2019 è stata istituita al Senato la Commissione parlamentare straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, su mozione della senatrice a vita Liliana Segre. Anche questo lodevole tentativo di riflessione e indagine su uno dei fenomeni più preoccupanti cui si assiste negli anni della comunicazione politica online, ha tuttavia conosciuto una risposta almeno altrettanto preoccupante, visto l’elevatissimo numero di astenuti alla votazione della mozione (98 senatori).


Il dubbio accesso alla cittadinanza italiana


Giungendo, infine, all’ultimo degli ostacoli che anche nel 2019 si sono frapposti alla piena integrazione degli stranieri, occorre purtroppo confermare anche quest’anno che il procedimento di accesso alla cittadinanza italiana per gli aventi diritto si caratterizza per una particolare discrezionalità. Incerte rimangono le tempistiche della risposta e le possibilità che all’istanza venga dato effettivamente seguito. La subordinazione della concessione della cittadinanza a fattori e requisiti non sempre precisamente delineati a priori, ma basati su ponderazioni discrezionali afferenti alla “meritevolezza” del richiedente, sul piano della sua condotta, delle sue frequentazioni e su quello economico, nonché a non chiaramente circoscritte ragioni di sicurezza nazionale, rendono l’esito del procedimento del tutto imprevedibile. 


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Non sono tuttavia mancati casi, nel corso del 2019, di condanna o contenimento di episodi di abuso della discrezionalità ministeriale nella concessione della cittadinanza. Così, ad esempio, la sentenza n. 5059del 18.04.2019 del TAR Lazio, che annulla il diniego di cittadinanza motivato sulla base della mancanza del requisito dell’autosufficienza reddituale del nucleo familiare del richiedente, nonostante quest’ultimo avesse dimostrato documentalmente di raggiungere il suddetto requisito.

Nella stessa direzione muove anche l’ordinanza del 18.07.2019 del Consiglio di Stato che impone al Ministero di esibire ai legali i documenti, anche se classificati, su cui si basa il diniego per ragioni di sicurezza nazionale, al fine di poter valutare la congruità della motivazione.

Così, ancora, lasentenza n. 419 del 28.1.2019 della Corte d’Appello di Napoli, che conferma la necessità di informare lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni, della possibilità di eleggere la cittadinanza italiana entro un anno dal compimento della maggiore età, con notifica presso la residenza effettiva, non risultando sufficiente la notifica presso la residenza anagrafica. In quest’ultimo caso, non essendo stato lo straniero messo in condizione di conoscere il proprio diritto, permane la possibilità di elezione anche oltre il compimento del diciannovesimo anno di età.

Anche un’ulteriore sentenza del Tribunale di Palermo del 25.6.2019 conferma un particolare favore verso l’elezione della cittadinanza per gli stranieri nati in Italia, riconoscendo tale possibilità anche in caso di sopravvenuta irregolarità dello straniero, a seguito del compimento della maggiore età, e mancanza di permesso di soggiorno al momento dell’attivazione del procedimento di elezione.


Note

(1) - Cfr. IX Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” a cura della Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione, luglio 2019, pp. 11 ss., reperibile al link https://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/Documents/Nono%20Rapporto%20Annuale%20-%20Gli%20stranieri%20nel%20mercato%20del%20lavoro%20in%20Italia%202019/IX-Rapporto-annuale.pdf

(2) - IX Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, cit.

(3) - Cfr. IX Rapporto annuale, cit., 42 ss.

(4) - https://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do

(5) - Cfr. Words are Stones. Analisi dell’hate speech nel discorso pubblico in sei paesi europeo. Austria, Cipro, Francia, Grecia, Italia e Spagna, reperibile al link http://www.cronachediordinariorazzismo.org/wp-content/uploads/Report-pagine-singole.pdf

(6) - Cfr. “Barometro dell’odio. Elezioni europee 2019”, reperibile al link https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/05/29202706/Amnesty-barometro-odio-2019.pdf

(7) - Cfr. la delibera n. 157/19/CONS, reperibile al link https://www.agcom.it/documents/10179/13511391/Delibera+157-19-CONS/568d8b16-6cb6-4ea1-b58c-c171c2e24367?version=1.0

Pap Khouma

Pap Khouma

(Dakar, 1957 - )
DAL SENEGAL, AL LAVORO COME VENDITORE AMBULANTE, ALLA SCRITTURA: LA STORIA DI PAP KHOUMA, UNA VITA PASSATA A RACCONTARE GLI IMMIGRATI E L’INTEGRAZIONE IN ITALIA

Italia, 1984. Pap Khouma arriva a Milano dal Senegal. Quella che oggi è la storia individuale di milioni di persona era, al tempo, quasi un fatto curioso in un paese che, fino a meno di venti anni prima, era terra quasi esclusivamente di emigrazione. Passano gli anni e Pap impara l’italiano e considera l’Italia e Milano come la sua seconda casa. Siamo nel 1989 e ci sono più immigrati in Italia rispetto a cinque anni prima: sono poco più di mezzo milione.

E rimangono così, nell’ombra, in disparte, visibili solo nei grandi centri urbani. Ma le loro storie iniziano ad affacciarsi nel vissuto dell’Italia che cambia: troppo marginali per essere già oggetto di speculazione politica ma comunque oggetto di interesse per gli italiani, spesso poco abituati a vedere in giro per le grandi città italiane persone differenti dai soliti turisti.

Queste sono le storie che decide di raccontare Pap Khouma. La sua storia e la storia di molti altri. Quando gli venne chiesto di raccontare la storia di altri migranti, ricorda come “all’origine dell’inchiesta vi era un senegalese che aveva iniziato a lavorare in una storica caffetteria di Firenze”; non scandalo ma curiosità, appunto, e il sorgere delle prime domande riguardo gli “stranieri” che venivano a vivere qui, in Italia.

Da questa indagine trasse lo spunto per il libro che lo renderà famoso, “Io, venditore di elefanti. Una vita per forza tra Parigi, Dakar e Milano”. Chi erano queste persone? Da dove venivano? Perché venivano in Italia? Tante le domande alle quali il libro provava a rispondere. Il punto centrale era però chiaro: il punto di contatto tra il desiderio di una vita migliore e il rapporto con una cultura e un ambiente completamente diverso. E una situazione in cui, pur riuscendo in molti casi ad essere “in regola” da un mero punto di vista formale, si finiva relegati ai margini - quelli fisici delle periferie ma allo stesso tempo sociali - del paese ospitante. Proprio da quella esperienza Pap Khouma troverà il suo “posto” nella sua nuova vita. Dopo anni passati a vendere elefanti di ceramica (da qui il titolo del libro), infatti, il successo avuto con la sua pubblicazione lo aiuterà ad affermarsi nel mondo della cultura e dell’editoria. Inizierà a scrivere di letteratura e migranti su riviste specializzate, pubblicherà nuovi libri e inizierà a lavorare in una grande libreria milanese, occupandosi dei libri stranieri. E porterà i suoi racconti anche nelle scuole, conscio che l’educazione ha un ruolo fondamentale nel prevenire il razzismo e la discriminazione.

Dall’uscita di “Io, venditore di elefanti” sono passati ormai 30 anni. Cosa e quanto è cambiato da allora? Rispondiamo e concludiamo questa storia proprio con le parole di Pap Khouma, estrapolate da un’intervista risalente al 2018:


“Oggi viviamo un momento difficile, soprattutto per chi è immigrato e ha la pelle nera. Nei talk show si va solo a litigare. Si può trovare spazio con il politico di turno che vuol far crescere i propri consensi sparando contro gli immigrati. Spesso ci sono uno o due africani che si difendono, dicendo: ‘Noi non siamo così”. Chi attacca e chi difende, insomma, come in un gioco di ruolo. La verità e’ che però mancano gli spazi per scrivere e riflettere [...]”