La tutela dei minori

Scritto da: Angela Condello - Benedetta Rinaldi Ferri

Aggiornato al: 22/10/2016

Il punto della situazione


Il biennio 2015-2016 ha registrato importanti progressi in termini di tutela dei minori. Anzitutto in sede giurisprudenziale. Il principio di assoluta preminenza dell’interesse del minore infatti ha dato propulsione a innovazioni giuridiche particolarmente significative, si pensi alle possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali, promessa disattesa in Parlamento e mantenuta nelle Corti, soprattutto però ha informato di sé la giurisprudenza di famiglia sui più recenti interventi normativi, ridisegnando così gli spazi di tutela del minore nella crisi della famiglia. L'evoluzione di cui si dirà non incide solo sul piano del riconoscimento dei diritti del minore, diritto alle relazioni con l’altro genitore o con gli ascendenti, ma anche su quello degli strumenti tesi a garantirne il concreto e sereno sviluppo: valga come esempio la recentissima applicazione della coordinazione familiare nei Tribunali di Roma, Milano e Civitavecchia.

Sul più complesso versante delle adozioni, o del diritto alla famiglia, il legislatore pare aver assunto una rinnovata consapevolezza. Il 2015 è stato l’anno della legge sulla continuità affettiva, ma sono nel dibattito almeno due interventi di modifica alla legge 184 del 1983 sul diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini e sull’apertura delle adozioni alle persone non coniugate. Sono queste due modifiche che dovranno accompagnarsi a una completa riforma del sistema amministrativo che, come denunciato dalle organizzazioni impegnate nel settore, non è in grado di applicare correttamente la legge e garantire tempi ragionevoli per le procedure di adozione.

Sul piano della cittadinanza sostanziale, il 2016 è stato l’anno delle presa in carico dei problemi della povertà educativa e del bullismo informatico. In relazione alla prima, connessa ma non sempre, alla povertà minorile (ormai a livelli record), risale all’estate 2016 l’attivazione di un Fondo di intervento e un Comitato governativo per il contrasto al fenomeno. è invece di strettissima attualità, l’approvazione alla Camera del disegno di legge sul contrasto al cyberbullismo, una forma questa di violenza anonima e diffusa, giunta finalmente all’onore delle cronache e ora oggetto di una strategia di contrasto integrata e a carattere socio-formativo.



Genitori e figli: tra innovazioni legislative e giurisprudenziali


Il diritto alla bigenitorialità(1) nella crisi della famiglia.

La decade 2006-2016 ha conosciuto l’introduzione di importanti innovazioni in tema di diritto di famiglia e di diritto dei minori. Anzitutto con la riforma in materia di separazione e affidamento dei figli (legge n. 54 del 2006), quindi con la riforma della filiazione (d.lgs. 154/2013(2) ) che ha introdotto la regola dell’ascolto del minore per i provvedimenti che lo riguardano (art. 337 octies c.c.) e, per efficacia riflessa, con la legge n. 76 del 2016 in materia di unioni civili. I tre interventi legislativi sono ora alla prova dell’applicazione in sede giudiziaria. Di seguito segnaleremo alcuni indirizzi applicativi significativi per i diritti del minore con riferimento al biennio 2015-2016.

Affido e Maternal preference. Con la legge n. 54 del 2006 sono state apportate modifiche di rilievo al Codice Civile nella parte relativa ai diritti e doveri di genitori e figli in caso di crisi della famiglia. Innovazione di rilievo è stato il passaggio dalla regola dell’affido esclusivo a quella dell’affido condiviso come modalità ordinaria. La riforma ha preso piede immediatamente: secondo le rilevazioni ISTAT, nel 2007 le separazioni con figli in affido condiviso erano il 72,1 % contro il 25,6 % in affido esclusivo alla madre; nel 2014(3) la tendenza si è consolidata con l’89,4 % di affido condiviso e 8,0 % esclusivo. A ciò si aggiunga che il d.lgs. 154/2013 ha dato nuovo vigore al principio di bigenitorialità con l’introduzione dell’art. 337 ter nel Codice Civile. Nonostante queste modifiche, continua a far discutere il fronte del collocamento (prevalente) del minore(4) , ovvero la definizione della sua residenza abituale in vista del suo superiore interesse morale e materiale. Non disponiamo di dati aggiornati, pare tuttavia stabile l’indirizzo giurisprudenziale volto a privilegiare (non senza ragioni) il collocamento prevalente presso la madre.

Con sentenza del 14 Settembre 2016 n. 18087/2016, la Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento del coniuge separato, è legittimo - con riguardo all’affidamento e al collocamento dei figli - applicare il criterio presuntivo della maternal preference, che indica nella madre il genitore con il quale i figli devono convivere prevalentemente. Il caso di revisione del regime dell’affido era stato portato all’esame della Suprema Corte dal padre di due bambine, già collocatario paritario e in affido condiviso. La loro madre, vinto il concorso in magistratura, aveva chiesto la modifica della condizioni omologate (affido condiviso e collocazione paritaria appunto) e, nelle more della causa, aveva accettato un trasferimento lavorativo in sede molto lontana dalla residenza paterna. Con il ricorso in Cassazione veniva lamentato dal padre che, con l’applicazione del criterio presuntivo della maternal preference, venisse calpestato l’interesse morale e materiale dei figli, nonché violato l’art. 337 ter c.c(5)., che riconosce il diritto alla bigenitorialità del minore. Nel caso di specie (secondo la Corte) il giudice aveva correttamente verificato che l’applicazione del criterio di maternal preference risultava coerente con il preminente interesse delle figlie minori, pur incidendo negativamente sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non collocatario.

Vale la pena ricordare che sul punto la giurisprudenza non è univoca. In particolare secondo il Tribunale di Torino (2014) - confermato da un indirizzo di legittimità - il diritto del genitore di spostare la propria residenza insieme al figlio deve essere bilanciato con il diritto del minore a uno sviluppo armonico della personalità, oltre che con il suo diritto a mantenere rapporti equilibrati con entrambi i genitori.


La PAS in giudizio, un indirizzo di legittimità ambiguo. Negli ultimi quindici anni ha fatto ingresso nelle aule giudiziarie la teoria della PAS, ovvero la sindrome da alienazione genitoriale (Parental Alienation Syndrome). La comunità scientifica non è per nulla unanime sulla sua definizione(6) e anzi dubita della sua qualificazione patologica; secondo i sostenitori, si tratterebbe di un disturbo, una patologia psichiatrica, causata dalla manipolazione del figlio da parte di un genitore, cosiddetto alienante, contro l’altro genitore, separato o divorziato, cosiddetto alienato, destinatario del disprezzo e dell’astio del figlio “manipolato”. Nel 2013, mentre la comunità scientifica italiana esprimeva posizioni in senso negativo, la Corte di Cassazione aveva proposto due indirizzi divergenti a distanza di pochi giorni: nel primo confermava l’affido esclusivo a una madre “alienata” dal padre, senza che nemmeno venissero auditi i bambini “contesi”, nel secondo negava l’esistenza della PAS escludendo per i giudici di merito la possibilità di fondarvi le proprie decisioni. Quest’ultimo indirizzo ha trovato seguito nella giurisprudenza di merito, e fortunatamente: l’adesione a una simile teoria ha portato ad affidamenti e collocazioni contrari al volere del minore(7) , reintroducendo casi di forte adultocentrismo(8) ; inoltre ha ridotto gli spazi di autonomia del giudice, appiattito (per auto-rinuncia) su relazioni tecniche di dubbio valore scientifico.

Con sentenza dell’8 Aprile 2016 (Cass. civ. n. 6919/2016), la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sulla rilevanza giuridica della PAS, con qualche apertura indiretta, da leggere tra le righe. Nella specie, ha cassato la decisione di merito che, pur in regime di affidamento condivi so, aveva confermato il divieto di incontri del padre con la figlia minore stabilito prima dal Tribunale dei minorenni di Milano quindi dalla Corte d’Appello, in ragione del rifiuto da parte di quest’ultima. Ciò senza procedere agli accertamenti richiesti dal genitore, che lamentava l’insorgenza di una PAS.

Diversamente dalla netta esclusione di rilevanza espressa nel 2013, la Corte di Cassazione reinquadra la questione nei termini che seguono

qualora il genitore non affidatario o collocatario, per conseguire la modifica delle modalità di affidamento del figlio minore, denunci l’allontanamento morale e materiale di quest’ultimo, attribuendolo a condotte dell’altro genitore a suo dire espressive di una PAS, il giudice di merito (prescindendo dalla validità o invalidità teorica di detta patologia) è tenuto ad accertare, in concreto, la sussistenza di tali condotte, alla stregua dei mezzi di prova propri della materia, quali l’ascolto del minore, nonché le presunzioni, ad esempio desumendo elementi dalla eventuale presenza di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e il genitore collocatario, motivando quindi adeguatamente sulla richiesta di modifica, tenendo conto che, a tale fine, e a tutela del diritto del minore alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena, tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali del figlio con l’altro genitore, al di là dei egoistiche considerazioni di rivalsa su quest’ultimo”.


Una figura nuova: il coordinatore familiare. Con sentenza del 29 Gennaio 2013(9) , l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Causa della condanna: la mancanza nel sistema giudiziario di strumenti adeguati a favorire un percorso di recupero della relazione genitoriale lesa, talvolta annullata, dal conflitto. Ha specificato la Corte che, con tutti i limiti del caso, il compito dello Stato non è soltanto garantire il continuum del rapporto genitoriale, ma è di farsi carico di tutte le procedure propedeutiche che consentano il raggiungimento di tale fine. Di qui, e dalla raccomandazione di misure tempestive, lo spunto per introdurre una soluzione interessante adottata dal Tribunale di Civitavecchia nel 2015, in relazione a una situazione di alta conflittualità tra i genitori, con seri rischi per la figlia minore.

Con decreto del 20 Maggio 2015 il Tribunale di Civitavecchia davanti a genitori in fortissimo conflitto e non in grado di “gestire la situazione in modo autonomo”, introduce la figura del coordinatore genitoriale (nel caso di specie da individuarsi in un assistente sociale presso la Asl) al fine di aiutare gli stessi “a definire i confini necessari all’inclusione dei nuovi partner dei genitori nelle responsabilità genitoriali, anche fornendo informazioni e alimentando l’educazione dei genitori separati rispetto alla ricostituzione di una famiglia dopo la separazione”.

La figura del coordinatore genitoriale, si legge nel decreto, serve a guidare i genitori nell’attuazione del piano genitoriale dagli stessi elaborato(10) , al fine di tutelare il superiore interesse del minore a uno sviluppo armonico e a una crescita sana

(…) rilevato infatti che la coordinazione genitoriale è uno strumento, già conosciuto in altri ordinamenti, volto a: facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e temporaneamente non trattabili tramite la mediazione familiare, ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie e guidare le parti a negoziare ed accordarsi sul tempo da trascorrere e condividere con i figli, con conseguente riduzione degli effetti dannosi che il conflitto genitoriale provoca sul benessere psicofisico dei figli (…)

Si tratta in ultima analisi di una figura non conosciuta alle nostre leggi(11), introdotta dal giudice attraverso gli articoli 337 bis e ter. La si ritrova in un recente provvedimento del Tribunale di Milano(12) in cui, data la situazione di alta conflittualità dei genitori

(…) Proprio nella consapevolezza che le buone competenze genitoriali e la capacità di entrambi di comprendere il ruolo cruciale che una buona relazione tra i medesimi potrà ricoprire allo scopo di evitare in (nome figlia) il rischio evolutivo a cui potrebbe, in caso contrario, essere prognosticamente esposta, le parti, il CTU e i CPT sono stati invitati a verificare la possibilità di ricorrere alla figura del “Coordinatore Genitoriale” comprendendo la funzione e ritenendo che tale figura sia quella, nel caso di specie, maggiormente idonea ad aiutare i genitori nell’attuazione del progetto di genitorialità condivisa, a mantenere basso – se non a evitare – il livello del conflitto, a trovare con l’aiuto di un terzo soluzioni avuto riguardo alle scelte fondamentali della vita di (nome figlia) (…)

Nel caso di specie, il Coordinatore Genitoriale viene individuato come soggetto qualificato, cui viene demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziali in punto di responsabilità genitoriale. Ha cioè un ruolo di facilitatore, senza per questo essere dotato di poteri processuali o sostitutivi di quelli del giudice.

Nonni e nipoti, la tutela delle relazioni significative.

Con la riforma della filiazione (d.lgs. 154/2013), il diritto del minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti, già presente nel nostro ordinamento, è stato ridisegnato e ricollocato tramite l’introduzione dell’art. 315 bis c. 2 nel codice civile e con la modifica al 317 bis. Le due disposizioni sembrano configurare il diritto “a mantenere rapporti significativi” come reciproco, un diritto dunque riferibile non solo al minore ma anche dagli ascendenti; chiariscono inoltre che la regola ha natura generale, prescinde cioè dalle crisi del rapporto fra i genitori. Si spiega così la previsione di competenza del Tribunale per i Minorenni come sede processuale dedicata (art. 38 c. 1 disp. att. c.c.).

Sul diritto a mantenere rapporti significativi. Un chiarimento sulla natura del diritto: funzionale all’interesse del minore, non ai nonni. Il 2015 ha visto avvicendarsi a pochi giorni di distanza due sentenze in tema di diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti. Vicine e discordanti, provengono una dalla Corte di Cassazione, l’altra dalla Corte di Strasburgo. Con la seconda(13) , l’Italia è stata condannata per violazione dell’art. 8 CEDU, ovvero per il mancato rispetto del diritto alla vita privata e familiare di due cittadini piemontesi, nonni di una minore, privati del rapporto con la propria nipote a causa del sospetto di abuso sessuale del padre, loro figlio, nei confronti della bambina. Nel caso di specie, il tempo della vicenda processuale (12 anni), e le opposizioni dei servizi sociali (conseguenti al rifiuto della minore di incontrare i nonni), avevano finito col compromettere definitivamente i rapporti tra i nonni e la nipote, ormai diciassettenne alla data della condanna CEDU; la Corte di Strasburgo sembra dare preminenza, o quanto meno equivalenza, al diritto soggettivo dei nonni - senza fare riferimento all’interesse del minore, che pure aveva fondato le scelte dei servizi sociali e del Tribunale. Per certi versi è di avviso contrario la Cassazione.

Con sentenza del 19 Gennaio 2015(14) , la Suprema Corte chiarisce infatti che il diritto dei minori di conservare rapporti significativi con gli ascendenti non attribuisce a questi ultimi un autonomo diritto di visita, ma introduce un ulteriore elemento di indagine e valutazione nella scelta e nell’articolazione dei provvedimenti da adottare nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto del minore a una crescita serena ed equilibrata. Il caso era stato portato all’attenzione del Supremo Collegio da una nonna privata dei rapporti con la nipote dal figlio (padre); la bambina, audita e infradodicenne, aveva detto di non voler vedere la nonna in ragione di alcuni comportamenti da lei tenuti mentre la madre stava male (sarebbe morta poco dopo). La Corte di Appello, nel confermare la decisione del tribunale per i minorenni che aveva respinto la domanda di visita della nonna, afferma che il diritto di visita di cui in contesa è solo strumentale alla realizzazione del sereno sviluppo del minore, obbligando così il giudice ad effettuare di volta in volta ulteriori indagini e valutazioni in ordine alla ripartizione delle visite dei nonni ai minori.

Sulla tutela processuale dei diritti degli ascendenti nella crisi della famiglia. Con sentenza del 24 Settembre 2015(15) , la Corte Costituzionale ha ritenuto infondata la questione di legittimità promossa dal Tribunale minorile di Bologna, relativa all’art. 38 disp. att. cc., laddove prevede che i procedimenti relativi ai diritti degli ascendenti siano di competenza del Tribunale per i minorenni anche in caso di pendenza di un giudizio di separazione o divorzio tra i genitori innanzi al tribunale ordinario.

Accanto al motivo dell’eccesso di delega, il giudice di Bologna segnalava il contrasto della disposizione censurata con gli articoli 3 e 111 Cost. “per una intrinseca irragionevolezza e una rottura del principio di concentrazione processuale, dove questo era all’evidenza da privilegiare”. La Corte ha respinto la questione, sulla base della considerazione che, benché connessi, crisi familiare e diritto degli ascendenti coinvolgono soggetti diversi: il nonno non è nel conflitto pendente tra i genitori. Queste considerazioni non impediscono ovviamente di considerare legittimo un intervento volontario degli ascendenti nel processo già pendente dei genitori, senza dover così incardinare azione autonoma presso il Tribunale per i minorenni. Rimane però auspicabile un intervento del legislatore al fine di riordinare la situazione. 


Genitori omosessuali, le lacuna consapevole del legislatore e l’intervento dei giudici.


Adozioni omogenitoriali, un indirizzo consolidato nel superiore interesse del minore. L’approvazione della legge n. 76 del 2016 (legge sulle unioni civili), ha fatto molto discutere per la mancata inclusione nel testo normativo della possibilità, per ciascuna parte dell’unione civile, di accedere all’adozione speciale di cui all’art. 44 della legge n. 184 del 1983 (legge sulle adozioni): la cosiddetta stepchild adoption, adozione del figlio del partner. Come evidenziato dalla dottrina, il legislatore pare aver delegato alla giurisprudenziale il compito di colmare la mancanza politica. Si è parlato addirittura di “scommessa”(16) in vista della pronuncia di Cassazione, già annunciata al tempo dell’approvazione parlamentare e che riportiamo di seguito.

Con sentenza storica del 22 Giugno 2016(17) la Corte di Cassazione si pronuncia sull’ipotesi di adozione del partner omosessuale. I giudici, nel confermare l’adozione di una coppia di donne omosessuali ammessa prima dal Tribunale di Roma(18) quindi dalla stessa Corte d’Appello, chiariscono che:

a) questa «non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice»;

b) l’adozione in questione (adozione in casi particolari) «prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempre che - alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice - realizzi effettivamente il preminente interesse del minore».

Con un articolatissimo ragionamento, la Suprema Corte sfronda le resistenze verso le adozioni omogenitoriali e omosessuali e conferma così una prassi sempre più diffusa nelle corti italiane. Il caso nasce a Roma e prende risalto mediatico quando il Tribunale per i minorenni incardina l’adozione da parte di coppia di donne, sul fine imprescindibile di tutelare la personalità del minore e la prospettiva di un suo sereno sviluppo: «non può presumersi - si ripete - che il preminente interesse del minore non possa realizzarsi nell’ambito di un nucleo familiare costituito da una coppia del medesimo sesso», è anzi sull’interesse del minore che si basa l’idoneità dell’adozione.

Assume rilievo determinante la circostanza che la famiglia esista non tanto sul piano del partner ma con riferimento alla posizione, allo status e alla tutela degli figlio. Nel valutare il best interest del minore non devono essere legati fra loro, il piano del legame fra genitori e quello fra genitori e figli: l'interesse del minore pone, in primis, un vincolo di disconoscimento di un rapporto di fatto nella specie validamente costituito fra la co-madre e un figlio” (cfr Corte d'Appello di Torino, Sezione Famiglia 29 Ottobre 2014)

Si deve inoltre ricordare che la cosiddetta stepchild adoption da parte di coppie omosessuali non è risolutiva al fine di tirar fuori il minore dall’invisibilità giuridica. L’adozione in casi particolari infatti garantisce e sancisce un legame con il solo adottante, non anche con la sua famiglia. Di qui l’occasione per segnalare la pronuncia della Corte di Appello di Milano(19) con cui una donna ottiene la trascrizione(20) dell’ordinanza di adozione piena (con effetti legittimanti quindi) della figlia minore, avuta in Spagna con l’ex moglie a seguito di eterologa. Spiega la Corte di Appello che

non vi è alcuna ragione per ritenere in linea generale contrario all’ordine pubblico un provvedimento straniero di adozione piena tra una persona non coniugata e il figlio riconosciuto del partner, anche dello stesso sesso, una volta valutato in concreto che il riconoscimento dell’adozione, e quindi il riconoscimento di tutti i diritti e doveri scaturenti da tale rapporto, corrispondono all’interesse superiore del minore al mantenimento della vita familiare con ambedue le figure genitoriali (…); l’adozione piena da parte dell’ex moglie della madre biologica appare idonea ad attribuire alla minore un insieme di diritti molto più ampio e vantaggioso di quello garantito dall’adozione disciplinata dagli art. 44 e ss. della L. 184/1983, anche nei confronti della famiglia d’origine dell’adottante, con la quale [la bambina] sembra aver sempre mantenuto rapporti affettivi e di vicinanza significativi.

Con ciò viene superata a piè pari la questione di legittimità sollevata il 10 Novembre 2014 dal Tribunale di Bologna in ordine alla costituzionalità degli artt. 35 e 36 della legge sulle adozioni nella parte in cui non consentono al giudice di valutare se risponda o no all’interesse del minore il riconoscimento in Italia della sentenza straniera che abbia pronunciato la sua adozione in favore del coniuge dello stesso sesso del genitore, indipendentemente dal rilievo che quel matrimonio, contratto all’estero, non abbia prodotto effetti nel nostro paese in riferimento agli art. 2, 3, 30 e 117 Cost.


L’adozione da parte di coppie maschili. Più problematico è il caso delle coppie maschili, considerata la sua correlazione al ricorso alla pratica di gestazione per altri. Nel Dicembre 2015 il Tribunale per i Minorenni di Roma(21) torna a fare giurisprudenza innovativa riconoscendo al marito del padre biologico l’adozione del figlio di questi. Si noti che la coppia aveva fatto ricorso a gestazione per altri in Canada, aveva garantito in seguito regolari rapporti tra il figlio e la madre surrogata, non aveva mai fatto mistero del progetto genitoriale di cui era frutto il bambino, spiegando a quest’ultimo la sua storia, e il ruolo tutto particolare, non genitoriale, che assumeva la donna che lo aveva partorito.

Diversi sono qui i profili di tutela del minore coinvolti, anzitutto identità e origini rispettate nel caso di specie. Rimane sullo sfondo la questione della rilevanza e della liceità della pratica di maternità surrogata con riferimento alla trascrizione dell’atto di nascita. Peraltro secondo un recente indirizzo(22)

non integra il reato di alterazione di stato la circostanza che all’estero (nella specie, in Ucraina) una coppia italiana abbia reso all’autorità consolare dichiarazione di nascita di un bambino ivi nato, e di cui risultano essere i genitori alla stregua dell’atto di nascita, redatto conformemente alla legge locale, e quindi trascritto in Italia, pur se solo l’uomo è il padre anche biologico, in quanto la nascita è avvenuta a mezzo di maternità surrogata, con l’utilizzo di gameti femminili estranei alla coppia (la corte ha anche escluso — pure confermando la sentenza di merito — il reato di cui all’art. 495 c.p., presupponente una falsa di¬chiarazione, nella specie non intervenuta).

Il diritto del minore a una famiglia.


Premessa statistica.

Adozioni nazionali. Per quanto attiene alle adozioni nazionali, con riferimento agli ultimi dati aggiornati al 2014 segnalati dall’ultimo rapporto del Gruppo CRC

si rileva che le sentenze di adozione piena – ex adozione legittimante – nel 2014 sono state 1.072, in lieve aumento rispetto al 2013 (in cui erano 1.013) […] Continua invece a diminuire il numero delle coppie che presentano domanda di adozione nazionale, che però rimane sempre molto elevato rispetto al numero dei minorenni dichiarati adottabili in Italia, con un rapporto di circa 7 coppie per ogni bambino adottabile. Nel 2014, sono state infatti 9.657 le domande di adozione nazionale e 1.397 i minorenni dichiarati adottabili, di cui 278 non riconosciuti alla nascita, con un aumento delle adottabilità rispetto agli anni precedenti e un calo sostanziale del numero di neonati non riconosciuti alla nascita. Come già segnalato nei Rapporti precedenti, anche nel 2014 si rileva un numero inferiore di adozioni rispetto al numero dei bambini dichiarati adottabili”.

La mancanza da 15 anni di una Banca Dati nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili ad adottare, prevista per legge, non rende monitorabile la situazione dei minorenni adottabili ma che non vengono adottati, sia per comprenderne le situazioni, sia per valutarne l’entità: anche il solo dato è infatti incerto. Si è passati dalla stima di 1.900 minorenni adottabili, accolti in affido e in comunità perché non adottati da oltre due anni, al dato di 300 minorenni riportato dal Dipartimento di Giustizia Minorile, […].”

Adozioni internazionali. Con una nota di anticipazione del 16 Maggio 2015, la Commissione Adozioni Internazionali rende noti i dati statistici relativi al biennio 2014-2015: sono stati 2211 i bambini adottati dalle coppie italiane nel corso del 2015, 2206 nel 2014, 2825 nel 2013. L’Italia - si legge - si conferma come primo paese di accoglienza in Europa per numero di minori adottati, e secondo paese al mondo dopo gli Stati Uniti.

Con riferimento agli ultimi dati aggiornati al 2014, e come segnalato dall’ultimo rapporto del Gruppo CRC, in Italia il numero delle adozioni internazionali è calato di oltre il 40% negli ultimi 5 anni. Negli ultimi dieci, si è inoltre dimezzato il numero delle coppie italiane disponibili all’adozione internazionale. Complici di questa tendenza, i tempi lunghi e incerti, gli alti costi della procedura, la possibilità di ricorrere a tecniche di fecondazione assistita sempre più diffuse e avanzate, sostegni alle famiglie adottive in costante calo; sul piano più strettamente giuridico, vengono segnalate nel rapporto due difficoltà procedurali:

a) il mancato rispetto dei tempi di legge, ovvero i 6 mesi entro cui emettere il decreto di idoneità

b) la tempistica della trascrizione della sentenza straniera di adozione, che arriva talvolta a due anni.


Innovazioni legislative: il diritto alla continuità affettiva. Con sentenza del 17 aprile 2010(23) , la Corte EDU condanna l’Italia per violazione dell’art. 8 CEDU su ricorso di due coniugi che, già affidatari di una bambina per 19 mesi, si sono visti scavalcare da un’altra famiglia in sede di adozione: la bambina infatti era stata dichiarata adottabile prima che venisse esaminata la domanda di adozione dei due. La Corte ha sottolineato che i difetti nella procedura di adozione hanno portato al mancato rispetto del diritto dei genitori a creare una famiglia ex art. 8 CEDU.

Con la legge n. 173 del 2015 sulla c.d. continuità affettiva del minore vengono introdotte modifiche alla legge 184 del 1983 recante la disciplina delle adozioni. In particolare viene ridefinito il rapporto tra il procedimento adottivo e l’istituto dell’affidamento familiare. Secondo il nuovo art. 5 bis della legge 184/1983, qualora sia accertata l’impossibilità di recuperare il rapporto tra minore e famiglia di origine, e qualora sia dichiarata l’adattabilità, il tribunale dei minorenni, nel decidere della domanda di adozione presentata dalla famiglia affidataria, dovrà tenere conto dei legami affettivi significativi e del rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria. Si tratta di una sorta di corsia preferenziale, di raccordo tra l’affidamento (duraturo e consolidato) e l’adozione piena.

Ulteriore modifica, rilevante ai fini della tutela del minore, attiene ai diritti e doveri dell’affidatario. L’art. 2 della legge sulla continuità affettiva prevede infatti che sia garantita alla famiglia affidataria la legittimazione ad intervenire nei procedimenti che riguardano il minore:

l’affidatario o l’eventuale famiglia collocataria devono essere convocati, a pena di nullità, nei procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, di affidamento e di adottabilità relativi al minore affidato ed hanno facoltà di presentare memorie scritte nell’interesse del minore.

In cantiere: l’adozione del single. La normativa italiana prevede già le adozioni per i single (le cosiddette adozioni speciali), ma solo nei tre casi tassativamente determinati dall'articolo 44 della legge n. 184 del 1983, ovvero: a) quando tra la persona non coniugata e il minore orfano di padre e di madre si è instaurato un rapporto stabile e duraturo, preesistente alla morte dei genitori; b) nel caso di adozione di un minore orfano di padre e di madre, in condizione di disabilità ai sensi dell'articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104; c) nel caso di adozione di un minore per la cui particolare situazione sia stata constatata l'impossibilità di un affidamento preadottivo.

La proposta di legge AC 3832 presentata il 16 maggio 2016(24) mira all’equiparazione integrale e non discriminatoria delle persone singole rispetto alle coppie coniugate con riguardo alle possibili categorie di adottanti previste dalla legge 184. Obiettivo e ratio della proposta sono duplici: da una parte si intende ampliare la platea degli adottanti, dall’altra demandare ai tribunali la valutazione del miglior interesse del minore “senza pregiudiziali ideologiche”.

La modifica proposta consiste nell’estendere “a persona singola non coniugata” la possibilità di adozione piena di cui all’art. 6 della legge 184.

Si ricorda che sul punto sono intervenute diverse e discrete esortazioni da parte del giudice di legittimità. Con sentenza n. 6078 del 18 marzo 2006 (e successiva Cass. 14 febbraio 2011 n. 3572), la Corte di Cassazione, rigettando una richiesta di adozione di madre single, ha segnalato che sulla base dell'articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 1967 il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere – nel concorso di particolari circostanze, tipizzate dalla legge o rimesse di volta in volta al prudente apprezzamento del giudice – ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una singola persona, anche qualificandola con gli effetti dell'adozione legittimante, ove tale soluzione sia giudicata più conveniente all’interesse del minore.

Muove nella stessa direzione la proposta di legge AC 3833(25) , che mira ad abolire il requisito di orfanità del minore con riferimento al caso di adozione speciale da parte del parente fino al sesto grado.

Le proposte qui richiamate ben potrebbero essere considerate in sede di riforma delle adozioni.

In cantiere: il diritto a conoscere le proprie origini. La normativa vigente in materia di accesso alle informazioni sulle proprie origini biologiche da parte dell’adottato trova spazio nell’art. 28 della legge 184. In particolare, si prevede che l’adottato possa accedere alle informazioni a partire dal compimento dei 25 anni di età (dei 18 in caso di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica). Detta possibilità è preclusa qualora la madre biologica si sia avvalsa del cd. parto anonimo, né l’adottato possa verificare la permanenza della volontà materna di mantenere l’anonimato. Vale la pena ricordare che sul punto si è espressa la Corte Costituzionale con sentenza del 12 ottobre 2005, n. 425, ritenendo infondata la questione di legittimità nella parte in cui il comma 7 dell’art. 28 “esclude di autorizzare l’adottato all’accesso alle informazioni sulle origini senza avere previamente verificato la persistenza della volontà di non voler essere nominato (recte: nominata) da parte della madre biologica”; ha ritenuto infatti la Corte che la previsione in esame realizzasse una ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti della vicenda, non configurandosi così contrasto con l’art. 2 Cost.

La Corte è però tornata a pronunciarsi con sentenza del 22 novembre 2013, n. 278, dichiarando l’incostituzionalità parziale del comma 7 art. 28 per contrasto con gli articoli 2 e 3 Costituzione, nella parte in cui la disposizione non prevede la possibilità per il giudice di interpellare la madre ai fini di un’eventuale revoca dell’anonimato. Resta infine da ricordare la pronuncia della Corte EDU con la sentenza Godelli(26) , secondo cui “la normativa italiana non tenta di mantenere alcun equilibrio tra i diritti e gli interessi concorrenti in causa. In assenza di meccanismi destinati a bilanciare il diritto della ricorrente a conoscere le proprie origini con i diritti e gli interessi della madre a mantenere l’anonimato, viene inevitabilmente data una preferenza incondizionata a questi ultimi”.

Con la riformulazione del comma 7 art. 28 legge 184/83 di cui al disegno di legge A.S. 1978, viene disciplinata la possibilità di accesso alle proprie informazioni biologiche da parte del figlio adottato o non riconosciuto alla nascita nei confronti della madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata. L’accesso dovrebbe così essere consentito:

• nei confronti della madre che abbia successivamente revocato la volontà di anonimato(27) ;

• nei confronti della madre deceduta.

In mancanza di revoca dell’anonimato, potranno attivare procedimento di interpello i legittimati ad accedere alle informazioni: adottato maggiorenne, figlio non riconosciuto alla nascita, genitori adottivi (ma dietro gravi e comprovati motivi) e responsabili ospedalieri (in caso di grave pericolo per il minore).



Cittadinanza e eguaglianza: povertà minorile e povertà educativa.


Il 16 Luglio 2016 l’Istat rende noti dati sulla povertà in Italia(28) . Si stima che nel 2015 le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). Il dato, che pure rimane stabile, conferma la tendenza degli ultimi anni. L’aumento dell’incidenza, dal 5,7% del 2014 al 6,1% nel 2015, è dovuto principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti, in particolare tra le coppie con due figlie e le famiglie di soli stranieri. La povertà relativa risulta stabile nel 2015 tra le famiglie (2 milioni 678 mila) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).



Tab.1 Incidenza di povertà assoluta tra gli individui per classe di età.

2014

2015

Fino a 17 anni

10,0

10,9

Tra 18 e 34 anni

8,1

9,9

Tra 35 e 64 anni

6,1

7,2

65 anni e più

4,5

4,1

(FONTE ISTAT, Anni 2014-2015, valori percentuali)


Gli ultimi dati ISTAT, se tradotti sul fronte dei minori, ci parlano di un nuovo record: circa 1 milione e 131 minori che vivono in povertà assoluta, e 2 milioni e 110 mila in povertà relativa. Come più volte sottolineato dalle organizzazioni del settore, esiste all’interno del Piano Nazionale per l’Infanzia un piano di contrasto alla povertà minorile.


Tab.2 Incidenza di povertà assoluta per ampiezza familiare


2014

2015

1

4,9

5,2

2

4,3

3,8

3

5,6

5,3

4

6,7

9,5

5 o più

16,4

17,2

(FONTE ISTAT, Anni 2014-2015, valori percentuali)

Quello dell’aumento della povertà non è un fenomeno nuovo né specificamente italiano. Vale la pena ricordare però che nel nostro Paese esso si caratterizza per la sua connotazione marcatamente familiare(29) : sono povere le famiglie numerose, più che le persone. Da ciò discende la particolare vulnerabilità dei minori intesi come gruppo sociale a rischio.

Tab. 3 Famiglie con figli minori


2014

2015

1 figlio minore

6,4

6,5

2 figli minori

9,0

11,2

3 o più figli minori

18,6

18,3

Almeno 1 figlio minore

8,4

9,3

(FONTE ISTAT, Anni 2014-2015, valori percentuali)


Tra tutte le forme di disuguaglianza, la povertà minorile è sicuramente la più iniqua perché produttiva di effetti sul lungo periodo, perlopiù irreversibili. Alla povertà economica si affianca il fenomeno della povertà educativa intesa come impossibilità per un bambino di avere a disposizione quanto necessario per apprendere, sperimentare, sviluppare liberamente capacità e aspirazioni.

Secondo il Rapporto di Save the Children Illuminiamo il futuro 2030 (30), circa il 48,4% dei minori italiani tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro nel 2014, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva. Quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura: di questi, rispettivamente il 36% e il 29%, vivono in famiglie con basso livello socio-economico e culturale.

Il 17 maggio 2016 è stato presentato a Roma il Fondo per il contrasto alla povertà educativa(31) previsto dalla Legge di Stabilità 2016 (art. 1, comma 393). Secondo quanto previsto, il fondo sarà sostenuto dalle fondazioni di origine bancaria (FOB) cui verrà riconosciuto un contributo, sotto forma di un credito di imposta, pari al 75% dei versamenti effettuati al fondo. Per parte statale, la Legge di Stabilità ha previsto uno stanziamento di 100 milioni per ogni anno di sperimentazione.

Lo stesso 17 Maggio il quotidiano Vita(32) ha riunito associazioni impegnate nel settore assieme al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini. Riportiamo di seguito alcune raccomandazioni affidate al Comitato di indirizzo del fondo attivato il 30 Giugno 2016, utili a un’azione di contrasto integrata al tema della povertà tra i minori.

Gli otto punti di Vita.it

1. Bisogna anzitutto definire cosa si intende con povertà educativa e quali sono gli obiettivi delle azioni che si intende mettere in campo. Il concetto di povertà educativa infatti non si riduce all’insuccesso scolastico, si focalizza piuttosto sulle opportunità educative (mancate) che permettono ai ragazzi di sviluppare al meglio le proprie capacità.

2. È auspicabile che i bandi si rivolgano al terzo settore ma che prevedano anche il coinvolgimento delle scuole: “in concreto auspichiamo che il bando non si rivolga alle scuole ma al terzo settore e tuttavia sia previsto il coinvolgimento di almeno una scuola. Il contrasto alla povertà educativa è fuori e dentro la scuola, bisogna fare un ponte di innovazione tra questi due mondi”.

3. Bisogna agire in coordinamento con gli altri progetti e/o interventi in corso che riguardano anche la povertà materiale, socio-economica. Ovvero:

◦ Sostegno all’inclusione attiva (SIA)

◦ Fondo di Aiuto Europeo agli Indigenti (FEAD)

4. Vanno individuati gli outcome e gli obiettivi che i progetti si propongono di raggiungere.

5. È necessario fare valutazione di impatto: “non abbiamo bisogno di microinterventi ma di policy e l’unico modo per capire dove vale la pena spendere un euro in più è fare valutazione di impatto, per capire quali esperimenti funzionano e possano essere messi a sistema diventando politiche strutturali: è difficile ma non impossibile”.

6. Sulla base delle esperienze già maturate, è auspicabile che i progetti si concentrino sulla prevenzione piuttosto che intervenire a posteriori. In particolare, si avanza l’idea di concentrare gli sforzi sulla fascia 7-10 anni prestando attenzione al passaggio dalla primaria alla secondaria di primo grado.

7. Strategico è il lavoro con le famiglie e gli insegnanti. Bisogna rafforzare le prime in termini di competenze e consapevolezza.

8. Fin da principio è necessario individuare delle modalità attraverso le quali le esperienze avviate possano sopravvivere al bando. Una possibile strada è quella di investire nella costruzione di reti in grado di dare continuità agli interventi. 

Discriminazione e violenza: bullismo e cyberbullismo


Il termine bullismo è entrato per la prima volta nel lessico legislativo nel 2012. Non esiste ancora nel nostro ordinamento una definizione normativa; con bullismo si allude infatti a condotte già punite dal codice penale (minaccia, ingiuria, molestie, percosse etc). Quando gli atti di bullismo sono compiuti per mezzo informatico, si parla di cyberbullismo, fenomeno caratterizzato da alcune specificità: anonimato del bullo, difficile reperibilità, indebolimento dei freni etici, assenza di limiti spazio-temporali.

Secondo gli ultimi dati Istat(33) pubblicati il 15 dicembre 2015 e relativi all’anno 2014, circa il 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze. Di questi, il 19,8% è vittima assidua di azioni di bullismo, per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con frequenza settimanale. Guardando alle differenze di genere, emerge che hanno subito comportamenti offensivi o non rispettosi o violenti più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%). Tra gli istituti superiori, la maglia nera va ai licei.

Tra i ragazzi che vivono in zone non disagiate, sono nettamente di più coloro che non hanno subìto atti prevaricatori da parte di coetanei (49,7% nei 12 mesi precedenti l’intervista); tra coloro che vivono in zone molto disagiate la quota scende al 44,6%.

Tra i ragazzi utilizzatori di smartphone o altri dispositivi di connessione, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più spesso vittime di cyberbullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).

Fig. 1 Ragazzi e adolescenti di 11-17 anni per frequenza con cui hanno subito, tramite internet o telefono cellulare, comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti, per sesso, classe di età, ripartizione territoriale e dimensione demografica del comune di residenza (ISTAT)

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Ulteriore differenza di genere: segnala Istat che il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto (relazione faccia a faccia tra vittima e bullo), il 10,8% di azioni indirette (senza contatti fisici). Tra le ragazze è minima la differenza tra prepotenze di tipo “diretto” e “indiretto” (rispettivamente 16,7% e 14%). Al contrario, tra i maschi le forme dirette (17%) sono più del doppio di quelle indirette (7,7%).


In cantiere: la proposta di legge sul cyberbullismo. Il 20 Settembre 2016 è stata approvata alla Camera dei Deputati(34) la proposta di legge contenente “disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”. Il testo, che si compone di sei articoli, ruota attorno all’obiettivo di attivare una strategia integrata di contrasto, non operando nell’ambito della legge penale. Il progetto di legge è ora all’esame della Commissione del Senato.

Il cyberbullismo viene definito all’art. 1 come

qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.

La legge istituisce una procedura specifica dinanzi al Garante per la protezione dei dati personali tale per cui ciascun minore ultraquattordicenne o i genitori del minorenne possono ottenere tutela grazie all’oscuramento o alla rimozione dei dati diffusi illegittimamente online.

Si prevede inoltre l’istituzione di un tavolo per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con la partecipazione di rappresentanti del Ministero dell’Interno, dell’Istruzione, del Lavoro, dello Sviluppo Economico, della Salute, del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e del Garante per la protezione dei dati personali. Ciò nell’ottica prima richiamata: realizzare una azione integrata a carattere formativo e preventivo.

Note

(1) - Ultimi dati statistici sono sul 2014.

(2) - A decorrere dal 7 Febbraio 2014.

(3) - Matrimoni, separazioni e divorzi – dati ISTAT pubblicati il 12 Novembre 2015 con riferimento all’anno 2014.

(4) - http://www.iodonna.it/attualita/vivere-meglio/2014/decreto-filiazione-legge-affido-congiunto-riforma-401893432679.shtml?refresh_ce-cp

(5) - che al comma 1 recita: “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

(6) - la PAS non è riconosciuta come disturbo psicopatologico dalla maggioranza della comunità scientifica.

(7) - si ricordi il caso mediatico del bambino di Cittadella. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2013/03/21/BIMBO-CONTESO-MADRE-TORNATO-CASA-ME-_8436131.html.

(8) - Si legge condivisibilmente nel decreto del 13 Ottobre 2014, Tribunale di Milano: “la cosiddetta Sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.) è priva di fondamento sul piano scientifico (Cass. Civ., sez. I, sentenza 20 Marzo 2013 n. 7041) così come pure si appura dallo sfoglio della letteratura scientifica di settore (da ultimo v. DSM-V). Ne consegue che il comportamento del genitore che sia “alienante” può rilevare sotto altri e diversi profili ma non come patologia del minore (non comprendendosi peraltro, perché, se litigano i genitori, gli accertamenti diagnostici debbano essere condotti su chi il conflitto lo subisce e non su chi lo crea: v. Trib. Varese, 1 luglio 2010)”.

(9) - Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 29 gennaio 2013 - Ricorso n. 25704/11 - causa Lombardo c. Italia.

(10) - Il piano genitoriale non trova riscontro nel dato normativo, un fac-simile è reperibile a http://www.tribunaledicivitavecchia.it/doc/famiglia/Piano%20Genitoriale%20Altamente%20Strutturato.pdf.

(11) - Il termine ‘coordinazione genitoriale’ è mutuato dall’inglese parenting coordination, un intervento di ADR (Alternative Dispute Resolution) ampiamente diffuso negli Stati Uniti, mirato a promuovere la condivisione della genitorialità nel miglior interesse del minore. Sul tema e sulle sue prospettive di sperimentazione in Italia C.PICCINELLI, S.MAZZONI, D.CARTER su ilcaso.it - http://www.ilcaso.it/articoli/768.pdf.

(12) - Tribunale Milano 07 luglio 2016 - - Pres., est. Laura Maria Cosmai - http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/fmi.php?id_cont=15709.php.

(13) - CEDU 20 gennaio 2015, Manuello e Nevi c. Italia

(14) - Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 752/15.

(15) - Corte Cost. sentenza 24 settembre 2015 n. 194.

(16) - G.CASABURI in L’adozione omogenitoriale e la Cassazione: il convitato di pietra, commento a Cass. 12962/2016 su Foro Italiano.

(17) - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-06-22/cassazione-si-stepchild-adoptiom-115001.shtml?uuid=AD2Hkxg

(18) - http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/guidaAlDiritto/dirittoCivile/famiglia/2014-08-29/a-roma-prima-adozione-una-coppia-omosessuale-165433.php

(19) - Corte d'Appello, Milano, sentenza 16/10/2015

(20) - per dovere di completezza, segnaliamo anche Corte d’appello di Torino; decreto 4 dicembre 2014: va trascritto nei registri di stato civile, perché non contrario all’ordine pubblico, l’atto di nascita formato all’estero (nella specie, in Spagna) di un bambino che viene indicato come figlio di due donne (nella specie, una cittadina spagnola e l’altra italiana: il bambino era nato a mezzo di procreazione assistita eterologa, da una delle due, con gameti donati dall’altra).

(21) - http://www.altalex.com/~/media/Altalex/allegati/2016/allegati%20free/tribunale-minorenni-roma-23-dicembre-2015%20pdf.pdf

(22) - Cass. sezione V penale; sentenza 10 marzo 2016 – 5 aprile 2016, n. 13525; http://www.foroitaliano.it/cass-10-marzo-5-aprile-2016-n-13525-e-ii-286-in-tema-di-maternita-surrogata/

(23) - https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.page;jsessionid=xUQ16JWBESej6KhnosHJqrOv?facetNode_1=1_2(2010)&facetNode_2=1_2(201004)&facetNode_3=0_8_1_4&contentId=SDU344902&previsiousPage=mg_1_20

(24) - . http://www.camera.it/leg17/126?tab=2&leg=17&idDocumento=3832&sede=&tipo=.

(25) - http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0041660.pdf

(26) - CEDU, 25 settembre 2012, ric. 33783/2009

(27) - la madre può quindi confermare o revocare la propria volontà, attraverso comunicazione al Tribunale per i minorenni del luogo di nascita del figlio, decorsi 18 anni dalla nascita. In caso di conferma, sarà possibile attivare il procedimento di interpello in relazione a profili di carattere sanitario (es. malattie ereditarie).

(28) - http://www.istat.it/it/archivio/189188

(29) - http://www.fondazionegorrieri.it/images/pdf/LaPovertaMinorile_2mar2016.pdf.

(30) - http://www.illuminiamoilfuturo.it/obiettivi2030/.

(31) - http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/508230/Minori-arriva-il-fondo-contro-la-poverta-educativa-360-milioni-in-3-anni.

(32) - http://www.vita.it/it/article/2016/07/01/poverta-educativa-la-proposta-di-vita-in-otto-punti/139998/)

(33) - http://www.istat.it/it/files/2015/12/Bullismo.pdf?title=Bullismo++tra+i+giovanissimi+-+15%2Fdic%2F2015+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf.

(34) - http://www.camera.it/leg17/126?pdl=3139