Libertà di espressione e di informazione

Scritto da: Giovanna Pistorio

Aggiornato al: 20/10/2016

Il punto della situazione


Molteplici ed interessanti i fatti, gli avvenimenti, i casi giurisprudenziali, gli interventi legislativi nazionali e sovranazionali che, tra la fine del 2015 e i primi mesi dell’anno in corso, hanno mantenuto sempre vivace e stimolante il dibattito sulla libertà di espressione e di informazione.

Due gli aspetti di particolare interesse, a livello normativo e giurisprudenziale: uno relativo all’esercizio della libertà in esame, l’altro relativo al seguito derivante da siffatto esercizio.

Per quel che riguarda l’esercizio, si registra a fronte di un incremento della libertà di espressione ˗ anche se più formale che reale ˗ un indiscutibile ed allarmante deterioramento della libertà di informazione.

Quanto alla prima, si fa riferimento all’abrogazione dell’art. 594 del codice penale ad opera dell’art. 1 del decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, per effetto della quale l’ingiuria da illecito penale diventa illecito civile.

Quanto al secondo, si segnala il crollo, nella classifica stilata da Reporter senza frontiere, relativa all’anno 2015, dell’Italia al settantasettesimo posto, venendo preceduta paradossalmente da Paesi, come Tonga e Burkina Faso che, senza alcun dubbio, non detengono lo scettro del primato in termini di garanzie di democraticità.

Per quel che riguarda invece il seguito, vale a dire gli effetti derivanti dall’esercizio della libertà di espressione ed informazione, interessanti le novità normative e giurisprudenziali volte al raggiungimento di quel difficile e delicato equilibrio tra diritto di cronaca, interesse pubblico alla conoscenza di informazioni in rete da un lato e tutela della reputazione, riservatezza, identità digitale, diritto all’oblio dall’altro.

L’abrogazione del reato di ingiuria


Il 6 febbraio 2016 è entrato in vigore il Decreto legislativo n. 7 del 2016, recante Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili a norma dell’art. 2, comma 3, della Legge 28 aprile 2014, n. 67 http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/1/22/16G00010/sg. L’art. 1 di siffatto Decreto prevede, tra le altre disposizioni, l’abrogazione dell’art. 594 del codice penale, nella parte in cui disciplina il reato di ingiuria. Esce dunque dalla scena penalistica «chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente» o «commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni diretti alla persona offesa». L’ingiuria, dunque, non più prevista come reato, diventa un mero illecito civile. Fino all’entrata in vigore della novella legislativa, almeno sulla carta, detta fattispecie era punita con la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a 516 euro. In tribunale, però, raramente si arrivava all’applicazione della sanzione, vuoi per intervenuta prescrizione, vuoi per automatica archiviazione del procedimento, nei casi di minore entità. Di fatto, quindi, la norma penale aveva già perso la propria efficacia deterrente e alla persona offesa non rimaneva altro che percorrere la via civile del risarcimento del danno, una volta ottenuto il giudicato penale. L’abrogazione dell’art. 594 del codice penale implica l’applicazione immediata di una sanzione civile da 100 euro a 8 mila euro, fino ad un massimo di 12 mila euro se «l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato» o se viene «commessa in presenza di più persone».

L’aumento, in termini pecuniari, della sanzione e la maggiore celerità del procedimento dovrebbero, dunque, incrementare l’efficacia deterrente della norma.


Dubbi e perplessità sono sorti però sull’operatività della novella legislativa ai procedimenti definiti con sentenze non ancora passate in giudicato.

In mancanza di una norma transitoria ad hoc, si segnalano due e diametralmente opposti orientamenti giurisprudenziali.

In base al primo, l’abrogazione dell’art. 594 del codice penale non implica la caducazione delle statuizioni civili pronunciate nel giudizio di merito, tenuto conto di almeno tre elementi(1):

L’assenza di una norma espressa che imponga al giudice di pronunciarsi sulle statuizioni civili non comporta necessariamente ed automaticamente che dette statuizioni debbano essere revocate.

La configurazione dell’ingiuria come illecito civile implica comunque il pagamento di una sanzione pecuniaria.

L’art. 2, comma 2, del codice penale, nella parte in cui prevede che «nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali», implica, a contrariis, che le obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non vengono meno e consentono al giudice di pronunciarsi su di esse, in forza di una sorta di “indifferenza” dei capi civili rispetto alla regiudicanda penale.

Sul versante diametralmente opposto, si ritiene invece impossibile la sopravvivenza delle statuizioni civili sulla base di almeno tre argomentazioni(2):

L’assenza di una norma espressa, interpretata in forza del canone ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, implica la revoca delle statuizioni civili.

Il carattere accessorio e subordinato dell’azione civile rispetto a quella penale ˗ come precisato dalla Corte costituzionale sin dalla sentenza n. 353 del 1994 ˗ comporta che la prima «è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico connesso all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi»

http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do.

Il soggetto danneggiato da un reato che intenda far valere in sede penale la propria pretesa risarcitoria deve tener conto dell’impossibilità ˗ come ribadito nella recente decisione della Corte costituzionale n. 12 del 2016 ˗ «di ottenere una decisione sulla domanda risarcitoria laddove il processo si concluda con una sentenza di proscioglimento per qualsiasi causa»

http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do.

Auspicabile, dunque, un celere e chiarificatore intervento delle Sezioni Unite che possa mettere fine alla problematica querelle interpretativa.

La posizione dell’Italia nella “classifica” mondiale stilata in termini di libertà di informazione.


Destano perplessità i dati registrati da Reporter senza Frontiere, relativi all’anno 2015.

Si tratta di una classifica stilata tenuto conto di criteri qualitativi e criteri quantitativi. Fra i primi, si prende in considerazione la tutela che ciascuno Stato garantisce al pluralismo dell’informazione, all’indipendenza dei mass media, alla trasparenza, al rispetto per la sicurezza e alla libertà dei giornalisti, al contesto legislativo, istituzionale ed infrastrutturale ove operano i mezzi di comunicazione. A livello quantitativo, si tiene conto invece dei casi di diffamazione, violenze verbali e minacce nonché dei casi di aggressione fisica, del numero dei giornalisti uccisi, arrestati, minacciati, licenziati nel Paese di riferimento.

Fig. 1 Classifica mondiale sulla libertà d stampa

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Fonte:rsf.org.

Vero è che, dal 2014, si riscontra un deterioramento mondiale della libertà di informazione, ma è altrettanto incontestabile che in Italia si assiste ad un continuo e preoccupante declino. Si passa dal 49° posto nel 2013, al 73° nel 2014, al 77° nel 2015. Considerato che nella classifica più si è vicino allo zero, maggiore è la libertà di informazione, più si è vicini al cento, meno si è “liberi”, il dato è inconfutabilmente allarmante. Non solo in assoluto, ma anche in relazione agli altri Paesi dell’Europa. La figura 1 “parla” da sé. Il colore bianco, che contraddistingue i Paesi “liberi” è presente in gran parte d’Europa: in Francia, in Gran Bretagna, in Irlanda, in Germania, nei Paesi scandinavi, in Austria, in Olanda, in Belgio, nel Lussemburgo. Il 66% dei Paesi europei garantisce in maniera effettiva la libertà di informazione e gran parte di essi guidano addirittura la classifica mondiale. L’Italia, accomunata ai Paesi dell’Est, da poco entrati a far parte dell’Unione europea, è addirittura preceduta da Tonga, Burkina Faso, Armenia e Lesotho.



Tab. 1 L’Italia al 77° posto tra Moldova e Benin



Country

Abuse score

Underlying situation score

Global score

Diff. Score 2015

Diff. Position

2015

73

Lesotho

0

28,78

28,78

-0,42

4

74

Armenia

33,67

27,57

28,79

-0,36

4

75

Nicaragua

0

28,82

28,82

-0,88

-1

76

Moldova

6,93

28,83

28,83

-0,98

-4

77

Italy

38,29

26,59

28,93

-0,99

-4

78

Benin

0

28.97

28,97

0,27

6



Difficile riconoscere l’elevato tasso di democraticità, strenuamente difeso e vantato dall’Italia, in un contesto in cui la libertà di informazione, pietra angolare della democrazia, risulta così palesemente calpestata.


La tutela del diritto all’oblio


Ambito normativo europeo.

Il 25 maggio 2016 è entrato in vigore il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati). Si tratta di un atto normativo particolarmente importante che, insieme alla Direttiva 2016/680, introduce il c.d. Pacchetto europeo sulla protezione dei dati.

Sebbene si tratti di un regolamento e dunque di un atto che, per definizione, è direttamente applicabile, esso comincerà ad esplicare i propri effetti soltanto a partire dal 25 maggio 2018, nell’attesa che gli Stati membri provvedano durante il biennio ad adattare la normativa nazionale alla nuova disciplina europea.

Il Preambolo del Regolamento disciplina il diritto all’oblio in tre considerando:

  • Al n. 65 prevede che «Un interessato dovrebbe avere il diritto di ottenere la rettifica dei dati personali che la riguardano e il diritto all’oblio se la conservazione di tali dati violi il presente regolamento o il diritto dell’Unione o degli Stati membri cui è soggetto il titolare del trattamento (…)».
  • Al n. 66 statuisce che «per rafforzare il diritto all’oblio nell’ambiente online, è opportuno che il diritto di cancellazione sia esteso in modo tale da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato dati personali a informare i titolari del trattamento che trattano tali dati personali di cancellare qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati personali».
  • Al n. 156 si legge che «(…). Gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati a fornire, a specifiche condizioni e fatte salve adeguate garanzie per gli interessati, specifiche e deroghe relative ai requisiti in materia di informazione e ai diritti alla rettifica, alla cancellazione, all’oblio, alla limitazione del trattamento, alla portabilità dei dati personali, nonché al diritto di opporsi in caso di trattamento di dati personali per finalità di archiviazione nel pubblico interesse, finalità di ricerca scientifica o storica o per finalità statistiche».

L’art. 17 del Regolamento, rubricato come Diritto alla cancellazione («diritto all’oblio») prevede che:


«1. L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei seguenti motivi:

  1. i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;
  2. l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’art. 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;
  3. l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’art. 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’art. 21, paragrafo 2;
  4. i dati personali sono stati trattati illecitamente;
  5. i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione europea o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;
  6. i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’art. 8, paragrafo 1.

2. Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali, è obbligato, ai sensi del paragrafo 1, a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che stanno trattando i dati personali della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

3.I paragrafi 1 e 2 non si applicano nella misura in cui il trattamento sia necessario:

  1. per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione;
  2. Per l’adempimento di un obbligo legale che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dallo Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;
  3. Per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità all’art. 9, paragrafo 2, lettere h) e i). e dell’articolo 9, paragrafo 3;
  4. Ai fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’art. 89, al paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento; o
  5. Per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Ambito normativo nazionale.

Il 3 febbraio 2016 è entrato in vigore il Testo Unico dei Doveri del Giornalista, che all’art. 3, statuisce che il cronista è tenuto ad evitare «(…) di far riferimento a particolari relativi al passato, salvo quando essi risultino essenziali per la completezza dell’informazione».


Ambito giurisprudenziale.

Anche la giurisprudenza nazionale dell’ultimo anno ha contribuito a rendere più chiara e nitida la configurazione giuridica del diritto all’oblio. D’altra parte, come noto e come già evidenziato, è labile il confine tra diritto di cronaca, interesse pubblico alla conoscenza di informazioni in rete da un lato e tutela della reputazione, riservatezza, identità digitale, diritto all’oblio dall’altro. L’equilibrio tra diritti e interessi, oggetto del bilanciamento, non è sempre agevole da raggiungere. In linea con l’ormai consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia(3) e con le decisioni del Garante Privacy(4), il diritto all’oblio, ricostruito come un’espressione del diritto alla riservatezza, sia pur connotato da autonome ed originali peculiarità, consente all’utente di chiedere al motore di ricerca web la rimozione o deindicizzazione di link, dati o notizie che ritiene lesivi della propria reputazione e riservatezza, in presenza di due condizioni:

  1. la notizia non deve essere attuale: il trascorrere del tempo rappresenta un elemento costitutivo del diritto all’oblio, configurato come diritto «a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino oramai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati»(5);
  2. la notizia non deve essere di interesse pubblico: la posizione che l’interessato alla deindicizzazione riveste nella vita pubblica gioca un ruolo chiave nel bilanciamento dei diritti e degli interessi in questione, considerata «la prevalenza dell’interesse della collettività ad accedere [alle notizie] rispetto al diritto dell’interessato alla protezione dei dati»(6).

La mancanza di uno o di entrambi i requisiti esclude l’accoglimento della richiesta di deindicizzazione, come confermato dal Tribunale di Roma, nella sentenza 3 dicembre 2015, n. 23771, ove si legge che le notizie individuate tramite il motore di ricerca risultano «piuttosto recenti» e di indubbio interesse pubblico, sia perché riguardano un’importante indagine giudiziaria, che ha coinvolto numerose persone, sia perché il ricorrente, in quanto libero professionista esercita un “ruolo pubblico” proprio per effetto della professione svolta e dell’albo professionale cui è iscritto, laddove tale ruolo pubblico non è attribuibile al solo politico (cfr. linee guida del 26.11 2014) ma anche agli alti funzionari pubblici ed agli uomini di affari (oltre che agli iscritti in albi professionali)».

La stretta connessione che intercorre tra decorso del tempo e interesse pubblico alla conoscenza dell’informazione emerge con chiarezza nella recente sentenza 24 giugno 2016 n. 13161, pronunciata dalla Corte di cassazione. Vero è che, a fronte di una notizia di pubblico interesse, è opportuno che la collettività sia informata in modo chiaro, tempestivo e completo. Tuttavia, è altrettanto indubbio che, acquisito il fatto tramite la diffusione della notizia, «il mantenimento del diretto ed agevole accesso a quel risalente servizio giornalistico», con il passare del tempo, potrebbe rivelarsi inutile e dannoso. Inutile, per la collettività che ha già fruito dell’informazione. Dannoso per i soggetti interessati e coinvolti nella vicenda. È quanto accaduto nel caso risolto dalla Cassazione che conferma in toto la decisione di condanna al risarcimento del danno, emessa dal Tribunale di Chieti, per violazione del diritto all’oblio. Sia il direttore che l’editore di una testata giornalistica vengono dunque condannati per aver consentito la permanenza a tempo indeterminato sul web di un articolo su una vicenda giudiziaria di natura penale, avvenuta molto tempo prima e non ancora conclusa.

Il diritto all’oblio prevale dunque sul diritto di cronaca giornalistica.

Non sempre però, una volta diffusa la notizia, con chiarezza ed esaustività, cessa l’interesse pubblico alla permanenza della stessa sul web.

Quando infatti un ex terrorista chiede la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti relativi a crimini di particolare gravità nei quali questi era coinvolto nei c.d. anni di piombo, il Garante Privacy dichiara infondata la richiesta di rimozione. Nonostante «il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi, l’attenzione del pubblico è tutt’ora molto alta su quel periodo e sui fatti avvenuti». Le informazioni pubblicate «hanno assunto una valenza storica», hanno segnato «la memoria collettiva» e, facendo luce su «una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato comprimario, ma un vero e proprio protagonista di spicco», non possono essere rimosse dal web(7).

Quando non è possibile cancellare la “storia”, il diritto all’oblio soccombe.

Si è parlato (impropriamente) di diritto all’oblio anche, di recente, con riguardo alla vicenda di Tiziana Cantone, la donna 31enne suicidatasi a seguito della diffusione, senza il suo consenso, di suoi video hard pubblicati da un ex fidanzato. Immediatamente dopo la pubblicazione, in nome di un presunto diritto all’oblio, la donna intraprende la strada giuridica che avrebbe dovuto concludersi ˗ come si auspicava ˗ con l’istantanea rimozione dei video. Decorso infruttuosamente un anno, i video continuano ad “occupare” la rete, la ragazza si suicida.

Che la diffusione illegale di video hard abbia contribuito a configurare gli estremi di un’istigazione al suicidio, nulla quaestio. Sulla legittimità di invocare il diritto all’oblio, maggiori sono le perplessità. Se il diritto all’oblio consente la rimozione o la deindicizzazione di link, dati o notizie, pubblicate sul web, in nome di un lecito esercizio di cronaca giornalistica, una volta decorso un significativo lasso di tempo dalla immissione degli stessi nella rete e sempreché non si tratti di informazioni di pubblico interesse, esso non sussiste nel caso di specie. Trattasi, invece, di uso illecito di dati personali. Non solo manca l’interesse pubblico alla diffusione della notizia, ma non vi è neppure esercizio del diritto di cronaca giornalistica. Forse, allora, più accreditata la qualificazione della fattispecie come forma di bullismo online, posto che il disegno di legge in discussione, da ormai più di due anni, sarà applicabile (se e nella misura in cui diverrà legge) anche a forme di violenza perpetrate da chi o nei confronti di chi non più giovanissimo.

Bullismo e cyberbullismo: il dibattito sul disegno di legge in discussione.


Dopo più di due anni di discussioni, pareri ed emendamenti, il 20 settembre 2016 la Camera dei Deputati, con 242 sì, 73 no e 43 astenuti, ha approvato la proposta di legge volta alla prevenzione e alla repressione dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo. Il testo, con le modifiche apportate dalla Camera è ora in discussione al Senato, in seconda deliberazione.

Ratio sottesa al disegno di legge è la necessità di «prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo in tutte le loro manifestazioni (…) privilegiando azioni di carattere formativo ed educativo rivolte anche ad infraventunenni» (art. 1).

Con il termine bullismo si intendono «l’aggressione o la molestia reiterate, da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, a danno di una o più vittime, anche al fine di provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione, attraverso atti o comportamenti vessatori, pressioni o violenze fisiche o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacci o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni, anche aventi per oggetto la razza, la lingua, la religione, l’orientamento sessuale, l’opinione politica, l’aspetto fisico o le condizioni personali e sociali della vittima» (art. 1, comma 2).

Con il termine cyberbullismo, si intende «qualunque comportamento o atto, anche non reiterato, rientrante fra quelli indicati al comma 2 e perpetrato attraverso l’utilizzo della rete telefonica, della rete internet, della messaggistica istantanea, di social network o altre piattaforme telematiche. Per cyberbullismo si intendono, inoltre, la realizzazione, la pubblicazione e la diffusione on line attraverso la rete internet, chat-room, blog o forum, di immagini, registrazioni audio o video o altri contenuti multimediali, effettuate allo scopo di offendere l’onore, il decoro e la reputazione di una o più vittime, nonché il furto di identità e la sostituzione di persona operanti mediante mezzi informatici e la rete telematica al fine di acquisire e manipolare dati personali, ovvero di pubblicare informazioni lesive dell’onore, del decoro e della reputazione della vittima» (art. 1, comma 2-bis).

Il minore, vittima del sopruso, direttamente o tramite un proprio genitore, può rivolgersi al gestore del sito web, del social media, del servizio di messaggistica istantanea o di qualsiasi rete di comunicazione elettronica, chiedendo l’oscuramento, la rimozione o il blocco delle comunicazioni che lo riguardano (art. 2). Qualora il responsabile non provveda entro le ventiquattrore successive alla ricezione dell’istanza, il Garante per la protezione dei dati personali, debitamente informato dell’accaduto, può intervenire direttamente per soddisfare la richiesta della vittima (art. 2, comma 2).

Viene istituito un tavolo tecnico per predisporre un piano di azione integrato (art. 3) e invocato il supporto del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca per adottare linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo nelle scuole anche tramite la collaborazione della Polizia postale (art. 4). Qualora il fenomeno si consumi entro le mura scolastiche, il dirigente è tenuto ad informare le famiglie, convocare i minori, il referente scolastico, i rappresentanti di classe e adottare le misure necessarie (art. 4-bis). Viene poi stanziato un finanziamento di 220 mila euro annue per le iniziative di contrasto al cyberbullismo (art. 5). Quanto alle sanzioni, è previsto l’ammonimento del questore, per evitare il ricorso alla sanzione penale e allo stesso tempo rendere edotto il minore della gravità e del disvalore della propria condotta, semprechè i fatti non integrino reati procedibili d’ufficio e non è stata proposta querela, né presentata denuncia (art. 6). Se il fatto è commesso mediante strumenti informatici o telematici la pena è la reclusione da uno a sei anni (art. 6-bis).

L’urgenza di un siffatto provvedimento diventa sempre più impellente. Il 50% di chi ammette di aver subito un atto di bullismo, confessa di aver pensato al suicidio; l’11% di averlo tentato; il 70 % cade in depressione. Il cyberbullismo coinvolge l’8% della popolazione scolastica.

Eppure i dubbi e le perplessità che il disegno di legge suscita sono ancora oggetto di un vivace dibattito. Non mancano pesanti critiche. Si ritiene che il progetto, così come strutturato, nella migliore delle ipotesi sarà comunque inutile. Aggiunge poco o nulla agli strumenti di difesa di cui le vittime, a fronte di tali fenomeni, già dispongono. Lo stanziamento previsto lascia attoniti: 220 mila euro per 41 mila scuole, vale a dire poco più di 5 euro a scuola: difficile negare che si tratti di «un’ipocrisia istituzionale». Occorrerebbe un finanziamento più significativo, ma soprattutto, oltre alle petizioni di principio e alle nobili intenzioni, sarebbe tanto necessario quanto però difficilmente realistico che gli stessi gestori delle grandi piattaforme elettroniche siano in grado di avvalersi di strumenti di segnalazione delle condotte illecite(8).

La legge 16 giugno 2016, n. 115: la rilevanza penale del negazionismo


Dopo anni di discussioni e vivaci dibattiti, in merito all’opportunità di qualificare il negazionismo come reato o riconoscere ad esso un qualche rilievo penale, nel marzo 2013 viene presentato al Senato un primo ed organico progetto di legge. Molte le tensioni in Parlamento, necessaria una doppia lettura del testo sia al Senato che alla Camera. Accesi i toni della discussione a fronte della difficoltà di raggiungere quel delicato punto di equilibrio tra libertà di manifestazione del pensiero e repressione del negazionismo. Il panorama europeo e le sentenze della Corte di Strasburgo, rese nel caso Perinçek (15 ottobre 2015) e nel caso M’Bala M’Bala (20 ottobre 2015), incrementano le discussioni e animano i dibattiti. Nel 2016, finalmente, si arriva all’accordo. Viene approvata la legge 16 giugno 2016, n. 115, che all’art. 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, aggiunge un comma 3-bis, ove si legge che «si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della Legge 12 luglio 1999, n. 232».

Il negazionismo diventa dunque un’aggravante rispetto ai reati di discriminazione razziale e di stampo xenofobo.

Gli aspri contrasti manifestati in sede di discussione si ripropongono a fronte della novella legislativa, considerata ora «un atto straordinario di impegno civico e culturale che ha visto protagoniste le massime istituzioni del nostro paese»(9), ora «un cavallo di Troia che rischia di aprire la strada a orrori storico-legislativi ben peggiori». Non è nelle carceri, con la reclusione, che si combatte il negazionismo, ma a partire da un dialogo nelle scuole, con il confronto, con la dialettica, con «un uso pubblico della Storia», che consenta ai cittadini di riconoscere, là dove espressa e manifestata, «la falsità storica»(10).


Note

(1) - Corte di cassazione, sentt. nn. 21721/2016; 24036/2016.

(2) - Corte di cassazione, sentt. nn. 24029/2016; 25062/2016.

(3) - Cfr., ex plurimis, CGUE, 13 maggio 2014, C-131/12, Costeja.

(4) - Cfr., ex plurimis, decc. nn. 618 del 18 dicembre 2014, e 153 del 12 marzo 2015.

(5) - Corte di cassazione, sentenza 5 aprile 2012, n. 5525.

(6) - Cfr., ex plurimis, CGUE, 13 maggio 2014, C-131/12, Costeja.

(7) - Cfr. il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali, 31 marzo 2016, doc. web. n. 4988654.

(8) - In tal senso, cfr. G. Scorza, Il testo approvato martedì dalla Camera dei Deputati è inutile nel migliore dei casi, pernicioso nel peggiore, in www.repubblica.it, 22/09/2016.

(9) - Così si è espresso il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Italiane Renzo Gattegna.

(10) - In tal senso, cfr. A. Giannuli, Sul reato di negazionismo. Storia e giurisprudenza alleate non sono, in www.aldogiannuli.it.