Il Punto della situazione
Nell’edizione dello scorso anno nel valutare i principali fenomeni connessi al diritto al lavoro e al redito in Italia durante i primi dieci anni monitorati dal nostro rapporto avevamo sottolineato l’azione di due fondamentali approcci politici divergenti:
- il primo orientato all’istituzione al potenziamento di strumenti e dispositivi, sia di carattere universalistico di supporto economico e di integrazione al reddito, sia di contrasto alla diffusione di condizioni di lavoro non regolate e volte a privilegiare quelle più stabili e di lunga durata;
- il secondo, invece, orientato a introdurre misure di maggiore flessibilità nell’accesso al mercato del lavoro e contestualmente a limitare, se non proprio a eliminare, l’erogazione di sostegni economici, di carattere universalistico.
Questo secondo orientamento è quello privilegiato dall’attuale maggioranza governativa che poco dopo il suo insediamento ha abolito il reddito di cittadinanza sostituendolo con due misure distinte che sono entrate in vigore all’inizio del 2024. La prima denominata Assegno di inclusione (ADI) che viene erogato solo alle persone in condizioni di necessità. La seconda denominata Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) consistente in un sostegno di 350 euro al mese, per un massimo di 12 mesi, a condizione che chi lo riceve partecipi a corsi di formazione o ad altre iniziative di politica attiva.
Rispetto al Reddito di Cittadinanza che nel 2023 aveva erogato sostegni economici per poco meno di 3 milioni di cittadini con un importo medio mensile di poco inferiore a 600 euro, i numeri si sono quasi dimezzati. Infatti, nel corso del 2024 i cittadini coinvolti dall’erogazione dell’ADI sono stati poco più di 1,8 milioni per un importo medio mensile di 259 euro a persona. Quanto al SFL i beneficiari nel 2024 sono stati 130 mila che hanno ottenuto sussidi per un periodo medio di cinque mesi e mezzo e un importo mensile di 350 euro.
Sul fronte opposto l’iniziativa più significativa messa in campo è la promozione da parte della CGIL e sostenuta da una parte maggioritaria dei partiti di opposizione dei quattro referendum abrogativi la cui consultazione si è tenuta l’8 e 9 giugno di quest’anno che hanno riguardato le norme sui licenziamenti illegittimi e i contratti a tutele crescenti, l’indennità in caso di licenziamento nelle piccole imprese sotto i 15 dipendenti, alcune norme sui contratti a tempo determinato e, infine, la responsabilità solidale negli appalti tra titolare del progetto subappaltante.
Come noto la consultazione referendaria non è andata a buon fine per non avere raggiunto il quorum del 50% più uno degli elettori necessario per ritenerla valida. Nel complesso infatti si sono recati alle urne circa 14 milioni di elettori e i “sì” hanno raccolto 12 milioni circa di consensi.
Nel valutare questo risultato bisogna comunque considerare non soltanto il fatto che l’insieme della compagine governativa ha sollecitato i propri elettori a non recarsi alle urne al fine di non far raggiungere il quorum necessario ma, anche che le misure sottoposte ai quesiti referendari avrebbero comunque avuto un impatto diretto e relativamente immediato sulle condizioni di vita di una platea complessiva di un insieme di persone che racchiude comunque meno della metà del corpo elettorale.
In particolare almeno tre dei quattro quesiti referendari se approvati dagli elettori avrebbero comportato:
- un impatto diretto sulla platea complessiva di sedici milioni e mezzo di lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato e due milioni e mezzo a tempo determinato;
- pochissimi cambiamenti nella condizione degli altri sei milioni circa di autonomi;
- benefici indiretti e in gran parte poco percepibili nel breve e medio termine per gli oltre venti milioni di elettori in condizione non lavorativa del nostro Paese.
Non è solo un caso, quindi, che in gran parte delle regioni in cui la percentuale di lavoratori dipendenti a tempo pieno è superiore alla media nazionale anche il tasso di partecipazione ai referendum sia anch’esso superiore al dato nazionale.
In ogni caso, a una sua lettura di carattere generale e nonostante le necessarie cautele che vanno sempre considerate nell’interpretazione di consultazioni elettorali, l’esito di questo referendum sembrerebbe dare ragione a chi ritiene maggioritario il consenso attribuito dagli italiani all’approccio governativo orientato al rafforzamento delle misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro(1). e contestualmente a una limitazione di misure di sostegno al reddito di tipo universalistico.
Appare d’altro canto decisamente più complesso cercare di capire meglio gli effetti delle misure messe in atto- almeno in questi ultimi due tre anni - e quale giudizio complessivo può conseguire nella considerazione dello stato di “salute” delle garanzie per il diritto al lavoro e all’accesso a un reddito dignitoso nel nostro Paese nella stagione del governo sovranista.
Sono infatti diversi e contrastanti i principali fenomeni che meritano considerazione e attenzione a partire dal più significativo paradosso che contraddistingue l’attuale fase economica e politica, rappresentato dagli incrementi paralleli, ma apparentemente contrastanti, dei numeri degli occupati da un lato e dei cittadini poveri dall’altro.
In Italia nonostante l’incremento notevole del numero di occupati le percentuali di persone in condizioni di povertà sia assoluta che relativa non sono affatto diminuite e, secondo le stime dell’Istat, diffuse a marzo di quest’anno nel 2024 sono, addirittura, sia pur leggermente, cresciute le persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Infatti secondo l’Istituto il 23,1% si trova in tale condizione (nel 2023 era il 22,8%).
Inoltre, secondo l’ultimo Employment Outlook dell’Ocse all'inizio del 2025 i salari reali in Italia risultavano tra i più bassi tra i paesi dell’area Euro ed erano ancora inferiori del 4,3% rispetto all'inizio del 2021.
In particolare poi il nostro Paese, presenta un valore medio nazionale tra i più bassi dell’area euro ed è l’unico assieme alla Grecia in cui i salari reali sono diminuiti rispetto ai livelli del 2000.
A questi fenomeni si associa una significativa diffusione di lavoro povero e l’Italia risulta al sesto posto tra i 27 Paesi dell’Unione Europea per incidenza di tale condizione e la percentuale calcolata da eurostat è passata dal 9,9% del 2023 al 10,2% del 2024 a fronte di una media UE che pur di poco si è ridotta dall’8,3% all’8,2%.
Permangono, inoltre, forti disparità generazionali e di genere nell’accesso al mercato del lavoro e nella distribuzione delle retribuzioni cui consegue una forte diffusione di condizioni di precarietà e povertà lavorativa tra i giovani e le donne.
Infine ma forse primo come ordine di importanza va sottolineato che, in un contesto in cui un numero variabile tra 5 e 7 milioni di persone si trovano in condizioni di scarsa tutela contrattuale, risulta particolarmente drammatica la diffusione di infortuni e, soprattutto, di morti sul lavoro che sono costantemente più di 1.000 ogni anno e che nel 2024 sono stati oltre 1.200.
Dietro la crescita dei numeri dell’occupazione: bassi salari e lavoro povero
Nel suo rapporto trimestrale sul mercato del lavoro pubblicato a giugno nel primo trimestre 2025 è proseguita la crescita tendenziale del numero di occupati (+432 mila, +1,8% in un anno), la cui stima si attesta a 24 milioni 76 mila unità.
In particolare la crescita dell’occupazione coinvolge i dipendenti a tempo indeterminato (+634 mila, +4,0% in un anno) mentre prosegue, per il decimo trimestre consecutivo, la riduzione dei dipendenti a termine (-182 mila, -6,7%) e, per il secondo consecutivo, quella degli indipendenti (-20 mila, -0,4%); l’aumento degli occupati a tempo pieno (+659 mila, +3,4%) più che compensa l’ulteriore calo di quelli a tempo parziale (-227 mila, -5,5%).
Sembrerebbe dunque, dal punto di vista delle statistiche, che il nostro Paese stia vivendo una stagione di ampliamento del mercato del lavoro e di miglioramento costante dei livelli occupazionali che riguarda in maniera particolare i contratti di lavoro a tempo indeterminato.
Tuttavia la sola considerazione di questi dati macro non è sufficiente a definire chiaramente un quadro complessivo sulla reale “salute” del diritto al lavoro e, soprattutto, all’accesso a un reddito dignitoso nel nostro Paese.
Bisogna infatti considerare che parallelamente alla crescita dell’occupazione certificata attraverso le indagini periodiche dell’Istat non corrispondono ne’ un incremento delle retribuzioni reali né significativi effetti diretti di riduzione dell’area del disagio economico e di diminuzione dell’incidenza del lavoro povero.
Secondo La fotografia dell'Italia, nel confronto con gli altri principali Paesi industriali, illustrata dall’Employment Outlook 2025 dell'Ocse che fornisce i dati aggiornati ad inizio anno, l'Italia ha registrato un calo significativo dei salari reali tra tutte le principali economie dell'Ocse. All'inizio del 2025 i salari reali erano ancora inferiori del 4,3% rispetto all'inizio del 2021.
In particolare secondo i dati raccolti da Ocse l’Italia assieme alla Grecia è l’unico paese dell’area euro in cui il livello dei salari reali è diminuito tra il 2000 e il 2024.
Inoltre, secondo Istat nel suo rapporto di fine marzo sulle condizioni economiche delle famiglie, i dati relativi al 2024 mostrano un quadro sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente e la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2024 è pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone.
Risulta anche in crescita la percentuale di lavoratori poveri che, secondo Eurostat, si è attestata al 10,3% nel 2024 con un incremento rispetto al 9,9% dell’anno precedente. Bisogna qui sottolineare che tale condizione colpisce in maniera significativa anche i lavoratori a tempo pieno che, nel 9% dei casi, sono considerati a rischio di povertà ed esclusione sociale; si tratta di una percentuale più che doppia rispetto a quelle dalla Germania (3,7%).
In questo contesto lo studio diffuso dalla Fondazione Di Vittorio nel maggio scorso che prende in considerazione un insieme complesso di fenomeni riguardanti le dinamiche occupazionali, salariali e di sicurezza del lavoro costituisce un importante contributo nell’interpretazione della progressiva divaricazione tra incremento dei numeri degli occupati e diffusione del disagio economico.
Ai nostri fini sono di particolare interesse i saggi di Nicola Cicala e Sergio Hoffmann sui bassi salari e le disuguaglianze e di Daniele Di Nunzio sul lavoro povero.
Quanto alla persistente problematica dei bassi salari e delle disuguaglianze in Italia, gli autori sostengono che, nonostante i profitti aziendali siano elevati, questi non si traducono in aumenti salariali, ma piuttosto in dividendi per gli azionisti, un processo favorito anche da un sistema fiscale che tassa maggiormente il reddito da lavoro rispetto ai profitti e alle rendite.
Più specificamente gli elementi che vengono messi in luce sono riconducibili a quattro punti fondamentali di seguito sintetizzati
1. Il peso dei salari sull'economia:
- Quota salari sul PIL: La quota salari rettificata (includendo i lavoratori autonomi) era del 57% del PIL a fine 2023, registrando una diminuzione di 10 punti percentuali negli ultimi quarant'anni. Considerando solo la remunerazione dei dipendenti, l'Italia si posiziona al 29° posto su 35 paesi nel 2023, con il 38,7% del PIL, molto al di sotto di Germania (53,1%), Francia (51,3%) e Spagna (47,8%).
- Quota profitti sul PIL: I profitti rappresentano circa il 60% del prodotto interno lordo, indicando una remunerazione prevalente del capitale che acuisce le disuguaglianze.
- Queste dinamiche, unite alla proliferazione di contratti a termine, part-time involontario e la specializzazione in settori a basso valore aggiunto, limitano il miglioramento dei redditi da lavoro e contribuiscono alla stagnazione della produttività.
2. Salari nei bilanci aziendali vs. profitti:
- Redditività (ROE): Nel 2023, il ROE nell'industria è stato dell'11,4%, superiore al 10,4% del 2022 e all'8,6% della media 2015-2019.
- Costo del lavoro sul fatturato: Nel settore manifatturiero, l'incidenza del costo del lavoro sul fatturato è scesa all'11,8% nel 2023, rispetto al 13% della media 2015-2019.
- Costo degli oneri finanziari: È aumentato dall'0,9% all'1,4% nel manifatturiero.
- Tra il 2019 e il 2023, il fatturato netto e il valore aggiunto delle principali aziende italiane sono cresciuti del 34%. Tuttavia, nello stesso periodo, il costo del lavoro sul valore aggiunto è diminuito del 12% (dal 54% nel 2020 al 42% nel 2023), mentre l'utile netto sul valore aggiunto è aumentato del 13% (dal 14% al 27% nel 2023). Questo indica che la crescita ha beneficiato il capitale a scapito del lavoro.
3. Salari e produttività:
- Calo dei salari reali: Dal 1991 al 2023, il salario medio reale in Italia è diminuito del 3,4% (-€1.146 all'anno), a differenza di Spagna (+9,1%), Francia (+30,9%) e Germania (+30,4%). La Corea del Sud ha visto un aumento del 20% tra il 2008 e il 2024.
- Stagnazione della produttività: L'Italia non ha saputo creare un circolo virtuoso tra produttività e salari. La produttività del lavoro in Italia è diminuita di circa il 3% tra il 1999 e il 2024, mentre nei paesi ad alto reddito dell'UE è aumentata del 30%.
- Fattori come la specializzazione in settori tradizionali, la predominanza di PMI poco innovative e il disallineamento tra sistema educativo e mercato del lavoro contribuiscono a questa stagnazione. Le riforme del mercato del lavoro hanno spinto l'Italia verso settori a basso valore aggiunto, indebolendo l'azione sindacale e perpetuando il ciclo di bassi salari e bassa produttività.
4. Le disuguaglianze salariali italiane:
- Le maggiori disuguaglianze salariali si registrano in base alla dimensione aziendale, con divari significativi tra piccole (fino a 50 addetti) e grandi aziende (oltre 1.000 addetti). Solo il 17% della forza lavoro del settore privato beneficia della contrattazione di secondo livello (aziendale o territoriale).
- Oltre il 70% dei contratti di secondo livello è depositato al Nord, contribuendo al divario salariale con il Sud, dove si guadagna fino al 5% in meno rispetto alla media nazionale.
- Disuguaglianze generazionali: I lavoratori over 50 guadagnano il 36,4% in più all'ora rispetto agli under 30, e i lavoratori tra 30 e 50 anni guadagnano il 24,7% in più rispetto ai giovani.
- Disuguaglianze di genere: Le donne percepiscono il 15,1% in meno di ore retribuite rispetto agli uomini, principalmente a causa di un maggior ricorso al part-time involontario (12,3% contro 5,2%). A parità di mansione, la retribuzione oraria media delle donne è inferiore del 5,6%. Tra i dirigenti, il divario raggiunge circa il 30%.
L’altro contributo della ricerca della fondazione di Vittorio di Di Nunzio sviluppa una disanima della relazione “polisemica” tra povertà e lavoro.
Più nello specifico l’autore parte da una definizione di lavoro povero che si manifesta attraverso bassi salari associati a numerose altre vulnerabilità, come la difficoltà di negoziazione, la discontinuità del lavoro, l'assenza di protezioni sociali adeguate, scarse opportunità di formazione, processi di sfruttamento e insicurezza sul futuro In questo contesto il nostro Paese presenta una delle più alte incidenze di lavoro povero in Europa, con l'11,7% dei dipendenti che riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali.
Sono poi particolarmente utili e interessanti le valutazioni e le evidenze empiriche che vengono illustrate in merito ai fattori di rischio, ai contesti aziendali e produttivi, alle dimensioni territoriali scoiali e istituzionali e infine alle misure di contrasto che possono essere messe in campo e sviluppate nell’ambito delle relazioni industriali e degli interventi sul terreno politico e legislativo.
I principali fattori di rischio individuati possono essere, in estrema sintesi ricondotti:
- alla sfera individuale riguardanti i giovani, le persone con un basso livello di istruzione, gli impiegati in piccole imprese, i titolari di contratti a termine e di part-time (spesso involontario).
- alle dimensioni Settoriali/professionali che riguardano in particolare l’agricoltura, il settore degli alberghi e ristorazione, del commercio e , più in generale le occupazioni a bassa qualifica.
Inoltre gli studi di caso evidenziano come i bassi salari siano legati a orari di lavoro ridotti, discontinuità occupazionale e condizioni di precarietà. Si riscontrano diverse forme di lavoro irregolare, come il caporalato in agricoltura e le ore di straordinario non pagate, spesso formalizzate come "fuori busta".
Anche le condizioni familiari influenzano l'esposizione al rischio di lavoro povero, fungendo da "ammortizzatore sociale" in caso di bassi redditi o perdita di lavoro.
In questo contesto infine le donne subiscono una doppia vulnerabilità (difficoltà di accesso a professioni retribuite e carico di lavoro di cura). I migranti sono estremamente vulnerabili a causa della limitata conoscenza dei diritti, del ricatto del permesso di soggiorno e dell'isolamento.
Quanto alle tematiche inerenti il contesto aziendale e produttivo Di Nunzio pone in evidenza un fattore particolarmente critico rappresentato dalla tendenza delle aziende a esternalizzare le attività non "core" che porta a frammentazione e isolamento nelle reti produttive, fattori determinanti per l'esposizione al lavoro povero. I principali fenomeni di frammentazione vengono indicati nella subordinazione alla grande distribuzione in agricoltura, nel sistema di appalti e subappalti nelle costruzioni, micro-imprese familiari nel turismo.
In sostanza Di Nunzio considera che lo sviluppo settoriale, se non guidato dalle istituzioni, si traduce in competizione al ribasso sui costi e sfruttamento del lavoro, soprattutto per le piccole imprese.
Quanto alle analisi sul contesto territoriale, sociale e istituzionale:
- I salari più bassi in Italia si concentrano nel Mezzogiorno, con regioni come Sicilia, Campania, Sardegna, Calabria, Basilicata e Puglia che hanno oltre un terzo delle famiglie con reddito inferiore a 1.500 euro mensili.
- Le aree interne soffrono di redditi medio-bassi e carenze di servizi e infrastrutture. La spesa pubblica italiana per le politiche attive del lavoro è tra le più basse in Europa, solo lo 0,25% del PIL nel 2020.
- Le carenze nei servizi pubblici possono generare spirali di povertà. La qualità del lavoro è influenzata dal costo della vita, dalla disponibilità di trasporti pubblici e dalla qualità dei servizi pubblici locali.
Dall’odore del ferro all’algoritmo: infortuni, malattie e tutela dei lavoratori oggi
di Daniela Bauduin(2)*
«La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro»(3)
Nell’epoca digitale in corso, contrassegnata dall’emersione di lavori e modalità organizzative del lavoro del tutto nuovi, permane la diffusione dei lavori c.d. classici, tradizionali, contrassegnati dall’odore del ferro; pertanto, subisce infortunio sul lavoro o malattia professionale, in alcuni casi mortale, l’operaio nel cantiere, il saldatore nella fabbrica di assemblaggio, il ciclofattorino della piattaforma digitale.
Una coesistenza di vecchio e di nuovo lavoro che porta con sé la necessità di dare voce e volto, identità a tutti i lavoratori attuali, nessuno escluso, facendo emergere i bisogni che hanno in comune, a cominciare dalla lotta per la salute e la sicurezza nel luogo di lavoro.
Come osservato dall’Unione Europea nella Direttiva volta al miglioramento delle condizioni lavorative di chi opera mediante piattaforme digitali, le nuove tecnologie applicate al lavoro possono creare opportunità se regolamentate e attuate correttamente, in caso contrario possono accrescere gli squilibri di potere e l’opacità del processo decisionale e comportare rischi per condizioni di lavoro dignitose.
Di recente, infatti, in conseguenza di un ricorso promosso da Filcams e NIdiL CGIL, il Tribunale di Milano ha ordinato alla Foodinho srl., società di delivery Glovo, di mettere a disposizione dei rider adeguati dispositivi di protezione e idoneo abbigliamento protettivo, somministrando ai medesimi forme di idratazione adeguata, creme protettive e sali minerali, nonché di avviare un immediato confronto e una consultazione preventiva, sui rischi per la salute determinati dalle elevate temperature, con il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale.(4)
Nell’attesa che gli Stati membri si conformino alla Direttiva europea sopra menzionata(5), è stata adottata dal Ministero del Lavoro una nota che fornisce indicazioni per garantire ai lavoratori delle piattaforme digitali una tutale adeguata a prescindere dalla tipologia contrattuale con la quale è stipulato il rapporto di lavoro(6).
Il 3 luglio 2025 è stata presentata dall’Inail la Relazione annuale 2024 che fotografa l’andamento infortunistico nei termini che seguono:
«Le denunce di infortunio nel 2024 sono state 593 mila, in aumento dello 0,4% rispetto alle 590 mila del 2023 (oltre 2.500 casi in più), così ripartite:
- 515 mila denunce per lavoratori, in calo dell’1% rispetto alle 519 mila dell’anno precedente;
- 78 mila denunce per studenti, in aumento del 10,5% rispetto alle 71 mila dell’anno precedente, di cui 2.100 nei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto).
Sono state 1.202 le denunce di infortunio con esito mortale, in aumento di un caso rispetto alle 1.201 del 2023, così ripartite:
- 1.189 denunce per lavoratori, 4 in meno rispetto alle 1.193 dell’anno precedente;
- 13 denunce per studenti, 5 in più rispetto alle 8 dell’anno precedente, di cui una nei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto).».
Si legge nel documento che gli infortuni con mezzo di trasporto, in itinere o in occasione di lavoro, sono pari al 22,8% degli infortuni denunciati nel 2024 (117 mila), si tratta del valore più elevato del quinquennio 2020-2024. A livello nazionale il calo delle denunce di infortuni in occasione di lavoro registrato tra il 2023 e il 2024 (-1,9%) è stato maggiore al Nord (Nord-Ovest -2,9% e Nord-Est -2%) rispetto al Mezzogiorno (Sud -1,7% e nessuna variazione nelle Isole) e al Centro (-1,1%).(7)
Il numero superiore di decessi in occasione di lavoro ha riguardato il settore delle costruzioni (182 casi, 13 in meno rispetto al 2023), il trasporto e magazzinaggio (132, un caso in più) e il comparto manifatturiero (118, come nel 2023).
Con riguardo all’andamento delle malattie professionali, la Relazione riferisce che:
«Le 88 mila denunce di malattia professionale rilevate per il 2024 sono il 21,8% in più rispetto alle quasi 73 mila del 2023 (circa 16 mila casi in più), il doppio rispetto al primo anno del quinquennio osservato, il 2020 (condizionato però dal Covid-19) e il 44,4% in più rispetto al 2019, anno che precede la pandemia (61 mila denunce)».
Il documento precisa che «(…) l’83,3% delle malattie professionali denunciate nel 2024 si concentra nella gestione assicurativa dell’Industria e servizi, il 15,8% in Agricoltura e lo 0,9% nel conto Stato. (…) Il Mezzogiorno registra il maggior numero di denunce di malattie professionali nel 2024 (32.674), seguito dal Centro (31.794) e dal Nord (23.916)».
La relazione Inail merita di essere richiamata nel punto in cui segnala la rilevante carenza di personale che svolge la funzione di vigilanza, al 31 dicembre 2024 la forza ispettiva è stata complessivamente pari a 182 unità, il 9% in meno rispetto al 2023.
A tale proposito, la Corte dei conti ha messo in evidenza che le attività di recupero contributivo e assicurativo hanno subito, insieme alle relative ispezioni, una diminuzione continua legata alla contrazione del numero degli ispettori di Inail e Inps, a causa dei pensionamenti non reintegrati.(8)
Nell’ambito dell’attività istruttoria avviata dalla Corte dei conti per verificare l’azione dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl)(9) sotto il profilo dell’attività di vigilanza tecnica in materia di salute e sicurezza del lavoro, è stato rilevato che sussistono criticità significative nella condivisione di dati che potrebbe rallentare lo svolgimento dell’attività degli istituti, con effetti sul ruolo primario dell’Inl sotto il profilo della programmazione e del coordinamento.(10)
Nella relazione dell’organo contabile, si apprende che l’Inl ha dichiarato l’imminente operatività del Portale nazionale del sommerso(11) destinato a sostituire ed integrare le banche dati esistenti, attraverso le quali Inl, Inail e Inps condividono le risultanze degli accertamenti ispettivi.
In relazione alla materia di salute e sicurezza, si legge nel documento che «il tasso di irregolarità accertato si conferma elevatissimo, essendo, nel periodo in esame, rispettivamente pari al 82,5 nel 2022, 85 nel 2023 e 84,4 per cento nel 2024 (…) alla data del 31 dicembre 2024, come da tabella n. 6, il corpo ispettivo, comprensivo di ispettori ordinari e tecnici, ispettori dell’Inps e dell’Inail nonché dei Carabinieri in forza all’Inl, ammontava, in totale, a 4.584 unità (di cui 835 ispettori tecnici). A fronte di tale dato, si rileva che, anche considerando le sole imprese con almeno tre dipendenti, escludendo quindi quelle con un dipendente o due, in Italia erano, nel 2022, pari a 1.021.61874. È assolutamente evidente che, anche volendo aumentare ulteriormente il numero degli ispettori tecnici, che materialmente svolgono le ispezioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, risulta complesso, per l’Inl, garantire un controllo efficace e capillare nella materia in esame»(12).
Ad avviso della Corte dei conti, l’incremento del personale deve essere accompagnato dall’incentivazione dell’attività di prevenzione e formazione, insieme ad una maggiore condivisione dei dati, in particolare con l’Inps e l’Inail, attraverso il completamento dei sistemi già in uso ed una tempestiva ed effettiva entrata in funzione del Portale nazionale del sommerso.(13)
Nella disamina dei documenti più recenti nella materia di interesse, si rammenta l’ultima Relazione annuale sullo stato della sicurezza nei luoghi di lavoro, con la quale il Ministro del lavoro e delle politiche sociali ha reso comunicazioni alle Camere. Tale documento ha affermato, come obiettivo, il completamento delle attività volte ad assicurare l’interoperabilità dei dati relativi alle violazioni in materia di lavoro sommerso nonché in materia di lavoro e legislazione sociale all’interno del Portale del sommerso. Nell’ambito del Sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP), il Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, decorrente dal 1° gennaio 2025 e sino al 31 dicembre 2025, ha previsto l’interscambio di dati per agevolare la condivisione delle informazioni tra le autorità preposte alla vigilanza.
Contro la frammentazione e la divisione dei lavoratori, si richiama il libro Working di Studs Terkel, in cui l’autore individua un comune denominatore nelle testimonianze degli intervistati, ossia «una ricerca di significato quotidiano oltre che di pane quotidiano, di riconoscimento oltre che di denaro, di stupore invece che di torpore; in breve, di una sorta di vita piuttosto che di una sorta di morte dal lunedì al venerdì. Forse anche l’immortalità fa parte di questa ricerca. Essere ricordati è stato il desiderio, espresso e non espresso, degli eroi e delle eroine di questo libro» (14).
Note
(1) - In questo contesto però mancherebbe una controprova rappresentata da un’ipotetica analoga consultazione che avesse come oggetto l’introduzione di misure universalistiche di sostegno al reddito
(2) - * Funzionario pubblico, ha esercitato la professione forense, è autrice di saggi in materia giuridica.
(3) - Sonia Maria Luce Possentini, La prima cosa fu l’odore del ferro, introduzione Maurizio Landini, edizione Rrose Sélavy, Tolentino (MC), 2018, p. 7.
(4) - Rainews.it, Glovo obbligata a trattativa su rischi caldo per i rider. È il primo provvedimento così in Italia, 9 luglio 2025.
(5) - Art. 29 della Direttiva (UE) 2024/2831 cit.: gli Stati membri mettono in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 2 dicembre 2026.
(6) - Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, circolare 18 aprile 2025, n. 9 riguardante “Classificazione e tutele del lavoro dei ciclo-fattorini delle piattaforme digitali”. Per i profili assicurativi, si legga la circolare Inail n. 40 del 4 luglio 2025 consultabile nella sezione atti e documenti del sito www.inail.it
(7) - Relazione cit., pp. 3 e 7.
(8) - Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, Delib. n. 44/2025/G, p. 25, consultabile all’interno della sezione documenti del sito www.cortedeiconti.it .
(9) - L’Ispettorato nazionale del lavoro è stato istituito con il D.lgs. 14 settembre 2015, n. 1494, in attuazione della delega di cui all’art. 1, c. 7, lettera l) della legge 10 dicembre 2014, n. 183. D.p.r. n. 109/2016 “Regolamento recante approvazione dello Statuto dell’Ispettorato nazionale del lavoro”.
(10) - Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, p. 31Delib. n. 44/2025/G.
(11) - Art. 19, comma 1, del Decreto-Legge 30 aprile 2022, n. 36, convertito con modificazioni dalla legge 29 giugno 2022, n. 79, ha modificato l’art. 10 del D.lgs. n. 124/2004: «1. All’articolo 10 del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124, sono apportate le seguenti modificazioni: a) il comma 1 è sostituito dal seguente: «1. Al fine di una efficace programmazione dell'attività ispettiva nonché di monitorare il fenomeno del lavoro sommerso su tutto il territorio nazionale, le risultanze dell'attività di vigilanza svolta dall’Ispettorato nazionale del lavoro e dal personale ispettivo dell'INPS, dell’INAIL, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di finanza avverso violazioni in materia di lavoro sommerso nonché in materia di lavoro e legislazione sociale confluiscono in un portale unico nazionale gestito dall'Ispettorato nazionale del lavoro denominato Portale nazionale del sommerso (PNS). Il Portale nazionale del sommerso sostituisce e integra le banche dati esistenti attraverso le quali l’Ispettorato nazionale del lavoro, l’INPS e l’INAIL condividono le risultanze degli accertamenti ispettivi. (…)».
(12) - Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, p. 6 Delib. n. 44/2025/G.
(13) - Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, pp. 110-111 Delib. n. 44/2025/G.
(14) - S. Terkel, Working. Le persone parlano di ciò che fanno tutto il giorno e di quel che pensano di ciò che fanno, introduzione di F. Coin, Marietti1820, Bologna, 2024, p. 39.
Abd Elsalam Ahmed Eldanf
“Abd Elsalam Ahmed Eldanf il posto fisso e sicuro lo aveva, ha fatto una scelta di classe e di fratellanza: ha deciso di battersi per i suoi compagni ed è stato assassinato”. Parole pesanti hanno fatto da eco alla morte di Abd Elsalam, sin dai giorni successivi a quello che da un lato è stato prontamente definito “tragico incidente”, e dall’altro “omicidio padronale”. E lo stesso Abd Elsalam, con il suo attivismo, faceva a sua volta da eco ad altre parole ed altre lotte; viene in mente, a leggerne la vicenda, quel “nessuno è libero se tutti non sono liberi”.
Non era un precario, Abd Elsalam, ma molti dei suoi compagni lo erano. E quando l’azienda per la quale erano impiegati nel settore della logistica venne meno agli accordi sul posto fisso e su quel precariato, lui insieme a tanti altri non esitarono a protestare e scioperare. “Parti! Vai!”, anche poche parole possono avere effetti devastanti; quelle furono le parole sentite dai compagni di Abd Elsalam, rivolte a uno dei trasportatori dell’azienda, quella brutta notte del 14 settembre 2016.
Quel presidio c’era chi voleva forzarlo e disperderlo, quello stesso presidio la cui presenza fu addirittura negata dagli inquirenti, forse per far venir meno l’intera tesi dell’incitamento a partire nei confronti del tir. La verità, l’unica verità che fu subito irrimediabilmente evidente a tutti, è la morte di Abd Elsalam, investito da quel tir.
Da lavoratore migrante si era impiegato nel campo della logistica, uno dei più problematici dal punto di vista della tutela dei diritti e delle condizioni di lavoro, ma (e forse anche perché) tra i comparti cruciali per l’economia del mercato. E lui, col suo posto fisso già assicurato, non sopportava di vedere i suoi compagni ancora precari e ai limiti dello sfruttamento. Azioni importanti, sulle barricate dei diritti, megafono in mano, rabbia e speranza nel cuore, resistono anche davanti alla morte, e trovano eco nelle parole, come quelle di questa canzone:
“Va bene anche allearsi con la morte
se serve a garantirsi il frigo pieno.
Va bene fare scorte, calpestare un po’ più forte,
far passar sopra il corpo un autotreno.
Se c’è chi vuol spezzare la catena,
conflitto tra lavoro e capitale,
fra un Tir lanciato ed una pancia piena
finirà di certo molto molto molto molto male.
Così che nella notte di Piacenza
un egiziano è stato calpestato
per lui non c’è più ombra di clemenza,
quel picchetto era una sfida al nostro vivere beato.
Beata la coscienza della notte,
beato il nostro vivere civile,
beato il nostro frigo che s’inghiotte
questo residuale senso dell’umanità servile.
Abd el-Salam perdona noi
per tutte le magnifiche buone intenzioni
di cui è asfaltata questa via,
per quest’inferno di crumiri ed esclusioni
Abd Elsalam perdona noi,
qui da Piacenza che si muovono le merci,
di cui si asfalta pure te
che ti sei osato di frapporre fra i commerci”
La canzone è “Abd El Salam” di Alessio Lega