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Minori

Il punto della situazione


Dal punto di vista dei diritti dell’infanzia, il 2019 costituisce anzitutto un anno di bilanci. Proprio nel 2019 infatti si è celebrato il trentesimo anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (la CRC), approvata a New York dall’Assemblea delle Nazioni Unite (20 novembre 1989), e ratificata dall’Italia due anni dopo (27 maggio 1991). Il 2019 è però anche l’anno in cui l’Italia ha conosciuto una delle peggiori crisi di fiducia nel proprio sistema di tutela minorile con l’esplosione del cosiddetto ‘caso Bibbiano’. In un senso come nell’altro, tramite i canali ordinari del monitoraggio internazionale (Onu, associazioni, governo), ovvero per auto-valutazione, sotto la pressione dello scandalo mediatico, tutto il sistema della difesa dei diritti dei bambini è stato oggetto di una messa a punto.

Nel febbraio del 2019, il comitato ONU per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha reso le sue Osservazioni sull’attuazione della CRC, relative al quinto e al sesto rapporto presentati dallo Stato Italiano. Conviene partire da questo documento, che guarda all’Italia con un’ottica complessiva - “Il Comitato ricorda allo Stato parte l’indivisibilità e l’interdipendenza di tutti i diritti sanciti dalla Convenzione (…)” - e si avvale del lavoro delle principali associazioni impegnate nell’attuazione dei diritti fondamentali dei minori.

Le Osservazioni si compongono di diverse raccomandazioni. Il filo comune che lega l’analisi del Comitato è la preoccupazione per i mezzi reali destinati all’attuazione della CRC: in una parola l’uguaglianza sostanziale dei diritti dei minori. Se da una parte infatti, il Comitato ha dato atto dell’adozione, tra il 2015 e il 2017, di misure legislative, istituzionali e politiche attuative della Convenzione - in particolare l’approvazione della legge 19 ottobre 2015, n. 173 sulla continuità affettiva, l’adozione, nel 2016, del Piano nazionale di azione per la tutela dei diritti dei soggetti in età evolutiva, la legge 7 aprile 2017, n. 47, sulle misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati, il d.lgs. 13 aprile 2017, n. 66, in materia di promozione dell’inclusione degli studenti con disabilità, la legge 29 maggio 2017, n. 71, in materia di bullismo e cyberbullismo - nondimeno ha dovuto sollevare diverse critiche e diverse raccomandazioni, tra le quali si segnalano: a) la carenza di sufficienti risorse finanziarie e tecniche destinate alla tutela dell’infanzia; b) lo stridente divario regionale nell’accesso, da parte dei minorenni, ai servizi sanitari, negli standard di vita e nell’accesso all’istruzione, e per ciò stesso la non attuazione del principio di non discriminazione che dovrebbe infondere di sé ogni diritto sancito nella Convenzione, c) il permanere di importanti livelli di povertà minorile. Il Comitato ha inoltre richiamato l’attenzione su diversi aspetti del sistema di accoglienza dei minori fuori dalla famiglia, invitando l’Italia a rivedere le proprie misure di accoglienza, rafforzando il sistema dell’affidamento e diminuendo l’impatto della soluzione ‘istituzionale’, vigilando a che le proprie politiche abbiano un’applicazione uniforme nel paese e garantendo “che l’allontanamento dei minorenni dalla famiglia, compresi quelli con disabilità, sia consentito solo dopo un’attenta valutazione del superiore interesse riferito al caso individuale e monitorato in modo efficace”. In materia di adozione viene chiesto di rafforzare i sistemi di raccolta dati dei minorenni idonei e, infine, di completare la normativa sui minori non accompagnati e vigilare a che le politiche adottate dall’Italia nel 2019 per il contrasto all’immigrazione degli ‘adulti’ non finiscano per compromettere de facto e con un impatto ancor più grave i diritti fondamentali dei migranti minorenni.

La povertà minorile e le misure per contrastarla


Come già osservato dal Comitato ONU, oltre che dal Consiglio d’Europa, gli anni della crisi economica (2008-2018) e le politiche di austerità hanno acuito le situazioni di disagio sociale rilevabili sul territorio italiano. Secondo i dati Istat, l’incidenza della povertà tra le famiglie italiane è raddoppiata: dal 4% al 7% la povertà assoluta, dal 3,6% all’8,4% la povertà relativa. A salari stazionari, i dati dell’occupazione hanno seguito una traiettoria simile: oggi il tasso di disoccupazione si attesta poco al di sotto del 10% e non accenna a diminuire. Infine, se si guarda alla distribuzione della ricchezza, l’Italia continua a occupare i primi posti della classifica europea della disuguaglianza.


C13. Grafico 1 • Incidenza di povertà assoluta individuale su i minori di 17 anni e sul totale della popolazione (2008-2018)


Dal punto di vista dei minori, dati di questo tipo tradiscono un quadro a dir poco allarmante. Occorre considerare infatti che se per un adulto povertà, fatica lavorativa e disuguaglianza possono costituire gravi e ingiuste privazioni, per una persona “in divenire”, come il minore di età, si riflettono in situazioni di indigenza estremamente complesse e insidiose - indicate generalmente sotto il nome di “povertà minorile” - potendo pregiudicare un intero arco di vita e coinvolgere diverse dimensioni dell’esistenza, presenti e future: sviluppo psico-fisico, capacità relazionali, istruzione e capacità di comprensione del mondo - la cosiddetta “povertà educativa”, di cui si dirà a breve - capacità reddituali e occasioni lavorative. Da un punto di vista collettivo, è la stessa società di domani ad anticipare il suo profilo nelle privazioni dei più piccoli. L’Atlante dell’Infanzia (2019) di Save the Children, curato da Giulio Cederna, parla significativamente di “tempo perduto”: dalla politica certo, a fronte di un disagio segnalato da anni, ma vien da dire tempo perduto per tutto il ‘villaggio’ chiamato a educare il bambino. Secondo l’Istat, negli ultimi 10 anni l’incidenza della povertà assoluta sui minori di 17 anni è quadruplicata: dal 3,7% nel 2008 al 12,6% nel 2018. La povertà relativa si è limitata a un raddoppio: dal 12,5% al 21,9%. Ciò equivale a circa 1.260.000 bambini. In termini di effetti sociali, il dato rivela una diffusa mancanza dei beni essenziali a una vita dignitosa e con questa, che già di per sé realizza una secca violazione del principio di uguaglianza contemplato dalla Costituzione, un rischio di esclusione sociale e di marginalità per un bambino su otto.

Tanto premesso, occorre tenere a mente che i dati menzionati derivano in buona parte dalla penuria di mezzi delle agenzie pubbliche deputate a correggere e/o arginare le ingiustizie distributive dei sistemi di mercato, come è appunto la povertà, oltre che dalle politiche adottate per contrastarla. Non è un caso del resto che, tra le prime osservazioni espresse dal Comitato ONU, ve ne sia una molto esplicita, dedicata all’allocazione delle risorse per l’attuazione della Convenzione di New York. Il Comitato, si legge, “è preoccupato che le misure di austerità continuino a minare l’effettiva protezione dei diritti dei minorenni nello Stato parte, e che nella preparazione, approvazione, esecuzione e monitoraggio dei bilanci manchi una prospettiva dedicata ai loro diritti” (Osservazioni, pp. 5-7). È oramai pacifico che gli anni di crisi economica - meglio: le politiche adottate per governarne gli effetti (cfr. il rapporto Unicef Children of austerity: impact of the great recession on child poverty in rich countries, 2017) - hanno generato una progressione straordinaria della povertà e dunque della povertà minorile.


C13. Grafico 2 • Incidenza di povertà assoluta familiare per numero di componenti


Da questo punto di vista, deve essere accolta con favore l’introduzione del cosiddetto Reddito di Cittadinanza (d.l. 28 gennaio 2019, n. 4), che finora ha coinvolto 378.000 famiglie con minori - statisticamente, le più colpite dalla povertà - per 664.000 bambini. Tuttavia, come ha già osservato Raffaella Milano (Save the Children): questi nuclei costituiscono poco più di un terzo della famiglie beneficiarie; scontano il limite posto alle famiglie di origine straniera che non possano vantare dieci anni di residenza sul suolo italiano; non esimono lo Stato dal garantire su tutto il territorio misure di accompagnamento sociale. Questo vuol dire che i criteri di destinazione del Reddito devono essere ricalibrati e le condizioni di accesso per i bambini stranieri, riformate. A ciò si aggiunga l’esigenza di rimodulare il sostegno anche quantitativamente, in modo che tenga conto non solo e non soltanto del ‘peso di un minore’ nella determinazione della povertà complessiva del nucleo - si tratta della cosiddetta “scala di equivalenza”, un parametro tanto più alto quanto più sono i minori presenti nel nucleo familiare - ma anche delle specificità e della natura multidimensionale dei bisogni dei bambini.

La povertà educativa


Come si è accennato, un riflesso peculiare della povertà minorile è quello della povertà educativa. Volendo usare una definizione essenziale di Save the children, si intende con povertà educativa “l’impossibilità per i minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”.

Non si tratta ‘solamente’ di diritto allo studio, come si potrebbe pensare a un primo approccio. La povertà educativa consiste nella mancanza di opportunità di crescita diverse, accomunate dal fatto di incidere sulla crescita intellettuale della persona: si tratti di occasioni culturali, gioco o sport. Povertà materiale e povertà educativa sono strettamente legate. A titolo meramente esemplificativo, è sempre Save the children ad aver evidenziato, nel suo rapporto Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia (2016) alcune questioni: gli studenti provenienti da contesti particolarmente svantaggiati hanno più probabilità - secondo un rapporto di quasi 3 a 1, rispetto ai coetanei benestanti (dati Ocse Pisa) - di non raggiungere competenze minime in lettura e in matematica; la povertà educativa tende a trasmettersi di generazione in generazione; lo svantaggio socio-economico ha un impatto evidente anche su pratica sportiva e attività culturali.


C13. Grafico 3 • Il contributo dei comuni* per i servizi ausiliari all'istruzione nelle città con più di 200.000 abitanti (2017)


A fronte di un quadro simile, non sorprende che l’Italia continui a collocarsi al di sotto della media europea per quanto attiene alla copertura di servizi per l’infanzia, asili nido soprattutto, con importanti dislivelli tra Nord-Italia e Mezzogiorno. Non meno basso inoltre è l’investimento pubblico in istruzione: nel 2017 e nel 2018 - ultimi dati Eurostat - l’Italia è risultata ultima tra i paesi UE. In breve, la consistenza delle risorse pubbliche è e resta il primo nodo da sciogliere se si vuole spezzare il circolo vizioso della povertà.

Il sistema di tutela minorile


A partire dal mese di luglio del 2019, a seguito della pubblicazione, della diffusione mediatica e dell’uso politico degli esiti dell’inchiesta della Procura di Reggio Emilia “Angeli e Demoni” - il cosiddetto ‘caso Bibbiano’ - si sono rese necessarie diverse iniziative di valutazione e di auto-valutazione del sistema di tutela minorile in Italia. Del resto, volendo pure prescindere dai dubbi circa la reale consistenza dello scandalo - il processo non è ancora iniziato e le richieste di rinvio a giudizio da parte della Procura di Reggio Emilia sono giunte nel solo gennaio 2020 - la prudenza e il senso della cautela impongono una messa a punto.

In linea con questa esigenza, l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha promosso un ciclo di consultazioni intorno al sistema di tutela minorile con esperti, professionisti e associazioni, oltre che con le magistrature e i servizi sociali. All’esito dell’approfondimento, la stessa Autorità ha diffuso raccomandazioni caratterizzate da una particolare attenzione alle fasi prodromiche all’allontanamento, vale a dire al settore giurisdizionale della tutela minorile. Si riportano in proposito le rilevazioni, che devono essere valutate come espressione di una lettura equilibrata delle prerogative fondamentali del minore: definire i poteri del ministero al momento delle indagini relative a un procedimento in materia di responsabilità genitoriale, nonché i termini della sua partecipazione in ciascuna fase dello stesso; disciplinare i diritti di informazione delle parti (spesso i genitori) e di accesso agli atti; garantire ai genitori il diritto alla difesa tecnica; garantire la nomine tempestiva del curatore speciale o di un avvocato per il minorenne, vale a dire di un professionista formato e qualificato per la funzione, come già accade nella prassi di diversi ordini forensi; introdurre termini particolarmente celeri nel caso in cui il giudice intervenga inaudita altera parte; definire il ruolo processuale del servizio sociale, “di fatto come la polizia giudiziaria per un pm”, per usare l’efficace definizione del presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna, Giuseppe Spadaro. Infine, avviare tutto il procedimento civile minorile a una più rigorosa applicazione del principio del contraddittorio, sottoponendo i provvedimenti giudiziali a più stretti requisiti per quanto attiene la motivazione e assicurando l’impugnabilità, delineando inoltre i soggetti e le procedure della fase esecutiva.

Una menzione a parte merita la proposta di riforma dell’art. 403 del codice civile. La norma disciplina l’allontanamento d’urgenza del minore dalla propria famiglia, consentendo all’autorità amministrativa (i servizi sociali locali) di sottrarre il minore alla sua famiglia, quando ricorra un pericolo imminente come una situazione di abbandono, il mantenimento in condizioni insalubri e/o altrimenti pericolose, ovvero il fatto di essere allevato da persone radicalmente incapaci di provvedere alla sua educazione. Una volta allontanato il minore e collocato provvisoriamente presso persone o istituti idonei all’accoglienza, i servizi devono informare tempestivamente il tribunale per i minorenni così da poter attivare l’autorità giudiziaria e consentirle di provvedere in ordine alla responsabilità genitoriale o all’affidamento, o ancora attivare il procedimento per dichiarare lo stato di abbandono. Ebbene, la riforma dell’art. 403 è stato oggetto di una proposta di legge in Parlamento nella XVII legislatura ed è oramai sollecitata dal Garante, che nelle sue raccomandazioni suggerisce di applicare all’allontanamento un regime di convalida da parte del tribunale per i minorenni, in maniera non troppo dissimile da quanto accade per un arresto.

A scanso di equivoci pare utile ricordare che, con l’esplosione del ‘caso Bibbiano’, la disposizione codicistica - e più ampiamente la materia degli allontanamenti - ha attirato l’attenzione di diversi esponenti del centrodestra, animando talvolta proposte di modifica alquanto strumentali, se non addirittura regressive. Si veda ad esempio il disegno di legge regionale “Allontanamento Zero” - il titolo è già un programma - dell’assessora piemontese Chiara Cucino: un disegno di legge regionale che mira a ostacolare la possibilità di un intervento amministrativo tempestivo, subordinando l’allontanamento al previo esperimento di un iter di recupero come minimo semestrale, e a vincolare a priori l’affidamento alla famiglia allargata fino al quarto grado. Una proposta di questo tipo non può però essere confusa con l’esigenza di un corretto dialogo tra servizi sociali, magistrature minorili e familiari: il punto insomma non è sacralizzare il diritto alla propria famiglia - come tale ambiguo e spesso ‘adultocentrico’ - ma interpretare il diritto alla famiglia di ciascun minore - sia questa la propria famiglia o un’altra comunità di affetti - in combinato con i diritti di sviluppo personale propri di ciascun essere umano.

I minori fuori famiglia


Veniamo a un’ulteriore macro-area del sistema di tutela minorile: lo stato dei minori fuori famiglia. Nonostante le raccomandazioni reiterate da più parti, da ultimo dal Comitato ONU stesso, l’Italia non si è ancora dotata di un sistema di raccolta dati sui minori ‘fuori famiglia’. Ciò rende a tutt’oggi difficile conoscere con sguardo d’insieme le reali dimensioni del fenomeno ma soprattutto l’adeguatezza delle strutture preposte a garantire una tutela adeguata ai minori allontanati dal nucleo familiare di origine, o che comunque ne sono privi per altri motivi, come i minori stranieri non accompagnati. In altri termini, l’assenza di una base informativa completa ostacola il monitoraggio circa l’attuazione del ‘diritto a una famiglia’, così come riconosciuto dalla Convenzione di New York (artt. 20, 21), dovendosi intendere per famiglia la sede privilegiata di cure e di affetti, e di riflesso la ‘forma’ prediletta per il sereno sviluppo personale del minore che si trovi privato del suo nucleo di origine. In altri termini, il diritto a una famiglia consiste per il minore di età nel diritto a ricevere assistenza e affetti essenziali alla crescita, in un nuovo nucleo familiare. Non a caso sia il Comitato ONU sia la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza hanno evidenziato nel 2019 la necessità per l’Italia di ampliare il sistema di affidamento dei minorenni che non possono rimanere con le proprie famiglie, al fine di superare la cosiddetta istituzionalizzazione.

Nonostante l’assenza di una base di dati aggiornata e uniforme per tutto il territorio nazionale, è possibile ricostruire un quadro essenziale della situazione dei minori fuori famiglia avvalendosi di alcune indagini suppletive: in particolare la Terza raccolta dati elaborata con le Procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni, condotta dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza (dati 2016-2017), e l’indagine campionaria condotta dall’Istituto degli Innocenti nel 2017, su commissione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La prima ha per oggetto i minorenni ospiti delle comunità residenziali facenti capo agli enti locali, ed è relativa agli anni 2016 e 2017. La seconda ricerca offre un quadro di insieme (su base campionaria) di numeri e caratteristiche del collocamento fuori famiglia del minore, sia esso in affidamento familiare o in comunità residenziale.

Si apprende dalle Procure che tra il 2016 e il 2017 - dato più aggiornato - gli ospiti nelle strutture di accoglienza sono aumentati, passando da 22.975 nel 2015 a a 32.185 nel 2017 tra bambini e ragazzi. La variazione deve essere attribuita soprattutto all’ingresso dei minori stranieri non accompagnati (da 7.170 nel 2015 a 13.358 nel 2017). Il 61 % degli ospiti è di origine straniera (per metà si tratta di minori stranieri non accompagnati). Secondo l’Istituto degli Innocenti, i minori di età fuori famiglia in Italia sono 26.615, al netto dei minori stranieri non accompagnati. Di questi, 14.012 sono in affidamento familiare e 12.603 in “servizi residenziali per minorenni” (case famiglia, comunità educative, strutture di pronta accoglienza, strutture di accoglienza bambino-genitore). Il rapporto tra le due componenti - affidamento a famiglie o parenti e servizio residenziale - sfiora la parità e si assesta attorno a valori che, se raffrontati a precedenti rilevazioni (dal 2007 in poi), possono dirsi stabili. Questo vuol dire che ancora molto si deve fare per “superare la istituzionalizzazione”, come auspicato dal Comitato ONU. Si deve osservare poi che la soluzione dell’affidamento risulta essere leggermente più diffusa nel Nord Italia che al Sud, dove si riscontra la prevalenza di soluzioni di accoglienza in servizi residenziali.

È utile a questo punto evidenziare due dati che attendono una spiegazione, o che comunque suggeriscono di implementare interventi sociali mirati. Primo: tra i minori in affidamento familiare è di cittadinanza straniera poco meno di un quinto del totale (18%, di cui solo il 22% può essere riferito ai minori stranieri non accompagnati): tuttavia il dato arriva al 40% quando si isola l’aggregato nei servizi residenziali. Secondo: se si guarda alle motivazioni del collocamento in comunità o in affidamento, si può rilevare che il 25% degli ‘ingressi’ sono determinati da incapacità educativa dei genitori originari (trascuratezza materiale e affettiva, dipendenza di uno o di entrambi i genitori, problemi sanitari, violenza domestica, abusi), tuttavia non possono essere trascurate le condizioni di carenza ‘oggettiva’, come povertà, disagio abitativo e annesse carenze. In altri termini, se le situazioni di carenza soggettiva dei nuclei familiari originari, o comunque di forte inadeguatezza psicologica e pedagogica, costituiscono il gruppo più consistente di casi che danno luogo all’allontanamento del minore dalla famiglia, “nonostante ciò - e sebbene la legge non lo permetta - esistono secondo gli operatori casi di allontanamento in cui si ravvisano o che risultano fortemente influenzati da condizioni di indigenza, povertà e deprivazione materiale”. E difatti, in tutti i casi di accoglienza, si segnala nel 39% dei casi un problema di natura economica, lavorativa, abitativa. Se si incrocia questo dato con quello più certo della povertà minorile (vedi sopra), non si può fare a meno di segnalare la necessità di una riflessione collettiva, se non proprio di un’indagine pubblica, che metta in relazione diretta non già e non tanto povertà e incapacità educativa dei nuclei familiari - ove servisse ricordarlo, i servizi non sottraggono i minori alle famiglie povere perché povere - ma povertà familiare e insufficienza ‘ambientale’ (un quartiere ghetto, una zona a bassa densità infrastrutturale etc.), al fine di rafforzare le azioni di assistenza ai nuclei che portano i segni della deprivazione materiale e ridurre al minimo l’impatto dell’indigenza sulla dimensione affettiva del minore. Casa, lavoro, un’alimentazione secondo la propria fame e una rete socio-assistenziale in grado di operare al suo meglio possono fare la differenza.

La crisi cronica delle adozioni


Terzo e ultimo aspetto: le adozioni, ovvero lo stato dei minori in una ‘nuova famiglia’. In proposito occorre sottolineare che gli ultimi datirelativi alle adozioni nazionali (2018), presentati dal Ministero della Giustizia nell’aprile del 2019, segnano una lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti. Se da una parte infatti le dichiarazioni di adottabilità del 2018 risultano pari a 1.177 - a fronte di 1.217 nel 2017 - e anzi, addirittura aumentano le domande di adozione per casi particolari (art. 44, l. 4 maggio 1984, n. 183), diminuiscono gli affidamenti preadottivi e le adozioni. I primi passano da 866 (2017) a 730 (2018), le seconde da 955 (2017) a 850. Come già sottolineato dal 10° Rapporto di aggiornamento della CRC, i dati del Ministero mancano di diverse informazioni: tempi dei procedimenti, relazione tra affidamenti pre-adottivi e adozioni, dati sull’età e sulle eventuali disabilità degli adottati, esiti delle relazioni post-adottive.

Sicuramente più completi sono invece i dati sulle adozioni internazionali, grazie ai rapporti pubblicati dalla Commissione Adozioni Internazionali (CAI) con cadenza semestrale e annuale. Si conferma in questo ambito la tendenza alla diminuzione. Secondo il Ministero della Giustizia, nel 2018 ammontano a 1.153 le sentenze di adozione (a fronte di 1.348 nel 2017 e 1.584 nel 2016), mentre secondo la CAI, il 2019 costituisce un anno di record negativo, con 969 adozioni perfezionate. Un problema, lo si noti a margine, al quale sarebbe possibile rimediare. Non si vede perché infatti ritardare ulteriormente una modifica della legge 183/84, volta a includere nella platea dei potenziali genitori adottivi, conviventi di fatto, soggetti uniti civilmente e single che abbiano già avuto un’esperienza, sia essa genitoriale, o di affidamento familiare.

A fronte di un’evoluzione dei paesi di provenienza, aumenta l’età dei bambini adottati da famiglie italiane (6,4 anni nel 2018 verso 5,9 nel 2016), diminuisce lievemente il numero degli adottandi con “special needs” (bambini con fratelli, bambini di età superiore ai 7 anni, bambini con problemi comportamentali e/o problemi sanitari di natura fisica o mentale): dal 70% del 2018 al 64,2 del 2019. Secondo l’ultimo rapporto CAI ciò è dovuto soprattutto all’aumento di bambini parte di una fratria e all’aumento dell’età media degli adottandi.

Ugualmente problematiche le difficoltà procedurali: tempi lunghi e alti costi dei procedimenti. Si noti a margine che questo dato contribuisce a spiegare perché l’adozione resti appannaggio di coppie dal livello culturale e socio-economico estremamente elevato: a titolo esemplificativo, quasi il 60%, tra donne e uomini, detiene un titolo di laurea, a fronte di una media del 20% nella popolazione italiana. È lecito ritenere quindi che, semplificando l’iter, rafforzando gli organici dei tribunali per i minorenni e riducendo con ciò tempi e costi delle procedure, si potrebbe contribuire a diffondere la prassi adottiva, così da invertire le tendenze appena esposte.

I minori stranieri non accompagnati: il problema della maggiore età


Come documentato dai precedenti Rapporti, la normativa sui minori stranieri cosiddetti “non accompagnati” (MSNA), vale a dire privi di un genitore o di un tutore, ha subito negli ultimi anni alcuni interventi. Con la legge 7 aprile 2017, n. 47, è stato introdotto nel nostro ordinamento il sistema di tutela volontaria degli MSNA, al fine di superare la precedente tutela impersonale degli enti locali, assieme a una serie di strumenti di garanzia, tra cui il divieto di respingimento alla frontiera, una procedura ad hoc innanzi al Tribunale per i minorenni in caso di espulsione, il rilascio di un permesso di soggiorno per minore età o per motivi familiari e il diritto all’assistenza legale (con accesso al gratuito patrocinio).

Con riguardo al primo e forse più importante profilo, il sistema di tutela volontaria, l’ultimo monitoraggio del Garante per l’Infanzia sul sistema della tutela volontaria - dati al 31 dicembre 2018 - attesta l’iscrizione di 3.029 tutori presso i tribunali per i minorenni, per 3.902 abbinamenti con un minore straniero non accompagnato. Se si considera che, al 31 dicembre 2019, sono stati registrati in Italia 6.054 MSNA, il sistema di tutela volontaria potrebbe ragionevolmente ambire a coprire il 50% dei minori stranieri.


C13. Grafico 4 • Numero di minori per i quali è stata rilasciata l’autorizzazione all’ingresso in Italia (2012-2019)


Tuttavia vi sono importanti criticità che attengono al passaggio alla maggiore età. Gran parte dei MSNA giunti in Italia infatti - circa il 90% dei 70.000 registrati tra il 2014 e il 2018, secondo la ricerca della Fondazione ISMU A un bivio. La transizione all’età adulta dei minori stranieri non accompagnati in Italia (2019) - hanno tra i 15 e i 17 anni. Arrivano cioè a un passo dal diventare maggiorenni e, senza nemmeno avere il tempo di gettare le basi per un progetto di vita autonomo, si trovano a uscire dalla condizione giuridica di minore, perdendo buona parte delle tutele riconosciute loro all’arrivo nel nostro paese. Inoltre si deve considerare che se la legge 47/17 aveva introdotto la possibilità di conversione del permesso per minore età riconosciuto al MSNA in permesso per studio, lavoro o attesa di occupazione al compimento della maggiore età, questa possibilità è venuta meno con il cosiddetto ‘decreto sicurezza’ (d.l. 4 ottobre 2018, n. 113), che ha così aggravato una situazione di precarietà su cui, è il caso di sottolinearlo, occorre intervenire al più presto.

Mary Ellen Wilson

Mary Ellen Wilson

(New York, 1864 - luogo sconosciuto, 1952)
QUANDO L’ABUSO SUI BAMBINI NON ERA NEANCHE CONSIDERATO REATO: LA STORIA DI MARY ELLEN, PICCHIATA E MALTRATTATA PER ANNI DAI GENITORI ADOTTIVI. PER TOGLIERLE L’AFFIDAMENTO DELLA PICCOLA SI DOVETTE RICORRERE ALLE LEGGI SULLE VIOLENZE VERSO GLI ANIMALI

“Mamma e papà erano morti. Non so quanti anni ho. Nei miei ricordi ho sempre vissuto qui. La mia mamma adottiva mi frustava e mi picchiava praticamente ogni giorno. Avevo lividi ovunque [...], arrivò anche a tagliarmi con una forbice. Non ricordi di aver mai ricevuto un bacio - men che meno dalla mia mamma adottiva. Non mi ha mai concesso carezze o affetto. Non ho praticamente mai parlato con nessuno, pena le botte. Non so perché mi picchiasse, non mi diceva mai nulla mentre lo faceva. Non voglio tornare a vivere con lei, perché mi picchia. Non ricordo di essere mai scesa in strada”.

Questa testimonianza da brividi racconta una storia di abusi e violenze che risalgono al 1874. Purtroppo, storie come queste possono essere trovate anche oggi. C’è però una grossa differenza con la storia di quella bambina, Mary: all’epoca l’abuso verso i bambini non era sanzionato in alcun modo.

Mary Ellen Wilson nacque nel 1864 da Thomas e Frances Wilson a New York. Suo padre morì in guerra, lasciando la madre con grossi problemi finanziari. Affidata a un istituto governativo, dopo poco tempo la bimba, che aveva poco più di due anni, venne affidata ai coniugi McCormack. L’affido, inoltre, avvenne senza i documenti necessari. Mary McCormack rimase presto vedova, risposandosi poco dopo con Francis Connolly.

Mary conobbe così la sua madre adottiva, nonché aguzzina. Le botte, la reclusione forzata, le violenze. Fu l’arrivo nel vicinato di Etta Wheeler, una metodista che si occupava di famiglie in situazioni di povertà, a salvare letteralmente la vita di Mary. Quando visitò la zona, infatti, una vicina la informò delle urla e dei pianti provenienti da uno degli appartamenti dell’edificio. Con una scusa, Etta riuscì ad entrare in casa Connolly-McCormack. Fu così che intravide Mary Ellen: aveva 10 anni ma ne dimostrava la metà, era piena di lividi e ferite, era scalza a dicembre e, non ultimo, visibilmente terrorizzata.

Era chiaro che la bambina aveva bisogno di aiuto. Ma come fare? Al tempo, infatti, nonostante l’esistenza di leggi locali che punivano maltrattamenti eccessivi a danno dei più piccoli, le autorità erano decisamente restie a utilizzarli. L’educazione dei bambini - se così si potevano definire botte e maltrattamenti - erano di competenza strettamente familiare. Ma Etta Wheeler non si diede per vinta, e si rivolse a Henry Bergh, noto attivista newyorkese, attivo però soprattutto in difesa dei diritti degli animali. “E cos’era Mary, se non un piccolo animale indifeso?”. Henry decise di supportare Etta Wheeler nella sua battaglia e, col tempo, i due riuscirono a dare risalto alla storia di Mary, a ottenerne l’allontanamento dalla matrigna - grazie appunto anche alle leggi contro la crudeltà rivolta agli animali - e alla condanna di quest’ultima a un anno di prigione. Ma soprattutto riuscì a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione delle violenze subite in famiglia dai bambini, un argomento che all’epoca era quasi un tabù. Mary, nel frattempo, crebbe ed ebbe un’adolescenza felice e si sposò a 24 anni. Poco dopo nacque la sua prima figlia: la chiamò Etta, in onore della donna che aveva salvato lei e che aveva aiutato intere generazioni di bambini ad ottenere diritti fondamentali.