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Minori

Introduzione


Ad oltre un anno dall’abolizione del Reddito di cittadinanza (1° gennaio 2024) quale misura di contrasto alla povertà, viene da domandarsi quali effetti si siano prodotti in Italia nello stesso periodo e quanto la sostituzione di questa misura di reddito a sostegno delle famiglie in difficoltà con le nuove misure disposte, abbia prodotto risultati e condizioni migliori per le famiglie colpite dalla povertà.

Ad oggi in Italia il dato della povertà colpisce in primo luogo i nuclei familiari con figli e, ancora di più, con bambini di età compresa tra 0 e 3 anni. Infatti, secondo i dati Istat, nel 2023 oltre 1 milione e 300 mila minori, pari al 13,8% della popolazione minorile (molto più della media della popolazione pari al 9,7%), viveva in condizioni di povertà assoluta, cioè con una capacità di spesa inferiore a quella necessaria ad acquistare i beni e i servizi necessari per condizioni minime di dignità. Sempre secondo i dati Istat del 2022, che riportavano un’incidenza di povertà assoluta del 13,4% tra bambini e ragazzi, erano stati individuati i tassi di povertà assoluta per le diverse fasce di età di cui vi era il 14,7% (13,6% nel 2021) dei bambini di età sino a 3 anni in condizioni di povertà assoluta, il 14,3% (12,6% nel 2021) per i bambini tra i 4 e i 6 anni, a fronte dell’11,7% per il caso di adolescenti di età compresa tra i 14 e i 17 anni (diversamente il 12,3% nel 2021). Infine, nel 2023 emergeva che la fascia di età più colpita dalla povertà riguardava i bambini tra i 4 e i 6 anni con una percentuale del 14,8%.


C13. Grafico 1 • Indice di povertà assoluta tra i minori per fasce di età (anno 2024)



Nel 2025 la percentuale di famiglie in cui è presente almeno un minore in rischio povertà o esclusione sociale rappresenta il 25,6% delle famiglie (sostanzialmente stabile anche rispetto al 2024 con una percentuale del 25,5%)(1).


C13. Grafico 2 • Famiglie con figli minori in povertà assoluta - confronto 2023-2024


Un preoccupante e costante dato che si conferma è quello secondo cui ad essere maggiormente colpiti dalla povertà assoluta sono i minori provenienti da un’origine migrante aventi entrambi i genitori stranieri che, a frontein un contesto di un indice di povertà assoluta delle famiglie con figli minori pari al 13,8% nel 2024 (ultimo rilevamento Istat), presentano un dato pari al 33,6% tra le famiglie con figli minori in cui sono presenti stranieri e del 40,5% se si tratta di famiglie composte da soli stranieri.presentano un dato pari al 35,2% (35,1% nel 2023) nelle famiglie composte solo da stranieri. Tuttavia, comunque, per queste famiglie il dato di povertà assoluta non è stato ridimensionato dalla misura del Reddito di Cittadinanza per cui il legislatore ne ha escluso la fruizione, vincolandone il beneficio solamente alle famiglie residenti regolarmente in Italia da almeno 10 anni; fattore che ha sollecitato anche la recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione europea che ha dichiarato tale strumento “indirettamente discriminatorio” (sent. Corte di Giustizia UE del 29.07.2024). Ciononostante, la misura del reddito di cittadinanza ha contenuto l’aumento della povertà assoluta individuale che, sebbene in crescita dal 2020 (9,41% nel 2020 al 9,78% nel 2023), avrebbe comportato aumenti ancora più notevoli in ipotesi di sua assenza. Permangono, tuttavia, come meglio si vedrà, ampie differenze tra il Nord e Sud del Paese e, dunque, l’impatto che la povertà materiale e, altresì, educativa produce sulla popolazione minorile.

Considerate le preoccupanti statistiche sulla povertà minorile in Italia e sul correlato riflesso anche in termini di povertà educativa che colpisce le giovani generazioni, occorre domandarsi in che termini gli interventi legislativi a tutela dei minori introdotti dal 2024 ad oggi comportino un’effettiva presa in carico della situazione minorile e una cura reale della protezione del benessere dei ragazzi. La recente legge n. 70/2024 ha esteso la tutela legislativa del solo cyberbullismo anche al bullismo tout court imponendo codici obbligatori nelle scuole, collaborazione con i genitori e sostegno psicologico per le vittime di bullismo; il D.l. infrastrutture n. 73 del 2025la riformulazione dell’art. 337 ter del Codice Civile ha sancito quale regola ordinaria l’affidamento condiviso del minore ai propri genitori che detengono, quindi, pari responsabilità su istruzione, cura ed educazione del minore ed ha previsto obblighi di contributo per il mantenimento della madre dopo la nascita del figlio anche per i genitori non coniugati; la legge n. 104 del 2024 con cui è stato rafforzato il diritto del minore ad essere ascoltato, - tema già inserito all’interno della Riforma Cartabia del 2022 in tema di giustizia -, per le decisioni che lo riguardano e per renderlo maggiormente partecipe e consapevole all’interno del contesto sociale. E ciò anche in aderenza al principio fondamentale sancito dall’art. 12 della Convenzione ONU sui Diritto del Fanciullo del 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991 secondo cui il minore ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni che lo riguardano imponendo all’autorità di tener conto della posizione del ragazzo in base al grado di maturità dello stesso. Pertanto, è stata istituita e si è celebrata il 9 aprile scorso la prima Giornata nazionale dell’ascolto dei minori. Confrontando quanto emergerà dai dati e dalle problematiche affrontate nei prossimi paragrafi di questo capitolo sarà evidente rilevare che in tema di tutela della condizione minorile e di protezione delle fasce più fragili è necessario un maggiore e costante impegno anche in termini di sforzi legislativi. Da segnalare anche quanto nella Legge di Bilancio 2025 e il cambio di destinazione dei fondi statali per programmi di educazione sessuoaffettiva di 500.000 € previsti a gennaio del 2025 e dirottati prioritariamente per formare gli insegnanti sul tema dell’infertilità e su come prevenirla.

Analizzando gli interventi posti in atto dall’attuale Governo, ridotti a qualche novità normativa di misure temporanee, perlopiù anche insufficienti, e forme di welfare fiscale o agevolazioni fiscali, emerge che le determinazioni di questo Governo rappresentino principalmente misure assistenzialistiche palliative e poco funzionali ad intervenire significativamente e strutturalmente sui problemi che riguardano la precarietà e la fragilità del mondo minorile; non prevedendo di fatto alcun piano di investimento reale e cospicuo per affrontare realmente le criticità che lo riguardano.

In senso diverso, più volte dal gennaio di quest’anno (2025), in tema di incidenza sui diritti a tutela e protezione delle fasce più deboli, vanno apprezzati gli sforzi dell’autorità giudiziaria che è intervenuta in diversi ambiti e in più occasioni. Con sentenza della Corte Costituzionale n. 33 del 21 marzo 2025, la Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto di adozione di minori stranieri da parte di persone single e di persone LGBTQ+; con sentenza n. 9216 del 2025 la Corte di Cassazione ha stabilito l’eliminazione della dicitura “padre/madre” sui documenti di identità dei minori, sostituita dalla dicitura “genitore” per accogliere tutte le configurazioni familiari. Inoltre, con sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 2025, la Corte ha consentito per le coppie omosessuali, entrambe donne, il riconoscimento automatico della qualità di madri di un figlio nato all’estero con PMA, senza dover ricorrere ad adozioni successive.


Condizione attuale della povertà minorile


Nel 2024 in Italia, circa il 26,7% dei minori fino a 16 anni (circa 2,07 milioni di ragazzi) si trovava a rischio di povertà o esclusione sociale (in coerenza ma superiore al 23,1% delle persone a rischio di povertà assoluta ed esclusione sociale nel Paese) confermando il dato dei grandi divari territoriali nel nostro Paese per cui si oscilla tra il 43,6% nel Sud e nelle Isole, in contrapposizione al Nord con circa il 14,3% mitigato dal Centro Italia in cui la povertà minorile raggiunge circa il 26,2%(2).


C13. Grafico 3 • Bambini e ragazzi di età inferiore a 16 anni a rischio di povertà o esclusione sociale, per ripartizione geografica



Le condizioni peggiorano nelle famiglie numerose o monogenitoriali (soprattutto in quelle composte da una madre sola – correlato anche al differenziale salariale del lavoro femminile, oltre che alla mancanza di sufficienti e adeguati servizi educativi – gli asili nidi in Italia offrono una copertura del 28%, dato allarmante rispetto alla media UE del 37,9% – e di sostegno), dove tra le famiglie con un solo minore circa il 22,9% sono a rischio povertà o esclusione sociale, mentre le famiglie con 3 o più figli rappresentano il 42% delle famiglie a rischio ( nel 2023 la percentuale era del 37,1%)(3).

Un dato che anche se prevedibile, preoccupa molto è il fatto che cresce ulteriormente la povertà minorile e l’esclusione sociale per i minori con cittadinanza non italiana per i quali la percentuale raggiunge picchi del 43,6% al confronto del 23,5% dei coetanei con cittadinanza italiana.

Anche il livello di istruzione dei genitori incide fortemente sul livello di povertà dei minori. Infatti, la povertà minorile raggiunge il 10,3% per i figli di genitori laureati o con un livello di istruzione superiore, in contrapposizione al 27,6% quando i genitori hanno un diploma di scuola secondaria e drammaticamente al 51,8% nel caso in cui i genitori hanno al massimo la licenza media inferiore.


C13. Grafico 4 • Bambini e ragazzi di età inferiore a 16 anni a rischio di povertà o esclusione sociale, per massimo titolo di studio dei genitori 


Infatti, dagli ultimi dati Istat è aumentata del 3,8% (dal 15,6% al 19,4%) la povertà assoluta tra i figli di operai e dei lavoratori esecutivi, il che accende i riflettori sulla grande questione del cosiddetto “lavoro povero” in Italia, condizione nella quale si trovano milioni di lavoratori che seppure in possesso di un’occupazione reale non sono in condizioni di raggiungere adeguati livelli di reddito sufficienti a soddisfare livelli essenziali di vita per sé e per la propria famiglia. Questi dati, dunque, sono chiaramente emblematici delle ripercussioni che il contesto economico di provenienza produce anche in termini di povertà educativa.

Un altro aspetto molto critico e preoccupante riguarda l’insicurezza alimentare a cui sono soggetti i minori che provengono da contesti economici precari. Infatti, circa il 4,9% dei minori vive in condizioni di carenza alimentare (non potendo accedere a nemmeno un pasto proteico al giorno), con percentuali che raggiungono l’8,9% nel Mezzogiorno(4). Tra le misure di contrasto alla povertà minorile un importante intervento comprende quello di far riferimento all’aumento di risorse adeguate al Fondo per il contrasto della povertà alimentare a scuola, misura prevista e istituita nell’ultima legge di bilancio (2025) e destinato ai Comuni per l’erogazione del servizio mensa e l’accesso gratuito alla stessa per i minori appartenenti a famiglie in difficoltà economica (500.000 € per ciascuno degli anni 2025 e 2026 e 1 milione di euro per l’anno 2027).

Infine, un ultimo dato da non trascurare riguarda la povertà abitativa e l’impatto che questa possa comportare sulla vita dei minori. Infatti, in Italia il 16,2% dei bambini e adolescenti vive in abitazioni con problematiche strutturali, mentre oltre il 450% in condizioni di sovraffollamento.

L’attuale sostituzione del Reddito di Cittadinanza (2019-2022) con l’Assegno d’inclusione per famiglie con minori, disabili o anziani e con il Supporto per la formazione e il lavoro (che implica forme di sostegno per chi non ha un’occupazione ed è in cerca di un lavoro) sembrerebbe di minore protezione sociale in quanto esclude dal beneficio una quota di persone povere precedentemente destinatarie del RdC; inoltre, prevedendo maggiori condizionalità per la sua destinazione in merito ad obblighi di partecipazione a iniziative di inclusione sociale e lavorative, pena perdita del beneficio, ha rafforzato la tendenza paternalistica e la limitata efficacia di tali misure di sostegno.


A che punto è l'Italia nell'affrontare il problema della povertà educativa


L’Italia ha un tasso di abbandono scolastico piuttosto alto nonostante siano emerse buone speranze dagli ultimi dati riscontrati. Infatti, nel 2021 il dato dell’abbandono scolastico era del 12,7%; il PNRR ha introdotto un obbiettivo di riduzione al 10,2% entro il 2026, anche se già nel 2024 la percentuale di abbandono scolastico registrata in Italia è del 9,8%.


C13. Grafico 5 • Povertà educativa: dati sull'abbandono scolastico 


L’abbandono scolastico rappresenta il fenomeno estremo della dispersione scolastica esplicita che comprende il progressivo allontanamento di ragazze e ragazzi dalla scuola attraverso assenze prolungate, interruzioni e ripetenze. E rappresenta l’incompleta fruizione dei servizi scolastici e l’abbandono della scuola prima del raggiungimento di un diploma o di una qualifica. Anche se il dato dell’abbandono scolastico in Italia si avvicina all’obbiettivo imposto a livello europeo, l’Italia rimane al quinto posto tra i Paesi europei per abbandono scolastico. Inoltre, ad abbandonare prematuramente la scuola sono molto di più i ragazzi piuttosto che le ragazze che raggiungono grandi numeri al Sud (13,5%) e nelle isole (17,2%) rispetto al centro Italia (7%) e al Nord (8/9%).

Diverso è il fenomeno della dispersione scolastica implicita che implica il raggiungimento da parte del ragazzo del diploma e, dunque, la conclusione del percorso di studi, sebbene questi non acquisisca comunque le competenze di base comportando importanti limiti anche in termini di opportunità per il giovane.

Indipendentemente dal fenomeno della dispersione scolastica, un importante divario di apprendimento è emerso dai risultati dei test invalsi tra gli studenti che provengono da un diverso contesto sociale, economico, culturale e territoriale con una differenza di punteggio importante (di circa 30 punti) tra chi proviene da una famiglia economicamente e socialmente avvantaggiata rispetto agli altri; dato che ci fa prendere coscienza sulla incompiuta reale applicazione del principio stabilito nell’art. 34 della Costituzione italiana che stabilisce il principio di pari opportunità nell’accesso alla scuola e all’istruzione.

Inoltre, anche la scelta dei percorsi scolastici è fortemente influenzata e condizionata dalla famiglia d’origine. Infatti, solo il 16,4% dei diplomati al liceo è rappresentato da figli di operai o lavoratori esecutivi; specularmente il 34% dei diplomati al liceo appartiene alle classi più agiate, che invece iscrivono i propri figli ai professionali solo per un 14% e per un 18,5% ad un tecnico (dove, per ovvie conclusioni, oltre un terzo dei diplomati è rappresentato dai figli di operai e degli esercenti lavori esecutivi).


C13. Grafico 6 • Persone con conoscenze tecnologiche di base nel 2023 in Italia e in Europa


Tali dati, che ci forniscono una visione di insieme su quanto sia sbilanciata l’istruzione tra figli di laureati, figli di diplomati e con licenza media, evidenziano un dato importante quale quello per cui le diseguaglianze nelle condizioni di partenza delle famiglie confermano la riproposizione di fenomeni di povertà e precarietà anche nelle generazioni future e successive a riprova dell’importante questione di immobilismo reale che inserisce l’Italia tra i paesi europei con minore mobilità sociale: il che rende veramente problematico per un minore nato in un contesto di povertà migliorare la propria condizione di partenza e produrre uno scarto in termini di opportunità rispetto ai propri genitori.

La povertà educativa e la disparità educativa tra le giovani generazioni è determinata dalla differente e iniqua possibilità di accesso ad opportunità di salute, educazione, tecnologia, lavoro e protezione sociale. Non c’è da stupirsi della conferma della polarizzazione tra il Nord e il Sud del paese dove diversi livelli di prestazioni, assistenza e servizi mostrano la preminenza del fenomeno della povertà educativa principalmente nel Sud del Paese.

Pertanto, rivolgendo lo sguardo sulle opportunità di accesso, ad esempio, a centri estivi e doposcuola si possono riscontrare le disparità che possono influenzare lo sviluppo e la crescita di un bambino a seconda del contesto sociale di provenienza. In primo luogo, ribadiamo l’importanza del principio contenuto all’art. 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che sancisce il diritto al gioco e al tempo libero per tutti i bambini, tempo che questi possono dedicare allo sport, al riposo, alla socialità, ad attività artistiche, ricreative o ad altro, fondamentale per la crescita e il pieno sviluppo del minore quale persona del domani compiuta e realizzata. A riempire i momenti di svago dei minori, un’opportunità importante di svago, di gioco e di socializzazione è rappresentato dai centri estivi e dalle attività del doposcuola del minore. Tuttavia l’accesso a tali opportunità di sviluppo sono spesso rese difficili per molti bambini. Solo un minore su 10 tra i 3 e i 14 anni rientra tra gli utenti di centri estivi e servizi pre e post-scuola. La partecipazione a centri estivi per i bambini è anche un’importante occasione per non perdere l’apprendimento incamerato durante l’anno scolastico per il tempo della pausa estiva.

Purtroppo, però l’accesso a questo tipo di esperienze non è sempre possibile per tutti i bambini. Infatti, le disparità sociali e territoriali in questo senso giocano un ruolo importante, anche per i costi che le famiglie sono tenute a sostenere per permettere al bimbo di partecipare a tali esperienze, oltre che per la differenza di offerte di servizi distribuite nel territorio. Mentre nel Nord Italia circa il 13,5% dei minori tra i 3 e i 14 anni partecipa a centri estivi e doposcuola, nel Centro la percentuale di minori è del 6,8%, raggiungendo un valore del 3,5% nel Sud (dove, peraltro, si trova il 60% delle città con minore offerta di questi servizi).

Uno strumento di contrasto al fenomeno della povertà educativa è il rafforzamento delle visite ai musei e l’ampliamento dell’accesso ai luoghi di cultura per i minori, dal momento che nel corso dello scorso anno (2024) solo il 40% dei bambini ha visitato musei o mostre; dato che allarma particolarmente in alcune regioni del sud in cui non raggiunge il 25% dei minori. Questo aspetto critico non solo trova le sue ragioni nella mancanza di sensibilizzazione e educazione alla fruizione di tali luoghi, ma non può neppure prescindere dal dato evidente di un’offerta di spazi museali molto diversificato all’interno di tutto il territorio nazionale. Rafforzare programmi scolastici includenti visite agli spazi museali, alleanze tra scuole e musei e attivazione di progetti, laboratori e partenariati può essere determinante per ridurre la povertà educativa e per permettere lo sviluppo culturale e educativo di bambini e ragazzi che si trovano in condizioni e in aree svantaggiate rispetto ai loro coetanei. È interessante evidenziare il dato proveniente dalla Campania che è la prima regione in Italia per attivazione di collaborazioni tra musei e scuole (40,4%) con un forte ruolo in ordine al contrasto alla povertà minorile.

Altro strumento utile al fine di emancipare moltissimi minori da condizioni di povertà educativa e dall’eredità di un destino di povertà può essere quello di garantire una forte e profonda formazione tecnologica e digitale ai minori. Infatti, implementare le conoscenze delle nuove scienze tecnologiche non solo permette ai minori di essere maggiormente tutelati e protetti dai rischi della rete, ma permetterà agli stessi di padroneggiare strumenti utili in vista di un’istruzione e una formazione ampia per poter accedere, un domani, più facilmente al mondo del lavoro ed essere, quindi, lavorativamente anche più spendibili.

L’Italia presenta ancora importanti lacune in ambito di conoscenze tecnologiche dove è ancora troppo alta la quota di persone senza competenze tecnologiche sufficienti (45,8% i cittadini che nel 2023 avevano conoscenze tecnologiche almeno di base – la media europea ammontava a 55,6%). Dato che fa fatica a decrescere se non si investe sull’implementazione di dotazioni di aule informatiche (35,7% degli edifici scolastici nel 2022 le possedevano); inoltre una grande differenza si riscontra tra scuole che si trovano in zone rurali e quelle nei centri urbani.

Altro importante riflessione riguarda il fatto che sebbene nelle discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) la grande maggioranza dei laureati è rappresentata dai ragazzi piuttosto che dalle ragazze (16,8% tra i laureati in Stem nel 2023), è interessante rilevare che la quota di ragazze con competenze digitali almeno di base è più elevata rispetto ai ragazzi, e che le giovani spesso scontano il consolidamento di stereotipi di genere sull’accesso a carriere di tipo scientifico.

Nonostante la lotta alla povertà educativa rappresenti un fondamentale obbiettivo per un reale progresso sociale e migliorativo della condizione dei minori in Italia, oltre che un utile strumento per allontanare i minori dal rischio di dispersione in contesti di criminalità, constatiamo che il Fondo per la povertà educativa minorile, introdotto nel 2016 è stato cancellato con la Legge di Bilancio 2025. Tuttavia, fortunatamente però, il DL Milleproroghe 2025 ne ha previsto la proroga fino al 2027 anche se con un finanziamento molto ridotto, di 3 milioni di euro annui (in luogo dei precedenti 25-50 milioni annui) erogati sotto forma di credito di imposta per fondazioni bancarie sostenitrici di progetti educativi. C’è da domandarsi se potrà confermarsi la sua utilità, di certo notevolmente ridimensionata, in questi termini. Mentre si registra sicuramente un passo indietro rispetto a un precedente modello di sovvenzioni e investimenti che aveva dimostrato una certa parziale efficacia.

Per combattere il fenomeno è importante auspicare una politica più attenta ai bisogni dei minori e che miri a uno sviluppo della società anche in termini di investimento in cultura, istruzione e formazione oltre che volenterosa di contrastare fenomeni di povertà educativa con maggiore impegno, dato che nel 2022 ad esempio, l’Italia ha speso solamente circa il 4% del proprio PIL in istruzione (tendenza purtroppo confermata anche a livello europeo con una media del 4,7% del PIL).

In ultimo, un ulteriore aspetto critico connesso alla povertà educativa è anche il rischio concreto che si alimenti il fenomeno dei NEET, termine con cui si indicano i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano percorsi di formazione, che nel 2024 in Italia rappresentano il 15,2% dei giovani nella fascia tra i 15-29 anni, dato superato solo dalla Romania nel contesto europeo.


Lo sfruttamento economico del lavoro minorile in Italia 


L’art. 32 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza stabilisce che “Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”.

Nonostante gli impegni internazionali ad arginare il fenomeno del lavoro minorile, nel 2020 circa 160 milioni di bambini/adolescenti nel mondo erano costretti a lavorare. In questo contesto globale, anche l’Italia non è scevra dalla problematica, in cui soprattutto nell’ultimo anno i dati sul lavoro minorile rilasciano notizie preoccupanti di un fenomeno ormai diffuso.

Infatti, solo nel 2024 si registrano 80.991 lavoratori minorenni tra i 15 e i 17 anni, il che rappresenta un dato record per il nostro Paese. Inoltre, si riscontra anche un incremento dei giovani lavoratori rientranti nella fascia di età fino a 19 anni che nel 2023 hanno raggiunto 415.495 ragazzi rispetto al 2022 in cui erano 377.440.

In Italia, per legge l’età minima di accesso al lavoro è di 16 anni; tuttavia, da una rilevazione nazionale condotta nel 2023 da Save the Children, è emerso che circa 336 mila minori (tra i 7 e i 15 anni) hanno avuto esperienze di lavoro di diversa tipologia - pari al 6,8% della popolazione di quella fascia di età - e che sono stati impiegati prevalentemente in settori quali ristorazione, commercio, edilizia e agricoltura. Nel 2022 tra i 15 e i 17 anni i ragazzi lavoratori sono stati circa 69.601 e 78.530 nel 2023.

In questo scenario di crescente lavoro minorile non può non allarmare anche il dato crescente sugli infortuni dei minori sul lavoro che nel 2020 hanno coinvolto 5.816 lavoratori minorenni per arrivare a 18.825 infortuni sul lavoro dei minori nel 2023. Mentre ancora più drammatico appare il dato di 6 incidenti mortali per minori compresi tra i 15 e i 17 anni negli anni 2019-2023; 84 denunce di incidenti mortali che hanno coinvolto nello stesso periodo i lavoratori di età compresa tra i 14 e i 19 anni. Il più delle volte tali esperienze di lavoro si verificano come forme di sostegno ad attività professionali familiari, altre volte per aiutare le famiglie in condizioni povere, altre per ottenere una maggiore indipendenza o in alternativa all’esperienza scolastica. Soprattutto in quest’ultimo caso si tratta di una motivazione preoccupante che induce maggiormente ad interrogarsi su come affrontare il problema della dispersione scolastica. Diversa tipologia di lavoro minorile riguarda il fenomeno dei Baby influencer a cui è stata estesa la normativa del lavoro minorile nell’ambito dello spettacolo e della pubblicità.

A conclusione dell’analisi sul lavoro minorile, va analizzato un ulteriore fenomeno che vede l’Italia coinvolta, soprattutto a causa della sua posizione geografica; trattasi dei fenomeni di tratta umana e di sfruttamento anche minorile. In Europa la tratta di esseri umani per gli anni 2017-2021 ha coinvolto circa 29.000 vittime, di cui il 16% minorenni. Nel 2024 l’Italia ha rintracciato 1.150 situazioni di tratta di minori probabilmente di età compresa tra i 15 e i 18 anni. Tra le forme di tratta di esseri umani più comuni in Italia vi è certamente lo sfruttamento sessuale di ragazze e l’accattonaggio di minore da coinvolgere in attività illecite.

In Italia la tratta di esseri umani è reato punibile ai sensi dell’art. 600 del Codice Penale e dalla legge n. 228/2003.



Aggiornamenti sulla situazione in Italia di minori stranieri non accompagnati (MSNA)


I dati aggiornati al 31 dicembre 2025 rilevano la presenza in Italia di 17.011 MSNA(5), un dato in crescita rispetto ad aprile 2025 in cui si registrava la presenza di 16.274 minori stranieri non accompagnati ma comunque in lieve diminuzione rispetto al periodo estivo dell’anno appena trascorso (i dati aggiornati al 30 settembre 2025 hanno registrato la presenza di 17.874 MSNA(6)), seppure trattasi comunque di numeri in calo rispetto al 31 dicembre 2024 - in cui erano presenti sul territorio italiano 18.625 Minori stranieri non accompagnati; ed ancora in netta diminuzione rispetto all’ancora precedente anno (2023) che aveva riscontrato il picco di 24.215 minori stranieri non accompagnati.


C13. Grafico 7 • Minori stranieri non accompagnati in Italia



Di questi, la maggior parte è di nazionalità egiziana (30,33%), poi ucraina (17,42%), bangladese (10,01%) e gambiana (6,55%).

Dunque, il 76-80% dei minori ha 16-17 anni, di cui il 56,12% ha 17 anni e circa il 22,14% ha 16 anni, mentre il 12,56% ha tra i 7 e i 14 anni. Infine, la distribuzione dei Minori stranieri non accompagnati in Italia è così disposta: il 25-29% circa dei minori stranieri risiede in Sicilia, circa il 13% in Lombardia, seguono Campania e Emilia Romagna.

Dopo una prima ondata di ingressi nel territorio italiano di minori stranieri non accompagnati provenienti dall’Ucraina che nel 2022 aveva determinato un evidente aumento della popolazione femminile straniera minorenne (14,9%), oltre che aver indotto in ambito europeo (Consiglio UE 2022/382) la previsione di una misura di protezione temporanea per tutte le persone evacuate dall’Ucraina a causa della guerra, ad oggi vi è stato un nuovo incremento della popolazione maschile dei Minori stranieri non accompagnati presenti in Italia che rappresentano circa il 90% della popolazione dei MSNA.

Il sistema di accoglienza italiano dei minori stranieri non accompagnati è strutturato in due fasi in base al D. lgs. n. 142 del 2015 che ha dettato per la prima volta norme specifiche sull’accoglienza dei minori a cui fino ad allora era applicata la disciplina sui minori in stato di abbandono, e alla legge n. 47 del 2017. Questo sistema prevede una prima accoglienza dei minori presso centri governativi o strutture emergenziali con permanenza breve, per un periodo massimo di 45 giorni, (finanziate tramite il FAMI – Fondo asilo migrazione integrazione introdotto con regolamento UE 516/2014) per l’identificazione e la valutazione dello stato di salute del minore ed una seconda accoglienza che prevede l’inserimento dello stesso in comunità-alloggio per minori o in famiglie affidatarie dove si lavora su un progetto educativo personalizzato.

Ad oggi i centri di accoglienza straordinari funzionali alla prima accoglienza contano 1.791 posti per i minori di età di 14 anni a cui si aggiungono, secondo il decreto-legge n. 133 del 2023 anche gli spazi dedicati ai minori aventi almeno 16 anni in centri per adulti per un massimo di 5 mesi; dunque alla fine dell’anno 2024 circa il 25% dei minori stranieri non accompagnati era ospitato in centri emergenziali inadatti all’accoglienza a lungo termine.

In relazione alla seconda accoglienza (Sistema di Accoglienza e Integrazione – SAI) solo circa il 20% dei minori – di cui il 78% di nazionalità ucraina – è accolto con affido familiare, sebbene per la legge italiana questa modalità dovrebbe rappresentare la soluzione principale. La mancata assegnazione del minore alle strutture di seconda accoglienza comporta un ritardo nella sua presa in carico e nella possibilità di iniziare il proprio percorso integrativo nel Paese.

Al 31 dicembre del 2024 poco più di un bambino su 2 (il 58,1%)(7) dei minori stranieri non accompagnati risulta introdotto in centri di seconda accoglienza.

Affinché un minore, perlopiù, carente di figure genitoriali o di una rete riferimento nel paese di destinazione abbia la possibilità di svilupparsi e porre le basi per una piena realizzazione è fondamentale che venga inserito il prima possibile nella realtà scolastica, quale luogo non solo di studio e formazione ma soprattutto di inserimento sociale e di costruzione della propria personalità.

Inoltre, l’inserimento nel mondo scolastico permette di allontanare il minore dal pericolo di incorrere in contesti criminali o di divenire vittima di tratte (quest’ultimo rischio riguarda soprattutto le minori straniere non accompagnate che spesso vengono indotte o costrette da chi ne acquisisce il controllo a mentire sulla propria età per poterle allontanare dal percorso di accoglienza minorile e costringerle ad accettare situazioni di ricatto e sfruttamento).

Infatti, nonostante spesso il minore non accompagnato di 16/17 anni raggiunga il Paese con la volontà e l’aspettativa di trovare un lavoro e poter contribuire a sostenere le spese delle famiglie lontane, un aspetto critico per il processo di inclusione scolastica dei minori è determinato certamente dalle lungaggini burocratiche ma anche dalle difficoltà delle strutture scolastiche e del sistema di istruzione ad accogliere che molto spesso determinano attese anche di oltre 5 mesi per potersi iscrivere a scuola (spesso in questo tempo i minori raggiungono anche la maggiore età e, in queste ipotesi, perdono anche la possibilità di un efficace inserimento in un percorso scolastico).

Affinché sia garantito l’accesso all’istruzione e ai servizi civici, nonché la tutela dei diritti dei minori stranieri arrivati in Italia senza figure genitoriali, è importante che il minore straniero non accompagnato sia affiancato fin da subito da un tutore volontario nominato, (tutore privato nominato dal Tribunale e a titolo gratuito) che deve essere adeguatamente formato e inserito in un apposito elenco, come previsto dalla legge 47/2017.

Un momento piuttosto critico per i ragazzi stranieri nel nostro Paese è il momento del raggiungimento della maggiore età, momento in cui il giovane adulto esce dal sistema di accoglienza per i minori e si trova a dover fronteggiare una serie di difficoltà e ostacoli burocratici connessi alla difficoltà di inserimento sociale, nel mondo lavorativo e nel suo inserimento abitativo.

Dal 2014 al 2024 sono circa 127.662(8) i minori stranieri non accompagnati che sono giunti nel nostro paese via mare di cui, come già anticipato, in grande maggioranza ha tra i 16 e i 17 anni.


C13. Grafico 8 • Minori stranieri non accompagnati presenti in Italia al 31 dicembre 2025, per età



Ciò rende di fondamentale importanza che ci sia una presa in carico effettiva e veloce di questi ragazzi che nel giro di poco tempo dal proprio arrivo in Italia rischiano di trovarsi già esclusi dal sistema di protezione previsto per gli stranieri di minore età.

Fermo restando che questo momento si rivela indubbiamente molto critico e delicato per ogni minore che abbia iniziato un percorso di inserimento e integrazione in Italia. Infatti, al compimento del 18esimo anno di età il permesso di soggiorno per minore età scade e deve essere convertito in un nuovo permesso di soggiorno (permesso per motivi di studio, di lavoro o attesa occupazione oppure un permesso per motivi umanitari – protezione speciale o protezione internazionale) per poter restare legalmente in Italia.

Per agevolare il rilascio di un titolo di soggiorno al neo maggiorenne l’istituto del prosieguo amministrativo è uno strumento valido introdotto con legge 47/2017 che consente al minore straniero non accompagnato di ricevere un provvedimento del Tribunale per i Minorenni che conferisca il diritto ai ragazzi di soggiornare regolarmente in Italia anche dopo il compimento dei 18 anni per completare il proprio percorso integrativo e rinnovabile fino al raggiungimento dei 21 anni per poter continuare a contare sul sostegno del sistema accoglienza nell’accesso al lavoro, allo studio e nella ricerca di un’abitazione. Questo costituisce il presupposto per il rilascio di un permesso di soggiorno per integrazione. È sempre più importante che si faccia affidamento ad un adeguato sistema di accoglienza che accompagni il minore anche al raggiungimento dell’età adulta al fine di proteggerlo dal pericolo di incorrere nelle reti dello sfruttamento e della criminalità.

Nel 2023, 11.700 neomaggiorenni hanno lasciato il sistema, ma solo 1.366 hanno convertito il permesso di soggiorno e solo 1.601 hanno attivato il prosieguo amministrativo fino ai 21 anni(9).

In conclusione, nonostante il numero dei Minori stranieri non accompagnati sia in lieve diminuzione rispetto agli elevati numeri raggiunti nel 2023, il dato di ingresso nel nostro Paese dei minori soli resta ancora molto elevato e si scontra con un sistema di accoglienza strutturalmente ancora insufficiente a garantire a questi soggetti fragili un soddisfacente livello di benessere, ricorrendo in modo imponente ai centri emergenziali e sempre troppo poco all’affido familiare.


C13. Grafico 9 • MSNA inseriti nel Sistema Di Accoglienza e Integrazione (SAI)


Inoltre, i percorsi verso l’autonomia per i neomaggiorenni funzionano poco, lasciando molti giovani a rischio di esclusione, lavoro nero e sfruttamento.

Infine, normative sempre più rigide condotte dall’attuale Governo in tema migranti hanno ridotto sempre di più i margini di tutela per soggetti vulnerabili, tra cui una quota rilevante è rappresentata dai minori stranieri non accompagnati.

Infatti, proprio l’insistenza del Governo di voler intervenire sul tema dell’immigrazione ha determinato una sovraproduzione di disposizioni al riguardo, incidendo con rilevanti modifiche sulle normative esistenti e contribuendo a determinare una confusione normativa e una frammentarietà nella sua stessa regolamentazione.

Non stupisce come regole sui minori stranieri non accompagnati siano state disposte in diversi decreti con intenti illiberali e comportando scarsa attenzione sulla condizione del minore straniero.

Solo per ricordare alcuni dei più recenti interventi normativi rileviamo il Decreto ONG (n. 133/2023) che nell’introdurre meccanismi accelerati di riconoscimento dell’età anagrafica dei migranti alla frontiera ha previsto l’adozione di misurazioni antropometriche (radiografia del polso), esame convalidabile dall’autorità giudiziaria entro 48 ore, per individuare l’età anagrafica del presunto minore alla frontiera, con tutti i rischi di errore che un esame del genere possa comportare sull’effettiva qualificazione dell’età anagrafica di una persona; il Decreto Cutro (n. 20/2023) ha limitato la possibilità di convertire i permessi di soggiorno per motivi di studio, accesso al lavoro e di lavoro consentendone la conversione solo in caso eccezionali e per un periodo massimo di un anno, previo parere positivo del Comitato per i minori stranieri; oltreché aver previsto, con il decreto n. 33/2023 la possibilità, in caso di assenza di strutture di prima accoglienza, di inserire i minori stranieri non accompagnati con più di 16 anni in centri per adulti.

Alla luce di quanto sopra è chiaro che quella dei minori non accompagnati resta una popolazione fortemente vulnerabile a cui il sistema di accoglienza italiano non riesce a garantire una tutela piena, soprattutto nella predisposizione di un’assistenza adeguata e nel garantire un’uscita protetta verso l’età adulta rinvenendosi l’urgenza di proporre un sistema che miri ad un’inclusione effettiva, dignitosa e sostenibile del ragazzo.



La situazione attuale in tema di giustizia minorile


In tema di giustizia, si confermano i rilievi dello scorso Rapporto. Più in particolare, si va consolidando l’indirizzo del governo italiano teso a intensificare, estendere e irrigidire il trattamento penale dei minorenni. I dati confermano una tendenza: aumentano in alcune regioni i procedimenti a carico di minorenni – fra tutte, la Regione Emilia Romagna conta 3700 i procedimenti a carico di minori in regione nel 2024, in crescita di 700 casi sull’anno precedente -, così come il numero di quanti sono sottoposti a misure restrittive della libertà. Già nel mese di Luglio, l’Associazione Antigone ha censito 597 giovani detenuti nelle carceri minorili italiane al mese di marzo 2025, rilevando, tra l’altro, una situazione di forte sovraffollamento penitenziario. Il dato riverbera con le rilevazioni pubblicate dal Dipartimento per la Giustizia Minorile nel mese di ottobre 2025. Così, risultavano in Italia al 30 settembre 2025, 4747 persone sottoposte a misure penali restrittive (4391 nel 2024). Similmente, il numero dei minori e giovani adulti negli istituti penali minorili e nelle comunità è passato da 1.707 a 1.782 (+4,4%); le persone sottoposte a misure di esecuzione esterna da 2.684 a 2.965 (+10,4%).

È molto difficile stabilire se la risposta penale risponda a una reale esigenza d’ordine pubblico. Il dato italiano riflette anzitutto l’iniziativa del legislatore (il decreto Caivano), quella delle procure, e più generalmente della giustizia minorile. In questa sede, possiamo solo valutare il ruolo del primo. Sono stati numerosi anche quest’anno gli annunci di ampliamento delle strutture penitenziarie (il Decreto Caivano facilita i trasferimenti dei neo-diciottenni dagli Istituti Penitenziari Minorili alle carceri per adulti). Ma pare più ridotto l’investimento politico sul tema.

Riguardo al ruolo delle magistrature, studi più approfonditi, coordinati su più distretti di giustizia minorile, consentirebbero senza dubbio di pervenire a una valutazione più completa di attitudini e posizioni istituzionali in quello che, a questo punto, può continuare a definirsi un vero e proprio ‘tornante repressivo’ del penale minorile.




Note


(1) - Dati Istat riportati da Save The Children

(2) - Dati Istat 2025

(3) - Dati Istat: Cfr. Save the Children.

(4) - Dati riportati da Act!ionaid

(5) - Dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

(6) - Dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

(7) - Dati di Save The Children

(8) - Dati raccolti da Save The Children nel rapporto “Nascosti in Piena vista”

(9) - Dati forniti da Save The Children

Mary Ellen Wilson

Mary Ellen Wilson

(New York, 1864 - luogo sconosciuto, 1952)
QUANDO L’ABUSO SUI BAMBINI NON ERA NEANCHE CONSIDERATO REATO: LA STORIA DI MARY ELLEN, PICCHIATA E MALTRATTATA PER ANNI DAI GENITORI ADOTTIVI. PER TOGLIERLE L’AFFIDAMENTO DELLA PICCOLA SI DOVETTE RICORRERE ALLE LEGGI SULLE VIOLENZE VERSO GLI ANIMALI

“Mamma e papà erano morti. Non so quanti anni ho. Nei miei ricordi ho sempre vissuto qui. La mia mamma adottiva mi frustava e mi picchiava praticamente ogni giorno. Avevo lividi ovunque [...], arrivò anche a tagliarmi con una forbice. Non ricordi di aver mai ricevuto un bacio - men che meno dalla mia mamma adottiva. Non mi ha mai concesso carezze o affetto. Non ho praticamente mai parlato con nessuno, pena le botte. Non so perché mi picchiasse, non mi diceva mai nulla mentre lo faceva. Non voglio tornare a vivere con lei, perché mi picchia. Non ricordo di essere mai scesa in strada”.

Questa testimonianza da brividi racconta una storia di abusi e violenze che risalgono al 1874. Purtroppo, storie come queste possono essere trovate anche oggi. C’è però una grossa differenza con la storia di quella bambina, Mary: all’epoca l’abuso verso i bambini non era sanzionato in alcun modo.

Mary Ellen Wilson nacque nel 1864 da Thomas e Frances Wilson a New York. Suo padre morì in guerra, lasciando la madre con grossi problemi finanziari. Affidata a un istituto governativo, dopo poco tempo la bimba, che aveva poco più di due anni, venne affidata ai coniugi McCormack. L’affido, inoltre, avvenne senza i documenti necessari. Mary McCormack rimase presto vedova, risposandosi poco dopo con Francis Connolly.

Mary conobbe così la sua madre adottiva, nonché aguzzina. Le botte, la reclusione forzata, le violenze. Fu l’arrivo nel vicinato di Etta Wheeler, una metodista che si occupava di famiglie in situazioni di povertà, a salvare letteralmente la vita di Mary. Quando visitò la zona, infatti, una vicina la informò delle urla e dei pianti provenienti da uno degli appartamenti dell’edificio. Con una scusa, Etta riuscì ad entrare in casa Connolly-McCormack. Fu così che intravide Mary Ellen: aveva 10 anni ma ne dimostrava la metà, era piena di lividi e ferite, era scalza a dicembre e, non ultimo, visibilmente terrorizzata.

Era chiaro che la bambina aveva bisogno di aiuto. Ma come fare? Al tempo, infatti, nonostante l’esistenza di leggi locali che punivano maltrattamenti eccessivi a danno dei più piccoli, le autorità erano decisamente restie a utilizzarli. L’educazione dei bambini - se così si potevano definire botte e maltrattamenti - erano di competenza strettamente familiare. Ma Etta Wheeler non si diede per vinta, e si rivolse a Henry Bergh, noto attivista newyorkese, attivo però soprattutto in difesa dei diritti degli animali. “E cos’era Mary, se non un piccolo animale indifeso?”. Henry decise di supportare Etta Wheeler nella sua battaglia e, col tempo, i due riuscirono a dare risalto alla storia di Mary, a ottenerne l’allontanamento dalla matrigna - grazie appunto anche alle leggi contro la crudeltà rivolta agli animali - e alla condanna di quest’ultima a un anno di prigione. Ma soprattutto riuscì a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione delle violenze subite in famiglia dai bambini, un argomento che all’epoca era quasi un tabù. Mary, nel frattempo, crebbe ed ebbe un’adolescenza felice e si sposò a 24 anni. Poco dopo nacque la sua prima figlia: la chiamò Etta, in onore della donna che aveva salvato lei e che aveva aiutato intere generazioni di bambini ad ottenere diritti fondamentali.