Rom Sinti Caminanti

Scritto da: Ulderico Daniele

Aggiornato al: 10/11/2017

Il punto della situazione


 Da uno sguardo complessivo sulla situazione delle “grandi aree urbane” citate nella Strategia Nazionale d’Inclusione Sociale dei Rom dei Sinti e dei Caminanti del 2012 emerge che la fase emergenziale che la Strategia considerava necessario superare non sembra neanche calata di intensità. Pur ricordando che la stragrande maggioranza dei rom e dei sinti in Italia non vive situazioni di disagio socio-economico e risiede diffusamente su tutto il territorio nazionale, sono ancora le migliaia di residenti nei “campi nomadi” delle grandi città a dare la cifra della situazione italiana. Eppure nella premessa della Strategia d'Inclusione 2012-2020 si poteva leggere che “Si è preso atto, da un lato, della necessità, non solo di fornire all’Unione Europea, le risposte che sono fino ad oggi mancate, ma al tempo stesso di segnare una Strategia che possa guidare nei prossimi anni, una concreta attività di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti (RSC), superando definitivamente la fase emergenziale che, negli anni passati, ha caratterizzato l’azione soprattutto nelle grandi aree urbane.”

A che punto siamo? Chiudiamo questo aggiornamento a luglio del 2017, quindi di molto oltre la metà dei previsti tempi di attuazione. E solo il 28 giugno, tra l'altro, l'UNAR è riuiscito a convocare quella che ha chiamato la “Piattaforma Nazionale Rom e Sinti”, che dovrebbe favorire il coordinamente delle azioni per l'attuazione della Strategia stessa. Appare evidente, quindi, che il 2020 non può rappresentare un traguardo, almeno sotto il profilo nazionale e sistemico, né tantomeno significare un’inversione di tendenza netta. L’Italia continua a progettare e finanziare un sistema abitativo parallelo e riservato ai soli rom, con concentramento, di fatto, articolato su base etnico-censuaria.


Su questo tema è recentemente intervenuto anche il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, che ha espresso preoccupazione per lo stato di attuazione della Strategia, ratificata ma mai attuata in termini soddisfacenti sia per efficacia sia per risorse stanziate, affermando inoltre che è necessario introdurre delle misure per “prevenire l’assenza di alloggio, cessare gli sgomberi forzati e chiudere gli insediamenti e i centri di accoglienza per soli rom esistenti attraverso l’offerta di alternative abitative ordinarie ed effettivamente integrate alle famiglie coinvolte”.


“...attraverso l'offerta di alternative abitative ordinarie ed effettivamente integrate”. Al centro delle critiche del Consiglio d’Europa in merito alla situazione della comunità rom italiana ci sono ancora una volta le (mancate) politiche abitative, che la caratterizzano ancora come il paese dei campi.


Inoltre tra i più recenti studi sulle condizioni di vita dei rom e sinti in Italia, spicca quello dello European Roma Rights Centre (ERRC) che ha presentato un rapporto allo Human Rights Committee che denuncia alcuni gravi episodi di lesione dei diritti umani per rom in Italia e dà grande spazio all’analisi della situazione della segregazione abitativa ancora in atto.


Ancora sullo stesso binario, il Comitato Europeo sui Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, nel corso del 2016 ha registrato l’assenza di impatto della Strategia, pubblicando un’analisi della situazione in Italia nel testo Follow-up to Decisions on the Merits of Collective Complaints. Questo comitato, nel 2005 e nel 2010, aveva già espresso la non conformità italiana alla Carta Sociale Europea, in rapporto agli sgomberi forzati e alla segregazione abitativa dei rom residenti in Italia, concludendo che le politiche intraprese sono insufficienti e non sono conformi a quanto sancito a livello internazionale.


Insomma, analizzando la situazione dei rom e dei sinti in Italia su scala macroscopica, emerge uno stato d’emergenza abitativa e di vuoto di diritto. Dall'altra parte, su scala microscopica, ci troviamo di fronte a numerose e drammatiche vicende di esclusione sociale, razzismo e violenza, a cominciare dai recenti fatti di Roma (con la morte atroce in un incendio doloso di una ragazza e due sue sorelle più piccole) e di Torino (dove una manifestazione “anti rom” stava per trasformarsi in una nuova tragedia come quella della Continassa del 2011 che vide un insediamento abusivo andare completamente in fiamme alla fine di un corteo, anche allora contro gli zingari). Insomma, sia da uno sguardo d'insieme sia dalle cronache locali, la situazione non sembra migliorare. Le amministrazioni di Milano e Torino, come descritto nel report dello scorso anno, sono tra le poche ad aver intrapreso progetti di inversione di tendenza, ma solo recentemente e su piccoli numeri, fatto che non permette una valutazione adeguata dei risultati raggiunti, valutazione che andrà necessariamente fatta negli anni futuri per poterne elaborare l'impatto e la replicabilità su numeri e territori differenti. In altre grandi e medie città, come ad esempio a Palermo, Bari e Cosenza, si registra una sostanziale continuità con l’approccio storico: ghetti, strumentalizzazioni, controllo, repressione generalizzata, nessuna progettualità a medio e lungo termine.

In sintesi, al di là di singole e meritevoli iniziative locali, uno sguardo nazionale e complessivo del 2017 ci restituisce lo schema ormai consolidato negli ultimi decenni: la “questione” rom e sinti in Italia è in prima fila nelle pagine di cronaca e nella propaganda politica, ma sempre in fondo al dibattito e soprattutto all'azione istituzionale che ne dovrebbe favorire la sostanziale e definitiva inclusione sociale.

Ne sono esempio lampante i casi di Roma Capitale e della Città Metropolitana di Napoli che sia per la dimensione del contesto sia per la loro valenza rappresentativa, costituiscono la cartina di tornasole della situazione attuale. Per molti rom residenti negli insediamenti abusivi e nei “Villaggi Attrezzati” delle aree citate le condizioni di vita ed il livello di inclusione sociale sono addirittura peggiorati. Vediamole nel dettaglio prima di tornare al quadro generale.





Roma, Cronaca di una tragedia annunciata


Il 10 maggio 2017 Roma si è svegliata con la notizia di una giovane donna e due bambine arse vive in un incendio doloso. Sono solo per caso sopravvissuti i due genitori e altri otto tra fratelli e sorelle delle vittime. Si sono poi succedute velocemente le già tante volte viste e sentite dichiarazioni istituzionali, i posizionamenti politici, le indiscrezioni giornalistiche e i numerosi aspri dibattiti sui social network, tutti alla ricerca della soluzione per una “questione da affrontare”. Tutto vorticosamente in crescendo, prima di finire, dopo pochi giorni, in fondo alle cronache nazionali o locali e soprattutto in fondo alle agende del dibattito istituzionale, anche questo indifferentemente locale o nazionale. Al momento della chiusura del rapporto le indagini degli inquirenti si sono strette su quella che i media hanno definito “faida in ambienti nomadi” (tanto per dimostrare ancora una volta il livello di disinformazione diffuso dalla stampa italiana). Una serie di vendette concatenate che si sarebbe conclusa nel più tragico dei modi e che in ogni caso si inserisce nell'abbandono totale, da parte delle istituzioni, degli attuali Villaggi Attrezzati. I Villaggi (o Villaggi della Solidarietà, come furono ribattezzati dalla giunta Veltroni) sono stati il cardine dell'intervento pubblico negli ultimi 15 anni e soprattutto ne sono stati la principale voce di spesa, per giunta con soldi presi dal bilancio delle politiche sociali. Le vittime appartenevano a una di quelle famiglie nate e cresciute a Roma che da decenni può essere considerata “in carico” a queste politiche. Come? Prima con l'assegnazione di una “piazzola” in una baraccopoli in nome del “diritto al nomadismo” e poi con l'assegnazione di uno o più container, appunto, nei Villaggi Attrezzati ai margini della città. Villaggi che, come dicevamo, prima sono stati costruiti, recintati e riempiti ammassando centinaia di famiglie con disagio socio-economico e poi abbandonati a loro stessi, per giunta con una spesa di milioni di euro del bilancio delle politiche sociali per acquistare container, affittare terreni, costruire infrastrutture e recinti e stipendiare guardiani. Una politica trasversale a tutte le Giunte degli ultimi vent'anni, con quelle di Rutelli, Veltroni e Alemanno a costruire e ampliare e quelle Marino e Raggi ad abbandonare.

Insomma, se per il giudizio penale sui fatti del 10 maggio 2017, siamo in attesa del responso definitivo del tribunale, per il giudizio sulle responsabilità politiche non c'è bisogno di aspettare per formulare una condanna: decenni di ghettizzazione e di inefficacia delle politiche pubbliche.

Anche con l'attuale Giunta, ad un anno dalle elezioni amministrative, siamo ancora al nulla di fatto ma in compenso al molto annunciato. Il 16 dicembre scorso la Giunta, con la delibera numero 117, ha dato il via ad un iter che è sfociato nell'approvazione di un “Piano di Roma Capitale per l'inclusione delle popolazioni rom, sinti e caminanti”.

Questo Piano, con un testo di 13 pagine, si pone sin dall'inizio l'obiettivo di realizzare i principi della Risoluzione del Parlamento Europeo del 9 marzo 2011 che ha dato mandato ai singoli Paesi di elaborare le Strategie di Inclusione, istituisce l'ennesimo Tavolo Cittadino e realizza un ulteriore censimento. In base ai dati forniti da questo censimento realizzato dalla Polizia Municipale tra dicembre e gennaio, nei 7 Villaggi classificati come attrezzati (La Barbuta, Camping River, Castel Romano, Candoni, Villa Gordiani, Casal Lombroso e Salone) risiedono attualmente 4.187 persone e nelle 11 aree tollerate altre 1.115 persone.

Salta subito agli occhi la differenza con i numeri del più noto censimento della “Emergenza Nomadi” della Croce Rossa Italiana del 2009 che contò ben più di 7000 persone, ma nel piano non è contenuta nessuna considerazione in merito. La considerazione che invece ha fatto l'Assessore alla Persona, Scuola e Comunità Solidale Laura Baldassarre è che "abbiamo finalmente un dato certo su cui basare l'attività di programmazione".

Ad oggi, quindi, non possiamo che basarci sugli enunciati e su quello che nel frattempo sta succedendo in attesa che il piano cominci ad essere operativo. Le 13 pagine del Piano mostrano sicuramente le intenzioni di invertire la tendenza rispetto ai Piani Nomadi delle Giunte precedenti, parlando di “approccio integrato”, “offrire adeguata sistemazione”, “evitare concentrazioni di marginalità”, di tentare di accedere ai “fondi strutturali e di investimento europei”. Ma non c'è nient'altro da analizzare a fondo. Mancano numeri e date, tanto per cominciare. E manca l'architettura vera e propria dell'intervento, chilo realizzerà concretamente, cosa si intenda per “strutture adeguate”. Anche le dichiarazioni pubbliche successive alla diffusione del bando stesso non chiariscono nulla in quella direzione. Ma nel frattempo la realtà dei fatti romana è quella del rogo del 10 maggio, cioè l'abbandono totale delle famiglie residenti nei Villaggi e nelle baraccopoli. Anzi, per il campo di Castel Romano si parla di emergenza sanitaria da affrontare urgentemente mentre per il Camping River è risultato inidoneo il progetto dello storico ente gestore che rispondeva ad un nuovo bando, mettendo di fatto “in sfratto esecutivo” le 120 famiglie che sono lì residenti da oltre un decennio . “Purtroppo è stata una procedura portata avanti dagli uffici, non c’è stato modo di fermarla”, ha dichiarato sempre l'Assessore competente, mostrando anche una crepa evidente tra la direzione politica e quella amministrativa della Capitale.

Tornando al “piano”, non ci sono dettagli o descrizioni approfondite delle operazioni attuative, né tantomeno in cosa consistano concretamente le politiche lavorative, abitative, scolastiche e neanche un accenno in merito ai campi informali, dove comunque si dichiara risiedano oltre 1000 persone.

Non c'è un crono-programma dettagliato, ne' un quadro numerico su come saranno distribuiti i fondi, di quanti saranno realmente i destinatari delle operazioni. Presumiamo, quindi, che ci siano altri documenti dove di questo si scrive e su questo si ragiona.

Ma intanto in molti Villaggi Attrezzati, di proprietà o di gestione, e quindi comunque di responsabilità comunale (lo ricordiamo perché pare che le amministrazioni varie se ne siano dimenticate) le strutture che da regolamento dovrebbero essere gestite da operatori sociali o da Vigli Urbani sono in totale “autogestione”. Persino i contatori di energia elettrica sono sotto il controllo di alcuni che ne abusano a scapito di altri. Stessa dinamica sui container, o “assegnati” da qualcuno o distrutti per non essere occupati da qualcuno di non gradito, con inevitabili conflitti tra residenti. E' in questo quadro, questo è accertato, che la famiglia coinvolta nel rogo del 10 maggio aveva deciso di uscire dalla sua ultima “residenza”.

Questo quadro, lo precisiamo, è noto a tutti gli attori istituzionali: ad esempio in una dichiarazione recente il coordinatore UGL della Polizia Municipale, Marco Milani, ha dichiarato che: Spesso, specie nei campi tollerati, si trovano persone diverse da quelle che dovrebbero esserci. In alcuni casi, gli ospiti titolari vendono illegalmente i loro container ad altri connazionali, snaturando di fatto il concetto di rom ormai probabilmente abusato”.

Tralasciando considerazioni su “il concetto di rom” di cui parla Milani, quello che colpisce è l'ammissione di quello che lo scorso anno abbiamo definito “l'abbandono in attesa del superamento”.

La stessa situazione la si vede in abito scolastico, con i dati allarmanti del calo precipitoso di presenze in tantissime scuole, che lamentano anche grosse difficoltà di gestione dei rapporti con le famiglie. Il decennale Progetto Scolarizzazione Minori Rom è stato tagliato di netto nell'estate del 2015 dall'amministrazione Marino. Progetto che andava sicuramente riformato e aggiornato radicalmente, a cominciare dal fatto che non era mai evoluto verso l'autonomia ma era troppo ancorato all'assistenzialismo e, soprattutto, alla separazione da tutte le altre politiche scolastiche. Ma, invece di un'evoluzione, nel 2015 è arrivata una cancellazione di qualsiasi progettualità per i minori nati e cresciuti nei campi-nomadi comunali, a confermare che per Roma capitale o c'è un “Piano” o non c'è intervento possibile. A sostenere ufficialmente la nostra tesi arriva proprio il “Piano di Inclusione” della Giunta Raggi che nel paragrafo “Salute e Scolarizzazione” sancisce che: “Si ricorda che i gruppi Rom di origine ex Jugoslava presenti sul territorio romano risiedono stabilmente da un periodo variabile fra i 20 e i 40 anni. Si ritiene pertanto che abbiano già conoscenza dei servizi di cui possono usufruire e degli obblighi da assolvere in riguardo alla scolarizzazione dei minori, visto anche il notevole impegno di risorse nei decenni precedenti per progetti di scolarizzazione ed inclusione sociale”. Della serie chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Ma perché? E che vuol dire in un documento che dovrebbe programmare un intervento pubblico “si ritiene che i gruppi di origine ex juogoslava”? Si ritiene o è così? Tutti? Non ci sono famiglie con i figli in normale percorso scolastico e altre con enormi difficoltà a concludere anche solo il primo ciclo? Non potrebbe essere semplicemente finanziato sin da subito un progetto rivolto ai minori, rom e non rom, che sono a rischio dispersione scolastica? A quanto pare no. O un piano per “i Rom” (chissà perché con la lettera maiscuola) o nessun sostegno alla scolarizzazione.

Anche sul tema centrale della casa, quello che il Piano romano definisce dell'Habitat (sigh), quest'approccio è palese. Nel punto 1 del paragrafo sull'habitat si parla di “individuare i nuclei familiari che avevano già dimostrato la volontà di uscire dal campo e che ne hanno i mezzi, e quelli che avevano fatto richiesta per un alloggio o per il contributo all’affitto come già accade in molti casi".

Ecco di nuovo l'esplicitazione della dicotomia di cui scrivevamo prima. Un documento ufficiale di Roma Capitale dichiara che ci sono (per giunta “in molti casi”) nuclei familiari che “avevano già dimostrato la volontà di uscire dal campo”. Invece bisogna aspettare un “Piano”, una volta “nomade”, oggi “di inclusione delle popolazioni rom” per dare una risposta concreta a delle richieste di sostegno all'affitto o di assegnazione di alloggi popolari. Perché? Perché, lo sosteniamo con forza, ancora nel 2017 all'emergenza si contrappone solo una progettazione dedicata. Una progettazione che, anche nelle migliori intenzioni, rimane di impostazione etnica: per i rom residenti a Roma non bisogna andare all'ufficio casa per ottenere il contributo all'affitto o al centro per l'impiego per cercare lavoro, ma all'Ufficio RSC, che sia il Piano che le dichiarazioni pubbliche annunciano rinforzato. Inoltre ascoltando la conferenza stampa del 31 maggio scorso, in cui oltre all'Assessore Baldassarri è intervenuta anche la Sindaco Raggi riprendendo, essenzialmente, gli enunciati della Piano pubblico presentato lo scorso 17 febbraio, si scopre che per essere inserite nei progetti di inclusione abitativa le famiglie dovranno firmare un “patto di responsabilità”, dai contenuti non ancora esplicitati ma che viene presentato come grande novità operativa. In realtà forme del genere sono già state più volte utilizzate in altre città e, soprattutto, già giudicate come ulteriore strumento di discriminazione. Qualsiasi cittadino che abbia diritto ad un intervento pubblico non firma nessun “patto di responsabilità”. O ha il diritto di ricevere il sostegno o il servizio che sia, o non lo ha. Anche a Roma Capitale, dopo altri comuni italiani, questo semplice principio non vale per i rom. In altre parole, ancora oggi per i rom, cittadini italiani o non, residenti a Roma per esigere diritti tocca aspettare di essere inseriti in un Piano pluriennale, oppure aspettare la prossima emergenza.


Napoli, dalle baracche ai recinti


Il 2017 ha significato per l’Italia che il triste primato degli sgomberi forzati dei campi-rom ha cambiato capitale: da Roma si è passati a Napoli. Il 7 aprile 2017, simbolicamente alla vigilia della Giornata Internazionale dei Diritti dei rom, per 800 persone residenti da anni nelle baracche di via Brecce Sant’Erasmo, nel quartiere Gianturco, ha rappresentato la giornata del “trasferimento”. Un'imponente chiusura di uno dei più grandi insediamenti informali in Italia. Piano di “inclusione”? No. Ricollocazione di parte dei residenti in Via del Riposo, alle spalle del cimitero di Poggioreale, in un nuovo di zecca “Villaggio Attrezzato”. Nel 2014, nella stessa zona, esisteva un altro campo “abusivo” e non istituzionalizzato. Fu distrutto in un incendio. Ora è stato “attrezzato” per concentrare i rom sgomberati da Gianturco. Prima “attrezzatura” prevista, come da tradizione italiana, è la recinzione. Ma l’assessore per le politiche sociali Roberta Gaeta, ha rassicurato che la recinzione “è a tutela di chi vive in questo spazio, ho visto troppe volte atti discriminatori e di razzismo che non sono giustificabili e noi non possiamo mettere a rischio i bambini.” Aggiungendo che: “Anche io sono contro una soluzione di questo tipo, risponde a un'emergenza". E niente. Potremmo non aggiungere altro. Se non che, nei fatti, nonostante anni di analisi degli errori passati e di direttive europee, siamo di nuovo davanti ad un concentramento mono-etnico che raggruppa i suoi “ospiti” in condizioni che ne ledono i più basilari diritti.

Degli 800 residenti a Gianturco, 28 nuclei familiari sono stati locati in Via Del Riposo. Altre 12 nella struttura “Grazia Deledda” e i restanti residenti, secondo il Comune di Napoli, hanno trovato autonome sistemazioni, o sono rientrati nel paese di origine. Il consigliere comunale Laura Bismuto, ha sostenuto che “la soluzione non è la migliore, l’accoglienza non è stata resa disponibile per tutti, anche se è apprezzabile lo sforzo dell’amministrazione, rispetto all'immobilità di prefettura e Regione. I container per quanto piccoli restituiscono dignità a bambini e famiglie rom. Ma non è possibile affrontare queste questioni in maniera emergenziale". Non è possibile? Sarà. Intanto l'assessora Gaeta ha rassicurato che "questo tipo di accoglienza durerà meno tempo, nella misura in cui riusciremo ad accompagnare all'autonomia le famiglie rom. Non si deve percepire però che ci sono trattamenti diversi per i rom, lo facciamo anche per le famiglie italiane in difficoltà". Per tutta la scrittura di questo aggiornamento abbiamo continuato a cercare assegnazioni di container , trasferimenti forzati, recinzioni e guardiani per le “famiglie italiane in difficolta”. Ma qualcosa di simile lo abbiamo trovato solo nelle zone terremotate. Giustamente. Sempre di emergenza si tratta.

Giugliano, cambiare tutto per non cambiare niente


Come già descritto nello scorso report, a Giugliano di Napoli era stato costruito nel 2013 un campo istituzionale nelle vicinanze di una discarica di rifiuti tossici. I terreni erano stati poi posti sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria sin dall’ottobre del 2015 a causa della potenziale pericolosità per la salute dell’area. A luglio del 2016 lo sgombero “d'urgenza”, quando le famiglie sono state trasferite sul terreno di un’ex fabbrica di fuochi d’artificio. Nessuna delle procedure previste dalla normativa vigente fu rispettata. Si trattò di uno sgombero forzato sempre in stato di emergenza, nonostante la situazione fosse in stallo da anni.

Quest'anno, il 4 aprile del 2017 nella sede del Palazzo del Governo, è stato firmato L’Accordo di programma tra Regione Campania, Città Metropolitana di Napoli e Comune di Giugliano. In questa sede il Vice-Presidente Fulvio Bonavitacola, il vice Sindaco della Città Metropolitana di Napoli David Lebro, ed Antonio Poziello, il Sindaco di Giugliano, hanno fatto un passo in avanti per la creazione di un nuovo campo rom istituzionale.

L’intervento di creazione di un nuovo “villaggio” è, secondo le parti, da intendersi come un progetto di risistemazione abitativa volta all’inclusione sociale di quei rom presenti nel campo di Masseria del Pozzo, al fine del loro inserimento e della loro integrazione, nella logica del perseguimento degli obiettivi della Strategia Nazionale d'Inclusione. Si tratta, nei fatti, di un accordo che ha risolto solo ed unicamente la querelle presente ormai da tempo nel Consiglio comunale, mentre, in attesa della pronuncia del Tar, 5000 giuglianesi si sono espressi tramite raccolta firme per l’indizione di un referendum consultivo.

Ma intanto il progetto va avanti. Il campo, chiamato ufficialmente “EcoVillaggio”, dovrebbe essere costruito nelle campagne, di nuovo non lontano da discariche e altri siti di trattamento dei rifiuti. Anche in questo caso, l’unico collegamento dell’area con il centro cittadino è costituito da reti assenti ed inadeguate: in questo caso dalla stazione di Ponte Riccio. Il costo previsto è di 2.500.000,00 di euro circa per 44 moduli abitativi di 36 metri quadri l'uno e per qualificare l’area delle rimanenti infrastrutture necessarie. Come dire, da un campo, ad un campo, ad un altro campo. Tra l'altro con risorse enormi. Segregare continua a costare tanto, molto più che includere, ma questo non sembra un punto all'ordine del giorno della amministrazioni pubbliche italiane.

La “questione rom” in Italia

Alla luce di quanto descritto appare evidente che la “questione rom”, e in particolare il tema del superamento dei “campi nomadi” si sviluppa in Italia come se si trattasse di un fenomeno carsico: si forma in dissoluzione ed evolve in precipitazione. Tutti i casi descritti riguardano insediamenti presenti sul territorio da anni, e le famiglie là residenti sono immigrate in italia da decenni. Eppure, come abbiamo visto, ancora nel 2017 si ricorre a provvedimenti di emergenza o a Piani pluriennali, senza una sintesi possibile. Al di là della più o meno alta complessità delle situazioni specifiche, la politica del “campo nomadi” è confermata come elemento caratterizzante della situazione italiana anche tra la fine del 2016 ed i primi mesi del 2017. E' ormai evidente che la scelta del Governo, fatta al momento del varo della Strategia, di demandare ai governi regionali e alle amministrazioni locali la sua attuazione, può ormai essere giudicata in tutto il suo fallimento. Così come per le leggi regionali degli anni ottanta sul “diritto al nomadismo”, l’assenza di direttive giuridiche nazionali chiare e concrete si è trasformata in un quadro confuso e soprattutto inefficace: l'unico elemento unificante a livello nazionale è la cornice repressiva e discriminatoria. Discriminatoria, lo sottolineamo, soprattutto perché anche le politiche pubbliche sono elaborate con il timbro dell'etnicizzazione e non del bisogno sociale a cui rispondere. Lo stigma storico degli zingaro nomade non è solo radicato nel senso comune del Paese, ma permea anche le analisi e le politiche che dovrebbero combattere l'esclusione e la marginalizzazione che migliaia di persone subiscono da anni. Un esempio su tutti, attuale e istituzionale come pochi, è il recente report “Fonti di dati sulla popolazione Rom, Sinti e Caminanti”, firmato ISTAT, UNAR e ANCI , che dopo aver svolto un'indagine statistica su Napoli, Bari, Catania e Lamezia Terme, arriva alle “Linee guida e le raccomandazioni” e, a pagina 115, riferendosi ai tantissimi rom, anche immigrati, che vivono in casa, sancisce che c'è “....la necessità di tenere sotto osservazione anche gruppi che hanno perso, in parte o del tutto, le consuetudini di vita e il tipo di sistemazione abitativa proprio delle popolazioni RSC” . Considerando che l'UNAR è l'ufficio preposto a coordinare l'attuazione della Strategia d'Inclusione più volte citata in questo report, non possiamo che pensare che sia ovvio che poi le amministrazioni locali continuino a progettare e costruire campi, evidentemente alla ricerca di “sistemazione abitativa propria delle popolazioni RSC” . Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo. Se non fosse che le raccomandazioni continuano poco più avanti: “Sebbene in alcuni casi si possa effettivamente trattare di individui che non sono inclusi nei gruppi-target delle politiche, solo la possibilità di monitorare le diverse realtà di queste popolazioni consente di disegnare il continuum di posizioni fra gli “integrati” e coloro che vivono una situazione di estrema vulnerabilità ed esclusione sociale, valutandone consistenza numerica, caratteristiche e trasformazioni in funzione delle policy ad esse dedicate.”

Le “policy ad esse dedicate”, appunto. Le politiche pubbliche italiane che continuano ad essere elaborate e pianificate sono discriminatorie e inefficaci innanzitutto perché ragionate su base etnica e non sulla base del bisogno sociale dei singoli. La Strategia Nazionale dichiarò che una politica di inclusione di rom e sinti passa per il lavoro, la casa, la scuola e la sanità. Ma questi non sono gli stessi diritti fondamentali per tutti? Lo sono. Un'investimento immediato in una politica di calmieramento degli affitti e di sostegno economico a chi ne ha diritto su base economica includerebbe immediatamente migliaia di famiglie in difficoltà socio-abitativa. Siano esse rom o non rom.


E invece si continuno ad alternare “Piani” pluriennali dedicati o vengono svolte azioni “d'emergenza”. Sono i due approcci, spesso incrociati, che caratterizzano ancora nel 2017 le politiche pubbliche italiane nei confronti della minoranza rom e sinta. Sarebbe necessario, invece, spezzare quest'alternanza in favore di una progettazione a medio e lungo termine che vada incentrata sui singoli nuclei familiari e soprattutto che abbia l'obiettivo del rafforzamento dei servizi sociali dei territori, oltre che dei diritti civili costituzionalmente garantiti per tutti. Una cosa sono le necessarie campagne antirazziste e le azioni volte a combattere i pregiudizi. Altra sono i progetti di inclusione, che dovrebbero innanzitutto partire dal ricondurre le famiglie o i singoli nei servizi territoriali e scolastici, nelle politiche del lavoro, nelle strutture sanitarie già esistenti. Il rafforzamento generalizzato di questi ultimi sarebbe la migliore delle azioni di “inclusione”. E' questa la vera “questione rom”.