Omosessualità e diritti

Scritto da: Ezio Menzione

Aggiornato al: 19/10/2016

Il punto della situazione: novità e difficoltà dopo l’entrata in vigore della legge sulle unioni civili

L’11 maggio 2016, dopo un’ulteriore lettura della Camera dei Deputati, passa la legge sulle unioni civili per le coppie omosessuali (e solo per esse): la legge n.76/2016 del 20/5/16. Non è il matrimonio, ma certo è una conquista che allinea l’Italia a quei paesi (praticamente tutta l’Europa e molti altri nel mondo) che hanno già dato una qualche forma di riconoscimento alle unioni omosessuali. Rispetto a chi da 5 legislature (tanto è il tempo trascorso dalla prima proposta di legge presentata dall’allora e ancor oggi senatore Luigi Manconi) aspettava questo momento si tratta di una vera conquista.

L’iter della legge era stato tormentato: l’esame nelle commissioni ha richiesto anni e non si riusciva a portarla in aula; anche nell’ultima versione, quella più o meno approdata all’aula, la destra, compreso quella interna al Partito Democratico, e i cattolici la avevano osteggiata in ogni modo e la proposta aveva dovuto essere limata in più punti. Per esempio, già da un anno non si parlava più di “famiglia” per le coppie che avrebbero costituito un’unione civile, bensì di “formazione sociale”. Ma l’attacco era stato particolarmente duro nella lettura del Senato, dove la risicata maggioranza governativa pareva non tenere, tant’è che il governo aveva posto la fiducia dopo avere modificato in due punti la legge: togliendo l’obbligo di fedeltà, che invece è contenuto nelle norme sul matrimonio, e togliendo il diritto alla stepchild adoption: il diritto ad adottare il figlio del o della partner dello stesso sesso. Il diritto ad adottare in generale per la coppia era già stato espunto. La legge è stata accolta tutto sommato positivamente dalla comunità gay e lesbica italiana, riconoscendosi che l’obbligo di fedeltà è un residuato obsoleto anche per il matrimonio (la fedeltà, ammesso che sia un valore, lo è per reciproca volontà, non certo per legge) e la stepchild adoption è ormai riconosciuta da plurima giurisprudenza, che non si ha motivo di ritenere che cambi di orientamento in futuro. Quanto al riconoscimento del matrimonio gay, può essere rimandato ad un’ulteriore fase di lotte: l’importante – questo è il sentire comune – è che alle coppie omosessuali siano riconosciuti gli stessi diritti e doveri della coppia eterosessuale: presupposto necessario perché la loro affettività abbia pari dignità sociale.

Inoltre la legge prevede il riconoscimento delle convivenze di fatto: istituto “leggero” quanto a diritti, ma che può tornare utile: la legge lo prevede per ogni coppia che lo richieda, sia etero che omo.

Vi sono, invece, spazi seri di discussione su molte questioni giuridiche che possono sorgere in sede applicativa ed esse possono trovare la loro soluzione con i decreti attuativi che il governo ha emanato entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge, che le camere possono approvare o modificare e che il governo, nei successivi tre mesi può accettare o lasciare intatti (dunque saranno definitivi entro il marzo 2017). Intanto, un decreto ponte che disciplinava solo il registro delle unioni, è già stato emanato il 23/7/16 e porta il numero 144/16 ed ha consentito ai comuni di costituire le prime unioni.

Ma i problemi maggiori riguardano la normativa penale sia sostanziale che procedurale che dovrà applicarsi al comportamento della coppia. Problemi non di poco conto. Lo spirito della legge è quello dell’equiparazione della coppia unita con unione civile a quella unita con matrimonio: ma un’eventuale estensione in malam partem non può essere effettuata in termini di analogia interpretativa, in sede processuale. Il classico delitto previsto dall’art.572 CP (i maltrattamenti in famiglia oggi ribattezzato “maltrattamenti contro familiari e conviventi”) si applicherà oppur no a soggetti legati dall’unione civile? Più facile, forse, è la risposta affermativa per quanto riguarda un’estensione in bonam partem. Gli esempi sono molti, sia in malam che in bonam partem. Il reato di bigamia (art.566 CP) si estende o no? E l’induzione al matrimonio mediante inganno (art.558 CP)? E la vicendevole posizione di garanzia ex artr.40 c.2 CP? E la violazione degli obblighi di assistenza familiare (art.570 CP) come li risolviamo se l’unione dal punto di vista giuridico non è una “famiglia” bensì una “formazione sociale”? Ugualmente per i maltrattamenti contro “familiari” e conviventi. Ma c’è di peggio: si applica o no l’aggravante di aver agito contro il coniuge nell’omicidio (art.577 CP)? E il sequestro dei beni del coniuge – tanto spesso previsto sia dalle norme sostanziali che da quelle di rito – sarà possibile? E l’aggravante del sequestro di persona (art.605 CP) e del sequestro di persona a scopo di estorsione (art.630 CP)? E ancora: la violenza sessuale aggravata se commessa contro il coniuge o lo sfruttamento e l’induzione alla prostituzione? E sarà configurabile l’abuso d’ufficio per omessa astensione se interviene l’interesse del partner dell’unione? E questo tanto per restare alle norme sostanziali in malam partem. Se aggiungiamo quelle in bonam partem e quelle processuali, la sfilza prende parecchie pagine. Occorre sperare che il governo lavori bene in sede di decreti attuativi, i quali, avendo (dopo i vari passaggi e le dovute controfirme) valore di legge, saranno in grado di risolvere molti di questi problemi, come già si vede dagli schemi proposti dal governo alla lettura delle camere.

Come vedremo al prossimo paragrafo, infatti, il governo in effetti ha lavorato bene in sede di emanazione dei decreti attuativi, ora c’è solo da sperare che le Camere non tentino di stravolgerli.

I decreti attuativi della legge sulle unioni civili


Puntuale con l’impegno preso, il governo ai primi di ottobre 2016 ha sottoposto ai rami del Parlamento tre decreti attuativi (nn.50144, 50145, 50146) abbastanza chiari e una volta tanto ben scritti. Essi, contrariamente a quanto sospettosamente si poteva temere, non tradiscono lo spirito della legge ed anzi, nella sostanza, individuano la coppia omosessuale costituita in unione civile come un nuovo tipo di famiglia a tutti gli effetti, con buona pace della dizione legislativa (“nuova formazione sociale”) che tendeva a porre un confine fra la famiglia costituita a seguito di matrimonio e tutte le altre possibili famiglie.

Il primo dei tre decreti (il DAGL n.30146) riguarda le norme che disciplinano lo stato civile della coppia: c’è tutto ciò che occorreva ci fosse. Il registro presso lo stato civile (diverso da quello per i matrimoni, come è giusto); i pubblici ufficiali che possono costituire l’unione civile; la disciplina del cognome (tenere il proprio, aggiungere quello del partner, prendere quello del partner); l’assetto patrimoniale scelto dalla coppia e quant’altro. Forse, qualche dubbio residua per quanto riguarda l’unione civile che discenda da cambiamento di sesso.

I mesi precedenti all’emanazione dei decreti avevano visto alcuni sindaci sostenere che avrebbero invocato l’obiezione di coscienza ove richiesti di costituire unioni civili, stante la loro opposizione politica e “morale” a tale istituto. Si trattava per lo più di sindaci appartenenti alla Lega. E’ stato loro risposto, con assoluta ovvietà, che la legge non prevedeva alcuna obiezione di coscienza, mentre l’ordinamento italiano lasciava spazio a tale istituto solo se legislativamente previsto (così è per l’aborto e così era per il servizio militare). Per di più, nel caso delle unioni civili, la norma prevede che i sindaci possano delegare altri pubblici ufficiali per la loro costituzione (e non “celebrazione”, che è termine pervicacemente riservato dalla legge al matrimonio). Ma era lecito temere che, pur peccando di eccesso di delega, i decreti attuativi inserissero una norma che lasciasse spazio all’obiezione di coscienza. Così per fortuna non è stato ed un sindaco che si rifiutasse di costituire un’unione civile o almeno di delegare altri abilitati a farlo compirebbe puramente e semplicemente un’omissione di atti di ufficio penalmente perseguibile.

Il secondo decreto attuativo (il DAGL n.50145) riguarda le questioni di diritto internazionale. Il punto più dolente che doveva essere affrontato era come potessero venire recepiti nell’ordinamento italiano i matrimoni di coppie dello stesso sesso contratti all’estero. Il decreto prevede che essi vengano trascritti in quanto unioni civili, dunque nell’apposito registro e con le dovute conseguenze giuridiche. Il che è in linea con la dizione della legge sulle unioni civili, con il senso della legge stessa e soddisfa anche quanto la Corte Costituzionale aveva dettato a suo tempo: che cioè il sistema tollerava l’assenza di riconoscimento del matrimonio per coppie dello stesso sesso, purché vi fosse un istituto equivalente a salvaguardare i diritti degli individui coinvolti.

Non altrettanto sicuri si può essere che la previsione soddisfi in pieno i dettami della Corte EDU.

Il terzo decreto (il DAGL n.50144) – forse il più importante perché denso di implicazioni sia pratiche che ideologiche – è quello che prende in considerazione la coppia unita civilmente rispetto al codice penale e al codice di procedura penale. Vediamolo con attenzione

Al comma 28 lettera c) dell’art. 1 L.76/16 il legislatore ha previsto che il Governo adotti decreti legislativi che introducano nell’ordinamento giuridico “modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti”. Dalla lettura della norma si evince che la lettera c) del citato comma attribuisce all’organo esecutivo una delega avente portata generale (diversamente quindi dalle precedenti lettere a) e b), la cui ampiezza di contenuti permette così al governo di intervenire normativamente in tutti quei settori dell’ordinamento giuridico che richiedono un necessario coordinamento con la legge sulle unioni civili.

È proprio nell’ampio spazio di azione lasciato al governo dalla sopra descritta delega che si inserisce lo schema di decreto che l’organo esecutivo ha predisposto per introdurre modifiche correttive e di coordinamento all’ordinamento penale.

Si tratta infatti di un settore, quello penale appunto, che, forse, più di tutti abbisogna di un intervento mirato, non foss’altro che per le sue ontologiche caratteristiche. Vano ed impensabile sarebbe stato difatti utilizzare, per giungere al suddetto risultato, la norma di coordinamento introdotta all’art. 1 comma 20 della l.76/2016. Ed invero, seppure apprezzabile sia lo sforzo del legislatore di creare un raccordo, almeno semantico, tra la novella normativa e l’intero ordinamento giuridico, tale norma si caratterizza per un duplice limite. Innanzitutto di tipo oggettivo/funzionale perché il comma 20 stabilisce sì che “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrano nelle leggi, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”, ma subordina siffatta estensione “Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno assolvimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso”. In altri termini, il legislatore ha deciso di limitare il principio estensivo a quelle norme dell’ordinamento giuridico rispetto alle quali il coordinamento sia funzionale all’effettività della tutela dei diritti e finalizzato al pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile.

Il secondo ed insuperabile limite della norma di coordinamento introdotta dal comma 20 dell’art. 1, più che essere interno alla norma medesima, deriva, come anticipato, dalle caratteristiche intrinseche allo stesso ordinamento giuridico penale, specie sostanziale. Un ordinamento infatti che si regge su un sistema di principi di derivazione costituzionale che ne fanno discendere un inviolabile rigore garantista: il riferimento è al principio di legalità nonché a quello di tassatività e determinatezza che, insieme, stabiliscono come imprescindibile l’espressa previsione dei fatti che costituiscono reato e impongono che il precetto penale, deputato a tale ultimo compito, lo assolva con precisione quasi chirurgica. Un ordinamento penale che sancisce il divieto di analogia in danno dell’imputato e che, così facendo, sbarra la porta a possibili effetti estensivi di disciplina che turbino il rigore sopra descritto.

Se a quanto finora detto circa la scarsa attitudine del comma 20 dell’art. 1 a fare da norma di coordinamento, si aggiunge anche che la L.76/16 è priva di una componente penalistica e che la medesima legge andrà ad incidere su un apparato di norme, il codice penale per l’appunto, risalente al 1930 che, solo in rare occasioni, ha avuto modo di essere oggetto di una revisione ed un adeguamento rispetto alle mutazioni in tema di rapporti familiari/sociali, da queste premesse non può che ritenersi essenziale un intervento normativo che sopperisca a tali lacune.

Ed è questo l’arduo compito a cui il governo ha tentato di far fronte con la predisposizione del decreto in questione.

Il criterio che ha guidato l’organo esecutivo nella stesura del testo normativo è, come emerge dalla stessa “Relazione illustrativa” al decreto, quello del “necessario coordinamento” tra la nuova disciplina sulle unioni civili e tutte le disposizioni del codice penale che individuano nella qualità di coniuge o nell’istituto del matrimonio elementi sui quali è costruita la fattispecie di reato o dai quali discendono effetti scriminanti o di attenuazione della risposta sanzionatoria o, al contrario, effetti che inaspriscono la pena. Puntare a questo adeguamento significa, in altri termini, fornire al sistema penale tenuta costituzionale rispetto al parametro dell’uguaglianza tra tutti i soggetti: significa cioè attribuire pari dignità, non solo sociale ma anche giuridica, alle parti di un’unione civile rispetto all’omologa figura del coniuge.

La prima modifica introdotta dal decreto nel codice penale riguarda l’art. 307 il quale offre al legislatore delegato lo spunto per ampliare ciò che agli effetti penali si intende con la locuzione “prossimi congiunti”. E così il decreto legislativo stabilisce che “all’art. 307, quarto comma, dopo le parole “il coniuge” sono inserite le seguenti: “la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso”. Quindi al concetto di prossimità che prima comprendeva solo gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti, si aggiungono anche i soggetti facenti parte di un’unione civile. La modifica introdotta dal governo trova la propria ratio sistematica nella circostanza che il codice penale ricorre spesso alla nozione di prossimo congiunto, sia prevedendo un’attenuazione della pena sia individuando una causa scriminante del reato.

La novella che così si introduce nel comma 4 dell’art.307 CP è particolarmente interessante perché alla Corte Costituzionale era stata a suo tempo sottoposta la questione di legittimità costituzionale della mancata previsione nell’esimente (o causa di non punibilità) del convivente more uxorio e la Corte si era pronunciata per la non sussistenza dell’incostituzionalità proprio avendo riguardo alla particolare disciplina riconducibile all’art.29 Cost. poiché laddove in tale norma si rammenta la famiglia, si deve intendere la famiglia unita dal matrimonio. La norma come ora novellata, in una portata che, per la sua dizione, trascende l’articolo stesso in cui è inserita, riconosce una assoluta parità fra la famiglia unita in matrimonio e l’unione civile.

Semmai si può aggiungere che un adeguamento costituzionalmente orientato prima o poi occorrerà porlo in sede penale anche per le convivenze riconosciute previste anch’esse dalla L.76/16.

Prendiamo poi l’art. 384 CP che individua una scusante per chi commette numerosi delitti contro l’amministrazione della giustizia (falsa testimonianza, frode processuale, favoreggiamento personale, ecc.) essendovi “stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore”; ebbene, a seguito della modifica introdotta dal decreto legislativo, anche le parti di un’unione civile beneficeranno di questa previsione. Stesso meccanismo estensivo opererà rispetto ad atre ipotesi di norme che analogamente individuano soggetti non punibili ovvero condotte punite con una pena attenuata: si pensi all’art. 386 CP che prevede un’attenuante per il prossimo congiunto che procura o agevola l’evasione di una persona legalmente arrestata o detenuta per un reato. Ed ancora il riferimento è anche a norme che individuano quei soggetti a cui si trasmettono alcuni dei diritti che fanno capo al suo originario titolare, come accade nell’art. 597 CP che estende il potere di proporre querela contro episodi diffamatori anche ai prossimi congiunti della persona offesa “se questa muore prima che sia decorso il termine per proporre querela o se si tratta di offesa alla memoria del defunto”.

Effetti ampliativi della punibilità si avranno invece con riferimento al reato di “Abuso d’ufficio” punito dall’art. 323 CP che fa rientrare nelle condotte abusive punibili anche quella di omissione dell’obbligo di astensione in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto.

Occorre aggiungere che gli effetti estensivi e di coordinamento che derivano dal nuovo art. 307 CP non si limitano ad operare al solo interno del codice penale ma investono anche disposizioni di diritto processuale penale. Pensiamo ad esempio all’art. 199 CPP che al primo comma (il 3°comma, come vedremo, è stato oggetto di una espressa modifica ad opera del decreto in questione) attribuisce ai prossimi congiunti dell’imputato la scelta di astenersi dal deporre come testimoni. Pensiamo poi all’art. 96, comma 3 CPP il quale prevede che la nomina del difensore di fiducia, finchè non vi provveda la persona stessa, possa essere fatta da un prossimo congiunto. Ed ancora all’art. 90 comma 3 CPP che in tema di diritti e facoltà della persona offesa dal reato, stabilisce che nel caso di morte di quest’ultima, “le facoltà e i diritti previsti dalla legge sono esercitati dai prossimi congiunti”. Ulteriore riferimento potrebbe farsi all’art. 282 ter CPP in materia di misure cautelari, nello specifico riguardo al “Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e dai suoi prossimi congiunti”. Da ultimo, ma l’elenco non è affatto esaustivo di tutte le ipotesi, si consideri l’art. 681 CPP che concede ai prossimi congiunti del condannato la possibilità di sottoscrivere la domanda di grazia diretta al Presidente della Repubblica.

Passiamo ora ad analizzare la seconda delle modifiche introdotte dal decreto legislativo al codice penale, ossia l’introduzione nel Titolo XI, capo IV del nuovo art. 574 ter, nella cui rubrica si legge “Costituzione di un’unione civile agli effetti della legge penale”. Al di là della collocazione sistematica dell’articolo all’interno dei delitti contro la famiglia (che però è molto significativa), la norma ha l’evidente scopo di assegnare un preciso senso ai termini “coniuge” e “matrimonio”, in maniera tale che essi comprendano, il primo, la parte dell’unione civile, ed il secondo, la costituzione di un’unione civile.

È evidente che l’effetto innovativo introdotto dal nuovo art. 574 ter è idoneo a incidere su tutte quelle norme del diritto penale sostanziale e processuale che fanno riferimento, a diversi effetti, alla figura del coniuge e/o all’istituzione matrimoniale.

Passiamo in rassegna alcuni degli esempi possibili in tal senso.

Il reato di “Bigamia” (art. 556 CP) che punisce sia chi, legato da un matrimonio, ne contrare un altro, sia chi non essendo coniugato contrae matrimonio con persona già sposata, potrà ora, con il nuovo art. 574 ter, estendere la propria portata punitiva anche nei confronti di persone unite civilmente. Stessa ratio estensiva si esplica anche rispetto al reato di “Induzione al matrimonio mediante inganno” ex art. 558 CP. Analogamente per l’ipotesi di “Omicidio aggravato” di cui all’art. 577 CP che prevede un aumento di pena quando l’omicidio doloso sia commesso contro il coniuge. Ed ancora si pensi al reato di “Violazione degli obblighi di assistenza familiare” (art. 570 CP) che sanziona chi si sottrae agli “obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge”, o ai reati di “Sequestro di persona” (art. 605 CP), di “Violenza sessuale aggravata” (art. 609 quater CP) e “Stalking” (art. 612 bis CP), che prevedono un’aggravante se il fatto di reato è commesso contro il coniuge.

Occorre precisare che non mancano neppure effetti estensivi in bonam partem: si pensi ad esempio al reato di “Sottrazione consensuale di minorenni” ex art. 573 comma 2, CP che prevede un’attenuante se il fatto è commesso “per fine di matrimonio”.

Numerose, come prevedibile, sono anche le ripercussioni sul sistema processuale. Si pensi all’art. 35 CPP secondo cui nello stesso procedimento non possono esercitare funzioni di giudice colore che sono tra loro coniugi; ed all’art. 36 CPP che, tra le situazioni in cui il giudice ha l’obbligo di astenersi, vi inserisce quelle in cui il coniuge è persona offesa o danneggiato dal reato, ovvero svolge o ha svolto funzioni di pubblico ministero.

Terzo intervento correttivo operato dal decreto legislativo riguarda invece l’art. 649 CP rubricato “Non punibilità e querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti”. Nella modifica proposta dal decreto si prevede di inserire, al primo comma, dopo il numero 1, il numero 1 bis che aggiunge all’elenco dei soggetti non punibili per i reati contro il patrimonio commessi anche in danno della “parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, in costanza di abitazione”. Sulla norma si era già espressa la Corte Costituzionale rilevandone incidentalmente l’assoluta inadeguatezza all’evoluzione dei tempi e incitando così il legislatore ad intervenire con un “indispensabile aggiornamento della disciplina dei reati contro il patrimonio commessi in ambito familiare (sent. n° 233 del 2015).

Occorre da ultimo fare riferimento alle modifiche che il decreto legislativo in esame propone per il codice di procedura penale.

In realtà la modifica riguarda esclusivamente l’art. 199, comma 3 CPP che attiene all’ipotesi in cui la possibilità di astenersi dal testimoniare sia concessa anche alla persona nei cui confronti è intervenuta sentenza di annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto ( a seguito della modifica la cessazione degli effetti riguarderà anche l’unione civile) e limitatamente ai fatti verificatisi o appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale che, con la novella legislativa, andrà ad equipararsi alla convivenza derivante dall’unione civile.

In materia processuale, null’altro aggiunge il legislatore delegato anche se, come sopra descritto occorre ricordare che, seppur non intervenendo direttamente, gli effetti di necessario coordinamento tra la L.76/16 e il codice di procedura penale sono comunque indirettamente derivati dalle incisive modifiche al codice sostanziale, ed in particolare all’art.307 CP.

Si può legittimamente concludere che i decreti attuativi, pur rimanendo nella cornice della legge delegante, costituiscono un rafforzamento giuridico (e quindi anche sociale) dell’istituto dell’unione civile, evitando di avallare distinzioni speciose fra matrimonio e unione civile: stessa ratio e stessi presupposti (volontà, affetto, convivenza ecc.) e dunque stesse conseguenze giuridiche pur in un quadro di netta distinzione formale. Con buona pace di chi puntava (e forse anche in futuro punterà) all’unione civile come ad un istituto di minor “peso” e valore rispetto al matrimonio.

Stepchild adoption e Gestazione Per Altri (GPA)

Fin dall’inizio, nonostante esso fosse stato previsto da molte proposte di legge, il diritto ad adottare da parte della coppia omosessuale era stato escluso dal disegno di legge varato dalla commissioni referenti di Camera e Senato e proposto al vaglio dell’aula. Lo stesso disegno di legge della Camera (il DDL Cirinnà) però prevedeva il diritto del partner ad adottare il figlio dell’altro o dell’altra: cosa logica visto che i figli vengono allevati da ambedue i membri della coppia e quindi sembra naturale legare anche il secondo padre o la seconda madre ai propri doveri verso il minore, prima ancora che vedere riconosciuti i diritti del secondo padre o della seconda madre verso di esso. Insomma, si tratterebbe di una norma certamente a vantaggio del minore.

Ma l’opposizione (anche quella interna al PD), seguendo in questo l’andamento di certi sondaggi, che avevano mostrato un consenso diffuso al riconoscimento della coppia, ma un giudizio prevalentemente negativo circa la genitorialità della coppia stessa, ha fatto trincea su questa previsione della cosiddetta stepchild adoption, tanto che il governo, infine, pur di sbloccare la situazione, ha ritirato la norma sull’adozione del figlio del partner e così ha fatto passare il disegno di legge in via definitiva. Il movimento omosessuale, giustamente, ha protestato per la soppressione di tale diritto, ma, pur di portare a casa il risultato delle unioni civili, ha rinviato ad altro momento la battaglia sull’adozione, sia quella interna alla coppia che quella della coppia verso minori non della coppia stessa.

Non bisogna dimenticare che mentre il tema dell’adozione (interna o esterna alla coppia omosessuale) veniva ideologicamente dibattuto nell’agone (si fa per dire!) politico, intanto, in concreto, molti Tribunali si stavano pronunciando per riconoscere il diritto ad adottare interno alla coppia, andando a formare una giurisprudenza abbastanza compatta.

In maniera assai speciosa, accanto alla discussione sulla stepchild adoption è montata anche una specie di discussione (perlopiù basata su elementi di scarsa conoscenza, quanto mai ideologici e lontani dai dati di realtà) sulla gestazione per altri (GPA o utero in affitto). Si è voluto sostenere che riconoscere la stepchild adoption avrebbe indotto le coppie gay maschili a ricorrere alla GPA (fuori d’Italia, nei paesi che ad esse la consentono) per poi richiedere la stepchild adoption da parte del padre non naturale del figlio del partner. Siccome la GPA, così si diceva, è una pratica eticamente e socialmente deprecabile, invece di intervenire su di essa si preferiva intervenire sulla stepchild adoption che alla GPA poteva portare. Ignorando che la GPA da parte delle coppie gay maschili è fenomeno che riguarda pochissimi casi, mentre la stepchild adoption sarebbe andata a sanare molti altri casi i cui il figlio di un partner della coppia gay era invece nato in maniera del tutto naturale da un pregresso rapporto eterosessuale. Ma tant’è: l’opposizione alla stepchild adoption e la discussione sgangherata sulla GPA è stata l’ultimo baluardo individuato dall’opposizione per cercare di bloccare la legge sulle unioni civili.Il paradosso è stato che su questa trincea (quella della GPA) la destra: sia quella moderata che quella estrema, hanno trovato un insperato appoggio in una parte del movimento femminista e di quello lesbico (non nel loro complesso, beninteso). Il furore ideologico di questa parte del movimento si è posto a fianco e a oggettivo rafforzamento dell’opposizione alle unioni civili. Naturalmente, poiché da parte della destra il riferimento alla GPA era del tutto specioso, ma serviva contingentemente per opporsi alle unioni civili, una volta passata – ahiloro! – la legge, della GPA, in pratica, non si è più parlato. Così il ricorso alla GPA continua ad essere posto in essere massimamente dalle coppie eterosessuali sterili e, sia pure in misura assai ridotta, da parte delle coppie omosessuali.

Le lesbiche (alcune, di nuovo, non tutte) nel mese di ottobre hanno ripreso il tema della GPA in un documento rivolto all’Unione Europea affinché la GPA venga bandita con legge universale. Ovviamente, non è compito della legge europea (né, tanto meno, di quella italiana) farsi legge universale, ma tant’è. Ci si rende forse conto che la GPA è una pratica del tutto ammessa e consueta in certe nazioni (extraeuropee, salvo due casi) e quindi difficilmente si potrà arginarla con leggi interne. Come dimostrano anche ormai numerosissime sentenze italiane ed europee che in pratica la hanno depenalizzata e, comunque, hanno riconosciuto i diritti del minore sia pure nato da una pratica vietata.

Il Consiglio d’Europa (che vede al proprio interno una maggioranza di destra) il giorno 11 ottobre 2016 ha varato una decisione (si trattava di approvare o meno un rapporto interno che aveva qualche timida apertura sui diritti dei figli nati da GPA) che si esprime contro la GPA ed anche contro il riconoscimento dei diritti del minori che siano nati a seguito di questa. Il Consiglio si è verticalmente spaccato in due (83 per il divieto, 77 contrari e 7 astenuti) non scorgendo che in questo modo si perdeva l’occasione di disciplinare quanto meno il riconoscimento e i diritti dei minori, lasciano l’intero sistema come una prateria in cui assieme a convogli disciplinati possono scorrere ogni genere di avventurieri e profittatori. Non scorgendo, inoltre, come la Corte EDU da anni ormai è giunta a riconoscere e disciplinare – tendenzialmente per tutti i paesi membri – i diritti dei nati da surrogazione ed è facile previsione che essa non rivedrà le proprie posizioni in ragione di una decisione del Consiglio d’Europa.

Il persistere di atti omofobici


In questo ultimo anno non si sono avuti in Italia episodi di omofobia che abbiano attinto a livelli gravissimi. Per intenderci, non solo non ci sono stati omicidi dettati da omofobia, ma neanche suicidi provocati da atti omofobici e si sono diradati anche gli atti di aggressione fisica in ragione dell’orientamento sessuale, vero o presunto. Sono invece continuati come uno stillicidio gli episodi di bullismo, specie scolastico, contro giovani omosessuali, veri o presunti tali.

E’ troppo presto per dire se il riconoscimento dell’unione civile fra persone dello stesso sesso dia una legittimazione e dignità sociali tali da far attenuare consistentemente gli episodi omofobici. Dovrebbe essere così, ma non è detto; anzi può accadere che la maggiore visibilità connessa alle unioni generi reazioni distorte in senso omofobico: è stato così negli USA, per esempio. Ma piace pensare che la discussione pubblica che si è avuta in occasione dell’approvazione della legge sulle unioni civili abbia donato un riconoscimento sociale agli omosessuali così da togliere loro o almeno attenuare lo stigma sociale che, almeno agli occhi di alcuni, tale orientamento sessuale comporta. Certamente anche le immagini, divulgate da tutti i media, ma soprattutto da quelli social, di coppie dello stesso sesso che si uniscono e si baciano davanti al sindaco e di fronte a parenti ed amici hanno contribuito sottilmente, ma potentemente a “normalizzare” l’immagine di gay e lesbiche. In questo senso si può ben dire che le unioni civili hanno costituito un punto di svolta la cui portata potrà essere pienamente apprezzata a medio-lungo termine.

Ci sembra sia risultato di tale “normalizzazione” il fatto che in questo mese di ottobre la Ministra della Difesa Pinotti si sia impegnata a combattere l’omofobia nelle forze armate e a promuovere le unioni anche all’interno di esse.