Garanzie del lavoro e garanzie di reddito

Scritto da: Lorenzo Fanoli - Angela Condello

Aggiornato al: 02/11/2017

Il punto della situazione


In linea generale, nel 2016 e nel primo semestre del 2017, le dinamiche relative a disoccupazione, occupazione e redditi delle famiglie fanno registrare lievi miglioramenti.

Tuttavia la situazione è ben lontana dal poter essere considerata positivamente:

  • i dati disponibili pubblicati da Istat e Inps sugli andamenti del mercato del lavoro in Italia testimoniano di una situazione in miglioramento;
  • crescono in particolare i posti di lavoro a orario pieno e a tempo determinato;
  • i tassi di disoccupazione generali tra il primo trimestre 2016 e lo stesso periodo del 2017 rimangono stabili;
  • diminuiscono in maniera significativa i tassi di disoccupazione giovanile;
  • rimane stabile la proporzione di circa 3,5 milioni di persone in condizione di sotto-occupazione o part time involontario;
  • tuttavia nel panorama europeo la crescita dell’occupazione in Italia è ancora inferiore alla media continentale;
  • sul terreno dell’equità della distribuzione dei redditi e della diffusione del fenomeno della povertà un recente comunicato di Istat definisce la situazione in miglioramento;
  • nonostante ciò, il nostro Paese continua ad essere uno dei paesi europei coi più alti indicatori di diseguaglianza e di diffusione di fenomeni di disagio economico e sociale.

Nel semestre appena trascorso si è consumato quello che può ben definirsi il pasticciaccio dei voucher nel quale il Governo non si può dire abbia dato buona prova di sé e che viene considerato, dalla CGIL e dalle forze promotrici del referendum che chiedeva di abolirli, “uno schiaffo alla democrazia”.

Va sottolineato che il numero che tra il 2010 e il 2016 la quantità di voucher venduti in Italia e cresciuto del 1396%, superando il numero di 134 milioni, corrispondenti a un totale stimabile in 16,75 milioni di giornate uomo corrispondenti a circa 80-90 mila posti di lavoro a tempo pieno.

Sul fronte del contrasto alla povertà il Governo ha presentato un disegno di legge che istituisce il Reddito di Inclusione Attiva (REI): una misura di sostegno al reddito con un contributo mensile che può arrivare fino a 490 euro, rivolto alle persone che dispongono di un reddito inferiore a 6.000 euro l’anno.

Sul piano normativo si può facilmente prevedere che nel corso in questa legislatura, anche se giungesse a sua scadenza naturale, non vedrà la luce nessun provvedimento istitutivo di un qualsivoglia tipo di reddito di cittadinanza. Nel corso degli ultimi dodici mesi trascorsi, si è, inoltre, diffuso un dibattito del tutto fuorviante che pone in contrapposizione diritto al lavoro e diritto al reddito: a tale proposito abbiamo cercato di contribuire a proporre in maniera più adeguata i termini della questione nell’ultimo paragrafo di questo capitolo.



Povertà, andamento del reddito delle famiglie e sua distribuzione in Italia e in Europa


Come nelle altre edizioni del Rapporto il primo elemento d’analisi per illustrare il quadro della situazione riguarda la distribuzione del reddito e le dinamiche della diffusione della povertà.

Infatti i due principali fenomeni che caratterizzano la fase storica delle economie occidentali e che impattano direttamente sul diritto dei cittadini ad un reddito che consenta loro un’esistenza dignitosa sono rappresentati:

  • dall’allargamento dell’area della povertà con il progressivo coinvolgimento di fasce di popolazione appartenenti a settori di classe media e lavoratori salariati;
  • dall’aumento costante delle disuguaglianze di reddito con la concentrazione delle ricchezze negli strati alti della piramide sociale.

La figura 1 riporta le distribuzioni percentuali della popolazione a rischio di povertà (rappresentata dall’insieme degli individui che dispone di un reddito inferiore al 60% rispetto al valore mediano nazionale(1)).

Come si può vedere, con il 19,9% di individui a rischio di povertà, nel 2015, l’Italia si posiziona al quartultimo posto dell’insieme dei Paesi dell’area euro e ben al di sotto della media UE


Fig.1 Percentuali di individui a rischio di povertà nell’Unione Europea, e nei paesi dell’area Euro - 2015

Image_0.jpg

Fonte: Eurostat giugno 2017


Anche l’andamento dinamico dei dati tra il 2007 e il 2015 non evidenzia segnali di miglioramento e anzi, mostra una tendenza costante all’allargamento dell’area del rischio di povertà, soprattutto in Italia, in particolare tra il 2014 e il 2015, mentre nell’area euro sembrerebbe essersi verificata, per la prima volta dopo molto tempo, una piccola inversione di tendenza.


Fig.2 Dinamica delle percentuali di popolazione a rischio di povertà nell’area Euro e in alcuni dei paesi 2007 - 2015

Image_1.png

Fonte: Eurostat giugno 2017


Rispetto a tali dinamiche va segnalato che le ultime rilevazioni di Istat, i cui dati provvisori sono stati resi pubblici in occasione dell’audizione sul Def del 9 aprile scorso, segnalano una sostanziale stabilità della situazione, mentre, sembra migliorare la dinamica delle distribuzione dei redditi.


L’ineguaglianza della distribuzione del reddito.


Quanto alla disparità della distribuzione dei redditi la fig. 3 evidenzia la ripartizione del reddito complessivo disponibile nell’area euro, confrontando, da un lato, la percentuale di reddito disponibile al 20% della popolazione con redditi più alti rispetto al restante 80%, dall’altro.

Anche in questo raffronto l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica. Nel nostro paese il 20% più ricco dispone dell’85,3% del reddito complessivo nazionale a fronte di una media europea dell’83,9%.

Nel dettaglio la situazione italiana è decisamente peggiore non solo rispetto ai paesi scandinavi o alla Germania e alla Francia ma anche in confronto a Slovenia, Austria, Irlanda, Belgio.

La situazione italiana è di poco migliore rispetto a Spagna, Portogallo, Grecia, e alle tre repubbliche del Baltico.


Fig.3 Indicatore di ineguaglianza di reddito tra percettori di redditi alti e redditi bassi anno 2015.

(proporzione di reddito complessivo guadagnato dal 20% più ricco rispetto a quello guadagnato dal 20% più povero).

Image_2.jpg

Fonte: Elaborazioni su dati EUROSTAT giugno 2017

Guardano poi alla dinamica di tale indicatore e confrontando ciò che è successo nel nostro Paese con l’insieme dell’aerea euro, la situazione degli ultimi sette anni non sembra affatto migliorare e tende a stabilizzarsi sul livello più elevato negli ultimi tre anni.

Fig.4 Andamento della percentuale di reddito complessivo disponibile da parte del 20% più ricco della popolazione in Italia e nell’area Euro anni 2005-2015.

Image_3.png

Fonte: Elaborazioni su dati EUROSTAT giugno 2017


Va tuttavia segnalato che, secondo l’Istat, nel 2016 le diseguaglianze di reddito si sarebbero attenuate per effetto di diverse misure governative: il bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti; l’aumento della quattordicesima per i pensionati e l’ implementazione parziale del Sostegno di Inclusione Attiva (SIA).

Secondo Istat, infatti: “queste modifiche al sistema di tasse e benefici aumentano l’equità della distribuzione dei redditi disponibili. La diseguaglianza, misurata dall’indice di Gini, si riduce dal 30,4 al 30,1 e il rischio di povertà diminuisce di quasi un punto percentuale, dal 19,2 al 18,4%”(2).

Come specifica il comunicato stampa e il documento ad esso connesso, si tratta per il momento di micro-simulazioni che andranno poi valutate e verificate alla luce dei dati effettivi ancora in via di consolidamento.

Occupazione disoccupazione, precariato, effetti del Jobs Act


Occupazione e disoccupazione in Italia

L’analisi dei dati relativi a occupazione e disoccupazione evidenziano andamenti in leggero miglioramento:

  • complessivamente tra il primo trimestre 2016 e il primo trimestre 2017 gli occupati sono cresciuti di circa 168 mila unità, nel biennio;
  • il tasso di disoccupazione si è stabilizzato all’11,6%

Se si considera l’intero periodo di entrata in vigore del Jobs Act, cioè dal primo trimestre 2015, gli occupati sono aumentati complessivamente di 568 mila unità e il tasso di disoccupazione è passato dal 12,3 all’ 11,6%.


Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione nell’Unione Europea è passato dal 9,3% all’8,6%.


In Italia, la percentuale di occupati rispetto al totale della popolazione di età compresa tra i 15 e i 74 anni è tornata quasi al livello pre-crisi, ma al 49,9%, resta il terzo tasso più basso tra i paesi OCSE.


Si sono anche ridotti i tassi di disoccupazione giovanile (nella fascia tra 18 e 29 anni, nel confronto tra primo trimestre 2015 e lo stesso periodo del 2017, si è passati dal 32,0 al 28,6%, in quella relativa alle persone con età compresa tra 20 e 24 anni la riduzione è stata addirittura più consistente passando dal 41,5% al 34,9%).

Anche la dimensione del fenomeno dei NEET (giovani che non studiano e non lavorano) pur rimanendo drammatica sembra attenuarsi con una riduzione nel biennio 2015-2017 di circa 254 mila persone (il tasso di riduzione nel biennio è pari a 7,4%).

Tab. 1 Andamento del numero (000) di Occupati dinamica 2010-17 (I° trimestre)

 

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.

Primo Trim.


2010

2011

2012

2013

2014

2015

2016

2017

Uomini

13.359

13.297

13.115

13.244

12.904

12.997

13.147

13.188

Donne

9.061

9.240

9.310

9.458

9.300

9.344

9.411

9.538

TOTALE

22.420

22.536

22.424

22.702

22.203

22.341

22.558

22.726

Fonte: Istat Statistiche sulla disoccupazione

Tab. 2 Andamento dei tassi di disoccupazione nel biennio 2014-2016 (I° trimestre)


 

Primo Trim.

Primo Trim

Primo Trim

Primo Trim

Primo Trim

Primo Trim

Primo Trim

Primo Trim


2010

2011

2012

2013

2014

2015

2016

2017

TOTALE

8,5

8,0

10,0

11,9

11,9

12,3

11,6

11,6

Uomini

7,5

7,2

9,2

11,1

11,1

11,6

10,9

10,7

Donne

9,8

9,0

11,3

12,9

12,9

13,3

12,4

12,8

Tasso di disoccupazione giovanile









18-29 anni

21,2

20,6

24,7

29,6

33,6

32,0

29,7

28,6

20-24 anni

25,7

27,1

32,5

38,4

43,2

41,5

38,2

34,9

25-34 anni

13,0

11,7

14,9

17,5

19,6

19,4

18,2

18,2

Fonte: Istat Statistiche sulla disoccupazione




Fig. 5. NEET (giovani che non studiano e non lavorano) in Italia 2012 - I° Trimestre 2017 per genere. (migliaia di persone)

Image_4.jpg

Fonte: Istat Statistiche sulla disoccupazione


Nel complesso, quindi la situazione occupazionale nel nostro paese nel biennio 2015-17 va migliorando e, tuttavia, prima di attribuire tutti gli effetti per la realizzazione di queste dinamiche al Jobs Act e alle misure governative va considerato che, nel I° trimestre del 2017, il numero di occupati dell’intera Unione Europea ha raggiunto il suo massimo storico con un incremento percentuale rispetto allo stesso periodo del 2016 dell’1,4%.

In Italia il tasso percentuale di crescita è stato piuttosto inferiore e pari allo 0,7% nello steso periodo.

Non si può quindi escludere l’ipotesi che gli andamenti congiunturali dei mercati internazionali e la ripresa economica che sta riguardando la maggioranza dei paesi industrializzati e di quelli, cosiddetti, emergenti, abbiano influito sulle dinamiche occupazionali in maniera più incisiva rispetto alle misure di liberalizzazione del mercato del lavoro in Italia.

Qualsiasi sia comunque il fattore determinante la situazione va migliorando ma permangono fortissime disparità di distribuzione dei redditi.


Precariato e sotto-occupazione involontaria

Accanto ai temi della povertà, della diseguaglianza della distribuzione del reddito e dei tassi generali di occupazione e disoccupazione, va considerata la dimensione e la diffusione della precarietà, valutando in particolare le dinamiche delle numerosità e delle condizioni dell’insieme di quei lavoratori “intermittenti” che non godono di costanza di reddito o che lavorano a tempo parziale e che, nell’attuale congiuntura, risultano essere tra coloro che presentano maggiori rischi di vedere scendere il proprio tenore di vita al di sotto delle soglie di povertà.

Se si sommano i sotto-occupati a coloro che prestano un lavoro part-time “involontario” si raggiunge la quota di quasi 3 milioni e mezzo di individui e si presenta costante nel biennio trascorso tra il primo trimestre 2015 e il primo trimestre 2017. Tale fenomeno quindi non ha subito influenza alcuna né dalla ripresa economica internazionale né dal Jobs Act.


Tab.3 Migliaia di persone sotto-occupate e occupate in forme di part-time involontario in Italia (primo trimestre 2015-primo trimestre 2017)



Primo Trim.

Secondo Trim.

Terzo Trim.

Quarto Trim.

Primo Trim.

Secondo Trim.

Terzo Trim.

Quarto Trim.

Primo Trim.


2015

2015

2015

2015

2016

2016

2016

2016

2017

SOTTO OCCUPATI










maschi

311

317

275

292

299

348

265

291

332

femmine

485

466

410

439

423

481

397

437

474

totale

795

783

684

732

722

829

662

728

806

PART TIME INVOLONTARIO










maschi

799

860

869

848

843

892

840

858

868

femmine

1.824

1.810

1.816

1.818

1.845

1830

1777

1818

1773

totale

2.623

2.669

2.685

2.666

2.688

2.722

2.617

2.676

2.641

TOTALE










maschi

1.109

1.177

1.144

1.141

1.142

1239

1104

1149

1200

femmine

2.309

2.275

2.226

2.257

2.268

2311

2174

2255

2247

totale

3.418

3.452

3.369

3.398

3.410

3.550

3.278

3.403

3.447

Fonte: Istat Statistiche sull’occupazione

Un ulteriore elemento da considerare riguarda l’andamento e la ripartizione delle posizioni professionali per numero di ore lavorate (Fig. 6).

Nel 2016 il 50,7% dei 22,5 milioni di residenti in Italia e occupati lavora a tempo pieno, il restante 49,3% si ripartisce tra chi lavora meno di mezza giornata (il 25,5%) e chi è occupato tra 26 e 39 ore la settimana (il 23,8).

Se si guarda alla dinamica del fenomeno, in particolare tra il 2015 e il 2016 si può notare che la crescita, piuttosto consistente, superiore a 400 mila individui, di lavoratori a tempo pieno.



Fig. 6. Ripartizione degli occupati in base alle ore lavorate alla settimana (000 di individui)

Image_5.jpg

Fonte: Istat Statistiche sull’occupazione

L’ultimo aggiornamento dell’osservatorio sul precariato di Inps

Per chiudere il quadro vale, infine, la pena di riportare le valutazioni positive, rispetto agli andamenti della situazione, espresse dall’Osservatorio sul precariato di INPS e relative al periodo gennaio – aprile 2017.


Nei primi quattro mesi del 2017, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +559.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+390.000) che del 2015 (499.000).


Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) alla fine del 1° quadrimestre del 2017 risulta positivo e pari a +490.000. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+29.000), dei contratti di apprendistato (+47.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+415.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.

Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale. Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato.

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio-aprile 2016 (-0,6%); così come stabili risultano le dimissioni (+0,4%).


I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”, dove ogni mese vengono pubblicati gli aggiornamenti tabellari dei nuovi rapporti di lavoro e delle retribuzioni medie.


In sintesi.


  • i dati disponibili pubblicati da Istat e Inps sugli andamenti del mercato del lavoro in Italia testimoniano di una situazione in miglioramento;
  • crescono in particolare i posti di lavoro a orario pieno e a tempo determinato;
  • i tassi di disoccupazione generali tra il primo trimestre 2016 e lo stesso periodo del 2017 rimangono stabili;
  • diminuiscono in maniera significativa i tassi di disoccupazione giovanile;
  • rimane stabile la proporzione di circa 3,5 milioni di persone in condizione di sotto-occupazione o part time involontario;
  • tuttavia nel panorama europeo la crescita dell’occupazione in Italia è ancora inferiore alla media continentale;
  • sul terreno dell’equità della distribuzione dei redditi e della diffusione del fenomeno della povertà un recente comunicato di Istat definisce la situazione in miglioramento;
  • nonostante ciò il nostro Paese continua ad essere uno dei paesi europei coi più alti indicatori tassi di diseguaglianza e di diffusione di fenomeni di disagio sociale.

  • Il pasticciaccio dei voucher


    Tra la fine del 2016 e il primo semestre del 2017 il Governo e il Parlamento Italiano non si può dire che abbiano dato una buona prova nel trattare la questione dei voucher.

    Negli scorsi aggiornamenti del rapporto avevamo dato conto dell’enorme esplosione dei voucher che tra il 2010 e il 2016 sono aumentati del 1394%.

    Tra il 2010 e il 2016 (ultimo dato disponibile da Istat) i voucher del valore unitario di 10€ venduti in Italia sono passati da 9,7 a 134 milioni.


    134 milioni di voucher venduti corrispondono a oltre 16 milioni di giorni/uomo che equivalgono a circa 80-90 mila posti di lavoro a tempo pieno nell’anno 2016.


    Fig. 7. Milioni di voucher da 10 € venduti in Italia (2010-2016)

    Image_6.jpg

    Fonte: Inps: Osservatorio sul lavoro intermittente

    Secondo molte testimonianze, studi approfonditi e valutazioni provenienti da disparate fonti, non solo di parte sindacale, tale strumento è stato spesso utilizzato dai datori di lavoro per nascondere e “coprire” forme di lavoro irregolari e del tutto simili al lavoro nero. Il voucher è diventato, in molte occasioni anche uno strumento da utilizzare e mostrare nei casi di ispezioni e controlli, oppure quando si verificano infortuni sul lavoro per giustificare la presenza in azienda (o in cantiere edile o nei campi in caso di lavoro agricolo) del lavoratore.


    Sulla base di tali motivi e considerazioni la CGIL ha promosso una raccolta di firme per la loro abolizione raccogliendo oltre un milione di firme nel 2016.


    Il 12 Marzo del 2017, facendo seguito alla decisione della Consulta di ammissibilità di due quesiti relativi all’abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti e alla abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher), il Consiglio dei Ministri fissava la data del 28 maggio per lo svolgimento del referendum abrogativo.

    Successivamente, il 17 Marzo, il Governo emanava un decreto legislativo che abrogava de facto entrambi gli articoli di legge oggetto del referendum.

    Conseguentemente il 27 aprile  la Corte di Cassazione, ha dichiarato, ai sensi dell'art. 39 della legge 25 maggio 1970, n. 352, che le operazioni relative ai referendum aventi, rispettivamente le denominazioni "Abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti" e "Abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)" non hanno più corso.

    Allontanato il pericolo di una consultazione popolare che avrebbe messo in grave difficoltà la maggioranza e sottoposto al giudizio politico dei cittadini gran parte dell’approccio che ha guidato il Governo nella determinazione delle politiche del lavoro in questa legislatura, i voucher sono stati reintrodotti, sia pur in forma diversa, sotto forma di proposta di legge presentata in commissione bilancio della Camera il 26 maggio.

    La proposta introduce un nuovo strumento sia per le famiglie, con il "Libretto famiglia", sia per le aziende, cioè il nuovo "contratto di prestazione occasionale". Rimane il limite alle microimprese sotto i 5 dipendenti, salvo per l'agricoltura, e vengono confermati i tetti ai compensi a 5mila euro e non più di 2.500 euro dal medesimo datore di lavoro.

    A sua volta, l'utilizzatore non potrà superare i 5mila euro di compensi. Rispetto ai vecchi voucher si alza il compenso per chi svolge attività presso le imprese, da 7,50 euro netti a 9 euro l'ora. Sale anche la quota contributiva a carico del datore (al 33%). Vengono poi stabiliti dei limiti: non sono ammesse le aziende con più di 5 dipendenti, quelle del settore dell'edilizia e prestazioni inferiori alle 4 ore. Non si potrà inoltre fare più incetta andando dal tabaccaio. La gestione delle operazioni sarebbe infatti affidata a un portale ad hoc dell'Inps.

    Quanto al libretto famiglia, ogni titolo di pagamento vale dieci euro, cui si sommano altri due euro per i contributi e l'assicurazione. Unica novità un contributo erogato mediante il libretto famiglia per l'acquisto di servizi di babysitting, ovvero per far fronte agli oneri della rete pubblica di servizi per l'infanzia o dei servizi privati accreditati. 

    Tale operazione è stata fortemente criticata da CGIL, dai promotori del referendum e dal gruppo parlamentare di MDP, nato dalla scissione del PD, componente la maggioranza di governo.

    Il maggiore sindacato italiano considera questo un vero e proprio schiaffo alla democrazia e ha lanciato una petizione che ha già raggiunto le 40.000 firme a fine giugno.

    In tale appello si dichiara che:

    • “un Parlamento che, nel giro di poche settimane, smentisce se stesso, mina alle fondamenta la sua stessa credibilità e offende etica e valori delle istituzioni democratiche;
    • mai nella storia della Repubblica era accaduto che un Governo intervenisse strumentalmente con un Decreto per impedire un referendum e pochi giorni dopo promuovesse un’iniziativa parlamentare per reintrodurre ciò che il referendum intendeva abrogare;
    • sia pertanto evidente l’intenzione del Governo e della sua maggioranza di impedire a noi cittadini di decidere attraverso il voto referendario;
    • tutto questo configuri una gravissima lesione della democrazia, un’aperta violazione dell’art. 75 della nostra Costituzione che definisce il diritto al ricorso all’istituto referendario, un’offesa ai milioni di cittadini che hanno firmato a sostegno del referendum proposto dalla CGIL.

    Novità legislative e iniziative politiche


    Le proposte e le misure governative di contrasto alla povertà.


    Per contrastare la diffusione del fenomeno della povertà, ormai quasi strutturale per il nostro Paese, il 7 giugno 2017 il Governo ha reso noto di aver deliberato una nuova misura di contrasto alla povertà a livello nazionale, denominata Reddito di Inclusione Attiva (REI), attraverso un decreto legislativo che è ora alla valutazione di Camera e Senato.

    Tale misura verrà attivata a partire dal gennaio 2018 ed è costituita principalmente da un beneficio economico, variabile tra 190 e 490 euro al mese, che verrà riconosciuto alle famiglie con un reddito ISEE inferiore ai 6.000 euro l’anno e un valore del patrimonio immobiliare inferiore ai 20.000 euro. Da tale calcolo è esclusa la casa di proprietà.

    In prima applicazione sono prioritariamente ammessi i nuclei con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati ultra cinquantacinquenni. Secondo stime del governo, si rivolgerà a 660 mila famiglie, 560 mila con figli minori. Fermo restando il possesso dei requisiti economici, il REI è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa.

    Si tratta di un beneficio economico erogato su dodici mensilità, con un importo che andrà da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o piu’ componenti.  Il ReI sarà concesso per un periodo continuativo non superiore a 18 mesi e sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo richiedere nuovamente.

    Al ReI si accederà attraverso una dichiarazione a fini ISEE “precompilata”. E’ un’importante innovazione di sistema, che caratterizzerà l’accesso a tutte le prestazioni sociali agevolate migliorando la fedeltà delle dichiarazioni da un lato e semplificando gli adempimenti per i cittadini dall’altro

    In precedenza nel 2106 era stata istituita una prima forma di sostegno al reddito di alcune categorie di famiglie, denominato SIA ( Sostegno all’Inclusione Attiva) attraverso un decreto interministeriale il 26 maggio 2016.

    Va poi ricordato che, nella primavera del 2014, il Governo aveva messo in campo l’iniziativa del bonus di 80 euro per i lavoratori a basso reddito che, dal punto di vista del contrasto alla povertà non sembra aver determinato effetti specifici. Tale misura ha, invece, inciso, sull’andamento complessivo dei redditi, in particolare tra le fasce di popolazione collocate ai gradini bassi delle piramidi rappresentative delle distribuzioni dei redditi da lavoro dipendente.


    Estensione delle prestazioni di Welfare per lavoratori autonomi e Partite IVA.

    Mercoledì 10 maggio il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul lavoro autonomo, che stabilisce alcune nuove regole per i lavoratori con la partita IVA. Formalmente il DDL, che è stato approvato con 158 voti favorevoli, 9 contrari e 45 astenuti, stabilisce «misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato».

    Per gli iscritti alla gestione separata Inps i congedi parentali salgono da 3 a 6 mesi entro i primi tre anni di vita del bambino; e durante la maternità si avrà la possibilità di ricevere l'indennità pur continuando a lavorare (non scatta l'astensione obbligatoria).In caso di malattia o infortunio, su richiesta dell'interessato, si potrà sospendere la prestazione (salvo venga meno l'interesse del committente).

    Primo obiettivo della legge è impedire le condotte abusive da parte del committente: «Si considerano abusive e prive di effetto le clausole che – recita l’articolo 3 della bozza del disegno di legge - attribuiscono al committente la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto o, nel caso di contratto avente ad oggetto una prestazione continuativa, di recedere da esso senza un congruo preavviso nonché le clausole mediante le quali le parti concordano termini di pagamento superiori a 60 giorni». Il contratto deve essere scritto. Il diritto di utilizzare (anche economicamente) il proprio lavoro è riservato al lavoratore salvo che «l’attività inventiva sia prevista come oggetto del contratto di lavoro e a tale scopo compensata».

    Gravidanza, malattia e infortunio «non comportano l'estinzione del rapporto di lavoro». L’esecuzione rimane «sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a centocinquanta giorni». Per malattie che superano i 60 giorni il versamento dei contributi viene sospeso fino a un massimo di due anni. Toccherà poi al lavoratore versare il dovuto. Ad entrambi i genitori dei bambini nati dal primo gennaio di quest'anno viene garantito inoltre un congedo di sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino. Per la prima volta viene garantito ai lavoratori automi (cosa che rivendicavano da anni) l’accesso agli appalti pubblici finanziati con i fondi strutturali europei.

    Diritto al lavoro e reddito di cittadinanza: un antinomia paradossale.

    Tra le priorità indicate nelle raccomandazioni del Primo Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia vi era l’istituzione di un reddito di cittadinanza come misura universale di inclusione e redistribuzione nelle forme e nei modi analogamente presenti in diversi paesi europei.

    Attualmente giace in Parlamento la proposta di legge del Movimento 5 stelle di istituzione di tale misura ma è fortemente improbabile che possa la sua discussione, né alla Camera, né al Senato, possa essere calendarizzata in Aula nel corso della presente legislatura.

    Peraltro il disegno di legge prevede un sistema di controlli, condizioni e sanzioni guidate da una concezione paternalistica e autoritaria dello Sato che poco corrisponde all’idea di un reddito di cittadinanza come strumento di supporto alla libera scelta delle persone nella costruzione di un proprio progetto personale di crescita sociale e lavorativa e di effettiva partecipazione all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    Per tutto il 2016 e in questo semestre del 2017, il tema è stato largamente dibattuto e, soprattutto ma non solo, dal fronte governativo si sono espresse posizioni fortemente contrarie all’istituzione del reddito di cittadinanza perché in contrasto con l’articolo 1 della Costituzione ponendolo in contrapposizione all’impegno politico verso la costruzione di opportunità di lavoro e di ampliamento della base produttiva.

    Sull’argomento è intervenuto anche il Papa nell’ambito della sua visita pastorale ai lavoratori dell’Ilva di Genova nel corso di un discorso molto seguito e rilanciato sui media nazionali sul diritto di tutti ad avere un lavoro e una retribuzione che consenta un’esistenza libera e dignitosa.

    Molti organi di stampa e commentatori hanno focalizzato l’attenzione su un passaggio nel quale afferma che…”L'obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». «Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso da quello di ieri. Ma dovrà essere lavoro, non pensione. Si va in pensione all'età giusta, è un atto di giustizia. Ma è contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 40 anni, dare loro un assegno dello Stato e dire "Arrangiati"». «La scelta è fra il sopravvivere e il vivere».”.

    Tale richiamo induce per forza di cose ad affrontare due tematiche, intrecciate tra loro, che corrispondono a due domande fondamentali.

    La prima di carattere squisitamente sociologico e antropologico riguarda il fatto se e in che misura il lavoro salariato (wage income work) come si è determinato storicamente con l’affermarsi e consolidarsi dell’economia industriale, può essere considerato lo strumento di base per la costruzione dell’identità personale e sociale degli individui.

    La seconda, invece, più di carattere filosofico politico, se il reddito di cittadinanza possa essere considerato uno strumento di supporto per la libertà di scelta degli individui, tale da renderli in grado di contrapporsi a quel ricatto sociale, peraltro ben descritto nello stesso discorso di papa Francesco, rappresentato dalla precarietà e da condizioni di ingaggio lavorativo ben al di sotto di standard accettabili di dignità e particolarmente distanti dalle aspettative degli individui che si propongono al mercato del lavoro.


    Attorno alla prima domanda le riflessioni e la produzione letteraria sono talmente ampie che non si potrebbero essere contenute in una bibliografia ben più corposa di questo testo.

    In ogni caso la considerazione più convincente, che non necessita neanche di particolari supporti dimostrativi empirici, è quella che sottolinea come soltanto una piccola parte delle attività umane, che hanno un qualche impatto e significato nella costruzione e nel mantenimento della struttura sociale, è costituita da lavoro retribuito (wage income work)

    In questa sede, rimandando ad altri approfondimenti per ulteriori questioni, ci si può limitare a valutare la distribuzione della popolazione italiana in base alla condizione lavorativa o meno delle persone che la compongono.

    La figura 8 riporta la rappresentazione grafica della situazione al 1° gennaio 2017.

    Fig. 8 distribuzione percentuale della popolazione italiana in base al tipo di condizione lavorativa - 2017

    Image_7.pngFonte elaborazioni su dati Istat

    Come emerge dal grafico 8, la percentuale complessiva di popolazione residente, che impiega una porzione significativa del proprio tempo lavorando in cambio di una retribuzione, è inferiore al 30%. Se a questi si assommano anche coloro che dispongono di un lavoro che li impegna per meno di 5 ore al giorno la percentuale salirebbe al 37%.

    Se, poi, per qualche particolare e imprevedibile congiuntura, il nostro Paese si trovasse in una condizione di piena occupazione garantendo a tutti, quelli che vorrebbero e potrebbero, di disporre di un qualsiasi tipo di occupazione, la percentuale sarebbe, comunque, piuttosto lontana dal 50%.

    Di contro ci sono due fenomeni da valutare e considerare con attenzione:

    • il primo riguarda la proporzione di persone in età non lavorativa (partendo dall’assunto di non considerare tali tutti quelli tra i 15 e 25 anni);
    • il secondo ha a che fare con la proporzione di coloro che vengono classificati sotto la voce “non cercano e non disponibili”.

    Per il primo fenomeno vale la pena riflettere sul fatto che i giovanissimi e gli anziani svolgono un ruolo simbolico fondamentale nel mantenimento della struttura sociale: ne rappresentano la costanza e la continuità temporale. E’ infatti attraverso la loro esistenza che si reifica la concezione dello scorrere del tempo. Non può esistere una società senza futuro e senza storia.

    Se a questa considerazione si aggiunge il fatto che una buona parte del patrimonio e del reddito disponibile per il mantenimento di un buon numero di famiglie italiane deriva dalle pensioni e dalle rendite degli anziani di questo paese, ci si rende immediatamente conto che quel 43% di giovanissimi e ultrasessantacinquenni che non lavorano - e che è molto bene che non lo facciano - risulta piuttosto importante per tutti. Forse più importante di quel 27% che un lavoro ce l’ha.

    Conseguentemente è bene che a tali persone siano garantite risorse sufficienti per vivere e crescere senza dover occuparsi in un lavoro remunerato e produttivo.

    Quanto al 18% di persone che non cercano e non sono disponibili al lavoro una buona parte (tra il 30 e il 40%) è costituita da studenti delle scuole superiori e delle università. Forse anche per questi è bene che la società garantisca loro risorse sufficienti per terminare con successo e proficuamente i propri studi.

    Va fatto notare che il 18% si discosta di un solo punto dalla percentuale di persone che lavorano a tempo pieno e, quindi, anche solo dal punto di vista puramente numerico, non si capisce perché uno dei due strati sociali debba essere considerato più significativo dell’altro.

    Di questo 18% più della metà è costituito da persone che non studiano e non lavorano (almeno nella forma wage income work).

    Si tratta di 6,5 – 7 milioni di persone nel nostro paese e, a meno di qualche rigurgito protestante seicentesco, suona piuttosto difficile considerarli tutti fannulloni. Si tratta invece, in gran parte, di persone che svolgono ruoli e attività fondamentali di accudimento, cura, organizzazione, distribuzione e allocazione di risorse sociali e umane; senza le quali la società italiana non sarebbe sopravvissuta in passato e non potrebbe sopravvivere in futuro. Anche a loro vanno garantite risorse adeguate senza doverli obbligare a compilare qualche modulo di bilancio delle competenze o ad andare a scaldare la sedia in qualche corso di formazione professionale, come vorrebbero le proposte pentastellate (e non solo le loro).

    Quando si parla di reddito di cittadinanza e di garanzie di reddito per tutti credo sia bene prima di tutto tenere a mente queste proporzioni e che pertanto la tenuta e il futuro della società non può dipendere solo dal fatto che tutti (o sempre più gente possibile) abbiano un posto di lavoro fisso nella forma wage income. Nessuna società ha mai garantito salario e lavoro per tutti ne è auspicabile che lo faccia.

    Deve garantire a tutti però la quantità di risorse sufficienti per contribuire allo sviluppo sociale e collettivo ed è vitale che lo faccia: non si tratta di una convinzione politica è una condizione necessaria per la sopravvivenza della specie.

    Quanto al secondo aspetto mi limiterò a riportare un passaggio molto chiaro di un intervista che Stefano Rodotà concesse al manifesto il 4 dicembre del 2014, in occasione della pubblicazione del suo saggio sulla solidarietà come utopia necessaria.

    Il reddito universale può essere considerato uno strumento per affermare la solidarietà a livello europeo?

    “Ne sono convinto. Molti sostengono che entra in contraddizione con l’articolo 1 della nostra costituzione. C’è un’altra obiezione: il riconoscimento del reddito affievolisce la lotta per il lavoro. In queste prospettive vedo un errore. Si considera che la disoccupazione sia sempre una fase transitoria e la piena occupazione resta un obiettivo a portata di mano. Ma questi discorsi oggi sono lontanissimi. Del reddito universale è possibile fornire varie gradazioni: da quello minimo a quello di base. Tutte possono essere usata per liberare i singoli dal ricatto del lavoro precario o non pagato; a condurre un’esistenza libera e dignitosa; a eliminare la competizione tra i poveri. Montesquieu diceva che abbiamo bisogno di istituzioni, non di promesse né di carità. Il reddito universale dimostra che la solidarietà è un’utopia profondamente piantata nella realtà”.


    Note

    (1) - Il reddito mediano procapite in Italia, calcolato dall’Istat per il 2014 corrisponde a circa 10.000 euro l’anno

    (2) - Vedi: https://www.istat.it/it/archivio/201597