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Minori

Il punto della situazione


Scrivere e ragionare di minori in tempo di pandemia presenta delle difficoltà di metodo su cui conviene dare qualche avvertimento, pena una valutazione falsata dello stato dei diritti dell’infanzia nel nostro paese e nel mondo. Il primo consiste in ciò, che le misure di contenimento del contagio da Covid-19 adottate dalla maggior parte dei governi occidentali si basano sul distanziamento e, dunque, almeno nella prima fase, su un vissuto sociale estremamente frammentato, solitario e di difficile captazione. Il secondo attiene più specificamente al carattere evolutivo e provvisorio dell’esperienza infantile e adolescenziale. Come ha osservato Matilde Bini dell’Università Europea di Roma in apertura di un recente seminario sul tema, (R)ESISTENZE Infanzia e adolescenza durante e dopo la pandemia del 14 dicembre 2020, le reazioni alla difficoltà non si manifestano immediatamente nei ragazzi. Al contrario, e a dispetto di chi vorrebbe rilevare una capacità di adattamento più accentuata rispetto agli adulti, “le reazioni avvengono in un tempo t+1”, in un post che non si può ancora definire.

Queste circostanze si ripercuotono sulla lettura della condizione minorile in Italia e, per l’effetto, sull’apprezzamento che un rapporto come quello di A Buon Diritto è chiamato ogni anno a fare sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. A ciò si aggiunga che i dati sono pochi e volatili. Le indagini sui diretti interessati restituiscono risultati ambivalenti (sarebbe d’altra parte velleitario aspettarsi qualcosa di diverso). A titolo di esempio, se si guarda alla auto-percezione dei ragazzi – con particolare riguardo alla fascia degli adolescenti – i mesi della pandemia possono risultare oggetto di giudizi contrastanti. Secondo l’indagine Ipsos-Save the Children, intitolata I giovani ai tempi del Coronavirus (dicembre 2020) e condotta su 1000 adolescenti tra i 14 e i 18 anni, circa il 46% degli intervistati considera l’anno di Covid un “anno sprecato”. Contemporaneamente il 38% sostiene di aver potuto “fare nuove esperienze”, il 32% di aver potuto scoprire nuove passioni, mentre domina l’idea di un anno stazionario: per il 72% il Covid non ha determinato un cambiamento nelle scelte circa il futuro di studio o il futuro professionale.

Previsioni e raccomandazioni per la fase post-pandemica soffrono della stessa incertezza. Qui tuttavia è possibile avanzare un orientamento: investire quanto e più possibile sulle infrastrutture che generano relazioni vive, vale a dire sulle dimensioni di vita sacrificate dalle misure di contenimento del contagio (cultura, scuola, spazi per la socialità). Tornando al sondaggio Ipsos appena ricordato, non è un caso che tra tante risposte in chiaroscuro il giudizio dei ragazzi torni a farsi più netto (e affidabile) con riguardo al tema delle relazioni. Il 63% degli intervistati aderisce all’idea che l’anno di pandemia abbia “impedito di vivere esperienze sentimentali importanti”. Da ultimo, l’85% ritiene che il Coronavirus abbia fatto capire, più e meglio di prima, “quanto è importante stare insieme fisicamente con gli amici”. Indicazione chiara questa, nel senso di un impegno inedito per i ‘diritti di relazione’ extra-familiare dei più giovani e forse anche di uno sforzo teorico per un loro ampliamento a partire dall’art. 31 della Convenzione di New York: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica” ovvero “Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l'organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali”.


I minori nella famiglia


Il primo profilo che ci sembra utile analizzare è quello delle relazioni nella famiglia, tanto dal punto di vista del diritto del bambino a vivere e a godere di relazioni funzionali alle sue esigenze di crescita, che con riguardo alla libertà dall’abuso e dalla violenza riconosciuta a ciascun individuo, ovvero al diritto a uno sviluppo psico-fisico sereno e completo.

In relazione al primo profilo, occorre osservare che le limitazioni alla libertà di circolazione del primo diritto emergenziale hanno determinato una forte compressione dei diritti di relazione dei minori sub specie del diritto alla bigenitorialità e del rapporto con i nonni (art. 317 bis cod. civ.). Si ricorderà in effetti come, nel far salve le “comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute”, il divieto di spostamento di cui all’art. 1 dell'oramai celebre d.P.C.M. 8 marzo 2020 (esteso il 9 marzo 2020 all’intero territorio nazionale) non chiarisse la sorte dei diritti di visita di genitori separati, né tantomeno offrisse indicazioni su come regolare gli affidi condivisi in tempo di pandemia. I Tribunali italiani hanno dovuto così chiarire se, in assenza di indicazioni diverse dal noto principio di bilanciamento dei diritti fondamentali, l’esigenza di contenimento del contagio potesse giustificare la soppressione del diritto del genitore non collocatario a incontrare i propri figli (e viceversa impedire ai figli una relazione con il genitore, ovvero con la sua famiglia). Si ricorderà in effetti come già secondo la Corte Costituzionale “l'elevato rango dell'interesse del minore a fruire in modo continuativo dell'affetto e delle cure [nel caso di specie materne ndr], tuttavia, non lo sottrae in assoluto a un possibile bilanciamento con interessi contrapposti, pure di rilievo costituzionale” (Corte Cost. n. 76/2017, cit.).

Il silenzio della norma emergenziale - e naturalmente l’assoluta novità della questione - ha fatto sì che si sviluppassero nelle “Sezioni Famiglia” italiane due orientamenti. Secondo una prima ipotesi, avallata dai Tribunali di Milano, Bari e Roma, il diritto di visita del genitore non avrebbe potuto ritenersi sospeso, salvo rischi per salute specifici. Viceversa, secondo l’orientamento che poi è risultato lievemente prevalente, il diritto di visita avrebbe ben potuto essere sospeso, salvo garantire contatti telematici e periodi di ‘compensazione’ una volta terminata l’emergenza sanitaria (per approfondimenti si rinvia all’ottimo contributo di Grazia Ofelia Cesaro, Covid-19 e diritti fondamentali nell'ambito della famiglia e dei minori: tra limitazioni ordinarie e straordinarie del 12 Maggio 2020, comparso su Il Familiarista).

Veniamo ora alle relazioni negative. Già il 1 aprile 2020 la Rete Europea dei Garanti per l’infanzia e l’adolescenza avvertiva dei rischi di aumento della violenza domestica nei confronti dei minori così come della violenza assistita intrafamiliare, vale a dire la violenza di cui bambini e ragazzi sono spettatori. “Esiste”, si leggeva nella dichiarazione su I diritti dei minorenni nel contesto dell’epidemia COVID-19, “il pericolo che l'autoisolamento, la quarantena e il lockdown possano aumentare il rischio di violenza domestica e familiare e colpire i bambini in modo significativo”. Nelle settimane successive il Telefono Azzurro registrava un drastico aumento delle chiamate di aiuto, pari a circa il 30-40% in più rispetto alla media pre-Covid.

A quasi un anno di distanza è difficile valutare cosa ne sia stato di una così fosca previsione. Un dato che può fornire un’indicazione, sia pure incerta e sommaria, dell’andamento della violenza sui minori, è quello delle chiamate al numero 1522 per violenza domestica: fenomeno questo non del tutto sovrapponibile agli abusi sui minori ma dalle matrici culturali e sociali affini. Si consideri in effetti che, secondo il monitoraggio ISTAT per il periodo marzo 2020 - ottobre 2020, le chiamate sono aumentate del 71,7% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Certo è che il governo italiano - chiamato a intervenire ben più e ben prima di procure e tribunali - non ha adottato alcuna iniziativa degna di menzione né in termini di rilevazione del fenomeno né in termini di potenziamento della rete antiviolenza esistente.


I minori fuori famiglia


L’avvento della pandemia ha costretto il sistema di tutela minorile (servizi sociali, per come coordinati dalla giustizia minorile) ad adottare importanti innovazioni in termini di relazioni con le famiglie, indagini ispettive e monitoraggio dei minori.

Le strutture dei servizi sociali hanno fatto largo uso delle modalità di lavoro a distanza (smart working), riducendo così le possibilità di contatto diretto esterno. A ciò si aggiunga che la composizione a maggioranza femminile dell’amministrazione - gravata, molto spesso, da carichi di cura imprevisti - ha costretto molti uffici a frequenti riorganizzazioni di orario.

I rapporti con le famiglie sono stati affidati, fin dove possibile, a mezzi di comunicazione telematica. Tuttavia, come osservato a suo tempo da Cecilia Guidetti, un ruolo di compensazione nelle carenze di collegamento con i nuclei più problematici è stato svolto dalle scuole: “perché in relazione alla gestione della continuità didattica, appaiono in generale molto presenti e consapevoli della situazione dei bambini”. Le indagini sociali hanno subito un rallentamento, se non proprio un arresto con riguardo ai fascicoli in fase di apertura. Così anche le valutazioni psicologiche e gli incontri protetti.

L’avvento della pandemia ha bloccato inoltre il cantiere di costruzione del sistema di rilevamento dati dei minori fuori famiglia in Italia. Il quadro più aggiornato della situazione dei minori fuori famiglia continua a essere pertanto quello delineato da due indagini del 2017: in particolare la Terza raccolta dati elaborata con le Procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni, condotta dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza (dati 2016-2017), e l’indagine campionaria condotta dall’Istituto degli Innocenti, su commissione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

La prima ha per oggetto i minorenni ospiti delle comunità residenziali facenti capo agli enti locali, ed è relativa agli anni 2016 e 2017. La seconda offre un quadro di insieme di numeri e caratteristiche del collocamento fuori famiglia del minore, sia esso in affidamento familiare o in comunità residenziale.

Si apprende dalle Procure che tra il 2016 e il 2017 - dato più aggiornato - gli ospiti nelle strutture di accoglienza sono aumentati, passando da 22.975 nel 2015 a 32.185 nel 2017 tra bambini e ragazzi. La variazione deve essere attribuita soprattutto all’ingresso dei minori stranieri non accompagnati (da 7.170 nel 2015 a 13.358 nel 2017). Il 61% degli ospiti è di origine straniera (per metà si tratta di minori stranieri non accompagnati). Secondo l’Istituto degli Innocenti, i minori di età fuori famiglia in Italia sono 26.615, al netto dei minori stranieri non accompagnati. Di questi, 14.012 sono in affidamento familiare e 12.603 in “servizi residenziali per minorenni” (case famiglia, comunità educative, strutture di pronta accoglienza, strutture di accoglienza bambino-genitore). Il rapporto tra le due componenti - affidamento a famiglie o parenti e servizio residenziale - sfiora la parità e si assesta attorno a valori che, se raffrontati a precedenti rilevazioni (dal 2007 in poi), possono dirsi stabili. Questo vuol dire che ancora molto si deve fare per “superare la istituzionalizzazione”, come auspicato dal Comitato ONU. Si deve osservare poi che la soluzione dell’affidamento risulta essere leggermente più diffusa al Nord Italia che al Sud, dove si riscontra la prevalenza di soluzioni di accoglienza in servizi residenziali.

È utile a questo punto evidenziare due dati che attendono una spiegazione, o che comunque suggeriscono di implementare interventi sociali mirati, tanto più se nell’orizzonte di una ricostruzione post-pandemica. Primo: tra i minori in affidamento familiare è di cittadinanza straniera poco meno di un quinto del totale (18%, di cui solo il 22% può essere riferito a minori stranieri non accompagnati): tuttavia il dato arriva al 40% quando si isola l’aggregato nei servizi residenziali. Secondo: se si guarda alle motivazioni del collocamento in comunità o in affidamento, si può rilevare che il 25% degli ‘ingressi’ sono determinati da incapacità educativa dei genitori originari (trascuratezza materiale e affettiva, tossicodipendenza di uno o di entrambi i genitori, problemi sanitari, violenza domestica, abusi), tuttavia non possono essere trascurate le condizioni di carenza ‘oggettiva’, come povertà, disagio abitativo e annesse carenze. In altri termini, se le situazioni di carenza soggettiva dei nuclei familiari originari, o comunque di forte inadeguatezza psicologica e pedagogica, costituiscono il gruppo più consistente di casi che danno luogo all’allontanamento del minore dalla famiglia, “nonostante ciò - e sebbene la legge non lo permetta - esistono secondo gli operatori casi di allontanamento in cui si ravvisano o che risultano fortemente influenzati da condizioni di indigenza, povertà e deprivazione materiale”. E difatti, in tutti i casi di accoglienza, si segnala nel 39% dei casi un problema di natura economica, lavorativa, abitativa. Se si incrocia questo dato con quello più certo della povertà minorile, non si può fare a meno di segnalare la necessità di una riflessione collettiva, se non proprio di un’indagine, che metta in relazione diretta non già e non tanto povertà e incapacità educativa dei nuclei familiari - ove servisse ricordarlo, i servizi non sottraggono i minori alle famiglie povere perché povere - ma povertà familiare e insufficienza ‘ambientale’ (un quartiere ghetto, una zona a bassa densità infrastrutturale etc.), al fine di rafforzare le azioni di assistenza ai nuclei che portano i segni della deprivazione materiale e ridurre al minimo l’impatto dell’indigenza sulla dimensione affettiva del minore. Casa, lavoro, un’alimentazione secondo la propria fame e una rete socio-assistenziale in grado di operare al meglio possono fare la differenza.


Le adozioni


Nel 2020 molti percorsi di adozione hanno dovuto subire rallentamenti se non proprio battute d’arresto. La pandemia è intervenuta su un sistema estremamente complesso, caratterizzato da importanti lentezze, sia da parte dei servizi sociali sia degli uffici giudiziari, oltre che da una tendenza alla diminuzione costante delle adozioni.

Gli ultimi dati resi disponibili dal Ministero della Giustizia e relativi al 2018, segnano in effetti una lieve calo rispetto agli anni precedenti. Se da una parte infatti le dichiarazioni di adottabilità del 2018 risultano pari a 1177 - a fronte di 1217 nel 2017 - e anzi, addirittura aumentano le domande di adozione per casi particolari (art. 44, l. 4 maggio 1984, n. 183), diminuiscono gli affidamenti preadottivi e le adozioni. I primi passano da 866 (2017) a 730 (2018), le seconde da 955 (2017) a 850. Come già sottolineato dal 10° e, da ultimo, dall’11° Rapporto di aggiornamento della CRC (il Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza), i dati del Ministero continuano a mancare di diverse informazioni: numero dei minori adottabili e non adottati, tempi dei procedimenti, relazione tra affidamenti pre-adottivi e adozioni, dati sull’età e sulle eventuali disabilità degli adottati, esiti post-adottivi.

La pandemia ha inoltre ostacolato gli uffici nella fase di rilevazione e individuazione delle situazioni di adottabilità. È di nuovo la CRC a segnalare che “si sono aggiunti, durante l’emergenza COVID-19, altri ritardi nelle segnalazioni alle autorità giudiziarie di possibili situazioni di adottabilità, oltre al forzato rallentamento dell’avvio delle necessarie verifiche e quindi dell’emissione dei provvedimenti a tutela e protezione dei minorenni”.

Come quelle nazionali, anche le adozioni internazionali hanno subito un drastico arresto. I rapporti semestrali della Commissione Adozioni Internazionali (CAI) confermano in effetti 526 adozioni al 31 dicembre 2020, a fronte delle 969 dell’anno precedente. La ragione di un simile dimezzamento è da rinvenire anzitutto nelle limitazioni alla circolazione internazionale. È probabile quindi che, con il definitivo venir meno dei divieti, i percorsi adottivi possano ritrovare la normale vitalità.

Restano intatte le difficoltà del sistema adottivo italiano sottolineate nei rapporti precedenti, in particolare quelle procedurali: tempi lunghi e costi elevati. Si noti a margine che questo dato contribuisce a spiegare perché l’adozione resti appannaggio di coppie dal livello culturale e socio-economico estremamente elevato: a titolo esemplificativo, quasi il 60%, tra donne e uomini, detiene un titolo di laurea, a fronte di una media del 20% nella popolazione italiana. È lecito ritenere quindi che, semplificando l’iter, rafforzando gli organici dei tribunali per i minorenni e riducendo con ciò tempi e costi delle procedure, si potrebbe contribuire a diffondere la prassi adottiva, così da invertire le tendenze appena esposte.

Da ultimo, e in considerazione del tempo perduto durante la pandemia, pare utile tornare a raccomandare una modifica della legge 183/84, volta a includere nella platea dei potenziali genitori adottivi conviventi di fatto e persone unite civilmente.


I minori stranieri non accompagnati


La realtà dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) ha subito diversi e importanti cambiamenti in ragione dell’epidemia di Covid-19. Se da una parte, infatti, arrivi e sbarchi non hanno subito particolari variazioni quantitative - al 31 dicembre 2020 sono stati registrati in Italia 7080 MSNA, in aumento sull’anno precedente – a terra invece la condizione dei ragazzi in comunità ha risentito delle misure di contenimento, e in particolare delle modalità di didattica a distanza a carico degli educatori – non sempre sufficienti e non sempre sufficientemente formati – oltre che delle strutture, non sempre attrezzate. Come ha osservato Lucia De Marchi, “Nelle comunità gli educatori hanno dovuto spiegare che cos’è il Covid e una pandemia, oltre a fornire le indicazioni igienico-sanitarie da rispettare. Inoltre, in questo periodo gli operatori hanno affiancato i minori nello svolgimento delle loro attività scolastiche a distanza, cercando di inventare a volte soluzioni ad hoc recuperando fortuitamente dei pc o ricevendoli in dotazione dalle scuole. Un appesantimento del carico di lavoro che ha inciso anche sullo stato psico-fisico degli operatori e non solo dei ragazzi che non potevano più uscire, neanche per le loro attività di tirocinio, aumentando in loro l’inquietudine per il futuro”.


C13. Grafico 1 • I minori stranieri non accompagnati censiti in Italia per genere





Sul piano della tutela giuridica, la normativa sui minori stranieri cosiddetti “non accompagnati”, vale a dire privi di un genitore o di un tutore, ha subito negli ultimi anni alcuni interventi. Con la legge 7 aprile 2017, n. 47, è stato introdotto nel nostro ordinamento il sistema di tutela volontaria degli MSNA, al fine di superare la precedente tutela impersonale degli enti locali, assieme a una serie di strumenti di garanzia, tra cui il divieto di respingimento alla frontiera, una procedura ad hoc innanzi al Tribunale per i minorenni in caso di espulsione, il rilascio di un permesso di soggiorno per minore età o per motivi familiari e il diritto all’assistenza legale (con accesso al gratuito patrocinio).

Con riguardo al primo profilo, cioè il sistema di tutela volontaria, l’ultimo monitoraggio del Garante per l’Infanzia sul sistema della tutela volontaria - dati al 31 giugno 2019 - attesta l’iscrizione di 2965 tutori presso i tribunali per i minorenni – il dato è in linea con l’anno precedente - per 2139 abbinamenti con un minore straniero non accompagnato nel semestre. L’adesione ai corsi di formazione alla tutela si conferma in crescita e lascia ben sperare per i prossimi anni.


La povertà minorile e le misure per contrastarla


La crisi economica ingenerata dalla pandemia si è innestata su un contesto già profondamente segnato da più di dieci anni di stagnazione (2008-2018) e politiche di austerità. Secondo l’Istat, prima del Covid l’incidenza della povertà tra le famiglie italiane lambiva percentuali - a dire il vero in diminuzione rispetto al 2018 - pari al 6,4% per la povertà assoluta, e al 7,7% per la povertà relativa (dati 2019). A salari stazionari, il tasso di disoccupazione si manteneva sulla soglia del 10%, senza accennare a diminuire. Infine, se si guarda alla distribuzione della ricchezza, l’Italia continuava a occupare i primi posti della classifica europea della disuguaglianza. Come è evidente, la crisi pandemica non ha fatto che aggravare un panorama socio-economico già particolarmente precario e, sebbene non si disponga ancora, al momento in cui si scrive, di rilevazioni esaustive sull’anno di pandemia, le prime stime indicano un aumento di quasi un milione di individui in povertà (fonte Coldiretti al giugno 2020) e di aumenti nelle richieste di aiuto di quasi il 50% (fonte Caritas al giugno 2020).

Dal punto di vista dei minori, dati di questo tipo tradiscono un quadro a dir poco allarmante. Occorre considerare infatti che se per una persona “in divenire”, come il minore di età, la deprivazione si riflette in un tipo di indigenza estremamente complessa e insidiosa - indicata generalmente sotto il nome di “povertà minorile” - potendo pregiudicare un intero arco di vita e coinvolgere diverse dimensioni dell’esistenza, presenti e future: sviluppo psico-fisico, capacità relazionali, istruzione e capacità di comprensione del mondo - la cosiddetta “povertà educativa”, di cui si dirà a breve - capacità reddituali e occasioni lavorative. Tanto più in un contesto in cui il principale spazio di sviluppo personale - la scuola - si comprime e si allontana per contenere il contagio, e al contrario guadagna spazio il contesto domestico della deprivazione.

Nell’era pre-Covid la povertà minorile colpiva in Italia più di un milione di giovani individui. Secondo l’Istat, infatti, negli ultimi dodici anni l’incidenza della povertà assoluta sui minori di 17 anni è quadruplicata: dal 3,7% nel 2008 al 12,6% nel 2018. La povertà relativa si è limitata a un raddoppio: dal 12,5% al 21,9% (circa 1.260.000 bambini). In termini di effetti sociali, il dato rivela una diffusa mancanza dei beni essenziali a una vita dignitosa e con questa, che già di per sé realizza una secca violazione del principio di uguaglianza contemplato dalla Costituzione, un rischio di esclusione sociale e di marginalità per un bambino su otto. L’impatto socio-economico della pandemia ha naturalmente aggravato il panorama. Secondo il rapporto Proteggiamo i bambini. Whatever it takes di Save the Children (ottobre 2020), l’emergenza sanitaria potrebbe far scivolare nella povertà altre centinaia di migliaia di bambini (approssimativamente un milione): “anche in Italia, dove già prima dell’emergenza legata al COVID-19 si registravano tassi di povertà materiale ed educativa dei minori tra i più alti d’Europa, gli effetti della crisi economica e della limitazione delle opportunità educative sui bambini destano preoccupazione. L’incidenza della pandemia sulla disponibilità economica delle famiglie, con il tasso di disoccupazione in crescita e le difficoltà nel sostenere i costi legati all’istruzione dei figli, va ad aggravare i già alti livelli di disuguaglianza educativa e di abbandono scolastico che affliggono il nostro Paese. I divari digitali e nell’accesso all’on-line, la riduzione delle opportunità di educazione informale, di quelle sportive e di socialità aumentano il rischio di marginalità e di isolamento specie per i bambini e gli adolescenti delle aree più disagiate delle nostre città”.

A fronte di un quadro così critico, pare decisivo a chi scrive prevedere in sede di politiche per la ripresa: (1) un rafforzamento, se non anche nuovi investimenti, in infrastrutture e servizi essenziali, soprattutto educativi e para-educativi, dai campi sportivi agli asili; (2) un investimento, come già preconizzato peraltro da Save the Children Italia, in programmi di protezione sociale, come un assegno familiare sul modello del Universal Child Benefit anglosassone oppure un rafforzamento del Reddito di Cittadinanza, ricalibrando i criteri di destinazione, ampliando le possibilità di accesso per i bambini stranieri e, naturalmente, rimodulando quantitativamente la prestazione.


La povertà educativa


Un riflesso peculiare della povertà minorile è quello della povertà educativa. Volendo usare una definizione essenziale di Save the children, si intende con povertà educativa “l’impossibilità per i minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”. Non si tratta solamente di diritto allo studio. La povertà educativa consiste nella mancanza di opportunità di crescita molto diverse, accomunate però dal fatto di incidere sulla crescita intellettuale della persona: si tratti di occasioni culturali, di gioco oppure di sport.

Per valutare gli effetti della pandemia da Covid-19 sulle competenze e sulle prospettive educative dei minori, occorre tenere a mente che la povertà educativa è strettamente legata alla povertà materiale, sia essa familiare che ambientale. A titolo esemplificativo, è sempre Save the children ad aver evidenziato, nel suo rapporto Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia (2016), che a) gli studenti provenienti da contesti particolarmente svantaggiati hanno più probabilità - secondo un rapporto di quasi 3 a 1, rispetto ai coetanei benestanti (dati Ocse Pisa) - di non raggiungere competenze minime in lettura e in matematica; b) la povertà educativa tende a trasmettersi di generazione in generazione; c) lo svantaggio socio-economico ha un impatto evidente anche su pratica sportiva e attività culturali.

Diversi studi hanno già evidenziato, in relazione alle possibilità educative dei minori, l’effetto di amplificazione degli squilibri provocato dalle misure di contenimento del contagio. Alle difficoltà economiche delle famiglie si sono aggiunte quelle legate alla didattica a distanza, praticata dall’oggi al domani nelle scuole (per metodo e formazione dei docenti), la chiusura degli spazi educativi e, per l’effetto, le restrizioni di vita entro spazi domestici spesso troppo angusti, sia da un punto di vista sociale sia fisico. Da ultimo, la mancanza di dispositivi in grado di connettere i ragazzi alla socialità e alla didattica virtuale. Basti considerare infatti che, secondo il rapporto Istat Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi (2020), nel 2019 più di un terzo della famiglie italiane (33,8%) non disponeva di un computer o di un tablet in casa, perlopiù nel Mezzogiorno, e poco più della metà non possedeva più di un dispositivo (52,8%).





V’è da considerare infine che la più generale misura del “confinamento” ha per effetto quello di aggravare le disparità educative già in essere. Come avvertito da Antonella Nuzzaci, Rita Minello, Nicoletta Di Genova e Sabrina Madia in uno studio del 2020(1), lo shutdown degli spazi dedicati ai minori ha finito per “privare i bambini e i ragazzi delle occasioni educative offerte al di fuori dell’esperienza familiare, accentuando le situazioni dei minori con un background familiare scarsamente stimolante, i quali saranno vittime di ulteriori disparità nei confronti dei coetanei che avranno possibilità di accedere a più ampi repertori culturali o familiari e a esperienze educative qualitativamente più elevate”. E ancora: “Per questi minori è facile vivere esperienze diseducative che bloccano o deviano dalla rotta educativa e che diminuiscono le capacità di reagire di chi le vive”.

Mai come quest’anno quindi sembra opportuno richiamare l’attenzione sulla necessità di un investimento infrastrutturale post-pandemico, che abbia per obiettivo quello di riequilibrare le perdite educative generate dall’emergenza. Diversamente, si rischierebbe di creare in Italia una voragine di disuguaglianza pressoché irrecuperabile. Alle soglie della pandemia l’Italia si collocava al di sotto della media europea in materia di copertura di servizi per l’infanzia, asili nido soprattutto, con importanti dislivelli tra Nord-Italia e Mezzogiorno. Non meno basso era inoltre l’investimento pubblico in istruzione: nel 2017 e nel 2018 (dati Eurostat) l’Italia risultava ultima tra i paesi UE. Ribaltare il dato è oramai un imperativo.

Note


(1) - Nuzzaci, A., Minello, R., Di Genova, N., & Madia, S., Povertà educativa in contesto italiano tra istruzione e disuguaglianze. Quali gli effetti della pandemia?, Lifelong Lifewide Learning, 16 (36), 76-92

Mary Ellen Wilson

Mary Ellen Wilson

(New York, 1864 - luogo sconosciuto, 1952)
QUANDO L’ABUSO SUI BAMBINI NON ERA NEANCHE CONSIDERATO REATO: LA STORIA DI MARY ELLEN, PICCHIATA E MALTRATTATA PER ANNI DAI GENITORI ADOTTIVI. PER TOGLIERLE L’AFFIDAMENTO DELLA PICCOLA SI DOVETTE RICORRERE ALLE LEGGI SULLE VIOLENZE VERSO GLI ANIMALI

“Mamma e papà erano morti. Non so quanti anni ho. Nei miei ricordi ho sempre vissuto qui. La mia mamma adottiva mi frustava e mi picchiava praticamente ogni giorno. Avevo lividi ovunque [...], arrivò anche a tagliarmi con una forbice. Non ricordi di aver mai ricevuto un bacio - men che meno dalla mia mamma adottiva. Non mi ha mai concesso carezze o affetto. Non ho praticamente mai parlato con nessuno, pena le botte. Non so perché mi picchiasse, non mi diceva mai nulla mentre lo faceva. Non voglio tornare a vivere con lei, perché mi picchia. Non ricordo di essere mai scesa in strada”.

Questa testimonianza da brividi racconta una storia di abusi e violenze che risalgono al 1874. Purtroppo, storie come queste possono essere trovate anche oggi. C’è però una grossa differenza con la storia di quella bambina, Mary: all’epoca l’abuso verso i bambini non era sanzionato in alcun modo.

Mary Ellen Wilson nacque nel 1864 da Thomas e Frances Wilson a New York. Suo padre morì in guerra, lasciando la madre con grossi problemi finanziari. Affidata a un istituto governativo, dopo poco tempo la bimba, che aveva poco più di due anni, venne affidata ai coniugi McCormack. L’affido, inoltre, avvenne senza i documenti necessari. Mary McCormack rimase presto vedova, risposandosi poco dopo con Francis Connolly.

Mary conobbe così la sua madre adottiva, nonché aguzzina. Le botte, la reclusione forzata, le violenze. Fu l’arrivo nel vicinato di Etta Wheeler, una metodista che si occupava di famiglie in situazioni di povertà, a salvare letteralmente la vita di Mary. Quando visitò la zona, infatti, una vicina la informò delle urla e dei pianti provenienti da uno degli appartamenti dell’edificio. Con una scusa, Etta riuscì ad entrare in casa Connolly-McCormack. Fu così che intravide Mary Ellen: aveva 10 anni ma ne dimostrava la metà, era piena di lividi e ferite, era scalza a dicembre e, non ultimo, visibilmente terrorizzata.

Era chiaro che la bambina aveva bisogno di aiuto. Ma come fare? Al tempo, infatti, nonostante l’esistenza di leggi locali che punivano maltrattamenti eccessivi a danno dei più piccoli, le autorità erano decisamente restie a utilizzarli. L’educazione dei bambini - se così si potevano definire botte e maltrattamenti - erano di competenza strettamente familiare. Ma Etta Wheeler non si diede per vinta, e si rivolse a Henry Bergh, noto attivista newyorkese, attivo però soprattutto in difesa dei diritti degli animali. “E cos’era Mary, se non un piccolo animale indifeso?”. Henry decise di supportare Etta Wheeler nella sua battaglia e, col tempo, i due riuscirono a dare risalto alla storia di Mary, a ottenerne l’allontanamento dalla matrigna - grazie appunto anche alle leggi contro la crudeltà rivolta agli animali - e alla condanna di quest’ultima a un anno di prigione. Ma soprattutto riuscì a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione delle violenze subite in famiglia dai bambini, un argomento che all’epoca era quasi un tabù. Mary, nel frattempo, crebbe ed ebbe un’adolescenza felice e si sposò a 24 anni. Poco dopo nacque la sua prima figlia: la chiamò Etta, in onore della donna che aveva salvato lei e che aveva aiutato intere generazioni di bambini ad ottenere diritti fondamentali.